RTiD II 2016

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Regesti a cura dei giudici della Camera

3t Art. 8 cpv. 1 LT; 9 cpv. 1 LIFD

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Assoggettamento – tassazione dei coniugi – partenza del marito per l’estero – onere della prova della costituzione di un nuovo domicilio – calcolo dell’imposta della moglie in caso di riconoscimento del trasferimento

Il marito ha annunciato il trasferimento del proprio domicilio a Singapore per ragioni professionali, mentre la moglie, senza attività, mantiene il proprio nel Canton Ticino, dove il coniuge provvede al suo mantenimento. In queste circostanze, l’autorità di tassazione deve dapprima verificare se il marito abbia effettivamente costituito un nuovo domicilio fiscale a Singapore. Se così fosse, dovrà poi assoggettare all’imposta la sola moglie, tenendo conto tuttavia, per la determinazione dell’aliquota, anche dei redditi e della sostanza del marito, eventualmente procedendo ad una stima, in mancanza di documenti attendibili.

CDT 3.3.2016 N. 80.2015.25/26

Riassunto dei fatti:

X. è coniugata dal 1980 con Y., con il quale ha stabilito il proprio domicilio a W.                                   
Il 31 ottobre 2010 il marito ha annunciato la sua partenza per Singapore. Così richiesto, l’Ufficio di tassazione di … gli ha rilasciato un’attestazione, nella quale certifica che lo stesso è stato soggetto fiscale illimitatamente imponibile per il periodo dal 1° gennaio 1995 al 31 ottobre 2010.    
Nella dichiarazione fiscale 2012, la moglie X. ha esposto un reddito immobiliare di fr. 72 150.– e una sostanza imponibile di fr. 1 313 429.–.   
L’Ufficio di tassazione si è rivolto a X., chiedendole se la situazione famigliare da considerare fosse quella di coniugati oppure se esistesse separazione tra i coniugi, avvertendola che, nel primo caso, avrebbe dovuto documentare gli elementi di reddito e sostanza del coniuge all’estero, ai fini dell’aliquota, e, nel secondo caso, era necessario comunicare eventuali alimenti percepiti o altre fonti di reddito. Chiedeva inoltre chiarimenti in merito al finanziamento dell’acquisto di un autoveicolo, intervenuto durante il periodo fiscale.                                                                                                                                        
La contribuente rispondeva che in seguito al trasferimento di Y. a Singapore, lei e il marito avevano «deciso di vivere separati di fatto senza decisione giudiziaria». Il marito si era inoltre impegnato a garantire alla moglie i fondi necessari per mantenere lo stesso stile di vita ed aveva altresì acquistato l’automobile, immatricolata a nome della moglie.                                                                                                                                       
Nella tassazione IC/IFD 2012, l’Ufficio di tassazione ha aggiunto ai redditi dichiarati da X. un reddito d’altra fonte di fr. 90 000.–, spiegando nella motivazione allegata che si trattava di «prestazioni valutabili in denaro o reddito d’altra fonte stabiliti per insufficienza di disponibilità finanziaria».      
Un reclamo contro questa decisione è stato respinto dall’Ufficio di tassazione.                                          
Con ricorso alla Camera di diritto tributario, i coniugi X. e Y. contestano l’esposizione di «altri redditi» e chiedono inoltre di poter beneficiare dell’aliquota per coniugati. Contrariamente a quanto sostenuto nel corso della procedura di tassazione, i ricorrenti negano l’esistenza di una separazione di fatto e sostengono che la lontananza del marito sarebbe esclusivamente dovuta a ragioni professionali.                                                                         
Il 30 settembre 2015 anche la moglie X. ha annunciato la sua partenza per Singapore.

Diritto:

1.  1.1.  Secondo l’art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT, il reddito e la sostanza di coniugi non separati legalmente o di fatto sono cumulati, qualunque sia il regime dei beni.         
Dottrina e giurisprudenza sono unanimi nel considerare la coppia formata da due coniugi come una comunità giuridica, morale ed economica. A quest’ultimo proposito, il Tribunale federale ha chiarito che la capacità contributiva dei coniugi si misura, in linea di massima, in base al loro reddito globale: i coniugi sono pertanto tassati congiuntamente, sulla base del cumulo dei fattori imponibili (Jaques, in: Yersin/Noël [a cura di], Commentaire de la loi sur l’impôt fédéral direct, Basilea 2008, n. 3 ad art. 9 LIFD, p. 136; Locher, Kommentar zum DBG, Vol. I, Basilea/Therwil 2001, n. 3 ad art. 9 LIFD, p. 183; Lanz-Baur, Das Ehepaar im Steuerrecht, Berna 1988, p. 13; Masmejan-Fey, L’imposition des couples mariés et des concubins, Losanna 1992, p. 48; v. anche DTF 110 Ia 17 = ASA 53 p. 365 = RDAF 1985 p. 51).

1.2.  In caso di divorzio o di separazione legale o di fatto, per contro, ogni coniuge è tassato individualmente per tutto il periodo fiscale (art. 5 cpv. 2 dell’Ordinanza sulle basi temporali dell’imposta federale diretta per le persone fisiche del 16 settembre 1992; RS 642.117.1).  
Secondo la Circolare n. 30 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni del 21 dicembre 2010, i criteri determinanti per procedere ad una tassazione indipendente dei coniugi che vivono separati sono i seguenti:

•   assenza di un’abitazione coniugale (art. 162 CC), sospensione della comunione domestica (art. 175 CC), esistenza di un domicilio proprio per ogni coniuge (art. 23 CC); 

•   non esiste più una comunione economica per l’abitazione e il mantenimento;

•   in pubblico la coppia non si presenta più unita;                                       

•   la separazione deve essere duratura (almeno un anno) oppure terminare con lo scioglimento del matrimonio.

1.3.  Il Tribunale federale ha stabilito che i presupposti menzionati sono cumulativi e che in ogni caso deve esservi stata la sospensione della comunione domestica ed i mezzi finanziari non devono più essere impiegati in comune (sentenza n. 2A.432/2004 del 16 dicembre 2004 consid. 3.2, in RF 60/2005 p. 435; v. anche sentenza inedita n. 2A.458/2006 del 18 dicembre 2006 consid. 3.1).       
La prova dell’adempimento delle condizioni per una tassazione separata è a carico del contribuente (Locher, op. cit., n. 20 ad art. 9 LIFD, p. 189).

2.  2.1.  Venendo al caso in esame, la situazione familiare ed economica dei coniugi X.Y. è tutt’altro che chiara.
Come esposto in narrativa, Y. ha annunciato la sua partenza per Singapore il 31 ottobre 2010, mentre la moglie X. è rimasta domiciliata a W. Il 25 febbraio 2011, così richiesto, l’Ufficio di tassazione ha rilasciato ai coniugi un’attestazione scritta, certificando l’assoggettamento illimitato del marito alle imposte comunali, cantonali e federali per il periodo dal 1° gennaio 1995 al 31 ottobre 2010. Con successiva lettera del 9 maggio 2014 si è quindi rivolto direttamente alla moglie chiedendole, allo scopo di definire le tassazioni 2010, 2011 e 2012, quale fosse la situazione famigliare da considerare in seguito alla partenza del marito. L’allora rappresentante della contribuente, …, rispondeva con lettera del 19 maggio 2014, spiegando che i coniugi avevano deciso di vivere «separati di fatto senza decisione giudiziaria» e che il marito si era impegnato a garantirle i fondi necessari per mantenere lo stesso stile di vita.     
L’autorità di tassazione, con separate decisioni del 5 giugno 2014, ha notificato a X. le tassazioni 2010, 2011 e 2012, considerandola quale separata di fatto. Quest’ultima, rappresentata da …, ha impugnato la sola tassazione 2012 (l’unica che ha aggiunto ai proventi dichiarati «altri redditi» per fr. 90 000.–) con reclamo del 30 giugno 2014. Con il presente gravame, la ricorrente non si limita a contestare l’aggiunta di altri redditi, ma chiede inoltre di poter beneficiare dell’aliquota privilegiata riservata ai coniugi, contraddicendo quanto sostenuto nel corso della procedura di tassazione. A suo dire, infatti, esisterebbe tutt’oggi una comunione economica malgrado la «separazione di fatto» dovuta all’obbligo del marito di risiedere a Singapore per motivi professionali. Quest’ultimo rientrerebbe sovente in Ticino e la separazione sarebbe solo provvisoria «perché per raggiunti limiti di età il marito cesserà a breve l’attività professionale e rientrerà in famiglia».        
Il 30 settembre 2015 anche la ricorrente ha annunciato la sua partenza per Singapore.

3.  3.1.  Prima ancora di esaminare l’esistenza di una comunione economica tra i coniugi, così come sostenuta nel presente gravame, oppure di una vera e propria separazione di fatto, così come supposta dall’autorità di tassazione in seguito alla risposta dell’allora rappresentante …, occorre determinare se il marito abbia effettivamente spostato il domicilio fiscale a Singapore a contare dal 1° novembre 2010.

3.2.  Il fatto che un contribuente annunci all’autorità comunale di aver trasferito il proprio domicilio altrove non ha alcun effetto immediato sull’assoggettamento fiscale. Secondo la giurisprudenza il domicilio di una persona si trova nel luogo in cui è situato, di fatto, il centro dei suoi interessi vitali. Esso si determina in base all’insieme delle circostanze oggettive ed esteriori, dalle quali si possono dedurre tali interessi, e non dai semplici desideri espressi dal contribuente. Il domicilio fiscale non può quindi essere scelto liberamente; una preferenza soltanto affettiva per un luogo piuttosto che per un altro non entra in considerazione (DTF 138 II 300 = ASA 81 p. 671 = RF 67/2012 p. 828 = RDAF 2013 II 92, consid. 3.2 e giurisprudenza citata).           
L’art. 3 cpv. 2 LIFD, secondo cui una persona ha il suo domicilio fiscale in Svizzera quando vi risiede con l’intenzione di stabilirsi durevolmente, o quando vi ha un domicilio legale speciale in virtù del diritto federale costituisce una nozione autonoma di domicilio fiscale. A differenza dell’abrogato art. 4 del decreto del Consiglio federale del 9 dicembre 1940 sulla riscossione di un’imposta federale diretta, l’art. 3 cpv. 2 LIFD non rimanda esplicitamente al Codice civile svizzero (art. 23-26 CC) per la definizione di domicilio fiscale. La giurisprudenza costante del Tribunale federale ha tuttavia stabilito che continua a valere il principio secondo cui nessuno può avere contemporaneamente il suo domicilio in più luoghi e che lo stesso, stabilito che sia, continua a sussistere fino a che non ne sia stato acquistato un altro (cosiddetta «rémanence du domicile»). Non è quindi determinante quando il contribuente ha annunciato la sua partenza dal domicilio o quando lo ha lasciato.

3.3.  Se si trasferisce all’estero, il contribuente deve continuare a pagare l’imposta federale diretta fintantoché non provi di avere costituito un nuovo domicilio fiscale all’estero. Questo significa che l’esistenza di un nuovo domicilio o di una dimora all’estero (ciò che è equivalente sul piano dell’assoggettamento) sarà ammessa solo nel caso in cui l’interessato paghi delle imposte in quel luogo o ne sia esentato (decisione TF n. 2A.475/2003 del 26 luglio 2004, in: RDAF 2005 II 103). Come ancora recentemente ricordato dall’Alta Corte, un diverso approccio comporterebbe dei grossi rischi di abuso. Basandosi sulla norma civilistica dell’art. 24 cpv. 1 CC, per contro, si ottiene una disciplina semplice e prevedibile (DTF 138 II 300 = ASA 81 p. 571 = RF 67/2012 p. 828 = RDAF 2013 II p. 92; v. anche Pedroli, Novità e tendenze legislative e nel campo del diritto tributario, in: RtiD II-2013 p. 668). 
In quest’ultima decisione, i giudici federali hanno inoltre posto l’accento sull’onere della prova. In applicazione analogica della regola generale prevista dall’art. 8 CC, nella procedura fiscale l’onere della prova è ripartito nel senso che l’autorità fiscale è tenuta a dimostrare l’esistenza di elementi che fondano o aumentano l’onere fiscale, mentre è a carico del contribuente la prova di quei fatti che concorrono ad escludere o a ridurre il debito verso l’erario (DTF 133 II 153 e 121 II 257; ASA 64 p. 493; StE 1990 B 13.1 n. 8). Di principio, la prova del domicilio fiscale spetta quindi all’autorità di tassazione, trattandosi di un elemento costitutivo dell’imposta (art. 123 cpv. 1 LIFD). Come sottolineato nella citata sentenza del 4 maggio 2012, il contribuente ha tuttavia un dovere di collaborazione (art. 124 segg. LIFD), che gli impone in particolare di dimostrare il trasferimento di domicilio. A tal fine non deve solo comprovare il definitivo scioglimento dei legami con il precedente domicilio, ma deve anche esporre le circostanze che hanno portato alla fondazione di un nuovo domicilio altrove (DTF 138 II 300 consid. 3.4 = ASA 81 p. 571 = RF 67/2012 p. 828 = RDAF 2013 II p. 92; v. anche decisione TF n. 2C_472/2010 del 18 gennaio 2011 consid. 2.2, in: StR 66 p. 425).

3.4.  Venendo alla fattispecie in esame, il marito della ricorrente, imprenditore di startup e di piccole e medie imprese internazionali, è responsabile, fra l’altro, della K., società di Singapore che offre consulenza, competenze e finanziamenti durante la fase di startup delle aziende. Negli atti dell’incarto fiscale si trova inoltre una decisione delle autorità fiscali di Singapore, la Inland Revenue Authority of Singapore, che per l’anno 2012 assoggetta Y. al pagamento di un’imposta di 200 dollari di Singapore, pari all’incirca a 150 franchi (da un semplice confronto della tabella dei corsi medi mensili del 2012, allestita dall’Amministrazione federale delle contribuzioni, risulta infatti che i tassi di cambio oscillavano da un massimo di 0.763 a un minimo di 0.752). Troppo poco per accertare l’effettiva costituzione di un nuovo domicilio fiscale all’estero. In primo luogo perché la decisione di tassazione prodotta (Notice of assessment amended) riferisce unicamente di un reddito da attività lucrativa dipendente (Income from employment), che in linea di principio è imponibile nello Stato in cui l’attività è effettivamente svolta (cfr. art. 15 paragrafo 1 della Convenzione tra la Confederazione Svizzera e la Repubblica di Singapore per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito, entrata in vigore il 1° agosto 2012, RS 0.672.968.91). In secondo luogo poiché il reddito imponibile ammonta a soli 36 000 dollari di Singapore, pari all’incirca a 27 000 franchi, che appaiono già a prima vista insufficienti a garantire il tenore di vita di Y., ove si pensi appena che nel corso dell’anno ha acquistato un’… [automobile] del valore di 90 000 franchi, che ha poi intestato alla moglie (cfr. ricorso del 2 febbraio 2015, p. 2). Non può infine passare inosservato che è stata prodotta unicamente la Notice of assessment amended, non invece la prima decisione di tassazione (Notice of assessment original), né tanto meno le motivazioni del suo importante emendamento (l’imposta è passata da oltre 65 000 dollari ad appena 200 dollari di Singapore).

3.5.  In simili circostanze, a questa Camera non resta che rinviare gli atti all’autorità di tassazione perché si determini sul domicilio fiscale di Y., dopo aver esperito i necessari accertamenti indicati sopra, valutando l’insieme delle circostanze secondo il criterio della verosimiglianza (cfr., al proposito, decisione CDT n. 80.2007.176 del 1° luglio 2009).
A tale riguardo, allo stadio attuale della procedura, ci si limita a ribadire che non è sufficiente provare lo scioglimento dei legami con l’ultimo domicilio, dove peraltro il contribuente possiede ancora oggi diversi immobili. Finché non controprova il fatto di aver costituito un nuovo domicilio a Singapore continuerà ad essere tenuto a pagare l’imposta federale diretta e l’imposta cantonale (decisione TF n. 2A.388/1998 del 3 maggio 2000 consid. 5, con riferimento a ASA 60 p. 501; inoltre 2A.337/2000 del 6 febbraio 2001; 2A.475/2003 del 26 luglio 2004; cfr. anche Paschoud, in: Yersin/Noël [a cura di], Commentaire de la loi sur l’impôt fédéral direct, Basilea 2008, n. 17 ad art. 8 LIFD, p. 131; cfr. anche sentenza CDT n. 80.2007.25 del 26 febbraio 2008).

4.  4.1.  Qualora il marito avesse mantenuto il proprio domicilio di W., la comunione domestica tra i coniugi risulterebbe pacifica. Ma anche qualora fosse resa verosimile l’esistenza di un nuovo domicilio a Singapore, rispettivamente comprovata l’assenza di un domicilio in Svizzera, occorrerà comunque partire dal principio che i coniugi X.Y. continuano a condurre una vita in comune, in considerazione del fatto che la tassazione separata dei coniugi è un’eccezione, che sottostà a precise condizioni cumulative (cfr. consid. 1.2), che nella presente fattispecie non sono tutte adempiute.
Nel gravame sono gli stessi contribuenti che ammettono di avere mantenuto una comunione economica malgrado la «separazione di fatto», senza dimenticare inoltre che lo scorso 30 settembre 2015 anche X. ha annunciato la sua partenza per Singapore. Seppur in contraddizione con quanto sostenuto nel corso della procedura di tassazione e con l’accordo di «separazione di fatto senza decisione giudiziaria» sottoscritto il 15 dicembre 2010, gli ultimi sviluppi bastano per ammettere l’esistenza di una comunione domestica e dei loro mezzi finanziari. Come già ammesso dal Tribunale federale, in un caso esaminato nel 2001, anche se i coniugi provvedessero ciascuno al proprio mantenimento, senza apparentemente disporre di mezzi comuni, difetterebbe comunque il presupposto di una separazione di fatto (durevole) secondo l’art. 9 cpv. 1 LIFD e si giustificherebbe pertanto la loro tassazione congiunta (ASA 71 p. 558 consid. 2c). Una simile decisione è stata pure adottata in una sentenza del 2008, che si riferiva al caso di un marito tedesco residente nel Canton Obvaldo, la cui moglie, a sua volta cittadina germanica, viveva ad Amburgo, dove accudiva la madre anziana ed invalida. Anche qui, la motivazione sottolinea che la tassazione congiunta si giustifica fintantoché sussiste l’unione coniugale (sentenza del 5 febbraio 2008, n. 2C_523/2007, in RF 2008 p. 364).

4.2.  La scala delle aliquote applicabile è conseguentemente quella più favorevole riservata ai contribuenti coniugati, così come richiesto dalla ricorrente.           
D’altra parte, contrariamente a quanto sembra sostenere nel gravame, si giustifica il cumulo dei fattori imponibili, sia che il marito abbia mantenuto il proprio domicilio fiscale nel comune di Lugano sia che lo abbia effettivamente trasferito a Singapore. Certo, quando i coniugi sono domiciliati l’uno in Svizzera e l’altro all’estero, solo il primo è assoggettato illimitatamente in Svizzera. Fintanto che continuano ad avere una vita in comune, il coniuge domiciliato in Svizzera è tuttavia imposto sul proprio reddito all’aliquota corrispondente alla totalità dei loro redditi, applicando la scala delle aliquote riservata ai coniugi viventi in comunione domestica (Circolare cit., punto 2.1; Bosshard/Bosshard/Lüdin, Sozialabzüge und Steuertarife im schweizerischen Steuerrecht, Zurigo 2000, p. 211).
Il Tribunale federale ha avuto modo di stabilire tale soluzione in una vecchia sentenza del 1949, relativa ad un caso ticinese (ASA 19 p. 22 = DTF 75 I 385). Il computo, ai fini del calcolo dell’aliquota applicabile, del reddito complessivo dei coniugi è giustificato dall’incremento della capacità contributiva risultante dal fatto che, in costanza di matrimonio, sostanza e reddito del marito e della moglie concorrono alle spese dell’economia domestica, senza che rilevi il fatto che ambedue i coniugi o solo la moglie siano soggetti all’imposta o che essa colpisca la totalità o solo una parte dei loro beni e redditi. Il Tribunale federale ha sottolineato che, in tal modo, il fisco svizzero non colpisce i fattori non tassabili del marito, ma questi ultimi entrano in considerazione solo «per ragguagliare il tributo della moglie alla sua effettiva capacità contributiva». In tempi più recenti, anche questa Camera ha confermato il principio per cui, nel caso in cui uno solo dei coniugi sia – limitatamente o illimitatamente – imponibile in Svizzera, l’aliquota in base alla quale devono essere tassati i suoi redditi si commisura ai fattori imponibili di entrambi i coniugi (decisione CDT n 104 del 25 maggio 1994, in: RDAT II–1994 n. 2t p. 338).

4.3.  Spetterà all’autorità di tassazione determinare la situazione reddituale e patrimoniale del marito, sia esso considerato residente nel Canton Ticino (ai fini del computo globale del reddito e della sostanza imponibili) oppure all’estero (ai fini del calcolo delle aliquote applicabili). 
A tal fine sarà utile richiedere ai contribuenti una copia di tutte le decisioni di tassazione emesse dalle competenti autorità fiscali di Singapore e delle relative motivazioni. Non soltanto delle decisioni di tassazione dell’anno 2012 (Notice of assessment original), ma anche di quelle precedenti (2010 e 2011) ed eventualmente successive. In virtù della massima ufficiale, l’autorità di tassazione potrà inoltre procedere a tutte le indagini che reputerà necessarie per provare la credibilità delle indicazioni dei contribuenti, mentre a questi ultimi è imposto l’obbligo di fare tutto il necessario per consentire una tassazione completa ed esatta (art. 200 LT; art. 126 cpv. 1 LIFD). In caso contrario l’autorità potrà procedere ad una stima dei redditi e della sostanza del marito, conformandosi agli indispensabili criteri di prudenza che devono sempre essere tenuti presenti in procedimenti del genere ma evitando nel contempo di scegliere, in caso di dubbio, la soluzione più favorevole al contribuente.

5.  5.1.  La decisione impugnata è conseguentemente annullata e gli atti rinviati all’Ufficio di tassazione perché emetta delle nuove decisioni motivate, dopo avere esperito gli accertamenti indicati sopra.

4t Art. 8 cpv. 1 LT; 9 cpv. 1 LIFD

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Assoggettamento – tassazione dei coniugi – marito che lavora e ha un appartamento in un altro cantone – seconda economia domestica per tassa di ricezione TV – non separazione di fatto

Non possono essere considerati separati di fatto, e non hanno pertanto diritto alla tassazione disgiunta, due coniugi che sono sposati da tanti anni e che dichiarano di rimanere uniti, anche se il marito esercita da anni un’attività lucrativa dipendente in un altro cantone, dove dispone di un appartamento, nel quale risiede durante la settimana. Non giustifica una diversa conclusione neppure la circostanza che, con una decisione confermata dal Tribunale federale, i ricorrenti siano stati obbligati a pagare la tassa di ricezione per i programmi radiotelevisivi anche per il secondo appartamento, considerato come una economia domestica separata. L’esistenza di una seconda economia domestica, sufficiente per far sorgere l’obbligo di pagare una seconda tassa di ricezione, non implica infatti la costituzione di un domicilio separato del coniuge e meno ancora una separazione di fatto.

CDT 10.5.2016 N. 80.2015.280/281

Riassunto dei fatti:

X. e Y. sono coniugati dal 1991. Il marito, di professione …, lavora a Zurigo alle dipendenze del … . La moglie svolge la propria attività indipendente di medico a V. (TI).                                                                                                                                                  

Nel 2003 i coniugi X.Y. hanno spostato il loro domicilio da Zurigo a V., dove hanno acquistato, in comproprietà, una casa unifamiliare. Il marito è inoltre proprietario di un appartamento nel medesimo comune, nel quale la moglie esercita la propria attività professionale, e di un ulteriore appartamento nel comune di Zurigo.  

Il 21 aprile 2014 i coniugi hanno presentato due distinte dichiarazioni fiscali per l’anno 2013, chiedendo in una lettera allegata, di essere tassati individualmente, essendo separati di fatto e avendo due distinte economie domestiche, così come confermato dallo stesso Tribunale federale in una sentenza del 1° novembre 2013 in materia di tasse di ricezione televisive.                                                                                                                    

Notificandogli la tassazione IC/IFD 2013, l’Ufficio di tassazione di … ha respinto la richiesta dei contribuenti, tassandoli congiuntamente in difetto dei necessari requisiti per la separazione delle partite fiscali.                                                                                                     

Un reclamo è stato respinto dall’autorità di tassazione il 2 dicembre 2015.                                               

Con ricorso alla Camera di diritto tributario, X. e Y. chiedono nuovamente di essere tassati individualmente.

I ricorrenti paragonano l’art. 58 cpv.1 dell’ordinanza sulla radiotelevisione (ORTV) con l’art. 9 cpv.1 LIFD, ponendo l’accento sul fatto che entrambe le disposizioni, nella loro versione francese, fanno riferimento alla nozione di ménage commun. Chiedono quindi che la sentenza del Tribunale federale in materia di tasse di ricezione televisive venga applicata coerentemente anche dall’autorità di tassazione e che gli venga conseguentemente riconosciuta una separazione di fatto. I ricorrenti ritengono inoltre che un’imposizione separata si giustifichi anche sulla base dell’art. 175 del Codice civile (CC) e subordinatamente dell’art. 127 della Costituzione federale, in ragione dell’esistenza di abitazioni separate e in virtù del divieto del comportamento contraddittorio. Il marito osserva infine di avere, coerentemente con la sentenza del Tribunale federale, annunciato il proprio cambiamento di domicilio alle competenti autorità zurighesi quale «coniugato separato».

Diritto:

1.  1.1.  Il reddito e la sostanza di coniugi non separati legalmente o di fatto sono cumulati, qualunque sia il regime dei beni (art. 8 cpv. 1 LT; per l’imposta federale, l’art. 9 cpv. 1 LIFD fa riferimento al solo reddito, non essendo la sostanza imponibile). Al contrario, se interviene un divorzio o una separazione legale o di fatto, ogni coniuge è tassato individualmente per tutto il periodo fiscale (art. 5 cpv. 2 dell’Ordinanza sulle basi temporali dell’imposta federale diretta per le persone fisiche del 16 settembre 1992; RS 642.117.1).

1.2.  Secondo la Circolare n. 30 del 21 dicembre 2010 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni, entrata in vigore il 1° gennaio 2011, i criteri determinanti per procedere ad una tassazione indipendente dei coniugi che vivono separati sono i seguenti (cfr. cifra 1.3):        

•   Assenza di un’abitazione coniugale (art. 162 CC), sospensione della comunione domestica (art. 175 CC), esistenza di un domicilio proprio (art. 23 CC).

•   Non esiste più una comunione economica per l’abitazione e il mantenimento. Se invece i mezzi – oltre i consueti regali occasionali – vengono impiegati da entrambe le parti per il tenore di vita in comune (non entrano in considerazione le prestazioni alimentari fissate giudizialmente o convenute volontariamente), i coniugi devono essere tassati congiuntamente malgrado l’esistenza di una propria abitazione e eventualmente di un proprio domicilio di diritto civile.         

•   Lo stato civile che risulta dal comportamento della coppia in pubblico nell’ottica della buona fede (la coppia non si presenta più unita in pubblico).       

•   La durata della separazione di fatto invocata (almeno un anno).                  

Il Tribunale federale ha stabilito che i presupposti menzionati sono cumulativi e che in ogni caso deve esservi stata la sospensione della comunione matrimoniale ed i mezzi finanziari non devono più essere impiegati in comune (sentenza n. 2A.432/2004 del 16 dicembre 2004 consid. 3.2, in RF 60/2005 p. 435; v. anche sentenza inedita n. 2A.458/2006 del 18 dicembre 2006 consid. 3.1).    
La prova dell’adempimento delle condizioni per una tassazione separata è a carico del contribuente (Locher, Kommentar zum DBG, vol. I, Therwil/Basilea 2001, n. 20 all’art. 9 LIFD, p. 189; cfr. inoltre la sentenza CDT n. 80.2006.155 del 31 gennaio 2008 in RtiD II-2008 n. 6t).

2.  2.1.  Nella fattispecie, come visto, X. sostiene di essersi separato di fatto dalla moglie Y. A sua giustificazione richiama la sentenza del Tribunale federale del 1° novembre 2013 [N.d.R.: parz. pubbl. in RtiD II-2014 n. 69] resa in materia di tasse di ricezione televisive, nella quale i giudici federali hanno concluso per l’esistenza di una seconda economia domestica nell’appartamento preso in affitto a Zurigo, dove il ricorrente trascorre per motivi professionali quattro giorni alla settimana. Chiede quindi che tale sentenza venga applicata coerentemente anche dalle autorità di tassazione e che gli venga conseguentemente riconosciuta una separazione di fatto dalla moglie.

2.2.  La sentenza menzionata non si attaglia alla fattispecie in esame, giacché la legge federale sulla radiotelevisione (LRTV; RS 784.40) e la relativa ordinanza (ORTV; RS 784.401) perseguono scopi diversi dalla legge tributaria. Oggetto di discussione era in particolare l’obbligo di pagare il canone per la ricezione radiotelevisiva anche presso l’appartamento zurighese, che nulla ha a che vedere con il principio dell’unità della famiglia e del cumulo dei redditi delle persone coniugate disciplinato dagli art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT. È ben vero che l’art. 9 cpv. 1 LIFD, nella sua versione francese, fa riferimento al termine di comunione domestica (ménage commun) utilizzato anche dall’art. 58 cpv.1 ORTV. Come sottolineato dalla dottrina romanda, si tratta tuttavia di una formulazione infelice, mentre più chiari sono i testi in lingua italiana e tedesca, secondo cui il cumulo dei redditi si impone nei confronti dei coniugi non separati legalmente o di fatto (Jaques, in: Yersin/Noël [a cura di], Commentaire de la loi sur l’impôt fédéral direct, Basilea 2008, n. 12 ad art. 9 LIFD, p. 138). 
La prassi sviluppata in materia di tasse di ricezione televisive, secondo cui la nozione di comunione domestica include tutte le persone che convivono con l’annunciante (membri della sua famiglia e ospiti) e tutti gli apparecchi di ricezione pronti all’uso, compresi quelli presenti in una residenza secondaria o una casa di vacanza (sempreché queste ultime non sono locate a terze persone oppure occupate più di sei mesi all’anno), non può assurgere a presupposto per procedere ad una tassazione indipendente dei coniugi. Decisiva è piuttosto la sospensione dell’unione coniugale che si crea con la celebrazione del matrimonio (art. 159 CC) e dell’impiego in comune dei mezzi finanziari, tanto è vero che il principio dell’imposizione della famiglia con il cumulo dei fattori imponibili prevale anche se la moglie ha un domicilio principale proprio diverso da quello del marito (cfr. Locher, Introduzione al diritto fiscale intercantonale, 3a ediz., Berna 2015, p. 39 s.; Locher, Neues Eherecht und Ehegattenbesteuerung, in ASA 56 p. 18).

2.3.  Quest’ultimo problema non si è peraltro posto nella sentenza menzionata, nella quale i giudici federali hanno concluso per l’esistenza di una nuova economia domestica, nel senso definito dalla prassi illustrata sopra, nell’appartamento preso in affitto a Zurigo per motivi professionali, senza tuttavia mettere in discussione il domicilio principale ticinese di X. (cfr. sentenza del 1° novembre 2013, p. 6).   
Non solo, quindi, i giudici federali non si sono confrontati con il principio della tassazione congiunta sancito dagli art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT, ma hanno espressamente tenuti distinti l’uno dall’altra il «domicilio principale in Ticino» del ricorrente, da una parte, e la sua residenza «quattro giorni alla settimana nell’appartamento che ha preso in affitto a Zurigo per motivi professionali», dall’altra. Che quest’ultima circostanza possa bastare a giustificare l’obbligo di pagare un secondo canone di ricezione secondo la normativa sulla radiotelevisione, come ha deciso il Tribunale federale, non significa tuttavia che si giustifichi la conclusione che i coniugi X.Y. si debbano considerare separati di fatto secondo la legislazione in materia di imposte dirette.

3.  3.1.  Come esposto in narrativa, i ricorrenti ritengono comunque adempiuti i presupposti menzionati nella Circolare n. 30 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni per essere assoggettati a una tassazione separata, ponendo in particolare l’accento sulla sospensione della comunione domestica (art. 175 CC) e sull’esistenza di due abitazioni separate. X. osserva inoltre di avere nel frattempo annunciato il proprio cambiamento di domicilio alle competenti autorità zurighesi quale «coniugato separato», coerentemente con quanto deciso dal Tribunale federale nella sentenza menzionata sopra.

3.2.  L’autorità fiscale del Cantone Zurigo, con scritto di posta elettronica del 6 giugno 2014, ha effettivamente informato il ricorrente che lo avrebbe tassato separatamente se egli avesse trasferito il proprio domicilio a Zurigo e si fosse registrato come coniuge separato. Ciò che X. ha fatto il 15 dicembre 2015, annunciando all’Ufficio controllo abitanti di essersi trasferito a Zurigo a contare dal 1° gennaio 2016 quale «coniuge separato di fatto».
È però evidente che una simile circostanza non basta a giustificare una separazione di fatto nel senso disciplinato dagli art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT. Non deve d’altra parte stupire che le autorità fiscali zurighesi non gli abbiano richiesto di fornire alcuna prova dell’avvenuta separazione, dal momento che le stesse avevano tutto l’interesse di acquisire un nuovo contribuente. Va infine sottolineato, a scanso di equivoci, che l’Ufficio di tassazione di … rimane libero di contestare la richiesta di trasferimento di domicilio presentata dal ricorrente alle autorità zurighesi, a maggior ragione in considerazione delle chiare affermazioni dei giudici federali, che hanno confermato che il suo domicilio principale si trova nel Cantone Ticino, dove vive la sua famiglia. Determinanti, al fine di giustificare una tassazione individuale, sono piuttosto i già citati presupposti enunciati dalla Circolare n. 30 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni, che il Tribunale federale ha definito essere cumulativi, sottolineando in particolar modo che per procedere ad una tassazione separata dei coniugi occorre che gli stessi abbiano sospeso la comunione matrimoniale e che i mezzi finanziari non siano più impiegati in comune.     
Condizioni, queste, che nella presente fattispecie non sono manifestamente adempiute.

3.3.  Come si è ricordato sopra, l’art. 25 cpv. 1 CC, nella sua versione in vigore peraltro dal 1° gennaio 1988, non subordina più il domicilio della moglie a quello del marito.    
Interpretando l’art. 9 LIFD, il Tribunale federale ha in particolare escluso che vi sia una separazione di fatto nel caso di due coniugi che vivono separati durante l’intera settimana e che non dispongono di un’abitazione durevolmente usata in comune, pur mantenendo l’unione coniugale. In un caso esaminato nel 2001, dopo il matrimonio la moglie aveva mantenuto il suo appartamento in un luogo ed il marito la sua casa in un altro, i coniugi avevano continuato a lavorare allo stesso posto, ognuno provvedeva al proprio mantenimento e apparentemente non disponevano neppure di mezzi comuni; nondimeno, l’Alta Corte ha stabilito che non vi era una separazione di fatto (durevole) secondo l’art. 9 cpv. 1 LIFD e che pertanto si giustificava la loro tassazione congiunta (ASA 71 p. 558 consid. 2c). Una simile decisione è stata adottata, sempre dal Tribunale federale, in una sentenza del 2008, che si riferiva al caso di un marito tedesco residente nel Canton Obvaldo, la cui moglie, a sua volta cittadina germanica, tuttavia viveva ad Amburgo, dove accudiva la madre anziana ed invalida. Anche qui, la motivazione sottolinea che la tassazione congiunta si giustifica fintantoché sussiste l’unione coniugale (sentenza del 5 febbraio 2008, n. 2C_523/2007, in RF 2008 p. 364).

3.4.  Nel caso dei ricorrenti, basta ricordare che i coniugi X.Y. si sono sposati nel 1991 e cha da allora la loro unione coniugale non è mai stata messa in discussione. Tanto è vero che il presente gravame è stato interposto da entrambi i coniugi (cfr. dichiarazione di consenso del 26 dicembre 2015) e che all’udienza del 17 febbraio 2016 si sono presentati come una coppia unita, ponendo l’accento sulla coerenza del diritto e sul divieto per le autorità di adottare un comportamento contraddittorio, che a loro dire avrebbero imposto all’autorità fiscale di riconoscergli, in seguito alla decisione del Tribunale federale del 1° novembre 2013, una tassazione separata. Essi non hanno tuttavia mai messo in dubbio la loro unione coniugale, presentandosi dinanzi a questa Camera come una coppia unita. La semplice circostanza che i coniugi svolgano le rispettive attività lucrative in un luogo separato e che siano pertanto costretti a disporre di due abitazioni separate o, per rimanere in tema di tasse di ricezione televisive, di due economie domestiche distinte, non basta a giustificare che vi sia una separazione di fatto e che quindi debba venir meno la tassazione congiunta.

In queste circostanze, si può anche lasciare aperta la questione dell’esistenza di una unione dei mezzi fra i ricorrenti, ritenuto che sussiste indiscutibilmente il requisito dell’unione coniugale. Non può tuttavia passare inosservato che i ricorrenti hanno presentato due dichiarazioni fiscali in seguito alla menzionata sentenza del Tribunale federale e che solo da allora la moglie dichiara «alimenti per sé e per i figli» per un importo di fr. 120 000.–. In questo senso va inteso l’uso dell’aggettivo «artefatto», da parte dell’autorità di tassazione, in relazione alla suddetta dichiarazione della moglie.

4.  4.1.  Con un’ulteriore censura, i ricorrenti lamentano la discriminazione cui sono generalmente soggette le coppie sposate in Svizzera, soprattutto quando i coniugi esercitano entrambi un’attività lucrativa e dispongono di redditi elevati.

4.2.  La Camera di diritto tributario ha già avuto modo di esprimersi su questo tema. In una sentenza del 20 ottobre 2011 (inc. 80.2010.100 [N.d.R.: pubbl. in RtiD I-2012 n. 4t]) ha ricordato che la comparazione fra coniugi e concubini resta una questione estremamente delicata, nella quale non deve mai essere dimenticato il principio per cui i concubini non sono considerati dalle leggi fiscali svizzere una categoria di contribuenti a sé stanti. È però evidente che il sistema fiscale previsto dal diritto svizzero – nonostante alcuni interventi del legislatore – continua a penalizzare i coniugi che dispongono entrambi di redditi elevati, come nella presente fattispecie.  
Come ancora ricordato da questa Camera, non è in ogni caso possibile risolvere il problema attraverso un’interpretazione audace della nozione di «coniugi non separati legalmente o di fatto», prevista sia dalla legge federale che dalla cantonale armonizzata, poiché l’art. 190 Cost. impone di applicare le disposizioni della legge federale, anche se incostituzionali. I ricorrenti sembrano invocare un’interpretazione della legge federale conforme alla Costituzione, ma la stessa non può evidentemente consistere nell’ignorare semplicemente il chiaro e univoco tenore dell’art. 9 cpv. 1 LIFD, che impone il cumulo dei redditi dei coniugi non separati. Un’interpretazione conforme alla Costituzione di una legge federale è ammessa infatti se i metodi ordinari di interpretazione lasciano sussistere dei dubbi in merito al suo senso (DTF 131 II 710 consid. 5.4 p. 721; DTF 129 II 249 consid. 5.4 p. 263 e riferimenti). L’interpretazione conforme alla Costituzione trova tuttavia i suoi limiti in una disposizione legale il cui tenore ed il cui senso sono assolutamente chiari, sebbene in contrasto con la Costituzione (DTF 137 I 128 consid. 4.3.1; DTF 133 II 305 consid. 5.2; 131 II 710 consid. 4.1 p. 716).

4.3.  Ne consegue quindi che gli art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT devono essere applicati, nonostante la loro verosimile incostituzionalità.

5.  Il ricorso è conseguentemente respinto.

 

15t Art. 33 cpv. 1 lett. c), 23 lett. f) LIFD; 22 lett. f), 32 cpv. 1 lett. c) LT; 18 cpv. 1 CO

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Deduzioni – alimenti – solo versamenti periodici – modifica di convenzione di divorzio – pagamento di una somma fissa in cinque rate annuali – deduzione negata

Sono deducibili dal reddito imponibile quali alimenti solo i versamenti periodici e non anche gli importi versati sotto forma di prestazioni in capitale. I ricorrenti non hanno dimostrato che l’interpretazione soggettiva della convenzione stipulata dagli ex coniugi, su cui si è basata la sentenza cantonale, è arbitraria. Non è pertanto deducibile l’importo «onnicomprensivo» di 270 000 franchi, versato dall’ex marito alla ex moglie, in seguito ad un accordo con cui hanno convenuto di modificare la sentenza di divorzio.

TF 31.5.2016 N. 2C_746/2015 e 2C_748/2015

A.  A.A. e C.A. si sono sposati nel 1973. II loro divorzio è stato pronunciato l’8 giugno 1998. In data 8 giugno 2010 il Pretore ha omologato un accordo sottoscritto dagli ex coniugi il 12 maggio 2010 e volto a modificare la sentenza di divorzio in merito ai contributi alimentari. Detta convenzione indica quanto segue:

1. Il signor A.A. si impegna a versare sul conto clienti dell’avv. D., a tacitazione di ogni pretesa, passata, presente e futura della signora C.A. inerente i rapporti derivanti dal divorzio intervenuto, nulla escluso, la somma onnicomprensiva di fr. 270 000.– (duecentosettantamila), entro e non oltre 10 giorni dalla crescita in giudicato della transazione giudiziale. Entro 5 giorni dalla sottoscrizione del presente accordo vengono versati ancora i contributi alimentari relativi a maggio 2010.

2. L’avv. D., quale depositaria dell’importo di fr. 270 000.– (duecentosettantamila) si impegna a corrispondere le somme che seguono a titolo di contributo alimentare, alla sua cliente signora A., nel seguente modo:

– fr. 70 000.– nell’anno 2010;

– fr. 50 000.– nell’anno 2011;

– fr. 50 000.– nell’anno 2012;

– fr. 50 000.– nell’anno 2013;

– fr. 50 000.– nell’anno 2014.

4. Le somme di cui al presente accordo, potranno essere liberate facendo capo alla garanzia di liquidità presente sul conto clienti dell’avv. E. La differenza verrà liberata a favore del signor A.A.

5. In caso di decesso della signora C.A. l’importo residuo depositato sul conto clienti dell’avv. D. dovrà essere versato ai figli F. e G. in parti uguali.

6. In caso di cambiamento di stato civile della signora C.A. prima del versamento dell’ultima rata come da punto 2 del presente accordo, gli importi residui che non saranno stati ancora versati dovranno essere restituiti al signor A.A.                                                                
Dopo l’ultimo versamento a valere per l’anno 2014 e cioè dal 01.01.2015 la signora C.A. sarà libera di risposarsi.

Nel verbale di udienza le parti hanno precisato nel contempo che «gli importi di CHF 50 000.– annuali sono da intendersi quali somme di rate mensili di ca. CHF 4165.– versate a titolo di contributi alimentari».

B.  Nelle dichiarazioni fiscali 2010 e 2011 A.A. ha fatto valere deduzioni di fr. 82 825.– (2010), rispettivamente di fr. 50 000.– (2011) a titolo di alimenti versati all’ex-moglie. Con decisione del 19 febbraio 2014 l’Ufficio di tassazione competente ha ammesso in deduzione fr. 12 825.– per la tassazione 2010, mentre ha stralciato del tutto la deduzione di fr. 50 000.– per la tassazione 2011. Al riguardo, il fisco ha rilevato che «il versamento di fr. 270 000.– (a tranches) derivante dall’accordo del 12.5.2010» andava considerato come «una liquidazione patrimoniale del regime matrimoniale» e, di conseguenza, non poteva essere dedotto dal reddito.          
Sostenendo che gli importi pattuiti nell’accordo del 12 maggio 2010, poi omologato dal Pretore del Distretto di Lugano, fossero da intendersi «quali somme di rate mensili versate a titolo di contributi alimentari», A.A. ha allora interposto reclamo e ribadito la richiesta di riconoscimento di deduzioni per fr. 82 825.– (2010), rispettivamente per fr. 50 000.– (2011). Dopo audizione del contribuente, il fisco ha tuttavia respinto il gravame e confermato l’originaria decisione di tassazione. La decisione su reclamo del 10 settembre 2014 è stata a sua volta confermata dalla Camera di diritto tributario del Cantone Ticino, che si è espressa in merito con sentenza dell’8 luglio 2015.

C.  Il 4 settembre 2015, A.A. e B. hanno impugnato il giudizio della Camera di diritto tributario con ricorso in materia di diritto pubblico davanti al Tribunale federale. Come nelle sedi cantonali, domandano infatti di nuovo il riconoscimento – in via principale, direttamente da parte del Tribunale federale; in via subordinata, da parte della Corte cantonale su rinvio – della deduzione di ulteriori fr. 70 000.– per il 2010 e di fr. 50 000.– per il 2011.           
Nel corso della procedura, la Corte cantonale si è riconfermata nelle motivazioni della propria sentenza. La domanda di respingere il ricorso è giunta anche dalla Divisione delle contribuzioni del Cantone Ticino e dall’Amministrazione federale delle contribuzioni. Con osservazioni del 3 dicembre 2015, i ricorrenti hanno ribadito le proprie richieste.

Diritto:

[…] 2.4.  Come indicato anche nel seguito, l’impugnativa adempie solo in parte alle condizioni di motivazione esposte.
Constatato che gli insorgenti non contestano l’accertamento dei fatti alla base della pronuncia cantonale, attraverso una motivazione conforme all’art. 106 cpv. 2 LTF, i fatti che emergono dal giudizio impugnato vincolano inoltre il Tribunale federale anche nel caso concreto (art. 105 cpv. 1 LTF).

3.  La procedura ha per oggetto il diritto a deduzioni per fr. 70 000.– (2010) rispettivamente per fr. 50 000.– (2011), fatto valere dal ricorrente 1 considerando che detti importi erano stati versati alla ex-moglie a titolo di alimenti.

3.1.  Come detto, chiamata ad esprimersi sulla fattispecie, la Camera di diritto tributario ha giudicato anch’essa fondato l’agire delle autorità fiscali, che avevano negato la richiesta. Proceduto alla distinzione tra versamenti periodici, che danno il diritto a deduzione, e versamenti effettuati a titolo di liquidazione, che non danno diritto a deduzione, ha infatti considerato che i versamenti per i quali era stata formulata la domanda di deduzioni rientrassero in questa seconda categoria.

3.2.  I ricorrenti non concordano invece con tale classificazione. Rimproverano infatti alla Corte cantonale di avere omesso di interpretare l’accordo concluso il 12 maggio 2010 «alla luce di tutti gli elementi costitutivi della convenzione medesima, nonché degli altri mezzi di prova che hanno contraddistinto la lunga procedura bonale e contenziosa tendente alla modifica della sentenza di divorzio relativamente all’ammontare del contributo alimentare».

I.  Imposta federale diretta

4.  4.1.  La legge federale sull’imposta federale diretta riconosce che gli alimenti versati al coniuge divorziato o separato legalmente o di fatto sono deducibili dai proventi (art. 33 cpv. 1 lett. c LIFD); sulla base del cosiddetto principio di congruenza rispettivamente di corrispondenza, essi sono imponibili come reddito di chi li riceve (art. 23 lett. f LIFD; sentenza 2C_242/2010 del 30 giugno 2010 consid. 2.1 con rinvii).
Come indicato nel giudizio impugnato e per altro non contestato nemmeno dai ricorrenti, importi versati sotto forma di prestazioni in capitale non rientrano tuttavia nel concetto di alimenti giusta l’art. 33 cpv. 1 lett. c LIFD e non danno quindi diritto a nessuna deduzione (DTF 125 II 183; Amministrazione federale delle contribuzioni, circolare n. 30 del 21 dicembre 2010 relativa all’imposizione dei coniugi e della famiglia secondo la legge federale sull’imposta federale diretta, cifra 14.1.2; Felix Richner/Walter Frei/Stefan Kaufmann/Hans Ulrich Meuter, Handkommentar zum DBG, 2a ed., 2009, n. 65 ad art. 23 e n. 59 ad art. 33 LIFD; Christine Jacques, in Danielle Yersin/Yves Noël, Commentaire LIFD, 2008, n. 49 segg. ad art. 23 e n. 31 segg. ad art. 33 LIFD; Peter Locher, Kommentar zum DBG, I. Teil, 2001, n. 60 ad art. 23 LIFD).

4.2.  Quando una controversia verte sull’interpretazione di clausole contrattuali, come nella fattispecie, occorre in primo luogo ricercare la vera e concorde volontà dei contraenti (art. 18 cpv. 1 CO; interpretazione soggettiva). L’interpretazione soggettiva si riferisce alla volontà dei contraenti al momento della conclusione del contratto. Il loro comportamento successivo può essere preso in considerazione nella misura in cui permette delle deduzioni in tal senso (DTF 132 III 626 consid. 3.1 pag. 632; 129 III 675 consid. 2.3 pag. 680; sentenze 2C_1055/2012 del 22 gennaio 2014 consid. 2.1; 2C_576/2013 del 20 dicembre 2013 consid. 2.3.1).     
Se la reale volontà delle parti non può essere constatata, occorre ricercare il senso che le stesse potevano e dovevano ragionevolmente attribuire alle rispettive dichiarazioni nella situazione concreta in cui si trovavano (interpretazione oggettiva o secondo il principio dell’affidamento; DTF 137 III 145 consid. 3.2.1 pag. 148; 136 III 186 consid. 3.2.1 pag. 188). Anche un’interpretazione oggettiva non si basa unicamente sul testo del contratto, ma può risultare da altri elementi quali gli obiettivi perseguiti, gli interessi delle parti oppure le circostanze; non ci si scosterà tuttavia dal testo chiaro adottato dagli interessati quando non c’è un serio motivo che induca a ritenere ch’esso non corrisponde alla loro volontà (DTF 137 III 444 consid. 4.2.4 pag. 451 seg.; 136 III 186 consid. 3.2.1 pag. 188; 135 III 295 consid. 5.2 pag. 301 seg.; sentenza 2C_1055/2012 del 22 gennaio 2014 consid. 2.2).

4.3.  Ciò che al momento della conclusione del contratto le parti sapevano, volevano o hanno compreso è una questione di fatto (DTF 133 III 675 consid. 3.3 pag. 681; 131 III 606 consid. 4.1 pag. 611); l’accertamento dell’effettiva volontà delle parti (interpretazione soggettiva) si fonda sull’apprezzamento delle prove, il quale può essere rivisto dal Tribunale federale solo nei limiti dell’art. 105 LTF (DTF 133 III 675 consid. 3.3 pag. 681; 132 III 626 consid. 3.1 pag. 632; 126 II 171 consid. 4c/bb pag. 182; sentenze 2C_828/2013 del 24 marzo 2014 consid. 2.3 e 2C_1055/2012 del 22 gennaio 2014 consid. 2.3).   
L’interpretazione di un contratto secondo il principio dell’affidamento è invece una questione di diritto (DTF 136 III 186 consid. 3.2.1 pag. 188; 133 III 675 consid. 3.3 pag. 181; 132 III 626 consid. 3.1 pag. 632; 131 III 606 consid. 4.1 pag. 610). Anche procedendo ad un’interpretazione oggettiva occorre tuttavia fondarsi sulle constatazioni relative alle circostanze esterne così come alle conoscenze e alla volontà delle parti contenute nel giudizio impugnato, le quali costituiscono dei fatti che vincolano il Tribunale federale (DTF 135 III 410 consid. 3.2 pag. 413; 133 III 61 consid. 2.2.1 pag. 67; 132 III 24 consid. 4 pag. 28).

5.  5.1.  Il testo della convenzione, la cui portata è oggetto del litigio, è stato riprodotto nei fatti (precedente consid. A). 
Con la Corte cantonale, i ricorrenti sono concordi nel concludere che detta convenzione non è per nulla finalizzata alla liquidazione del regime matrimoniale, come invece aveva ritenuto il fisco, in quanto essa è già avvenuta in precedenza, durante la procedura di divorzio. Divergenza di vedute non vi è neppure in merito al fatto che il versamento dell’importo di fr. 270 000.– qui in discussione non concerne contributi alimentari arretrati, scaduti e non ancora pagati. Come detto, a differenza della Camera di diritto tributario, che considera di avere a che fare con un importo corrisposto in capitale non deducibile dai redditi, i ricorrenti ritengono tuttavia che l’accordo abbia per oggetto dei contributi alimentari periodici deducibili.

5.2.  Nel suo giudizio, la Corte cantonale è giunta alla conclusione di avere a che fare con una liquidazione in capitale rilevando in sostanza quanto segue:

•   che il testo inequivocabile della convenzione prevede il pagamento di un contributo alimentare capitalizzato di fr. 270 000.–, da saldare in rate annuali sull’arco di cinque anni;

•   che la somma onnicomprensiva pattuita di fr. 270 000.–, a tacitazione di ogni pretesa passata, presente e futura, è stata versata globalmente sul conto clienti dell’avvocato dell’ex moglie;

•   che, come risulta dal verbale del 27 agosto 2009 della Pretura di Mendrisio-Sud, redatto nell’ambito della procedura avviata dal ricorrente 1 per ottenere la cancellazione della restrizione della facoltà di disporre a carico della particella xxx RFD del Comune di X. e la revoca di blocchi degli affitti degli inquilini, il Pretore stesso aveva fissato alle parti un termine di due mesi per raggiungere «un accordo sul versamento in capitale del saldo residuo dei contributi alimentari futuri».

5.3.  Leggendo le motivazioni contenute nel giudizio impugnato, non appare del tutto chiaro se la conclusione cui è giunta la Corte cantonale sia il risultato di un’interpretazione puramente soggettiva dell’accordo in questione oppure vada (almeno in parte) intesa come il risultato di un’interpretazione oggettiva, secondo il principio dell’affidamento.      
Nell’impugnativa, gli insorgenti non si richiamano ad ogni modo a detto principio, lamentandosi solo del fatto che la Camera di diritto tributario «sia incorsa in un errore d’interpretazione degli accordi presi tra i coniugi» rispettivamente del fatto che «senza un’interpretazione di tutti gli elementi costitutivi dell’accordo, non è possibile definire quale sia stata la reale intenzione delle parti in merito alla natura del versamento». Visto che i ricorrenti per primi partono in sostanza dal presupposto che la conclusione della Corte cantonale sia frutto di un’interpretazione soggettiva dell’accordo, e preso d’altra parte atto del fatto che nemmeno il giudizio impugnato contiene appunti espliciti in merito ad una sua possibile interpretazione in base al principio dell’affidamento, anche il Tribunale federale fa pertanto proprio il punto di vista dei ricorrenti (sentenza 2C_1055/2012 del 22 gennaio 2014 consid. 3.4, nella quale questa Corte ha svolto il medesimo ragionamento). Rispetto a quella oggettiva, l’interpretazione soggettiva ha del resto la precedenza (sentenza 2C_941/2013 del 17 ottobre 2013 consid. 3.3).

5.4.  Se però la conclusione della Corte cantonale secondo cui la convenzione in discussione ha per oggetto una liquidazione in capitale dev’essere intesa come il risultato di un’interpretazione soggettiva, ciò ha quale conseguenza che il Tribunale federale vi si può scostare solo se ne sia dimostrata l’arbitrarietà (precedente consid. 4.3; citata sentenza 2C_1055/2012 del 22 gennaio 2014 consid. 3.4).   
Proprio una simile critica non viene tuttavia presentata. Come ben risulta da una lettura del giudizio impugnato, con cui i ricorrenti si lamentano del fatto che i Giudici ticinesi abbiano «omesso di interpretare tale accordo alla luce di tutti gli elementi costitutivi della convenzione medesima, nonché degli altri mezzi di prova che hanno contraddistinto la lunga procedura bonale e contenziosa tendente alla modifica della sentenza di divorzio», una lesione del divieto d’arbitrio in relazione all’apprezzamento delle prove non viene infatti mai sostenuta e, di conseguenza, nemmeno provata nelle dovute forme (precedente consid. 2.3; sentenza 2C_1055/2012 del 22 gennaio 2014 consid. 3.5).

5.5.  Inoltre, e questo sarebbe valso anche nel caso fosse stato possibile eseguire un esame libero della fattispecie a seguito di un’interpretazione oggettiva, occorre considerare che il Tribunale federale è in principio vincolato ai fatti che risultano dal giudizio impugnato (art. 105 cpv. 1 LTF) e che, nella misura in cui miri ad una completazione dell’accertamento dei fatti, chi ricorre deve innanzitutto dimostrare, con riferimenti agli atti di causa, di avere allegato e fatto valere tali fatti e le prove ad essi relative già davanti all’istanza cantonale, in modo proceduralmente conforme (precedente consid. 2.3).  
Anche tale modo di procedere non è stato però qui seguito. Come risulta dall’impugnativa, gli insorgenti si limitano in effetti a far valere ulteriori fatti, non considerati dalla Corte cantonale, come se fossero davanti a un’istanza che li rivede tutti liberamente. Di conseguenza, gli stessi vanno trattati come dei fatti nuovi, che come tali non possono essere presi in considerazione (art. 99 cpv. 1 LTF e contrario; DTF 140 III 86 consid. 2 pag. 90; sentenza 2C_810/2014 del 30 luglio 2015 consid. 2.3).

5.6.  Non essendo stato dimostrato l’arbitrio, la critica secondo cui la Corte cantonale avrebbe «omesso di interpretare tale accordo alla luce di tutti gli elementi costitutivi della convenzione medesima, nonché degli altri mezzi di prova che hanno contraddistinto la lunga procedura bonale e contenziosa tendente alla modifica della sentenza di divorzio» dev’essere pertanto respinta.     
In via abbondanziale può essere ad ogni modo rilevato che, per lo meno in base ai fatti che emergono dal giudizio impugnato, la conclusione tratta dalla Camera di diritto tributario non è per nulla insostenibile. Come risulta dall’accordo stesso, la somma di fr. 270 000.– ha infatti carattere «onnicomprensivo», il suo versamento era dovuto globalmente «entro e non oltre 10 giorni dalla crescita in giudicato della transazione giudiziale», ed era inoltre inteso quale «tacitazione di ogni pretesa, passata, presente e futura». Poiché gli stessi insorgenti lo ricordano, occorre poi osservare che la rendita mensile riconosciuta all’ex-coniuge nella sentenza di divorzio ammontava a fr. 2250.– quindi ad un importo molto più basso di quello di ca. fr. 4165.– che risulta dalla divisione per 12 delle rate annuali di fr. 50 000.– previste dal nuovo accordo. Ora, proprio il riconoscimento di un simile aumento, unito ai limiti temporali che risultano dall’accordo stesso (2010-2014), appare però anch’esso come una chiara indicazione della volontà di giungere ad una liquidazione definitiva dell’ex-moglie.

6.  Alla qualificazione quale liquidazione in capitale della somma di fr. 270 000.– in discussione, nulla mutano d’altra parte i molteplici rinvii a norme del codice civile contenuti nell’impugnativa.
Attraverso questi richiami i ricorrenti, a ragione, non intendono denunciare la contrarietà al diritto civile delle conclusioni tratte dalla Corte cantonale, ma solo contestualizzare dal punto di vista civilistico l’operazione in discussione. Formulati nell’ambito di un commento libero dei fatti – in particolare, per segnalare che il pagamento di una rendita è di per sé possibile pure in rate annuali e può essere limitato nel tempo – anch’essi non suppliscono pertanto alla necessaria dimostrazione dell’arbitrio richiesta in ambito di apprezzamento delle prove.

7.  Per quanto rivolte contro l’imposta federale diretta, le critiche dei ricorrenti risultano di conseguenza infondate e devono essere respinte.

II.  Imposte cantonali

8.  8.1.  Per quanto attiene alle imposte cantonali, gli art. 23 lett. f e 33 cpv. 1 lett. c LIFD trovano il loro corrispettivo negli art. 22 lett. f e 32 cpv. 1 lett. c della legge tributaria ticinese del 21 giugno 1994 (LT; RL/TI 10.2.1.1).

8.2.  Il ricorso, che parte dal principio che i Cantoni non hanno in materia più nessun margine di apprezzamento e non fa quindi valere che il diritto cantonale avrebbe diversa portata di quello federale, e col quale vengono formulate critiche e conclusioni valide sia per l’imposta federale diretta che per le imposte cantonali, dev’essere di conseguenza respinto anche con riferimento alle imposte cantonali.

2c Art. 12 segg. LAG; 393 seg. CC; 117 seg. CPC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Presupposti per la concessione dell’assistenza giudiziaria nell’ambito di una procedura di istituzione di una curatela

Nel caso, la richiesta di istituzione di una curatela è stata formulata dall’interessato per il tramite di un patrocinatore legale. L’assistenza giudiziaria è stata negata poiché l’avvio della procedura non incideva in modo importante sui diritti dell’istante e non erano necessarie particolari conoscenze né l’esecuzione di particolari formalità, essendo sufficiente, vista la semplicità del caso, una telefonata all’Autorità di protezione.

CDP 19.02.2016 N. 9.2015.155

A.  Con istanza del 30 maggio 2015 all’Autorità regionale di protezione (in seguito Autorità di protezione) X., patrocinato dall’avv. A., ha chiesto l’istituzione di una curatela volontaria ai sensi degli art. 393 e 394 CC. Contestualmente all’istanza egli ha chiesto l’ammissione al beneficio dell’assistenza giudiziaria e al gratuito patrocinio. Tramite decisione 16 ottobre 2015 l’Autorità di protezione ha poi accolto la richiesta di X., limitatamente all’istituzione della misura, e ha istituito a suo favore una curatela di rappresentanza con amministrazione dei beni, nominando l’avv. A. quale curatrice. L’onorario della curatrice è stato fissato in fr. 40.–/h per un massimo di 75 ore annuali, per un importo complessivo di fr. 3000.–, oltre al rimborso delle spese.  
[…]

Considerato in diritto:

1.  […] Le decisioni in materia di assistenza giudiziaria sono impugnabili davanti all’autorità competente a decidere nel merito i gravami contro le decisioni dell’autorità concedente. Il ricorso è proponibile con il rimedio giuridico applicabile per impugnare il merito. [art. 12 Legge sull’assistenza e sul gratuito patrocinio del 15 marzo 2011 (LAG)]. La competenza di questo giudice è pertanto data.

Applicandosi in questo caso l’art. 450b CC, il reclamo – interposto il 7 settembre 2015 e ricevuto dallo scrivente Tribunale l’8 settembre 2015 contro una decisione emanata il 6 agosto 2015 – è tempestivo.

2.  Ai sensi dell’art. 2 LAG, l’assistenza giudiziaria garantisce a chi non dispone dei mezzi per assumersi gli oneri della procedura o le spese di patrocinio la possibilità di tutelare i suoi diritti davanti alle autorità giudiziarie e amministrative.        
Giusta l’art. 117 CPC, applicabile su rinvio dell’art. 13 LAG, ha diritto al gratuito patrocinio chiunque: sia sprovvisto dei mezzi necessari (a) e la cui domanda non appaia priva di probabilità di successo (b). L’estensione del gratuito patrocinio comprende la designazione di un patrocinatore d’ufficio, se necessario per tutelare i diritti dell’interessato, segnatamente se la controparte è patrocinata da un avvocato; il patrocinatore può essere designato già per la preparazione del processo (art. 118 cpv. 1 lett. c CPC). La natura giuridica della procedura in questione non interessa, poiché di principio la possibilità di nominare un patrocinatore entra in considerazione per ogni procedura dove il richiedente è coinvolto, se è necessario per la tutela dei suoi interessi. Tradizionalmente i criteri da ritenere per la nomina di un patrocinatore d’ufficio sono piuttosto quelli a sapere se a) gli interessi del richiedente sono toccati in modo importante (cosicché potrebbe giustificarsi maggior prudenza in questioni meramente finanziarie); b) se la causa è fattualmente e giuridicamente complessa, tanto da rendere necessario – in entrambi i casi – il coinvolgimento di un patrocinatore per tutelare i suoi diritti; c) le capacità del richiedente di districarsi e di comprendere i meccanismi processuali e giuridici, tenendo anche conto della sua formazione e capacità segnatamente linguistiche (CPC comm, Trezzini, art. 118 pag. 473).

3.  Il reclamante sostiene che, nel caso in esame, era necessaria l’assistenza di un patrocinatore per la presentazione dell’istanza di istituzione della misura di protezione a suo favore (segnatamente una curatela chiesta per difficoltà a gestire le sue finanze). Egli ritiene che la procedura avesse conseguenze giuridiche di rilievo, visto che era suscettibile di causare un serio pregiudizio alla sua situazione giuridica. X. reputa quindi che era un suo diritto avere l’assistenza di un legale che lo guidasse nel procedimento e tutelasse i suoi diritti materiali e procedurali nei confronti dell’Autorità «alfine di evitare che l’ingerenza dello Stato» si estendesse oltre «quanto richiede il caso concreto» oppure, al contrario, non ne tenesse adeguatamente conto. Il reclamante sostiene che il suo agire è caratterizzato da «una sua incapacità di fondo, inerente la sua persona, di gestire in modo adeguato i suoi affari». Di conseguenza egli ritiene che fosse indispensabile il sostegno di un patrocinatore.

Di avviso contrario è invece l’Autorità di protezione, che pretende che non vi siano giustificazioni per accordare al reclamante l’assistenza giudiziaria, non trattandosi di una procedura giudiziaria, considerato inoltre che la procedura di richiesta/istituzione di una curatela è retta dal principio inquisitorio e dalla massima d’ufficio, sulla cui base l’Autorità accerta i fatti e applica il diritto. L’Autorità di protezione osserva che lo scopo e lo spirito della concessione dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio sono «di consentire al curatelato di poter difendere adeguatamente i suoi interessi in procedimenti giudiziari specifici e non di certo» di avere «a sua disposizione un legale a spese della collettività». Secondo l’Autorità di protezione, molti dei compiti elencati dal reclamante per giustificare l’esigenza di un avvocato non possono rientrare nell’ambito di un patrocinio legale bensì si tratta di compiti di spettanza di un curatore. Peraltro, l’Autorità è dell’avviso che la concessione del beneficio dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio deve avvenire per scopi precisi e delimitati e non «per la gestione di pratiche correnti amministrative attribuite per legge e giurisprudenza al curatore». In sede di duplica l’Autorità di protezione ha pure specificato che nel primo anno di mandato, il curatore ha diritto al compenso totale previsto dalla decisione di istituzione della misura. Di conseguenza, l’avv. A. avrebbe diritto «alle 75 ore, che dovrebbero per l’appunto coprire i costi della sua consulenza ed i lavori preparatori da lei eseguiti sino al momento dell’istituzione della misura, compreso ovviamente l’allestimento dell’inventario e la gestione della curatela che, nel caso specifico, si limita a due mesi e mezzo». Al proposito, l’Autorità di protezione ha precisato pure che l’assistenza giudiziaria va chiesta all’autorità presso la quale è pendente una causa ed ha effetto a partire dalla presentazione della domanda, di principio non coprendo i costi precedenti, mentre il reclamante l’ha chiesta in data 30 maggio 2015 a partire dal 12 maggio 2015. Infine, per quanto riguarda il lavoro svolto dall’avv. A., si tratta, secondo l’Autorità di protezione, di «compiti che rientrano nell’ordinaria gestione curatelare e per la quale non sono necessarie particolari competenze o qualifiche giuridiche».

4.  Come visto, la possibilità di nominare un patrocinatore d’ufficio entra in considerazione per ogni procedura dove il richiedente è coinvolto, se è necessario per la tutela dei suoi diritti. I criteri da ritenere sono quelli a sapere se gli interessi del richiedente siano toccati in modo importante, se la causa sia fattualmente e giuridicamente complessa, tanto da rendere necessario – in entrambi i casi – il coinvolgimento di un patrocinatore per tutelare i suoi diritti e le capacità del richiedente di districarsi e di comprendere i meccanismi processuali e giuridici, tenendo anche conto della sua formazione e capacità segnatamente linguistiche (Trezzini, op. cit., art. 118 pag. 473).

Anche laddove la procedura sia retta dalla massima ufficiale (ad esempio in tematiche famigliari aventi per oggetto aspetti di diritto di visita) ciò non significa che il patrocinio di un avvocato divenga inutile, visto l’obbligo delle parti di collaborare con il giudice (assumendo un ruolo propositivo) nella ricerca della verità materiale. A maggior ragione, poi, se la procedura incide profondamente sui diritti della parte in questione (ad esempio in tema di privazione della libertà a scopo di assistenza) (Trezzini, op. cit., art. 118 pag. 474).

Concretamente il giudice deve pertanto valutare la necessità di un patrocinatore d’ufficio in ogni singola procedura, fosse essa anche retta dal principio inquisitorio. Soprattutto in tematiche di natura famigliare questa valutazione non dev’essere eccessivamente rigorosa né limitata a un mero ragionamento indirizzato ai soli meccanismi procedurali o alla massima applicabile (Trezzini, op. cit., art. 118 pag. 474). Il ruolo dell’avvocato non si limita, in questi casi, al solo diritto materiale o processuale, ma svolge anche compiti di mediatore, di paciere, di interlocutore e di filtro con il cliente. Ruoli che, in un contesto spesso emotivamente assai connotato, sono determinanti e vanno pure considerati nel valutare la necessità di un patrocinatore d’ufficio.

5.  Nel caso in esame, malgrado l’opinione espressa dal reclamante, non è dimostrata in alcun modo l’esigenza di un patrocinatore che fornisca una consulenza giuridica nella fase di presentazione dell’istanza e dell’istruttoria poi condotta dall’Autorità di protezione. La procedura che ha visto coinvolto X. era una procedura semplice, nella quale alla richiesta di protezione da parte dell’interessato ha fatto seguito un’istruttoria per la verifica del suo stato di debolezza e dei presupposti per l’istituzione di una misura a suo favore. Non si è trattato di una procedura che ha inciso profondamente sui diritti dell’interessato, nella misura in cui, per di più, l’Autorità di protezione ha concluso con l’accoglimento della sua istanza. Non fosse stato il caso, l’interessato avrebbe in ogni caso ancora potuto insorgere contro tale decisione presso la scrivente Camera, chiedendo (vista, in tal caso, la natura e la complessità della procedura) l’ammissione al beneficio dell’assistenza giudiziaria con il gratuito patrocinio.       
Malgrado possa essere ammesso uno stato di debolezza del reclamante, in un procedimento di istituzione di una misura di protezione, privo di complicazioni come è il caso in esame, l’esigenza di essere rappresentato da un legale (a spese della collettività) non può essere ammessa. Siamo infatti in presenza di una procedura che non necessitava di particolari conoscenze, né dell’esecuzione di particolari formalità. Va evidenziato che, per formulare una richiesta come quella del reclamante tendente a essere aiutato tramite una misura di protezione, bastava una telefonata all’Autorità di protezione.

[…] Il reclamo va di conseguenza respinto.

5c Art. 123 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Divorzio – divisione delle prestazioni d’uscita dal «secondo pilastro»

Riepilogo delle condizioni alle quali il giudice può rifiutare – in tutto o in parte – la vicendevole divisione delle prestazioni d’uscita.

I CCA 26.11.2015 N. 11.2013.99 (ricorso in materia civile del 14.1.2016 dichiarato inammissibile dal Tribunale federale con sentenza 5A_29/2016 del 20.1.2016)

5. Se un coniuge o ambedue i coniugi sono affiliati a un istituto di previdenza professionale e non è sopraggiunto alcun caso d’assicurazione, ognuno di loro ha diritto alla metà della prestazione d’uscita dell’altro calcolata per la durata del matrimonio secondo le disposizioni della legge federale sul libero passaggio (art. 122 cpv. 1 CC). Dandosi crediti reciproci, si divide la differenza fra questi due crediti (art. 122 cpv. 2 CC). La regola contempla tuttavia due eccezioni (e due soltanto: DTF 135 III 155 consid. 6.1 con rimandi).

a) Il giudice può rifiutare in tutto o in parte la divisione delle prestazioni d’uscita, in primo luogo, ove tale divisione «appaia manifestamente iniqua dal profilo della liquidazione del regime dei beni o della situazione economica dei coniugi dopo il divorzio» (art. 123 cpv. 2 CC). La deroga va applicata restrittivamente, il principio del riparto a metà non dovendo essere vanificato (DTF 136 III 453 consid. 4.4.1). Per rifiutare la divisione – in tutto o in parte – non basta dunque che tale divisione appaia «manifestamente iniqua»; essa deve apparire manifestamente iniqua «dal profilo della liquidazione del regime dei beni o della situazione economica dei coniugi dopo il divorzio». Tale potrebbe essere – ad esempio – il caso di una moglie che con il reddito della propria attività professionale ha finanziato gli studi del marito, dando a quest’ultimo la possibilità di costituirsi, per l’avvenire, una previdenza migliore della sua (FF 1996 I 114 in fondo; DTF 136 III 453 consid. 4.4.2). Non giustificano un rifiuto della divisione, per contro, circostanze o motivi che hanno portato al divorzio né l’eventuale comportamento contrario ai doveri del matrimonio tenuto da un coniuge (DTF 133 III 501 consid. 4.4 in principio).

b) Il giudice può rifiutare in tutto o in parte la vicendevole divisione delle prestazioni d’uscita, in secondo luogo, per manifesto abuso di diritto (art. 2 cpv. 2 CC; DTF 133 III 505 consid. 4.7). Simile ipotesi va ravvisata tuttavia con grande cautela (DTF 135 III 155 consid. 6.1 con rimandi di dottrina e giurisprudenza). Un manifesto abuso è dato soltanto in casi flagranti, per esempio ove il matrimonio sia di mera compiacenza oppure un coniuge non abbia mai inteso vivere in comunione domestica con l’altro (in spregio dell’art. 159 CC) o abbia perpetrato nei confronti dell’altro un grave reato, cagionando gravi lesioni personali (art. 125 cpv. 3 n. 3 CC per analogia). L’evenienza di un manifesto abuso fondato sulla commissione di un reato grave è accreditata finora dalla sola dottrina (v. DTF 133 III 501 consid. 4.4 con gli autori citati), la quale si ispira alle finalità dell’art. 477 n. 1 CC in materia di diseredazione e dell’art. 249 n. 1 CO in materia di ripetizione di beni donati. Un comportamento contrario ai doveri del matrimonio non basta invece per connotare un manifesto abuso di diritto idoneo a giustificare il rifiuto di suddividere – in tutto o in parte – le prestazioni d’uscita (DTF 133 III 506 in fondo).

6c Art. 125 cpv. 1 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Divorzio – contributo alimentare per il coniuge – fabbisogno minimo di un coniuge dopo il divorzio – spese mediche e farmaceutiche

Dopo il divorzio ogni coniuge ha diritto di mantenere – per quanto possibile – il tenore di vita raggiunto durante la comunione domestica, a meno che il divorzio sia pronunciato dopo una separazione di almeno dieci anni, nel qual caso fa stato il tenore di vita sostenuto durante la separazione. Il livello di vita raggiunto durante la comunione domestica è quello più recente tenuto dai coniugi, al quale si aggiungono le spese supplementari causate dall’esistenza di due economie domestiche separate (richiamo della giurisprudenza: consid. 7b).
In linea di principio i costi di cure mediche dovute a trattamenti ordinari (necessari, in corso o imminenti) non coperti dalla cassa malati vanno inseriti nel fabbisogno minimo, se dimostrati. Ciò vale anche per le spese farmaceutiche indispensabili non rimborsate dalla cassa malati o non coperte dalla franchigia annua e che rimangono a carico del paziente.

I CCA 15.3.2016 N. 11.2014.22

7. b) Il marito ribadisce che la moglie non può pretendere un contributo alimentare più alto di fr. 3636.– mensili, come quello definito a protezione dell’unione coniugale. Dimentica nondimeno che determinante è il più recente livello di vita sostenuto dai coniugi durante la comunione domestica, cui si aggiungono le spese supplementari causate dalla doppia economia domestica (DTF 135 III 160 consid. 4.3; sentenza del Tribunale federale 5A_332/2011 del 10 aprile 2012, consid. 3.1; analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2013.53 del 9 dicembre 2015, consid. 12b). Il fabbisogno minimo esposto nella procedura a tutela dell’unione coniugale davanti al tribunale sangallese corrispondeva già, invece, a quello dopo la separazione.
[…]

10. b) […] Ciò posto, in linea di principio i costi di cure mediche dovute a trattamenti ordinari (necessari, in corso o imminenti) non coperti dalla cassa malati vanno inseriti nel fabbisogno minimo, se dimostrati (DTF 129 III 242 consid. 4.2; sentenze del Tribunale federale 5A_991/2014 del 27 maggio 2015, consid. 2.1; 5A_914/2010 del 10 marzo 2011, consid. 5.2.1; 5A_664/2007 del 23 aprile 2008, consid. 2.2.1; 5P.233/2005 del 23 novembre 2005, consid. 3.4.3; 5C.282/2002 del 27 marzo 2003, consid. 4.3; 5C.296/2001 del 12 marzo 2002, consid. 2c/cc; 5C.157/2000 dell’11 agosto 2000, consid. 3b). Nel fabbisogno minimo vanno riconosciute altresì le spese farmaceutiche indispensabili non rimborsate dalla cassa malati o non coperte dalla franchigia annua e che rimangono a carico del paziente. Eventuali costi di automedicazione (come farmaci antidolorifici correnti o pomate cicatrizzanti) sono considerati invece spese per la salute già incluse nel minimo esistenziale del diritto esecutivo (DTF 129 III 242 consid. 4.2; sentenza del Tribunale federale 5A_664/2007 del 23 aprile 2008, consid. 2.2.1). Nel solco di tale giurisprudenza questa Camera include nel fabbisogno minimo di un coniuge le spese mediche che eccedono la franchigia della cassa malati e la partecipazione effettiva del paziente ai costi delle cure per trattamenti indispensabili, purché ricorrenti (RtiD II-2004 pag. 589 consid. 8c; I-2005 pag. 747 consid. 6e; I CCA, sentenze inc. 11.2011.128 del 16 aprile 2014, consid. 7c; inc. 11.2011.191 del 16 dicembre 2013, consid. 16a; inc. 11.2009.179 del 17 luglio 2013, consid. 3c; inc. 11.2011.58 dell’8 febbraio 2013, consid. 5c).

7c Art. 256c cpv. 1 e 3, 256 cpv. 1 n. 1 CC

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Contestazione di paternità – azione di disconoscimento tardiva

Riepilogo delle condizioni che disciplinano l’ammissibilità di un’azione di disconoscimento di paternità promossa dal marito dopo la scadenza dei termini di perenzione.

I CCA 28.7.2015 N. 11.2013.40 (ricorso in materia civile dell’11.9.2015 respinto in quanto ammissibile dal Tribunale federale con sentenza 5A_696/2015 dell’11.5.2016)

3. Il marito è presunto padre di un figlio nato durante il matrimonio (art. 255 cpv. 1 CC). Se intende contestare tale presunzione egli deve promuovere causa contro la madre e il figlio (art. 256 cpv. 1 n. 1 e cpv. 2 CC), che formano un litisconsorzio necessario (DTF 138 III 737). Il diritto all’azione si estingue entro un anno dacché il presunto padre ha avuto notizia della nascita e dell’esclusa sua paternità o del concubito di un terzo con la madre al tempo del concepimento, ma in ogni caso entro cinque anni dalla nascita (art. 256c cpv. 1 CC). Si tratta di termini perentori, che non possono essere interrotti né sospesi (DTF 132 III 2 consid. 2). Dopo la loro scadenza una contestazione della paternità rimane possibile solo se il ritardo ad agire è scusato «da gravi motivi» (art. 256c cpv. 3 CC). Ciò mira a proteggere gli interessi del figlio (DTF 132 III 4 consid. 2.2 con rinvio a Hegnauer in: Berner Kommentar, edizione 1984, n. 9 segg. ad art. 256c CC).

«Gravi motivi» possono essere fatti valere senza limiti di tempo, per il che vanno interpretati restrittivamente (DTF 136 III 595 consid. 6.1.1 con riferimenti). Meri sospetti e dicerie non bastano per configurare un «grave motivo», ma il presunto padre non può accomodarsi del dubbio. Se le circostanze gli permettono di informarsi sui fatti pertinenti, deve cerziorasi (DTF 119 II 112 in alto). Prima di intentare causa, ad ogni modo, egli deve avere acquisito sufficiente certezza dell’esclusa sua paternità, ad esempio per essere venuto a sapere che la madre ha abitato con un terzo durante il periodo del concepimento o per avergli la madre stessa rivelato che il figlio è verosimilmente di un altro (Burgat/ Guillod, Les actions tendant à la destruction du lien de filiation, spécialement l’action en désaveu de paternité, in: Bohnet [curatore], Quelques actions en annulation, Neuchâtel 2007, pag. 35, n. 110 con riferimento a DTF 132 III 5 consid. 3.1 e 3.2; v. anche sentenza del Tribunale federale 5A_240/2011 del 6 luglio 2011 consid. 5.1 e 6.2.1). Sta di fatto che la scoperta di un «grave motivo» non concede al presunto padre termini supplementari entro cui procedere (DTF 132 III 5 consid. 3.2). Gli impone di agire con sollecitudine, di regola entro un mese, salvo eccezioni come in caso di malattia o di assenza per vacanze (DTF 136 III 595 consid. 6.1.1 con riferimenti). E quanto più tempo è trascorso dalla nascita del figlio, tanto più celere dev’essere la reazione (sentenza del Tribunale federale 5A_298/2009 del 31 agosto 2009, consid. 4.2).

8c Art. 301 cpv. 1 e 1bis n. 1 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Autorità parentale congiunta – cura del figlio e affari non quotidiani o urgenti

I genitori detentori dell’autorità parentale congiunta prendono assieme le decisioni che esulano dagli affari quotidiani o urgenti e, in caso di disaccordo tra i genitori, decide l’Autorità di protezione, a meno che il Pretore sia già competente per altre questioni relative alle relazioni personali.
Per giudicare se si tratti di una questione di ordine quotidiano o urgente, che può essere decisa autonomamente dal genitore che ha la cura del figlio, si applica un criterio oggettivo.
Da un profilo oggettivo, non si è in presenza di affari quotidiani o urgenti quando la decisione è atta a incidere profondamente sulla vita del minore, come è il caso per un viaggio di vacanza in una zona a rischio, sconsigliata dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).

CDP 18.3.2016 N. 9.2015.178

9c Art. 304 segg., 318, 443, 450 CC; 33 LPMA

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Misure di protezione del minore – avviso di pericolo – legittimazione al reclamo – capacità processuale del minore – nomina di curatore di rappresentanza – conflitto di interessi tra il genitore rappresentante e il minore

Il legale che vanta crediti nei confronti di un minore non è legittimato a chiedere misure di protezione ai sensi dell’art. 33 LPMA. Non è quindi parte nel procedimento davanti all’autorità di protezione, nemmeno se segnala una situazione di pericolo ai sensi dell’art. 443 CC.
Il genitore detentore dell’autorità parentale rappresenta il figlio minore e ne amministra i beni. In tale veste può concludere contratti e condurre procedimenti giudiziari, anche in proprio nome. L’autorità di protezione deve designare un curatore di rappresentanza al minore in presenza di conflitti di interesse, anche astratti, tra il genitore e il figlio minore.
Nella fattispecie non vi è un conflitto di interessi nella causa creditoria tra il legale e il minore, anche se il genitore aveva beneficiato di consulenze legali per questioni personali estranee al minore.
Il minore è erede in una successione complessa, con risvolti internazionali e che comprende svariati veicoli societari esteri. Il genitore suo rappresentante legale, pur non essendo erede, è beneficiario con il minore e terzi di un veicolo societario estero ed ha ricevuto dal defunto donazioni. Non si può quindi escludere un potenziale conflitto di interessi nell’ambito di tale successione e l’autorità di protezione deve esaminare in modo approfondito se non occorra designare al minore un curatore di rappresentanza.

CDP 7.4.2016 N. 9.2015.197

A. Dalla relazione tra B. ed A. è nata il … 2011 X., che il padre aveva riconosciuto il 23 agosto 2011. B., detentrice dell’autorità parentale sulla minore, ha inviato il 27 ottobre 2011 all’allora competente Commissione tutoria regionale (in seguito CTR) il formulario per l’inventario della sostanza della minore, indicando che quest’ultima non aveva reddito né sostanza. A., cittadino svizzero e … residente a …, coniugato con la cittadina W., è morto in un incidente il … 2011, senza lasciare testamento. Sue eredi legali sono la vedova e la figlia X.

B. Con istanza 5 dicembre 2011 S., si è rivolta alla CTR per ottenere la nomina di un curatore alla successione di A. ai sensi dell’art. 393 cifra 3 CC, al fine di aprire una cassetta di sicurezza intestata al defunto, dove si trovavano documenti indispensabili per perfezionare un’operazione commerciale urgente. La CTR ha nominato il 20 dicembre 2011 un curatore amministrativo alla successione fu A. ai sensi degli art. 393 cifra 3 e 418 CC, nella persona dell’avv. Y., al quale è stato dato l’incarico di presenziare con gli eredi e/o i loro rappresentanti all’apertura della cassetta di sicurezza n. xxx presso …, intestata ad A. Con decisione 22 dicembre 2011 la CTR ha completato la decisione di nomina del curatore, definendo con precisione le modalità di apertura della cassetta di sicurezza, segnatamente indicano di nomi delle persone che sarebbero state presenti. Il curatore avv. Y. ha presentato il 30 marzo 2012 il proprio rapporto finale, corredato dal suo brevetto notarile n. xxx del 23 dicembre 2011. La CTR ha revocato la curatela amministrativa ad hoc con decisione 24 aprile 2012, ha dato scarico al curatore e ne ha approvato la mercede.

C. Con istanza di misure a protezione del minore di data 18 settembre 2015 lo studio legale L. ha chiesto all’Autorità regionale di protezione (in seguito ARP) di istituire una misura di protezione ai sensi degli art. 306 e 315 CC in favore della minore X., per vigilare sull’esecuzione del mandato, riferendosi alle procedure giudiziarie in corso tra L. e la ex cliente minore. L’istante ha esposto di aver svolto importanti prestazioni legali in favore di X. dal 24 novembre 2011 al 5 settembre 2013, su mandato ricevuto dalla madre di questa, e di essere ora parte in diverse procedure giudiziarie avviate dopo la revoca del mandato. Nel corso di tali procedure, prosegue l’istante, il nuovo patrocinatore della minore ha evidenziato l’esistenza di un conflitto di interessi tra madre e figlia, ciò che impone l’adozione di misure di protezione in favore della minore per condurre la procedura giudiziaria. Il 29 settembre 2015 l’avv. Z., patrocinatore di X. nella causa giudiziaria OR.2015.95 pendente dal 7 maggio 2015 presso la Pretura, ha comunicato all’ARP di non ritenere necessaria la nomina di un curatore di rappresentanza. Lo studio legale L. ha sollecitato una decisione dell’ARP il 7, 14 e 16 ottobre 2015. Il 19 ottobre 2015, con risoluzione n. 880/2015, l’ARP, ha dichiarato irricevibile l’istanza 18 settembre 2015 e ha posto a carico dell’istante la tassa di giustizia di fr. 200.–. L’ARP ha ritenuto che l’istante non era legittimata a chiedere l’adozione di misure di protezione in favore della minore, non rientrando nel novero delle persone indicate dall’art. 33 LPMA.

D. Lo studio legale L. è insorto contro la predetta decisione con reclamo del 18 novembre 2015. Lo studio legale rimprovera in sostanza all’ARP di aver erroneamente applicato il diritto, per non aver disposto misure di protezione della minore dopo un circostanziato avviso ai sensi dell’art. 443 CC, dal quale risultava l’esistenza di un conflitto di interessi tra madre e figlia per la conduzione della causa giudiziaria avviata dalla minore il 7 maggio 2015 per ottenere il disconoscimento del debito relativo alle prestazioni professionali dell’istante. Il 4 dicembre 2015 la reclamante ha prodotto spontaneamente alla Camera copia della risposta alla domanda riconvenzionale nella causa OR.2015.95, mettendo a disposizione tutti i documenti menzionati nell’allegato. L’ARP ha comunicato il 2 febbraio 2016 di non presentare osservazioni al reclamo. L’avv. Z., in nome di X., ha prodotto il 19 febbraio 2016 copia della replica con risposta riconvenzionale. Il 1° marzo 2016 la reclamante ha prodotto copia dell’ordinanza emanata il 15 febbraio 2016 dal Pretore, nella citata vertenza.

E. La giudice supplente, delegata all’istruzione, ha respinto il 22 marzo 2016 le richieste di nuove prove del 4 dicembre 2015, 16 febbraio 2016 e 1° marzo 2016, disponendo l’acquisizione agli atti dell’incarto dell’allora CTR, aperto il 5 dicembre 2011 e chiuso il 24 aprile 2012.

Considerato in diritto:

1. Si pone dapprima il quesito della legittimazione a presentare reclamo della L. La decisione deve essere comunicata alle persone che partecipano al procedimento di prima istanza (art. 450 cpv. 2 n. 1; Reusser, BSK Erwachsenenschutz, Basilea 2012, ad 450b n. 10); si tratta dunque in primo luogo della persona interessata, nel caso di una persona minorenne i genitori, e a dipendenza della materia anche il curatore. In ogni caso, sono considerate parti anche tutte le altre persone che hanno di fatto (tatsächlich) partecipato al procedimento di prima istanza presso l’Autorità di protezione o alle quali è stata almeno notificata una sua decisione (Schmid, Erwachsenenschutz Kommentar, Zurigo/San Gallo 2010, ad 450 n. 20-21; Steck, BSK Erwachsenenschutz, ad 450 n. 29-30; Steck, CommFam Protection de l’adulte, ad art. 450 n. 22).

La reclamante si è rivolta il 18 settembre 2015 all’ARP per ottenere la nomina di un curatore di rappresentanza alla minore nella causa di disconoscimento di debito avviata da questa nei suoi confronti. La circostanza non è tuttavia determinante per il riconoscimento della qualità di parte. La richiesta di provvedimenti in favore di una persona che pare bisognosa d’aiuto non fonda necessariamente lo status di partecipante al procedimento (cfr. Rosch, Das neue Erwachsenenschutzrecht, Basilea 2011, ad 443 CC n. 2; Steck, Das neue Erwachsenenschutzrecht, ad 450 CC n. 10). La dottrina riconosce una legittimità ricorsuale ai sensi dell’art. 450 cpv. 2 n. 1 CC anche a chi ha, di fatto (tatsächlich), partecipato al procedimento di prima istanza presso l’Autorità di protezione. Ora, l’ARP ha notificato allo studio legale qui reclamante la decisione 19 ottobre 2015, ciò che è sufficiente a legittimarlo al reclamo.

2. Nella sua decisione del 19 ottobre 2015 l’ARP ha ritenuto irricevibile l’istanza 18 settembre 2015 dello studio legale poiché esso non rientrava nel novero delle persone elencate all’art. 33 LPMA e legittimate a chiedere interventi di misure di protezione ai sensi degli art. 306 segg. e 315 CC.

3. La reclamante, dopo aver rievocato gli estremi della controversia che la oppone alla minore per l’incasso delle prestazioni professionali, rimprovera all’ARP di non aver considerato che la sua istanza 18 settembre 2015 era un avviso ai sensi dell’art. 443 CC e che quindi non poteva dichiararla irricevibile in base a una disposizione legale cantonale senza violare il diritto federale. A maggior ragione quando l’avviso in questione conteneva circostanziate indicazioni sull’esistenza di un conflitto di interessi tra madre e figlia nella conduzione delle vertenze giudiziarie con la precedente patrocinatrice legale.

4. Un minore ha capacità di parte fin dalla nascita ma fino a che non abbia la capacità processuale il suo rappresentante legale agisce in suo nome (art. 304 CC; sentenza del Tribunale federale destinata a pubblicazione 5A_984/2014 del 3 dicembre 2015, consid. 3.2 e rif. citati). Il genitore detentore dell’autorità parentale amministra i beni del figlio minore ai sensi dell’art. 318 cpv. 1 CC e in tale ambito può condurre procedimenti giudiziari, anche in nome proprio (Meier/Stettler, Droit de la filiation, 5a ed., 2014, N. 956 pag. 633, Basler Komm. ZGB-I, 5a ed., Schwenzer/Cottier, N. 10 ad art. 318; Breitschmid, Minderjährige Erben, in successivo 2/2013 pag. 91). Il potere di amministrazione decade tuttavia ai sensi dell’art. 306 cpv. 2 CC quando esiste un conflitto di interessi tra il genitore rappresentante legale e il figlio, nel quale caso l’autorità di protezione deve nominare un curatore al minore giusta l’art. 306 cpv. 3 CC (Meier/Stettler, op. cit., N. 939 pag. 624; Breitschmid, op. cit., pag. 93). L’esistenza di un conflitto di interessi si determina in modo astratto e non concreto (Basler Kommentar, ZGB-I, Schwenzer/Cottier, N. 4 ad art. 306). Un possibile conflitto di interessi si verifica per esempio quando genitore e figlio sono entrambi membri di una comunione ereditaria ((Basler Kommentar, ZGB-I, Schwenzer/Cottier, N. 11 ad art. 318; Breitschmid, op. cit., pag. 93).

5. È indiscusso che B. ha sulla figlia X. (2011) l’autorità parentale. La curatela amministrativa decisa dall’allora CTR in favore della successione fu A. è stata revocata non appena adempiuto il compito per il quale si era resa necessaria, ossia l’apertura di una cassetta di sicurezza intestata al defunto. Lo studio legale ha informato l’ARP, competente all’epoca, di quanto intrapreso nell’interesse della cliente minore nell’ambito della successione paterna il 9 agosto 2013 (doc. E ARP), ma non risulta che l’ARP abbia preso misure di protezione della minore, in particolare che abbia nominato un curatore per la tutela dei suoi interessi.
B. ha incaricato lo studio legale reclamante di tutelare gli interessi della figlia minore nella successione paterna dal 24 novembre 2011 e nella sua veste di rappresentante legale ha firmato il 15 maggio 2013 un contratto di mandato (doc. D ARP) tra X. e lo studio legale reclamante, concordando le modalità di retribuzione per l’attività processuale ed extraprocessuale. La madre ha poi revocato il mandato l’11 settembre 2013. Dalla documentazione prodotta con l’istanza 18 settembre 2015 risulta che lo studio legale qui reclamante procede in via esecutiva nei confronti della minore per ottenere il pagamento di fr. 365 640.95 per le sue prestazioni professionali fornite nell’ambito della successione fu A. (doc. B, F, G). B. ha in seguito conferito mandato all’avv. Z. di rappresentare in giudizio la figlia nella vertenza con il precedente patrocinatore. Nella sentenza del 13 aprile 2015 inc. N. 14.2014.257 la Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello ha ritenuto valido il contratto di mandato sottoscritto il 15 maggio 2013 dalla madre in rappresentanza della minore, in quanto non esisteva un conflitto di interesse tra di loro. B. non era infatti erede di A., morto senza lasciare testamento, e non era quindi in conflitto di interessi con la figlia X., erede legale del defunto, quando ha incaricato lo studio legale qui reclamante di tutelare gli interessi della minore nella successione paterna (doc. E, consid. 6.2).

6. La reclamante non sostiene di rientrare nel novero delle persone alle quali l’art. 33 LPMA conferisce la legittimazione a chiedere misure di protezione in favore del minore. Essa è lo studio legale che ha ricevuto mandato dalla madre della minore per rappresentarla nell’ambito della successione paterna nel periodo dal 24 novembre 2011 al 5 settembre 2013. Tanto bastava all’ARP per dichiarare irricevibile l’istanza di misure di protezione in favore della minore del 18 settembre 2015. In questa sede la reclamante afferma che l’ARP avrebbe comunque dovuto esaminare d’ufficio l’istanza alla stregua di un avviso di situazione di pericolo ai sensi dell’art. 443 CC. L’osservazione è corretta, ma non le giova. Chi segnala una situazione di pericolo all’autorità di protezione, infatti, non ha la qualità di parte al procedimento e non ha pertanto diritto di essere informato sull’apertura di una procedura e sulle decisioni dell’autorità (FamKomm Erwachsenenschutz, Steck, Art. 443 N. 12-13, Art. 450 N. 23).

7. Con la propria istanza 18 settembre 2015 la reclamante chiedeva di designare alla minore un curatore di rappresentanza per la conduzione della causa di disconoscimento del debito avviata il 7 maggio 2015 (inc. OR.2015.95 della Pretura). A suo dire, infatti, la madre della minore aveva un atteggiamento di astio nei confronti del precedente studio legale, ciò che rallentava il raggiungimento di un’intesa, a pregiudizio anche della minore. In quella causa X., rappresentata da un avvocato incaricato il 2 giugno 2014 dalla propria rappresentante legale (doc. H ARP), ha sostenuto che lo studio legale precedente aveva fornito prestazioni professionali anche alla madre prima della revoca dello stesso, l’11 settembre 2013. Come rilevato dalla CEF, la madre della minore ha invero ammesso di aver beneficiato di alcune prestazioni dello studio legale, di entità trascurabile (4.25 ore a fronte delle 1167.40 ore fatturate dallo studio legale). A prima vista non si vede dunque dove risieda il conflitto di interesse tra madre e figlia nell’ambito della causa OR.2015.95. La madre della minore, infatti, potrà rifondere alla figlia, qualora fosse respinta la petizione, la modica parte di onorario a lei relativa.

8. Altra è invece la situazione per quel che concerne il conflitto di interessi tra madre e figlia nella successione di A. Il defunto era un imprenditore con interessi finanziari diversificati e proprietario economico di beni (appartamenti di lusso, imbarcazioni, opere d’arte, automobili da collezione, ecc.) in parte detenuti tramite veicoli societari in diversi Stati europei ed extraeuropei. A. era cittadino … e svizzero con residenza a …, era ancora sposato con una cittadina …, ancorché in fase di divorzio, e aveva interessi commerciali internazionali (…, ecc.). B. non è erede legale né testamentaria del defunto e a prima vista non parrebbero esservi conflitti di interessi tra madre e figlia, che invece è una delle eredi legali. Tuttavia B. è beneficiaria economica al 20% di un veicolo societario con sede nel …, la Fondazione F., unitamente alla figlia X., beneficiaria al 30%, e ad altre persone (cfr. Doc. E, lettera 9 agosto 2013). B. pare inoltre aver beneficiato di liberalità in vita di A. Tra le eredi legali (figlia e vedova del defunto) era anche controversa l’appartenenza della Fondazione F. alla successione di A. Non si può dunque escludere un conflitto di interessi, anche solo astratto (cfr. consid. 4), tra le beneficiarie della Fondazione F., B. e X., e tra l’erede legale e legittimaria e la madre che ha avuto donazioni dal defunto. Tanto basta per esaminare se non sia necessario adottare misure di protezione della minore (curatela di rappresentanza ai sensi dell’art. 306 cpv. 3 CC per la successione paterna) e/o del suo patrimonio (ai sensi dell’art. 324 CC).

9. A prescindere dall’esito del reclamo, l’ARP dovrà quindi esaminare in modo approfondito la questione e decidere al riguardo. È necessario in particolare aggiornare l’inventario dei beni della minore, chiarire se essa non incorra rischi di natura fiscale, vista la complessità internazionale della successione paterna nella quale figurano numerosi veicoli societari esteri, e appurare che quanto sinora già ricevuto sia stato dichiarato alle competenti autorità fiscali. La reclamante non sarà evidentemente parte in tale procedimento e l’ARP non le dovrà pertanto comunicare informazioni né consentirle l’accesso agli atti e tantomeno notificarle le decisioni che emanerà, salvo che la riguardino direttamente (cfr. consid. 6).

10. In conclusione, quindi, il reclamo deve essere respinto e la decisione impugnata confermata. Tasse e spese di giustizia seguono la soccombenza e sono quindi poste a carico della reclamante.

10c Art. 405 cpv. 2, 425 CC; 266i CO

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Inserimento nell’inventario e nei rendiconti del curatelato di crediti contestati

Il fatto che un credito sia contestato – nella specie trattasi di mensilità di pigione già anticipate dal curatelato (nel frattempo defunto) e non ancora trascorse – non esime il curatore dal farne menzione nell’inventario e nelle rendicontazioni successive, considerato per altro che la contestazione del credito o la sua messa in esecuzione possono far parte delle attribuzioni del curatore medesimo. Ciò benché tale menzione implichi un aumento degli attivi e possa dunque comportare, per gli eredi, un aumento delle imposte successorie dovute.
Le conseguenze fiscali di tale credito vanno semmai discusse dagli eredi con le autorità fiscali.

CDP 14.12.2015 N. 9.2014.216

A. Con decisione del 29 maggio 2013 (ris. n. 230/2013) l’Autorità regionale di protezione (in seguito Autorità di protezione) ha istituito in favore di X. una curatela di rappresentanza con gestione patrimoniale (art. 394 in relazione con l’art. 395 CC). Quale curatore è stato nominato il signor C.

B. X. è deceduta a Z. in data … 2014.

C. Con tre decisioni separate, datate 15 settembre 2014, l’Autorità di protezione ha approvato l’inventario iniziale della curatela (ris. n. 116/14), approvato il rendiconto finanziario 2013 (1.5-31.12.2013, ris. n. 412/14), approvato il rendiconto finanziario 2014 (1.1-13.3.2014) e chiuso la curatela a seguito del decesso dell’interessata (ris. n. 413/14).

D. Con reclamo del 14 ottobre 2014 Y. – sorella ed erede della curatelata – è insorta contro le tre suddette risoluzioni. L’insorgente critica le «modalità di assunzione, di verifica e di controllo del movimento finanziario che fin dall’origine comportava un patrimonio complessivo di oltre mezzo milione di CHF» (reclamo, pag. 1). Ella contesta il fatto che il patrimonio della defunta attestato nei rendiconti comprenda degli attivi che sono in realtà inesistenti e derivano da operazioni dubbie operate dal signor S., proprietario di un appartamento affittato da X. pochi giorni prima dell’istituzione della misura di protezione. La reclamante afferma che quanto operato da S. è attualmente al vaglio degli inquirenti in quanto si dubita che questi abbia «superato il livello della legalità» (reclamo, pag. 2). L’insorgente ritiene che, visto quanto sopra, la rendicontazione finanziaria sia ben lungi dal poter essere considerata conclusa, e che sino alla fine delle indagini non sia possibile «tirar delle definitive conclusioni per una formale richiesta finale» (reclamo, pag. 2). Postula pertanto che la decisione sul reclamo venga tenuta in sospeso per qualche tempo.
[…]

Considerato in diritto:

[…] 2. Nella motivazione della decisione di approvazione dell’inventario del 1° maggio 2013 (ris. n. 116/14), l’Autorità di protezione ha riferito che il medesimo riportava attivi per l’ammontare di fr. 520 151.97 e passivi per fr. 1144.–, ovvero una sostanza netta di fr. 519 007.97.
L’inventario contemplava, fra gli attivi – e meglio, alla voce «beni mobili diversi (crediti, oggetti di valore, ecc.)», l’indicazione di fr. 170 000.– quale anticipo di 7 anni di affitto e per il tinteggio dell’ente locato, oltre a fr. 45 000.– per il mobilio del medesimo. Entrambe le somme (complessivamente, fr. 215 000.–) erano state corrisposte a S.; nelle osservazioni all’inventario, si rilevava come tali importi fossero documentati dal contratto di locazione e da annotazioni della curatelata medesima.

Il rendiconto finanziario concernente il periodo 1° maggio – 31 dicembre 2013, contemplava l’importo di fr. 154 000.– per «affitto anticipato …» e fr. 45 000.– per «mobilio».

Il rendiconto finanziario concernente il periodo 1° gennaio – 13 marzo 2014, contemplava l’importo di fr. 148 000.– per «affitto anticipato …» e ancora fr. 45 000.– per «mobilio».

Entrambi sono stati approvati dall’Autorità di protezione (ris. n. 412/14 e 413/14).

3. Nel suo reclamo, Y. critica l’operato del curatore e dell’Autorità di protezione. Mette in dubbio che il contratto di locazione sia stato sottoscritto dalla sorella con la debita consapevolezza. Sottolinea come sia inabituale un pagamento dei canoni di locazione anticipato per tutta la durata del contratto (ovvero 7 anni). La reclamante riferisce che da documenti ricevuti dagli inquirenti, «ai piedi delle ricevute» dei versamenti bancari operati dalla sorella per versare anticipatamente i canoni di locazioni a S., «risultano delle annotazioni manoscritte» dalle quali si evince che quest’ultimo avrebbe restituito alla curatelata l’importo di fr. 113 000.– (reclamo, pag. 2). Secondo la reclamante, è grave che di queste presunte restituzioni di averi il curatore non abbia mai fatto accenno, e che non siano comparse nei rapporti contabili (reclamo, pag. 2). Ritiene «troppo facile e molto superficiale» registrare nel patrimonio della curatelata «fr. 170 000.– per un credito (verso chi?) ed un ulteriore attivo di fr. 45 000.– per ‹mobilio› pagato ‹a S.›!» (reclamo, pag. 2). Tale situazione «non solo ha disciolto un patrimonio di oltre 200 000.– franchi, ma provoca un ulteriore onere all’erede per oltre 20 000.– franchi di imposte di successione a carico della sorella per questi attivi tutt’altro che reali» (reclamo, pag. 2).

La reclamante non ritiene corretto che venga registrato «nel bilancio iniziale, in quello intermedio e in quello finale» un credito di fr. 150 000.– «senza che all’insorgere del credito e alla chiusura della curatela ne sia stata appurata l’effettiva esistenza rispettivamente la solvibilità del creditore» (replica, pag. 1). Secondo l’insorgente, «mettere all’attivo di un bilancio un credito di cui non si è appurata la minima possibilità di riscossione è abbastanza grave», né appare corretto «rimetterlo a bilancio finale tra gli attivi imponibili nella successione senza alcun accertamento» (replica, pag. 1). L’attesa dell’esito delle indagini in sede penale è dunque necessaria «nel tentativo di chiarire con il presunto debitore la consistenza attuale e la solvibilità del credito» (replica, pag. 2).

4. Ai sensi dell’art. 405 cpv. 2 CC, quando la curatela comprende l’amministrazione dei beni, il curatore (in collaborazione con l’autorità di protezione degli adulti) compila senza indugio l’inventario dei beni da amministrare.
Durante lo svolgimento del mandato, giusta l’art. 410 cpv. 1 CC il curatore tiene la contabilità e la presenta per approvazione all’autorità di protezione degli adulti alle scadenze da essa fissate, ma almeno ogni due anni. Inoltre, ogniqualvolta sia necessario, ma almeno ogni due anni, il curatore rimette all’autorità di protezione degli adulti un rapporto sulla situazione dell’interessato e sull’esercizio della curatela (art. 411 cpv. 1 CC).
Giusta l’art. 425 CC, alla fine del suo ufficio il curatore rimette all’autorità di protezione degli adulti un rapporto finale e, se del caso, consegna il conto finale (cpv. 1). L’autorità di protezione degli adulti esamina e approva il rapporto e il conto finali come fa con i rapporti e i conti periodici (cpv. 2). Essa notifica il rapporto e il conto finali all’interessato o ai suoi eredi e, se del caso, al nuovo curatore, facendo loro presenti le disposizioni sulla responsabilità (cpv. 3); comunica loro altresì se ha dimesso il curatore o rifiutato l’approvazione del rapporto o del conto finali (cpv. 4).

5. Occorre premettere che nella fattispecie non è litigioso che la sottoscrizione del contratto di affitto tra X. e S. sia avvenuta il 22 aprile 2013, prima dell’istituzione della misura di protezione (decretata con decisione del 29 maggio 2013). La questione di sapere «con quale consapevolezza» (reclamo, pag. 1) X. abbia sottoscritto il suddetto contratto di locazione esula dal tema del presente reclamo, fermo restando che, sulla scorta degli atti dell’incarto, la capacità della curatelata di autodeterminarsi non è mai stata messa in dubbio dai medici che si sono pronunciati.
Nemmeno è contestato il fatto che X. abbia consegnato a S. un importo di oltre fr. 200 000.– prima dell’istituzione della misura di protezione. Secondo quanto ricostruito dal curatore, tale importo comprendeva ca. fr. 170 000.– a titolo di pigioni anticipate per l’intera durata contrattuale di 7 anni, compreso il tinteggio dell’appartamento, e fr. 45 000.– per l’acquisto del mobilio. Esula quindi dal tema del reclamo anche il fatto che vi sia stata una «strana, incredibile situazione» che ha «disciolto un patrimonio di oltre fr. 200 000.–» (reclamo, pag. 2).

6. La reclamante contesta il fatto che nei rapporti contabili non si sia fatto cenno alcuno alla presunta restituzione effettuata da S. di una parte di tali importi. In calce alle ricevute bancarie attestanti i versamenti precedentemente effettuati dalla curatelata a S. (versamento del 22 aprile 2013 di fr. 24 000.–; due versamenti del 30 aprile 2013 ciascuno di fr. 45 000.–), S. avrebbe apposto delle annotazioni manoscritte, controfirmate da X., da cui si evince che il 22 aprile 2013 le sarebbero stati restituiti fr. 1000.– e il 27 maggio 2013 le sarebbero stati restituiti fr. 90 000.– (cfr. documentazione annessa al reclamo).
Va tuttavia osservato che anche tali restituzioni sarebbero avvenute prima dell’adozione della misura di protezione, che dai conti bancari intestati a X. non risultano entrate di tale entità e che la stessa curatelata, sentita in udienza il 29 maggio 2013, ha smentito di aver mai ricevuto degli importi di denaro di ritorno da S. («La signora X. riferisce che un paio di giorni fa il signor S. le avrebbe fatto firmare un documento dove risulta che avrebbe restituito circa fr. 100 000.–, ma in realtà non ha ricevuto nulla», verbale pag. 1). Tale documentazione è peraltro stata prodotta alle autorità penali e non era nota né all’Autorità di protezione né al curatore. Tutto ben considerato, non può dunque essere criticata la mancata indicazione di tali presunte restituzioni nelle rendicontazioni del curatore approvate dall’Autorità di protezione.

7. In replica, l’insorgente si limita a criticare l’inserimento, fra gli attivi patrimoniali dell’inventario, di un credito di fr. 170 000.– nei confronti di S. (ridotto in seguito a fr. 154 000.– al 31 dicembre 2013 e a fr. 148 000.– al 13 marzo 2014) corrispondente alle pigioni versate in anticipo. Ella non contesta la determinazione dell’importo e la sua progressiva riduzione nel tempo, bensì il fatto che né all’insorgere del credito né alla chiusura della curatela ne sia stata appurata l’effettiva esistenza, rispettivamente la solvibilità del creditore.

Come già accennato, nel reclamo non è contestata né la sottoscrizione del contratto di locazione con S. per la durata di 7 anni, né il fatto che X. abbia corrisposto anticipatamente la pigione per tutta la durata contrattuale.

Occorre ricordare in proposito che in caso di morte del conduttore, ai sensi dell’art. 266i CO i suoi eredi possono dare disdetta, osservando il termine legale di preavviso, per la prossima scadenza legale di disdetta. Il decesso del conduttore non estingue dunque il contratto di locazione, ma fa nascere un motivo di disdetta straordinaria a beneficio degli eredi (v. ad es. STF dell’11 febbraio 2014, inc. 4A_397/2013, consid. 3.3). Ciò vale anche per i contratti di locazione di durata determinata (ZH Kommentar, Higi, ad art. 266i CO n. 3; SVIT, Schweizerisches Mietrecht, Kommentar, 2a ed. 1998, ad art. 266i CO n. 4; Permann, Mietrecht Kommentar, 2a ed. 2007, ad art. 266i CO n. 1). Nel caso concreto non è noto se la reclamante abbia fatto uso di tale possibilità di disdetta. Nell’affermativa, disporrebbe di un credito concernente le mensilità di pigione non ancora trascorse, mentre qualora non volesse disdire il contratto, subentrerebbe alla sorella e potrebbe beneficiare dell’ente locato sino alla fine dei sette anni pattuiti (e già pagati), ovvero fino al 2020.

La scelta di menzionare il suddetto credito non può dunque essere censurata. Il fatto che esso sia controverso non esime il curatore dal farne menzione nei suoi rendiconti, considerato peraltro che la contestazione del credito o la sua messa in esecuzione possono far parte delle attribuzioni del curatore medesimo (cfr. Affolter, Personen- und Familienrecht inkl. Kindes- und Erwachsenenschutzrecht, Handkommentar zum Schweizer Privatrecht, 2a ed. 2012, ad art. 405 CC n. 14), come in concreto: la decisione di nomina di C. prevedeva infatti espressamente il compito di «rappresentare l’interessata nell’ambito della possibile vertenza che emergerà a seguito della sottoscrizione del contratto di locazione 22 aprile 2013 con il signor S.» (decisione 29 maggio 2013, pag. 3).
Nella fattispecie, la menzione del credito nei confronti di S. concernente la locazione sia nell’inventario iniziale che nelle rendicontazioni successive non può essere oggetto di critiche, benché la stessa implichi un aumento degli attivi e dunque possa comportare, per gli eredi, un aumento delle imposte successorie dovute. Come tuttavia osservato dall’Autorità di protezione, le conseguenze fiscali generate dall’esistenza di tale credito sono da discutere con le autorità tributarie ed esulano dal tema del presente reclamo.

8. Infine, per quanto attiene al mobilio, il curatore l’ha inserito nell’inventario iniziale e nelle sue rendicontazioni successive fra gli attivi di X., attribuendogli il valore di fr. 45 000.–, ovvero l’importo corrisposto da quest’ultima a S.
Fermo restando il principio già evocato in precedenza, concernente il dovere di menzionare nei conti anche i crediti controversi (cfr. consid. 7), la reclamante si limita al definire «troppo facile e molto superficiale» l’indicazione di tale attivo (reclamo, pag. 2), senza tuttavia circostanziare maggiormente la sua censura (passata sotto completo silenzio in sede di replica) e le sue richieste di giudizio. Al riguardo l’impugnativa si appalesa pertanto irricevibile in quanto non sufficientemente motivata.

9. In conclusione, il reclamo deve essere respinto nella misura della sua ricevibilità. Gli oneri processuali seguono la soccombenza e vanno dunque messi a carico della reclamante. Non si assegnano ripetibili.

35c Art. 80 cpv. 1 LEF; 3 cpv. 1, 5 cpv. 2 LAFam

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Rigetto dell’opposizione definitivo – decisione che stabilisce gli obblighi di un coniuge pendente la procedura di divorzio

Una decisione che pone a carico del marito le spese di gestione ordinaria dell’abitazione coniugale, le spese straordinarie di manutenzione, i premi d’assicurazione, gli interessi ipotecari e gli ammortamenti non costituisce un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione da lui interposta contro l’esecuzione promossa dalla moglie per ottenere il rimborso di quelle spese pagate direttamente da lei (consid. 6.2).
Il fatto che dal compimento dei 16 anni l’assegno di formazione ammonta per legge ad almeno fr. 250.– mensili non consente di rigettare l’opposizione interposta dal genitore escusso che non l’ha riversato a quello affidatario, ove quest’ultimo non abbia allegato all’istanza una decisione che obbliga l’escusso a riversargli gli assegni familiari (consid. 7).

CEF 6.4.2016 N. 14.2015.242

6.2. Nella fattispecie, con il decreto del 2 giugno 2008 il Segretario assessore ha posto interamente a carico del marito le «spese di gestione ordinaria dell’abitazione coniugale, come pure le spese straordinarie di manutenzione, le polizze assicurative, gli interessi ipotecari e gli ammortamenti» (doc. D, dispositivo n. 7). L’obbligo in questione è generico: il decreto non indica le somme da versare né stabilisce che le stesse siano da corrispondere alla moglie. Men che meno il marito viene condannato a indennizzare la moglie per le spese per avventura da lei assunte. Il decreto non rinvia a documenti – in particolare alle fatture prodotte dalla moglie – che consentano di specificare e di quantificare il debito del marito. La decisione ha del resto carattere accertativo e non condannatorio, ciò che esclude già di per sé di poterla considerare come un titolo di rigetto definitivo (v. Staehelin, in: Basler Kommentar, SchKG I, 2a ed. 2010, n. 6 e 38 ad art. 80; Vock in: SchKG, Kurzkommentar, 2a ed. 2014, n. 3 e 18 ad art. 80 LEF; sentenze della CEF 14.2013.40 del 3 giugno 2013 consid. 3, e 14.2015.124 del 4 dicembre 2015 consid. 5).