RTiD I 2017

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Regesti a cura dei giudici della Camera

10 Art. 66 Laf; 40 cpv. 2 Reg. Laf; 6 cpv. 2 Laps

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Diniego del diritto ad assegni integrativi – computo di alimenti ipotetici – esclusione dell’irrecuperabilità delle pretese di mantenimento

Nel calcolo dell’assegno integrativo a ragione sono stati computati alimenti ipotetici, in quanto l’assicurata non ha dichiarato le generalità del padre di sua figlia rinunciando così a introdurre l’azione di accertamento della paternità senza validi motivi.         
In primo luogo, l’assicurata non ha minimamente fatto valere una qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica sua e/o della figlia, né d’altra parte una qualsiasi situazione che potrebbe condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare

Diniego del diritto ad assegni integrativi – computo di alimenti ipotetici – esclusione dell’irrecuperabilità delle pretese di mantenimento
Nel calcolo dell’assegno integrativo a ragione sono stati computati alimenti ipotetici, in quanto l’assicurata non ha dichiarato le generalità del padre di sua figlia rinunciando così a introdurre l’azione di accertamento della paternità senza validi motivi.
In primo luogo, l’assicurata non ha minimamente fatto valere una qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica sua e/o della figlia, né d’altra parte una qualsiasi situazione che potrebbe condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare.
In secondo luogo, nemmeno possono entrare in considerazione, nel caso di specie, altre situazioni di una certa gravità, visto che la ricorrente ha sempre e soltanto asserito di non voler dichiarare le generalità del padre biologico di sua figlia alla luce della sua reazione alquanto negativa allorché ha saputo della gravidanza.
In concreto è, del resto, escluso che le pretese di mantenimento nei confronti del padre biologico possano essere considerate irrecuperabili. Non essendo noto il nome del padre biologico della bambina per volontà dell’insorgente, nemmeno ci si può chinare, infatti, sulla questione di un’eventuale irrecuperabilità degli alimenti.
TCA 29.9.2016 N. 39.2016.5
2.3.  […] L’art. 66 della Legge sugli assegni di famiglia corrisponde, nella sostanza, a quanto già previsto nella precedente legge agli art. 30d per l’assegno integrativo e 37d per l’assegno di prima infanzia (cfr. Consiglio di Stato, Messaggio n. 6078 del 27 maggio 2008 sulla Nuova legge sugli assegni di famiglia, pag. 58).
Queste ultime disposizioni erano state introdotte in occasione della prima revisione della LAF, entrata in vigore, per quel che concerne gli assegni integrativi e di prima infanzia, il 1° febbraio 2003.
Nel Messaggio n. 5189 del 18 dicembre 2001 sulla Prima revisione della legge sugli assegni di famiglia, il Consiglio di Stato si era così espresso:
«Dal punto di vista della politica sociale, il computo di una pensione alimentare ipotetica per il figlio è comunque giustificato.
È infatti ai genitori che deve competere, in prima linea, il mantenimento del figlio che essi hanno generato; lo Stato dovrebbe poter intervenire soltanto se, nonostante i genitori adempiano i loro doveri, vi è ancora un deficit di reddito.
Se quindi, la madre decide senza validi motivi – quindi senza assumersi le sue responsabilità di genitore – di sottacere il nominativo del padre, questo Consiglio di Stato reputa giustificato che lo Stato possa procedere al computo di una pensione alimentare ipotetica per il figlio. D’altronde non va disatteso che l’assegno familiare è una prestazione sociale in denaro, a sostegno degli oneri del figlio (AFI) e della famiglia intera (API) e che la legge considera genitore anche quello biologico.
La pensione alimentare ipotetica per il figlio dovrà essere computata soltanto a condizione che alla stessa la madre e/o il figlio abbiano ‹rinunciato› senza validi motivi. Con questo termine si intende, in particolare, qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità sia fisica che psichica della madre e/o del figlio, oppure ancora che potrebbe condizionare l’equilibrio di un’altra famiglia, gli esempi esposti non sono certo esaustivi: la Cassa cantonale per gli assegni familiari dovrà quindi esaminare ogni singolo caso e prendere una decisione ad hoc.
Considerato che in queste fattispecie, di regola, il nominativo del padre biologico non è conosciuto e non è, quindi, possibile esperire accertamenti per stabilirne la situazione economica, l’importo della pensione alimentare dovrà in ogni caso essere determinato in base a parametri standardizzati e corrisponderà al limite di reddito applicabile al primo figlio conformemente alla LAF.» (pag. 82-83).
Per completezza giova rilevare che con il Messaggio n. 7184 del 20 aprile 2016 relativo al pacchetto di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali il Consiglio di Stato ha proposto di adeguare l’art. 66 cpv. 1 Laf, nel senso d’introdurre come situazione che consente di computare nel calcolo dell’assegno una pensione alimentare ipotetica per il figlio, oltre alla rinuncia dell’introduzione dell’azione di accertamento della paternità senza giustificati motivi, pure la rinuncia a stipulare un contratto di mantenimento presso la competente Autorità regionale di protezione od il competente Giudice civile (cfr. pag. 27; 65).
Tale proposta è stata motivata come segue:
«(…)
Ciò allo scopo: 
• di chiarire, in termini generali, da un lato, che l’intervento sussidiario del Cantone rispetto agli obblighi di mantenimento dei genitori va salvaguardato non solo tramite l’accertamento di paternità ma anche mediante un calcolo economico che definisca i contributi alimentari sulla scorta delle reali capacità finanziarie del genitore tenuto al mantenimento; 
• dall’altro, in considerazione del nuovo art. 298a del Codice civile svizzero, in particolare il cpv. 2 cfr. 2 di detta normativa, di evitare che i genitori possano semplicemente accordarsi sul contributo alimentare senza alcuna valutazione dell’Autorità regionale di protezione quanto alla loro reale capacità finanziaria, a scapito dello Stato. (…)» (Messaggio n. 7184 pag. 27).
Il nuovo art. 66 Laf è stato approvato dal Gran Consiglio il 20 settembre 2016.
L’entrata in vigore dipenderà dall’eventuale lancio di un referendum o meno.
2.4.  Questa Corte si è espressa, in più occasioni, in merito al computo di alimenti ipotetici.
Nella sentenza 39.1999.27 del 12 aprile 2000, il TCA ha stabilito che, il fatto che la madre non si fosse avvalsa del diritto all’azione di paternità non configurava una rinuncia, anche se solo indiretta, a dei beni e che quindi non appariva giustificato computare nel calcolo dell’assegno integrativo e di prima infanzia degli alimenti a titolo ipotetico. La mancata collaborazione nell’accertamento della filiazione paterna da parte della madre era infatti dovuta a motivi estremamente gravi. Inoltre anche se si fosse voluto conteggiare tale reddito, difficilmente il padre avrebbe versato alcunché, poiché egli non voleva saperne del bambino, faticava a mantenere gli altri figli e per di più aveva minacciato l’assicurata, prospettandole la sottrazione del figlio, nell’ipotesi in cui avesse intentato una causa. L’avvio di una procedura avrebbe perciò potuto rivelarsi particolarmente gravoso e rischioso per il bambino e la madre.
Un’altra sentenza 39.2002.89-90 del 23 luglio 2003, massimata in RtiD I-2004 n. 60 pag. 197, concerne una madre che non aveva proceduto a richiedere, quale rappresentante legale di sua figlia, un contributo alimentare al padre naturale, in quanto, da un lato, il riconoscimento da parte di quest’ultimo che si trovava all’estero non esplicava effetti in Svizzera, non essendo valido né secondo il diritto svizzero, né secondo il diritto del Paese del suo domicilio, e, dall’altro, essa stessa in Svizzera non aveva promosso l’azione di paternità.
Il TCA ha deciso che tale fatto doveva essere imputato alla figlia, titolare del diritto di pretendere contributi alimentari dal padre, quale rinuncia a determinate entrate ai sensi dell’art. 3c cpv. 1 lett. g LPC, e che non era stata dimostrata l’irrecuperabilità degli alimenti. La circostanza che il padre fosse all’estero e non potesse entrare in Svizzera era, in questa ottica, irrilevante, poiché ai fini di una procedura giudiziaria la presenza di questi non era assolutamente indispensabile. Nel calcolo dell’assegno integrativo e di prima infanzia andavano, di conseguenza, computati degli alimenti ipotetici.
In una sentenza 39.2006.4 del 4 ottobre 2006 il TCA ha deciso che esistevano validi motivi che giustificavano la mancata introduzione di un’azione di accertamento della paternità, nel caso di un’assicurata che aveva dichiarato di non essere in grado di stabilire chi fosse il padre di suo figlio, in quanto, nel periodo in cui è stato concepito il bambino, non aveva alcuna relazione stabile, bensì, a seguito di una triste esperienza precedente, degli incontri occasionali con persone di cui sapeva poco o nulla. 
In una sentenza 39.2009.12 del 25 maggio 2010, massimata in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49, il TCA ha stabilito che in quel caso a torto la Cassa aveva computato nel calcolo volto a determinare il diritto a un eventuale assegno integrativo degli alimenti ipotetici per i quattro figli di un’assicurata. In primo luogo, l’assicurata aveva rinunciato a introdurre qualsiasi azione nei confronti del padre biologico, il cui nominativo era peraltro noto all’amministrazione, per giustificati motivi. Più precisamente in quella fattispecie erano adempiute entrambe le ipotesi dell’art. 40 cpv. 2 Reg. Laf, e meglio l’inoltro di un’azione giudiziaria avrebbe potuto costituire un pericolo per l’integrità, fisica o psichica della madre e/o dei figli o avrebbe potuto condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare. In secondo luogo, il padre all’estero, essendosi reso irreperibile dopo la nascita della quarta figlia, svolgendo solo saltuariamente l’attività di pescatore quale dipendente, non avendo un domicilio noto e avendo altri sei figli – di cui quattro più piccoli dell’ultima figlia della ricorrente –, non era comunque in grado di sostenere i suoi obblighi di mantenimento. Le pretese di mantenimento sarebbero, dunque, state irrecuperabili. A titolo abbondanziale è stato rilevato che, qualora non fossero esistiti motivi atti a giustificare la non totale computabilità di importi di mantenimento ipotetici, la Cassa non avrebbe dovuto limitarsi a riferirsi all’importo standardizzato fissato dall’art. 66 cpv. 2 Laf. L’amministrazione, invece, conoscendo il nominativo del padre biologico e considerando che quando il debitore vive all’estero deve versare degli alimenti di un importo corrispondente alle sue effettive possibilità e non ai bisogni del figlio residente in Svizzera, avrebbe dovuto esperire accertamenti per stabilire la sua situazione economica e conteggiare, nel caso di specie, una somma considerevolmente ridotta.
In una sentenza 39.2009.6-11 del 18 novembre 2010 questa Corte, da una parte, ha stabilito che nella fattispecie, a ragione, l’amministrazione aveva computato degli alimenti ipotetici per i figli, in quanto nessuno dei motivi che permettono di non tenerne conto era realizzato. In particolare i rapporti tra l’assicurata e l’ex compagno, padre dei suoi figli, non erano così tesi da costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica della madre e dei figli. Il padre era altresì sposato e separato, ma non aveva altri figli, per cui non ci trovava in presenza di una situazione che avrebbe potuto condizionare negativamente l’equilibrio morale ed economico di un altro nucleo familiare. Inoltre neppure si poteva concludere che le pretese di mantenimento nei confronti del padre residente all’estero sarebbero comunque state irrecuperabili, visto che il medesimo all’estero lavorava per 6 mesi all’anno.
Dall’altra, in primo luogo, ha confermato le considerazioni esposte a titolo abbondanziale nel giudizio 39.2009.12 del 25 maggio 2010, massimata in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49, sopra riportato, e meglio che, se un debitore di alimenti vive all’estero, egli deve versare degli alimenti di un importo conforme alle sue effettive possibilità e non ai bisogni del figlio residente in Svizzera e che, essendo conosciuto il nominativo del padre biologico, era possibile determinare la situazione economica effettiva e quindi distanziarsi dall’importo standardizzato fissato all’art. 66 cpv. 2 della legge sugli assegni di famiglia.
In secondo luogo, ha quindi annullato le decisioni su reclamo impugnate e rinviato gli atti alla Cassa affinché determinasse il diritto all’assegno di prima infanzia computando un importo a titolo di alimenti di fr. 3600.– annui (fr. 150.– [alimenti dovuti dal padre per ciascun figlio] x 2 figli x 12 mesi), invece dei fr. 17 360.– considerato dall’amministrazione.
Con giudizio 39.2010.13-14 del 21 marzo 2011 il TCA ha deciso che nel calcolo degli assegni integrativi e di prima infanzia di un’assicurata, che nel periodo in cui è stata concepita sua figlia, nata nel giugno 2009, cambiava frequentemente partner, trattandosi spesso di persone che incontrava per una sola notte senza conoscerne le generalità e che aveva fornito all’allora Commissione tutoria regionale il nominativo unicamente di uno dei tanti uomini che aveva frequentato, non andavano computati alimenti ipotetici.
Questo Tribunale ha infatti ritenuto che l’assicurata, in considerazione del periodo particolare vissuto dalla medesima tra giugno e novembre 2008, della sua giovane età (21 anni al momento del concepimento) e del fatto che a suo favore nel settembre 2009 era stata istituita una curatela di amministrazione, avesse rinunciato a introdurre qualsiasi azione nei confronti del padre di sua figlia per giustificati motivi.
Infine, con sentenza 39.2011.2-3 del 16 giugno 2011 questa Corte non ha approvato l’operato della Cassa che aveva fissato l’importo degli assegni integrativi e di prima infanzia prendendo in considerazione degli alimenti ipotetici di fr. 8955.– annui e ha rinviato gli atti all’amministrazione per nuovi accertamenti. Al riguardo è stato indicato di sentire personalmente l’assicurata per appurare per quali motivi il padre, residente all’estero e che non aveva ancora riconosciuto la figlia a causa degli elevati costi di tale pratica, «non può permettersi, economicamente, di passare nessun alimento per sua figlia» ed, eventualmente, per quale motivo il credito era irrecuperabile.
Qualora fosse emerso che non erano dati gli estremi per rinunciare a computare degli alimenti ipotetici, la Cassa avrebbe fissato l’importo, in applicazione della giurisprudenza del TCA concernente i debitori di alimenti che vivono all’estero e tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto.
2.5.  Nella presente evenienza dalle carte processuali emerge che con risoluzione del 2 marzo 2010 l’allora Commissione tutoria regionale C. ha istituito una curatela a favore di X., nata il … 2009 e figlia di A. In veste di curatore è stato designato Y., tutore della città di W., con in particolare i compiti di accertare e stabilire il rapporto di filiazione della bambina, inoltrando un’eventuale petizione presso la competente Pretura, come pure, una volta accertato il legame di filiazione, se necessario promuovere un’azione di mantenimento contro il padre (cfr. doc. 1, in particolare p.to 2.1.).
Con dichiarazione dell’8 aprile 2010 A. ha confermato la sua decisione di non voler rilevare l’identità del padre della figlia X. (cfr. doc. 3).
Con decisioni del 15 giugno 2010 all’assicurata sono stati concessi un assegno integrativo (AFI) di fr. 713.– mensili e un assegno di prima infanzia (API) di fr. 276.– al mese. Nei relativi calcoli è stata computata una pensione alimentare ipotetica di fr. 8955 annui (cfr. doc. IX37; IX39; IX40; IX42). Dal 1° agosto 2010 l’importo dell’assegno di prima infanzia è stato aumentato a fr. 419.– (cfr. doc. IX34; IX36) e dal 1° ottobre 2010 ridotto a fr. 209.– (cfr. doc. IX28; IX30 sempre conteggiando alimenti ipotetici di fr. 8955.–.
Dal 1° gennaio 2011 ad A. è stato erogato un AFI di fr. 726.– al mese e un API di fr. 268.– mensili, ridotto a fr. 260.– dal 1° giugno 2011 (cfr. doc. IX19; IX22; IX16). La pensione alimentare è stata nuovamente computata in ragione di fr. 8955.– (cfr. doc. IX21; IX24). Dal 1° giugno 2011 a titolo di alimenti ipotetici è stato considerato l’ammontare di fr. 9112.– annuo (cfr. doc. IX15; IX18).
A decorrere dal 1° giugno 2012 l’AFI è stato ridotto a fr. 559.– e l’API aumentato a fr. 485.– mensili (cfr. doc. IX7; IX10).
Ad A. non è più stato riconosciuto un assegno di prima infanzia dal mese di settembre 2012, poiché il reddito disponibile residuale della sua unità di riferimento, comprensivo di alimenti ipotetici di fr. 9112.– all’anno, superava il limite annuo fissato dalla Laps (cfr. doc. IX5; IX6).
Dal 1° ottobre 2012 l’AFI mensile è stato decurtato a fr. 539.– (cfr. doc. IX2; IX4), mentre dal 1° giugno 2012 al 31 maggio 2014 lo stesso è stato pari a fr. 550.– al mese (cfr. doc. IX1).
Nel periodo dal giugno 2010 al maggio 2014, in cui all’assicurata sono stati erogati assegni integrativi e di prima infanzia (fino al mese di agosto 2012) conteggiando una pensione alimentare ipotetica, non risulta che la ricorrente abbia sollevato alcuna obiezione al riguardo (cfr. doc. 7).
È stato solamente a seguito della decisione del 28 maggio 2014 con cui le è stato negato l’assegno integrativo non presentando – a seguito del computo del reddito da attività dipendente aumentato rispetto al lasso di tempo precedente e della pensione alimentare ipotetica – alcuna lacuna di reddito Las che A., tramite il relativo reclamo del 16 giugno 2014, ha contestato il computo degli alimenti ipotetici, precisando di non ricevere alcunché da terzi (cfr.doc. 5).
In occasione di un incontro con la Cassa del 14 luglio 2014 l’assicurata ha affermato di non aver mai dato la giusta attenzione all’importo ipotetico di alimenti computato fin dall’inizio del diritto agli assegni (cfr. doc. 7).
Il 30 settembre 2014 l’avv. D., a nome e per conto dell’assicurata, ha comunicato che quest’ultima manteneva il proprio reclamo.
[…]
2.6.  Chiamata a pronunciarsi in merito alla fattispecie, questo Tribunale non può che confermare l’operato della Cassa.
Infatti dagli elementi risultanti dalla documentazione che figura nell’incarto (qui sopra riprodotta), e meglio dallo scritto del 30 settembre 2014 della parte ricorrente alla Cassa (cfr. doc. 8), nonché dal ricorso (cfr. doc. I), emerge che il motivo per il quale la ricorrente non ha rivelato il nominativo del padre biologico di sua figlia X., nata il 27 novembre 2009, è il fatto che questi, già coniugato con figli, nel momento in cui gli è stata comunicata, dall’insorgente, la notizia della gravidanza le ha chiesto di abortire e ha troncato la, seppur di breve durata, relazione.
Anche in sede di audizione del 15 settembre 2016 davanti a questo Tribunale l’assicurata ha affermato, da una parte, di sapere chi è il padre di X. Dall’altra, che «(…) non appena ha saputo della gravidanza, il padre biologico le ha detto di abortire e poi non si è più fatto sentire». L’insorgente ha aggiunto di non sapere se il padre biologico è al corrente oppure no della nascita di X. e che quando ha scoperto di attendere sua figlia frequentava il padre di quest’ultima da alcuni mesi – 5 o 6 mesi.
La ricorrente ha puntualizzato di aver saputo, durante la loro relazione, che la persona in questione aveva un’altra famiglia (moglie e figli).
Infine la medesima, dopo che il Presidente del TCA le ha nuovamente chiesto se non voleva dire qualcosa in più, tenuto conto che tutte le affermazioni sono coperte dal segreto d’ufficio, ha risposto che «(…) non vuole più sapere nulla di questa persona dopo la risposta che le diede nel 2009» (cfr. doc. XVIII).
Alla luce di queste affermazioni, occorre concludere che in concreto non risultano realizzati dei validi motivi ai sensi degli art. 66 cpv. 1 Laf e 40 cpv. 2 Reg. Laf che permettano di giustificare la rinuncia a introdurre l’azione di accertamento della paternità e quindi consentano di non prendere in considerazione degli alimenti ipotetici.
In primo luogo, in casu non sono dati i due specifici motivi espressamente enumerati all’art. 40 cpv. 2 Reg. Laf (cfr. consid. 2.3.). L’assicurata, del resto, non ha minimamente fatto valere una qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica sua e/o della figlia, né d’altra parte una qualsiasi situazione che potrebbe condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare.
In secondo luogo, ritenuto, che l’art. 40 cpv. 2 Reg. Laf non elenca in modo esaustivo i giustificati motivi che permettono di omettere il computo degli alimenti ipotetici (cfr. consid. 2.3.), nemmeno possono entrare in considerazione, nel caso di specie, altre situazioni di una certa gravità scusanti la mancata introduzione dell’azione di accertamento della paternità di X., visto che la ricorrente ha sempre e soltanto asserito di non voler dichiarare le generalità del padre biologico di sua figlia alla luce della sua reazione alquanto negativa allorché ha saputo della gravidanza.
Al riguardo va sottolineato che è vero che l’assicurata ha indicato che in seguito alla notizia della gravidanza la persona in questione non si è più fatta sentire (cfr. doc. XVIII).
È altrettanto vero, però, che la medesima mai ha preteso di aver comunque tentato di ricontattare il padre di X., neppure dopo la sua nascita.
Per quanto attiene all’asserzione dell’assicurata secondo cui avrebbe avuto, nell’aprile 2010, un contatto molto breve con il curatore di sua figlia in occasione del quale ha sì firmato una dichiarazione in cui ha confermato di non voler rivelare l’identità del padre di X. (cfr. doc. 3 «(…) la sottoscritta si assume personalmente ogni responsabilità per le conseguenze derivanti dal suo agire. (…)»), ma senza essere cosciente delle conseguenze finanziarie legate al fatto di non inoltrare un’azione di paternità (cfr. doc. XVIII), giova evidenziare che in ogni caso prima dell’incontro con il curatore dell’8 aprile 2016, alla medesima è stata intimata la risoluzione del 2 marzo 2010 dell’allora Commissione tutoria regionale C. con cui era stata istituita una curatela a favore di X. (cfr. doc. 1).
Nella stessa è stato precisato, da un lato, quale titolo evidenziato «Istituzione di una curatela per l’accertamento della paternità e la salvaguardia del diritto al mantenimento e alle relazioni personali. Designazione del curatore» (cfr. doc. 1).
Dall’altro, che il curatore aveva due compiti:
– accertare e stabilire il rapporto di filiazione della bambina, inoltrando una eventuale petizione presso la competente Pretura;
– una volta accertato il legame di filiazione, il curatore era autorizzato, se necessario, a promuovere un’azione di mantenimento contro il padre (cfr. doc. 1).
Ne discende che l’insorgente non poteva legittimamente non rendersi conto che la decisione di non comunicare il nominativo del padre di sua figlia avrebbe impedito non solo di accertare la paternità e quindi di stabilire un legame – perlomeno giuridico – tra padre e figlia, ma pure di cercare di conseguentemente ottenere un contributo di mantenimento.
2.7.  L’art. 6 cpv. 2 della Legge sull’armonizzazione e il coordinamento delle prestazioni sociali (Laps) del 5 giugno 2000 stabilisce che fanno parte dei redditi computabili le entrate e le parti di sostanza, mobiliare e immobiliare, alle quali il richiedente ha rinunciato.
Una disposizione analoga figura nella legge federale sulle prestazioni complementari all’AVS/AI (cfr. art. 11 cpv. 1 lett. g LPC).
Secondo la giurisprudenza federale relativa alla prestazioni complementari, al coniuge avente diritto a pensioni alimentari (cfr. art. 11 cpv. 1 lett. b LPC) vanno computate le prestazioni convenute con l’altro coniuge e non quelle effettivamente versate, finché la loro irrecuperabilità non può essere obiettivamente stabilita. L’irrecuperabilità delle pensioni alimentari dovute può essere ammessa, di regola, quando sono state esaurite tutte le possibilità giuridiche per il loro recupero (DTF 120 V 443 consid. 2; Pratique VSI 1995 pag. 52; RCC 1991 pag. 145 consid. 2c, RCC 1988 pag. 275-276; Direttive UFAS sulle prestazioni complementari, cifra 2130). 
Questo è in particolare il caso quando la moglie ha intrapreso infruttuosamente procedure civili o penali oppure procedimenti esecutivi (SVR 1996 EL Nr,. 20 pag. 59 consid. 4; SVR 1994 EL Nr. 1 pag. 1 consid. 3b; RCC 1992 pag. 272).
Il rigore di questa giurisprudenza è però stato mitigato dall’Alta Corte in due sentenze del 24 e 31 marzo 1992. In quest’occasione il TFA ha ammesso che il carattere di irrecuperabilità può essere ammesso anche in assenza di qualsiasi intervento giuridico, se si può chiaramente comprovare che il debitore di alimenti non è in grado di mantenere i suoi obblighi. Questa prova può essere fornita in particolare per mezzo di attestati ufficiali (emanati ad esempio dalle autorità esecutive o fiscali), relative al reddito e alla sostanza del debitore di alimenti (SVR 1996 EL Nr. 20 pag. 60 consid. 4; Pratique VSI 1995 pag. 53; RCC 1992 pag. 271 consid. 2, RCC 1992 pag. 275 consid. 2; E. Carigiet/U. Koch, Ergänzungsleistungen zur AHV/IV, ed. Schulthess, Zurigo-Basilea-Ginevra 2009, pag. 181-182).
Applicando questa giurisprudenza al settore degli assegni integrativi e di prima infanzia il TCA, in una sentenza 39.1999.27 del 12 aprile 2000, si è così espresso:
«Allo stesso risultato si dovrebbe comunque giungere anche se, per ipotesi, si volesse computare tale reddito. In effetti si può ritenere verosimile, sulla base delle circostanze indicate dall’assicurata – che non sono state in alcun modo contestate dalla Cassa, ma unicamente considerate insufficienti – e in virtù della generale esperienza di vita, che le procedure atte ad ottenere da un lato il riconoscimento del figlio da parte del padre e, dall’altro, il versamento degli alimenti, risulterebbe lunga e laboriosa, senza che esista alcuna garanzia che il padre verserà alcunché (cfr. consid. 2.5.).
Come indicato dall’assicurata infatti, il padre vive presumibilmente in Z., non vuole saperne del bambino e fatica a mantenere gli altri figli a carico. Egli ha inoltre minacciato l’assicurata, prospettandole la sottrazione del figlio, nell’ipotesi in cui dovesse intentare una causa.
In simili condizioni l’avvio, la continuazione e la conclusione di una causa potrebbe rivelarsi particolarmente gravosa, rischiosa per il bambino e la madre, in quanto il padre ne conosce il recapito. E anche nell’ipotesi in cui vi fosse qualche possibilità di successo, difficilmente, visto l’atteggiamento, l’interessato verserà alcunché.»
In proposito cfr. pure STCA 39.2009.12 del 25 maggio 2010, massima in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49, citata sopra (cfr. consid. 2.4.).
Nella presente fattispecie non essendo noto all’amministrazione e a questa Corte il nome del padre biologico di X. per volontà della ricorrente, nemmeno ci si può chinare, indipendentemente dalle asserzioni dell’assicurata secondo cui il medesimo non avrebbe lavoro, sarebbe nulla tenente e non sarebbe quindi in grado di provvedere a mantenere la figlia (cfr. doc. 8), sulla questione di sapere se le pretese di mantenimento nei confronti del padre di X. siano, se del caso, comunque irrecuperabili.
Non avendo a disposizione alcun dato certo riguardante la situazione personale, familiare ed economica del padre biologico di X., di cui l’assicurata non ha rivelato l’identità, nulla può essere dedotto circa la sua capacità o incapacità finanziaria.
Di conseguenza in concreto è escluso che le pretese di mantenimento nei confronti del padre biologico possano essere considerate irrecuperabili.
Le parti hanno, in effetti, il dovere di collaborare all’istruzione della causa. Tale dovere limita la portata del principio inquisitorio reggente la procedura nell’ambito delle assicurazioni sociali e comprende in particolare l’obbligo delle parti di apportare – ove ciò fosse ragionevolmente esigibile – le prove necessarie, avuto riguardo alla natura della disputa e ai fatti invocati (cfr. art. 61 lett. c LPGA applicabile per rinvio dell’art. 46 Laf; art. 16 cpv. 1 Lptca; STF 9C_35/2016 del 16 agosto 2016 consid. 3.1.; DTF 139 V 176 consid. 5.2.; SVR 2001 KV N. 50 pag. 145; DLA 2001 N. 12 pag. 145, STFA C 271/02 del 9 maggio 2003; STFA P 36/00 del 9 maggio 2001; DTF 125 V 195 consid. 2; STFA C 107/04 del 9 giugno 2005 consid., 3; STFA H 223/03 del 21 gennaio 2005 consid. 4.3.1.). In difetto di ciò le parti rischiano di dover sopportare le conseguenze dell’assenza di prove (cfr. STF 9C_694/2014 del 1° aprile 2015 consid. 3.2.; STF 9C_978/2010 del 14 aprile 2011 consid. 4.1.; STFA U 94/01 del 5 settembre 2001; DTF 125 V 193 consid. 2).
Al riguardo è utile osservare che durante la discussione di causa del 15 settembre 2016 la Cassa, facendo riferimento a una sentenza nella quale questo Tribunale ha indicato che le allegazioni di parte non erano contestate dall’amministrazione, ha sottolineato di non ritenere possibile fondarsi sulle allegazioni della ricorrente riguardo al padre (cfr. doc. XVIII).
La sentenza menzionata dalla parte resistente è la 39.2010.13-14 del 21 marzo 2011, citata al consid. 2.4.), con cui è stato deciso che in quel caso di specie nel calcolo degli AFI e degli API non andavano computati degli alimenti ipotetici, in quanto la mancata introduzione dell’azione di accertamento della paternità della figlia dell’assicurata era avvenuta per giustificati motivi non potendo l’assicurata identificare il padre di sua figlia cambiando in quel periodo (molto particolare) frequentemente partner.
In quell’occasione questa Corte ha stabilito in particolare:
«2.6. Chiamata a pronunciarsi in merito alla fattispecie, questa Corte, alla luce degli elementi risultanti dalla documentazione che figura nell’incarto (qui sopra riprodotta), segnatamente dalla dichiarazione 15 dicembre 2010 dell’assicurata (n.d.r.: trasmessa alla Cassa in cui ha affermato di non essere in grado di sapere chi fosse il padre di sua figlia, spiegandone i motivi), peraltro non contestati dall’amministrazione (cfr. STF 9C_696/2009 del 15 marzo 2010: ‹la teneur de ces allégations n’a pas véritablement été remise en cause par le service recourant qui n’a pas exigé que la preuve soit administrée à leur propos.›) e della cui veridicità non vi è motivo di dubitare, rileva che il caso sub judice è analogo a una fattispecie decisa dal TCA con giudizio 39.2006.4 del 4 ottobre 2006 (…)» (n.d.r.: quest’ultimo è citato al consid. 2.4.).
Il TCA, dunque, nella STCA 39.2010.13-14 ha sì indicato che gli elementi risultanti dalle carte processuali, segnatamente il fatto che l’assicurata non fosse in grado di identificare il padre della bambina, peraltro comunicato alla Cassa stessa, non erano stati contestati dall’amministrazione. In proposito ha comunque citato una sentenza federale in ambito di prestazioni complementari in cui il TF aveva indicato che l’amministrazione non aveva messo in discussione il tenore di allegazioni di parte (dichiarazioni di un’assicurata in relazione alla residenza abituale del figlio che effettuava degli studi in Sud America) e non aveva richiesto che fossero debitamente comprovate (cfr. STF 9C_696/2009 del 15 marzo 2010 consid. 4.3.).
Infine va rilevato che, nonostante l’insorgente abbia affermato di non sapere dove risieda il padre di X. e nemmeno se sia nel Cantone Ticino (cfr. doc. 8; I), nella presente evenienza, non avendo fornito indicazioni precise circa le generalità del padre, neppure può entrare in considerazione l’applicazione della giurisprudenza di questa Corte secondo cui se un debitore di alimenti vive all’estero, egli deve versare degli alimenti di un importo conforme alle sue effettive possibilità e non ai bisogni del figlio residente in Svizzera e che, noto il nominativo del padre biologico, è possibile determinare la situazione economica effettiva e quindi distanziarsi dall’importo standardizzato fissato all’art. 66 cpv. 2 della legge sugli assegni di famiglia (cfr. STCA 39.2009.12 del 25 maggio 2010 consid. 2.5., massimata in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49; STCA 39.2009.6-11 del 18 novembre 2010 consid. 2.7.
Anche da questo profilo, perciò, rettamente la Cassa ha computato nel calcolo dell’assegno integrativo spettante all’assicurata dal mese di giugno 2014 degli alimenti ipotetici di fr. 9112.– (cfr. doc. 4a). 
 

 

11 Art. 35 cpv. 2 Reg. Laf; 47 cpv. 4, 51 cpv. 3, 52 cpv. 1 lett. c) Laf

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Assegni di famiglia – restrizioni per gli stranieri

Le condizioni supplementari previste per gli stranieri, inparticolare la dimora ininterrotta per cinque anni in Svizzera, resistono al principio della parità di trattamento: queste esigenze accresciute perseguono il pertinente scopo di interesse pubblico di corroborare la presunzione che la famiglia dimorerà a lungo nel Cantone.                                                                                                     
Inoltre esse non violano il diritto internazionale applicabile in Svizzera.

TF 6.12.2016 N. 8C_182/2016 

 

Assegni di famiglia – restrizioni per gli stranieri

Le condizioni supplementari previste per gli stranieri, inparticolare la dimora ininterrotta per cinque anni in Svizzera, resistono al principio della parità di trattamento: queste esigenze accresciute perseguono il pertinente scopo di interesse pubblico di corroborare la presunzione che la famiglia dimorerà a lungo nel Cantone.                                                                                                     
Inoltre esse non violano il diritto internazionale applicabile in Svizzera.

TF 6.12.2016 N. 8C_182/2016

Fatti:

A.  Il 15 dicembre 2015 il Gran Consiglio della Repubblica e Cantone del Ticino (di seguito: Gran Consiglio) ha adottato una revisione della legge sugli assegni di famiglia del 18 dicembre 2008 (Laf; RL 6.4.1.1). Il Parlamento ha modificato tra l’altro nel testo legale i seguenti articoli riguardanti le prestazioni famigliari cantonali (titolo II), in modo particolare l’assegno integrativo (capitolo secondo) e l’assegno di prima infanzia (capitolo terzo) :

Art. 47 cpv. 4 (nuovo)

4 Per i cittadini stranieri, il domicilio secondo il cpv. 1 lett. c) è da intendersi quale il possesso del permesso di domicilio (permesso C) ai sensi della legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (in seguito: LStr).

Art. 51 cpv. 3 (nuovo)

3 Per i cittadini stranieri, il domicilio secondo il cpv. 1 lett. c) è da intendersi quale il possesso del permesso di domicilio (permesso C) ai sensi della LStr.

Art. 52 cpv. 1 lett. c) (modifica)

c) Il padre o la madre ha il domicilio nel Cantone da almeno tre anni. Per i cittadini stranieri, il domicilio è da intendersi quale il possesso del permesso di domicilio (permesso C) ai sensi della LStr.

L’entrata in vigore è stata stabilita al 1° gennaio 2016. Decorso inutilizzato il termine di referendum, la revisione di legge è stata pubblicata nel Bollettino ufficiale delle leggi e degli atti esecutivi (BU n. 7/2016 del 9 febbraio 2016 pagg. 66 seg.).

B.  B.a.  Il 3 marzo 2016 (timbro postale) A., B., C., D., E., F., G., H. e I. hanno presentato un ricorso in materia di diritto pubblico con cui chiedono, previa concessione dell’effetto sospensivo, l’annullamento degli art. 47 cpv. 4, 51 cpv. 3 e 52 cpv. 1 lett. c seconda frase della legge ticinese sugli assegni di famiglia.

B.b.  Il 22 marzo 2016 il Consiglio di Stato della Repubblica e Cantone del Ticino (di seguito: il Consiglio di Stato) ha modificato (BU n. 15/2016 del 25 marzo 2016 pag. 182) il Regolamento sugli assegni di famiglia del 23 giugno 2009 (Reg. Laf; RL 6.4.1.1.1), inserendo il seguente articolo:

Art. 35 cpv. 2 (nuovo)

2 Per i cittadini stranieri, un soggiorno ininterrotto in Svizzera negli ultimi cinque anni sulla scorta di un permesso di dimora (permesso B) è parificato al possesso del permesso C.

B.c.  Il Consiglio di Stato, in rappresentanza del Gran Consiglio, chiede che il ricorso sia respinto. Le parti in replica e in duplica si sono riconfermate nelle loro conclusioni.

B.d.  Con decreto del 4 agosto 2016 il Tribunale federale ha respinto l’istanza tendente al conferimento dell’effetto sospensivo.

Diritto:

1.  1.1.  Secondo l’art. 82 lett. b LTF, il Tribunale federale giudica i ricorsi contro gli atti normativi cantonali, categoria nella quale rientra la legge impugnata. La I Corte di diritto sociale del Tribunale federale tratta i ricorsi in materia di diritto pubblico che concernono un’assicurazione sociale cantonale (art. 34 lett. d RTF) o gli assegni familiari (art. 34 lett. e RTF). Ricade in questi ambiti anche un ricorso tendente al controllo astratto della norma di una legge cantonale su assegni familiari, benché le norme contestate prevedano l’adempimento di aspetti relativi alla legislazione sugli stranieri (cfr. 8C_156/2009 del 24 giugno 2009, pubblicata in SVR 2009 FZ n. 5 pag. 17).

1.2.  Poiché il diritto ticinese non prevede una procedura di controllo astratto contro le leggi e i regolamenti cantonali, questi atti sono direttamente impugnabili davanti al Tribunale federale (art. 87 cpv. 1 LTF; DTF 142 V 395 consid. 1.1 pag. 396 seg.). Il ricorso, tempestivo (art. 101 LTF; DTF 142 V 395 consid. 1.2 pag. 397), è presentato da persone di massima toccate per lo meno virtualmente dalla nuova normativa (DTF 141 I 78 consid. 3.1 pag. 81). Sotto questo profilo il ricorso è ammissibile.

1.3.  Con il ricorso in materia di diritto pubblico è possibile tra l’altro lamentare la violazione del diritto federale (art. 95 lett. a LTF), nozione che comprende i diritti costituzionali dei cittadini (DTF 133 III 446 consid. 3.1 pag. 447 seg.), e del diritto internazionale (art. 95 lett. b LTF). In quest’ultima eventualità occorre ancora che la disposizione richiamata sia direttamente applicabile (self executing; DTF 140 II 185 consid. 4.2 pag. 190 con riferimenti). Nella misura in cui i ricorrenti invocano disposizioni del Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali (RS 0.103.1), essi dimenticano che le norme ivi contenute sono sostanzialmente di natura prammatica e non direttamente giustiziabili (DTF 139 I 257 consid. 6 pag. 264; 135 I 161 consid. 2.2 pag. 163). Analoga sorte per quel che è dell’art. 26 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 (RS 0.107) : infatti gli art. 2 e 3 cpv. 1 e 26 difettano del cosiddetto carattere self executing (DTF 136 I 297 consid. 8.2 pag. 308 con riferimenti).

1.4.  Le esigenze in materia di motivazione previste dall’art. 42 cpv. 2 LTF e quelle – accresciute – prescritte dall’art. 106 cpv. 2 LTF valgono anche per ricorsi contro atti normativi cantonali (sentenza 2C_169/2010 del 17 novembre 2011 consid. 2.1, non pubblicato in DTF 138 II 70). Ciò significa che il Tribunale federale non è tenuto a vagliare, come farebbe un’autorità di prima istanza, tutte le questioni giuridiche che si pongono, se queste non sono presentate nella sede federale (DTF 139 I 306 consid. 1.2 pag. 309 seg.; 133 II 249 consid. 1.4.1 pag. 254). Inoltre, quando è invocata la violazione di diritti costituzionali del cittadino, le contestazioni sono esaminate soltanto se le censure sono motivate in modo chiaro e preciso, conformemente alla prassi precedentemente in vigore in materia di ricorso di diritto pubblico (cfr. DTF 133 II 249 consid. 1.4.2 pag. 254; 133 III 393 consid. 6 pag. 397).

2.  2.1.  A norma dell’art. 116 Cost. nell’adempimento dei suoi compiti la Confederazione prende in considerazione i bisogni della famiglia. Può sostenere provvedimenti a tutela della famiglia (cpv. 1). Può emanare prescrizioni sugli assegni familiari e gestire una cassa federale di compensazione familiare (cpv. 2). Il legislatore ha fatto uso di questa facoltà, emanando il 24 marzo 2016 la legge federale sugli assegni familiari (LAFam; RS 836.2; in vigore dal 1° gennaio 2009), la quale prevede assegni per i figli e assegni di formazione (art. 3 cpv. 1 LAFam). La controversia tocca per contro gli assegni di prima infanzia e gli assegni integrativi, i quali non rientrano nel campo di applicazione della LAFam. La contestazione riguarda quindi esclusivamente il diritto cantonale (cfr. DTF 135 V 172 consid. 6.2.3 pag. 176; SVR 2009 FZ n. 5 consid. 6.1.2 pag. 17).

2.2.  Dopo la pubblicazione della legge impugnata, il Consiglio di Stato ha promulgato una modifica del regolamento di applicazione alla legge (lett. B.b), precisando le condizioni di concessione del diritto agli assegni. Il Tribunale federale non verifica se il regolamento debba rientrare nei canoni stabiliti dalla legge (cfr. art. 106 cpv. 2 LTF; consid. 1.3). Il Tribunale federale esamina invece se sia lesiva del diritto superiore la normativa contestata, ulteriormente precisata dal Reg. Laf, il quale prevede il diritto agli assegni per i cittadini svizzeri dopo un periodo di residenza ininterrotto in Ticino di (soli) tre anni, mentre esige una durata di cinque anni per i cittadini stranieri.

2.3.  Per giurisprudenza, nell’ambito del controllo astratto di un atto normativo cantonale, è determinante se alla norma interessata possa essere attribuito un senso che la possa fare ritenere compatibile con le garanzie costituzionali invocate. Il Tribunale federale annulla una disposizione cantonale solo se non si presta ad alcuna interpretazione conforme al diritto costituzionale o al diritto federale di rango superiore. Occorre al riguardo considerare la portata dell’ingerenza nel diritto fondamentale, la possibilità di ottenere una sufficiente protezione nel contesto di un successivo controllo puntuale della norma, le circostanze concrete in cui essa viene applicata, come pure la possibilità di una correzione nel caso di una sua applicazione e gli effetti sulla sicurezza del diritto. La semplice circostanza che in singoli casi la disposizione impugnata possa essere applicata in modo lesivo della Costituzione non conduce di per sé al suo annullamento da parte del Tribunale federale, gli interessati disponendo sempre della possibilità di contestare accessoriamente la norma nel quadro di una decisione concreta (DTF 141 I 78 consid. 4.2 pag. 82; cfr. anche sentenze 2C_297/2014 del 9 febbraio 2016 consid. 2, non pubblicato in DTF 142 I 16, e 1C_118/2015 dell’8 dicembre 2015 consid. 2, non pubblicato in DTF 142 I 26).

3.  3.1.  I ricorrenti, illustrati gli assegni cantonali vigenti nel Cantone Ticino e forti della DTF 141 II 401, rilevano la singolarità delle nuove disposizioni nel sistema di prestazioni sociali, siccome le svariate normative non si distinguono per permesso di dimora, ma unicamente per la durata del soggiorno. Ravvedono una violazione del principio della parità di trattamento nelle nuove disposizioni di legge, poiché si pongono in condizioni differenti da un lato i cittadini svizzeri e stranieri con permesso C e da un altro lato i cittadini stranieri sprovvisti di tale autorizzazione. I ricorrenti sottolineano che il permesso di domicilio è rilasciato soltanto dopo 10 anni di residenza in Svizzera e se le condizioni economiche permettono un sostentamento sufficiente. La legge impugnata non sarebbe supportata da un sufficiente interesse pubblico, essendo motivata da meri interessi fiscali, e da un criterio distintivo non idoneo. Nemmeno la scelta legislativa sarebbe proporzionata, poiché non c’è nessuna ragione per trattare diversamente cittadini svizzeri e stranieri. Sarebbe oltretutto eccessivamente lungo il periodo di carenza rispetto ad altri federali. Nella pratica si presenterebbe poi una discriminazione sul censo, siccome sono proprio le famiglie meno agiate o monoparentali ad aver più bisogno di questi aiuti. Lo scopo della legge sarebbe altresì annullato, il suo fine non solo non realizzato, ma stravolto siccome si esige l’ot­tenimento di un permesso C, che presuppone una situazione economica non precaria.

3.2.  Il Consiglio di Stato, in rappresentanza del Gran Consiglio, ricorda innanzitutto come le prestazioni siano in ultima analisi atte a garantire un ricambio generazionale per le persone di condizione economica modesta, che dimostrano un legame sufficiente con il proprio territorio. La revisione legislativa è stata intesa a porre un’accresciuta esigenza di radicamento in Ticino. Il legislatore ha voluto così favorire una politica familiare nella prospettiva di una vita che non solo sia adeguata ai costumi svizzeri, ma anche concretizzi la propria volontà di insediarsi stabilmente sul territorio nazionale, in modo particolare su quello ticinese. Non si può parlare di disparità di trattamento, poiché non c’è (e non è mai stata compiuta) alcuna differenza a ragione delle singole nazionalità. Esiste peraltro una obiettiva giustificazione per una differenza a ragione della durata del soggiorno. Le circostanze che impongono un particolare attaccamento al territorio ticinese non violano il precetto dell’uguaglianza giuridica, dato che non sono trattate diversamente e senza valido motivo due fattispecie simili.

3.3.  Il principio della parità di trattamento (art. 8 Cost.) e la protezione dall’ar­bitrio (art. 9 Cost.) sono strettamente legati. Una norma è arbitraria quando non si fonda su motivi seri e oggettivi o appare priva di senso o di scopo (DTF 138 I 321 consid. 3.2 pag. 324; 136 II 120 consid. 3.3.2 pag. 127 seg.; 134 II 124 consid. 4.1 pag. 133). Essa disattende invece il principio della parità di trattamento quando, tra casi simili, fa distinzioni che nessun ragionevole motivo in relazione alla situazione da regolare giustifica di fare o sottopone ad un regime identico situazioni che presentano tra loro differenze rilevanti e di natura tale da rendere necessario un trattamento diverso (DTF 136 II 120 consid. 3.3.2 pag. 127 seg.; 136 I 1 consid. 4.1 pag. 5 seg.; 133 I 249 consid. 3.3 pag. 254 seg.). L’ingiustificata uguaglianza, rispettivamente la disparità di trattamento, deve riferirsi ad un aspetto sostanziale. Trascurato non può poi essere il fatto che una violazione dell’art. 8 cpv. 1 Cost. può comunque trovare una legittimazione negli obiettivi perseguiti dal legislatore (DTF 141 I 78 consid. 9.5 pag. 93 seg.; 136 I 1 consid. 4.3.2 pag. 8; 136 II 120 consid. 3.3.2 pag. 127 seg.; 133 I 206 consid. 11 pag. 229 segg. con ulteriori rinvii a giurisprudenza e dottrina) e che – in generale – quest’ultimo ha un ampio spazio di manovra (DTF 136 I 1 consid. 4.1 pag. 5 seg.; 133 I 249 consid. 3.3 pag. 254 seg.).

3.4.  3.4.1.  La legge ticinese del 18 novembre 2008 sugli assegni di famiglia fonda i suoi principi sulla previgente legge dell’11 giugno 1996, emanata prima che la Confederazione legiferasse in merito (consid. 2.1). La normativa ticinese era stata concepita per migliorare l’aiuto alla famiglia, in particolare con il sussidiamento diretto degli assicurati meno favoriti (messaggio del Consiglio di Stato n. 4198 del 19 gennaio 1994, in RVGC, Sessione ordinaria primaverile, martedì 11 giugno 1996, pag. 777), compensando gli oneri finanziari specifici e supplementari determinati dall’esistenza di un figlio nella famiglia e correggendo le differenze economiche (pag. 785). L’obiettivo principale degli assegni familiari era inteso anche a favorire la libera scelta della procreazione, in un’ottica di aumento demografico (pag. 784).

La riforma ticinese degli assegni di famiglia, tanto che da alcuni è definita modello ticinese, era costituita fra l’altro dall’introduzione dell’assegno integrativo e dell’assegno di prima infanzia (pag. 799). Il primo elaborato per sussidiare «completamente il ‹maggior costo del bambino› fino al livello del ‹minimo vitale per il figlio› stabilito dalla legge sulle prestazioni complementari all’AVS/AI». Il secondo per coprire «integralmente il reddito disponibile necessario per tutta la famiglia (nei medesimi limiti della legge sulle prestazioni complementari), durante i primi tre anni di vita di un figlio quando uno dei genitori rinuncia almeno al 50% dell’attività lavorativa per dedicarsi personalmente al figlio stesso» (pag. 784). Quest’ultimo assegno sarebbe stato limitato ai primi tre anni di vita, potendo il figlio poi essere accolto in una scuola dell’infanzia (pag. 789; cfr. oggi art. 14 della legge ticinese del 7 febbraio 1996 sulla scuola dell’in­fanzia e sulla scuola elementare; RL 5.1.5.1). Le due nuove prestazioni sarebbero dovute essere recepite come un reddito minimo garantito completivo per il figlio e la famiglia, integrato nel sistema di sicurezza sociale, il cui scopo primario è quello di sopperire ai bisogni fondamentali (pag. 784). Fra le finalità della legge era previsto anche quello di colmare un’importante lacuna e assorbire l’intervento dell’aiuto sociale a favore della famiglia, riconducendo la politica della famiglia al di fuori della politica assistenziale (Rapporto di maggioranza n. 4198R1 della Commissione della gestione e delle finanze del 23 maggio 1996, pag. 857).

3.4.2.  Nella proposta del Governo l’assegno integrativo sarebbe stato versato ai domiciliati nel Cantone, indipendentemente dalla qualifica o non qualifica professionale, residenti da almeno un anno (messaggio n. 4198, pag. 787). La maggioranza della Commissione della gestione ha ritenuto per contro di proporre al Parlamento un aumento del periodo di carenza da uno a tre anni. A sostegno di questa scelta, la maggioranza commissionale concludeva che «con questa misura verrebbe meno l’incentivo per i domiciliati negli altri Cantoni confederati a trasferirsi in Ticino per mettere su famiglia e, quindi, poter beneficiare degli aiuti» (Rapporto di maggioranza n. 4198R1, pag. 876). Nell’ambito del dibattito parlamentare il deputato Claudio Camponovo ha proposto fra l’altro l’allunga­mento del termine di carenza a cinque anni al fine di «ridurre ai minimi termini ‹il turismo assistenziale› (…) verso il Cantone Ticino». Egli ricordava a titolo esemplificativo il termine di carenza di 15 anni valevole per le prestazioni complementari (RVGC, Sessione ordinaria primaverile 1996, martedì 11 giugno 1996, pag. 759). Messe ai voti tutte le proposte, il Gran Consiglio ha avallato il termine di tre anni sostenuto dalla maggioranza commissionale, respingendo sia l’emendamento del deputato sia il disegno del Governo, che insisteva per il termine di un anno (pag. 761).

3.4.3.  In occasione del Preventivo 2016 del Cantone Ticino, il Governo ha proposto la legge impugnata. Ciò «nell’ottica di erogare queste prestazioni sociali di complemento ai cittadini che hanno acquisito un legame con il nostro territorio». Secondo l’Esecutivo cantonale le unità familiari senza i requisiti avrebbero comunque potuto rivolgersi all’assistenza sociale (messaggio n. 7121 del Consiglio di Stato del 29 settembre 2015, pag. 26). La maggioranza commissionale ha sottolineato come fosse necessario intervenire sulla struttura dello Stato divenuta costantemente troppo onerosa e talvolta poco razionale, non tagliando sugli investimenti, ma sulla spesa corrente, oggettivamente troppo alta. Essa ha evidenziato in via generale la necessità di cambiare gli automatismi legislativi, che stanno portando a una vera e propria esplosione dei costi nell’ambito dei sussidi e dei contributi ad enti terzi (Rapporto di maggioranza n. 7121 R1 della Commissione della gestione e delle finanze del 4 dicembre 2015, pag. 12 seg.). La minoranza commissionale invece ha trattato puntualmente la tematica, ricordando che nella DTF 141 II 401 gli assegni non sono stati trattati alla stregua del­l’assistenza pubblica e che la nuova direzione proposta dal Governo andasse nella direzione di una politica familiare selettiva, portando il rischio di favorire l’esclusione, in contrasto con lo spirito originario della legge, volendosi disfare di alcune famiglie residenti in difficoltà, indipendentemente dal loro impegno nel mondo del lavoro (Rapporto di minoranza n. 7121 R2 della Commissione della gestione e delle finanze del 4 dicembre 2015, pag. 8 seg.).

Nell’ambito del dibattito parlamentare, il Direttore del Dipartimento della Sanità e della Socialità a titolo di premessa ha messo in luce sostanzialmente come nella strutturazione dei sussidi occorresse tenere conto sia della Riforma del­l’imposizione delle imprese III, la quale farebbe diminuire gli introiti, sia del­l’invecchiamento della popolazione, che provoca ulteriori oneri. Tutte le riforme sarebbero volte a un contenimento dei costi e non a un aumento. Ha altresì ricordato che l’assistenza pubblica garantisce l’aiuto sociale a tutti i residenti e non fa differenza tra i diversi tipi di permesso di soggiorno (RVGC; Seduta del 16 dicembre 2015, pag. 3432 seg.). Passando, all’esame della legge impugnata, il Gran Consiglio ha dovuto trattare due emendamenti presentati dai deputati Giorgio Fonio e Pelin Kandemir Bordoli tesi a mantenere il termine di carenza di tre anni o di prolungarlo a cinque anni, ma in entrambi i casi senza distinzione alcuna del tipo di permesso di soggiorno. Il Consiglio di Stato ha ribadito che gli aiuti AFI e API, esistenti solo nel Cantone Ticino, sono stati concepiti per chi risiede nel territorio da parecchi anni, contrariamente all’assistenza pubblica che è generalizzata. L’Esecutivo ha sottolineato altresì che originariamente tali assegni erano elaborati per conciliare lavoro e accudimento del figlio. Al momento dell’adozione della revisione impugnata invece, osservando come «questi casi sono numerosi», il Consiglio di Stato ha precisato come vi fossero famiglie in cui nessuno dei due genitori lavorava, a cui erano attribuiti gli assegni. Messe le proposte ai voti, il Gran Consiglio ha adottato la forma approvata dalla maggioranza commissionale, che è stata convertita nella legge impugnata (RVGC; Seduta del 16 dicembre 2015, pag. 3457 segg.).

3.4.4.  Il termine di carenza in quanto tale, che, come si è visto (consid. 3.4.2), esisteva già prima della promulgazione della modifica di legge impugnata, non viene messo in sé in discussione dai ricorrenti ed è chiaramente conforme se rapportato a termini analoghi previsti nel diritto delle assicurazioni sociali. Esso serve ad evitare il cosiddetto turismo sociale. In tal senso lo stesso legislatore federale ha previsto disposizioni particolari (e condizioni supplementari) per gli stranieri (art. 18 cpv. 2 LAVS; art. 6 cpv. 2 e 3 nonché 39 cpv. 2 LAI; art. 12 e 14 cpv. 3 LADI; art. 5 LPC)

3.5.  Con l’emanazione della nuova disciplina nel regolamento di applicazione (lett. B.b), la quale parifica al permesso C il soggiorno ininterrotto in Svizzera sulla scorta di un permesso B, la censura dei ricorrenti è di gran lunga relativizzata. Non si esige più il possesso di un permesso di domicilio. Per queste ragioni, i ricorrenti non possono dedurre alcunché dalla DTF 141 II 401. Con questa massima il Tribunale federale si è peraltro limitato a concludere che gli assegni integrativi e gli assegni di prima infanzia sotto il profilo della legislazione svizzera sugli stranieri non rientrano nel concetto di aiuto sociale a norma dell’art. 62 lett. e LStr. In quel contesto il percepimento di questi assegni non giustificava un ammonimento. Tali aspetti non sono peraltro toccati dalla legge impugnata. In altre parole, perché la legge impugnata possa resistere all’esame del giudice costituzionale, occorre che la scelta del legislatore ticinese poggi su di un ragionevole motivo, che giustifichi un trattamento diverso fra cittadini svizzeri e stranieri e che pertanto escluda una qualsivoglia discriminazione.

3.6.  Rimane quindi da esaminare, se sussista un ragionevole motivo per una disciplina diversa fra cittadini svizzeri e stranieri. I ricorrenti impostano il ricorso soprattutto sull’aspetto che il permesso C sia ottenibile solo da coloro che vivono in una situazione economica stabile. Questa censura ha nel frattempo perso interesse con l’entrata in vigore del regolamento di applicazione (lett. B.b). Non è invocata una censura contestualizzata che spieghi per quale ragione la nuova normativa potrebbe essere lesiva della parità di trattamento. Per lo meno viene fatto valere che anche la norma concretizzata crea uno svantaggio ai cittadini stranieri senza che vi sia un motivo ragionevole. Occorre chiedersi se le condizioni supplementari previste per gli stranieri (ossia la dimora ininterrotta per cinque anni in Svizzera) resistano al principio della parità di trattamento. In linea di principio non è contrario alla Costituzione federale prevedere differenze tra cittadini svizzeri e stranieri (DTF 122 I 343 consid. 4c pag. 351; 117 Ia 97 consid. 3e pag. 104 seg.).

Il Tribunale federale ha già considerato discriminatoria una differenza delle condizioni di ottenimento degli assegni familiari basata esclusivamente sul sesso dei genitori (DTF 129 I 265 consid. 3.5 pag. 271; in casi ticinesi: sentenze P.648/1984 del 19 novembre 1986 consid. 6 e P.1610/1986 del 3 novembre 1987 consid. 3b), l’esclusione dagli assegni familiari solamente per i richiedenti l’asilo i cui figli fossero domiciliati all’estero (DTF 114 Ia 1 consid. 8 pag. 4 segg.) o ancora far soggiacere l’erogazione di prestazioni alla condizione che il figlio risieda nella medesima economica domestica del genitore (sentenza 2P.15/1999 del 19 maggio 1999 consid. 3, in FamPra.ch 2000 pag. 369).

Sono state per contro considerate conformi al divieto dell’arbitrio e alla parità di trattamento l’esclusione per gli stranieri con permesso L (sentenza 2P.256/1995 del 29 dicembre 1995 consid. 2 e 3) come anche la non erogazione agli stagionali di sussidi di cassa malati LAMal (DTF 122 I 343 consid. 4e pag. 350 seg.). Sotto il profilo della libertà economica non è stato ritenuto come lesivo della Costituzione federale l’obbligo di affiliazione (con versamento di contributi) in un Cantone, mentre ciò non è previsto in un altro Cantone (sentenza 2P.210/1996 del 30 ottobre 1997 consid. 4, in SJ 1998 pag. 473). Analogamente non è stata annullata la riduzione degli assegni in relazione al potere di acquisto tra la Svizzera e lo Stato estero in cui risiede il figlio (sentenza 2P.77/2000 del 30 novembre 2000 consid. 3 e 4), una differenza di età dei figli relativamente al termine di erogazione degli assegni fra cittadini residenti in Svizzera o nello spazio UE-AELS da una parte e gli altri da un’altra (sentenza 2P.290/2003 del 12 maggio 2004 consid. 2-4, in ZBl, 106 2005 pag. 87; a giustificazione di ciò il fatto che le ragioni di studio in quest’ultima zona fossero difficilmente controllabili). Ancora ha resistito al principio della parità di trattamento il mancato versamento di assegni a figli residenti in uno Stato, che non dispone di un trattato con la Svizzera (DTF 136 I 297 consid. 6 e 7 pag. 304 segg.).

3.7.  Al riguardo occorre partire dal principio, che secondo la volontà del legislatore ticinese sin dalla promulgazione della legge originaria nel 1996 era necessario dimostrare un certo radicamento e una minima integrazione nel Cantone Ticino (consid. 3.4.1). Già allora si era deciso per un termine di carenza di tre anni. Gli assegni familiari di cui alla legge ticinese servono come strumenti di politica familiare per lo sviluppo della demografia del Cantone. Non si può negare quindi un fondamento oggettivo di far dipendere da questa circostanza anche il sostegno sociale di giovani famiglie, se esse possano essere ritenute integrate e pertanto resteranno verosimilmente per molto tempo nel Cantone, disponendo di uno statuto di dimora non provvisorio.

Mentre per i cittadini svizzeri le condizioni sono date in caso di soggiorno ininterrotto per tre anni nel Cantone, il regolamento ne prevede cinque per i cittadini stranieri. Queste esigenze accresciute devono servire come ulteriore garanzia di ampia integrazione e per corroborare la presunzione che la famiglia dimorerà a lungo nel Cantone. Il sostegno particolare di queste famiglie rientra quindi nell’interesse pubblico del Cantone.

Se generalmente per i cittadini svizzeri si può presumere che vi sia un certo legame con la nazione e il luogo di domicilio, ove vivono da anni, questa premessa non può essere trasposta direttamente ai cittadini stranieri. Notoriamente è dimostrato, che i cittadini stranieri cambiano la loro residenza più frequentemente e non di rado, dopo un certo periodo, rientrano nella loro patria di origine, con cui si sentono più legati. L’interesse pubblico al promovimento delle famiglie indigene viene concretamente messa in dubbio in un’ottica di sviluppo del Cantone, se gli assegni sono erogati a persone, che rimangono in Ticino solo temporaneamente e cambiano domicilio quando le prestazioni giungono a scadenza. L’aiuto a tali famiglie non ha un interesse analogo rispetto a quelle, che verosimilmente resteranno nel Cantone. Pertanto, esiste un ragionevole motivo per cui a questi ultimi nuclei familiari sia garantito un particolare aiuto supplementare, che va oltre il minimo esistenziale sociale e il diritto agli assegni familiari previsti dal diritto federale.

3.8.  In definitiva, esiste un motivo ragionevole per imporre ai cittadini stranieri ulteriori condizioni per l’ottenimento del diritto agli assegni. L’esigenza di aver soggiornato ininterrottamente due anni in più in Svizzera rispetto ai cittadini svizzeri non contraddice in ogni caso il principio della proporzionalità. La disciplina normativa si avvera essere conforme in condizioni normali. Se questa legge dovesse rivelarsi illecita in casi particolari, non compete ora al giudice costituzionale procedere al suo annullamento (consid. 2.3), poiché agli interessati rimangono riservati i rimedi giuridici contro la decisione sulla propria domanda di attribuzione o rifiuto degli assegni, ossia la facoltà di reclamo all’organo amministrativo che ha emesso la decisione, quindi la possibilità di ricorso al Tribunale delle assicurazioni del Cantone Ticino (art. 33 cpv. 1 e 2 della legge del 5 giugno 2000 sull’armonizzazione e il coordinamento delle prestazioni sociali; Laps; RL 6.4.1.2).

4.  4.1.  I ricorrenti mettono in rilievo un’ulteriore discriminazione, fondandosi sull’art. 68 della Convenzione n. 102 emanata il 28 giugno 1952 dall’Organiz­zazione internazionale del lavoro (ILO) concernente le norme minime della sicurezza sociale (RS 0.831.102). Ritengono che limitare gli assegni integrativi, finanziati tramite i contributi, ai soli titolari di permesso C sia lesivo di questo trattato internazionale perché pone un carattere arbitrario all’origine delle persone.

4.2.  Il Governo ticinese osserva che l’art. 68 della Convenzione n. 102 non può essere ritenuto di portata autonoma e d’efficacia diretta. Secondo l’Esecutivo cantonale i ricorrenti non indicano altresì gli Stati per cui la reciprocità sarebbe stata elusa. Sottolinea ad ogni conto che gli assegni in questione siano finanziati prevalentemente con fondi pubblici.

4.3.  4.3.1.  L’art. 68 cpv. 1 della Convenzione n. 102 prevede il principio della parità di trattamento dei residenti non cittadini dello Stato. Questi ultimi devono avere gli stessi diritti dei residenti che ne sono cittadini. Un’eccezione è prevista tuttavia per quelle prestazioni o le frazioni di prestazioni finanziate esclusivamente o prevalentemente con fondi pubblici, e per quanto concerne i fondi transitori, possono essere istituite disposizioni particolari per i non cittadini e i cittadini nati fuori del territorio di uno Stato membro. Per il caso concreto, la questione dell’applicabilità diretta dell’art. 68 può rimanere aperta (cfr. consid. 1.3; ammessa per gli art. 31 e 69 lett. f: DTF 121 V 40 consid. 2a pag. 42; 121 V 45 consid. 1 pag. 46).

4.3.2.  Secondo l’art. 73 cpv. 1 Laf l’assegno integrativo è finanziato innanzitutto da un contributo dello 0.15% sul reddito soggetto all’AVS o sul reddito determinante ai fini dell’AVS versato dai datori di lavoro (per i dipendenti) o dagli indipendenti e dalle persone senza attività (lett. a-d). Per il resto è finanziato dallo Stato (lett. e). Sin dall’inizio al legislatore era chiaro l’aspetto di prestazione a carattere misto: nell’ambito del progetto iniziale di legge si affermava come gli assegni di prima infanzia sarebbero stati finanziati per il 37% (bloccando altresì l’indicizzazione degli assegni familiari ordinari) tramite i contributi e solamente il 5% del contributo per l’assegno di famiglia sarebbe stato devoluto a tale scopo (Messaggio n. 4198, pag. 817). Non essendo più possibile con l’entrata in vigore della LAFam bloccare l’indicizzazione degli assegni ordinari, il legislatore ticinese ha confermato le aliquote previgenti, abrogando la soglia di esenzione per gli indipendenti e assoggettando i datori di lavoro che prima non lo erano. Ne sarebbe risultata quindi una parte contributiva di fr. 15.85 mio (46.3%) per una spesa complessiva di fr 34.23 mio (Messaggio n. 6078, pag. 36 seg.; rapporto n. 6078R, pag. 15-16; messaggio n. 6150, pag. 3). Benché la percentuale contributiva sembra essere aumentata dall’entrata in vigore della LAFam, non si può concludere che gli assegni integrativi siano di carattere prevalentemente contributivi. L’aspetto contributivo rimane (ancora) minoritario. Per il resto, i ricorrenti non pretendono che gli assegni integrativi non siano finanziati per lo meno prevalentemente con i fondi pubblici né tentano di dimostrare l’inverso. La censura dei ricorrenti cade quindi nel vuoto.

4.3.3.  A norma dell’art. 74 cpv. 1 Laf l’assegno di prima infanzia è finanziato esclusivamente dal Cantone. Entrambi gli assegni possono quindi essere esclusi dal campo di applicazione dell’art. 68 § 1 della Convenzione ILO n. 102. Anche sotto questo profilo il ricorso si rivela infondato.

5.  5.1.  I ricorrenti sollevano ancora l’incompatibilità delle nuove disposizioni con l’art. 8 CEDU in relazione con l’art. 14 CEDU (RS 0.101). Fondandosi su questi diritti fondamentali, essi ritengono che lo Stato debba agire al fine di permettere a un vincolo familiare di svilupparsi, senza creare discriminazioni tra cittadini svizzeri e stranieri o fra nazionalità.

5.2.  Il Consiglio di Stato rileva che i ricorrenti non giungono a sostenere di essere vittime di un’ingerenza da parte delle autorità ticinesi. Ricorda peraltro che nel quadro di prestazioni pecuniarie tale censura è inammissibile, poiché la Svizzera non ha ratificato il Protocollo n. 1 alla CEDU.

5.3.  I ricorrenti non possono in ogni caso richiamarsi all’art. 1 del Primo protocollo addizionale del 18 maggio 1954 alla CEDU, il quale tutela fra le altre cose anche il diritto di proprietà. La Svizzera, come il Principato di Monaco, ha firmato il protocollo, ma non l’ha mai ratificato. Ancora recentemente il Consiglio federale ha riferito che non reputa per il momento prioritaria la ratifica di questa convenzione, fra l’altro anche per le possibili ripercussioni nell’ambito delle prestazioni sociali (Undicesimo rapporto sulla posizione della Svizzera rispetto alle convenzioni del Consiglio d’Europa del 24 agosto 2016; FF 2016 6331; cfr. sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo [CorteEDU], 17371/90, Gaygusuz contro Austria, del 16 settembre 1996). Ai ricorrenti restano quindi unicamente a disposizione gli art. 8 e 14 CEDU.

5.4.  L’art. 8 CEDU prevede che ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza. In tale ottica, la CEDU non crea in quanto tale un diritto a prestazioni sociali di un importo determinato né garantisce un particolare tenore di vita (sentenze CorteEDU, n. 69341/01, Romanov contro Russia, del 25 ottobre 2005, §45; n. 19872/02, Vassilenkov contro Ucraina, del 3 maggio 2005, § 18). La «vita familiare» di cui all’art. 8 CEDU non si estende esclusivamente agli aspetti sociali, morali e culturali, ma ingloba anche gli interessi materiali (sentenza CorteEDU, n. 68864/01, Merger e Cros contro Francia, del 22 dicembre 2004, § 46), segnatamente le misure che favoriscono la vita familiare e che hanno un’incidenza sul­l’organizzazione di quest’ultima (sentenza CorteEDU, Petrovic contro Austria, Recueil des arrêts et décisions, 1998-II, § 27).

5.5.  A norma dell’art. 14 CEDU (divieto di discriminazione) il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella convenzione deve essere assicurato, senza distinzione di alcuna specie, come di sesso, di razza, di colore, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di appartenenza a una minoranza nazionale di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Per prassi invalsa, questa disposizione è giustiziabile, unicamente se invocata nel campo di applicazione di uno degli articoli della convenzione o dei suoi protocolli aggiuntivi (sentenza CorteEDU, n. 38590/10, Biao contro Danimarca [Grande Camera; GC], del 24 maggio 2016 § 88), senza però che sia necessaria una violazione autonoma di questi ultimi (sentenza CorteEDU, n. 29381/09 e 32684/09, Vallianatos e litisconsorti contro Grecia [GC], CEDH 2013, § 72). Il diverso non è in quanto tale discriminatorio. Anzi, in alcune circostanze, è proprio l’assenza di una disciplina differenziata per correggere una disuguaglianza che può comportare una violazione del divieto di non discriminazione (fra tante si vedano per esempio sentenze CorteEDU, n. 34369/97, Thlimmenos contro Grecia [GC], CEDH 2000-IV, § 44 e n. 65731/01, Stec contro Regno Unito [GC], CEDH 2006-VI, § 51).

Perché si realizzi una discriminazione sanzionata dalla convenzione, occorre piuttosto che si presenti una differenza, la quale non si fonda su di una giustificazione oggettiva e ragionevole, vale a dire che non persegue uno scopo legittimo o se non è in una relazione ragionevole di proporzionalità tra i mezzi usati e il fine perseguito (sentenza CorteEDU, 17120/09, Dhabi contro Italia, dell’8 aprile 2014, § 45). La nozione di discriminazione secondo l’art. 14 CEDU ingloba anche il caso in cui un individuo o un gruppo si veda, senza giustificazione adeguata, trattato più sfavorevolmente di un altro, indipendentemente dalla circostanza che la convenzione imponga o no un trattamento migliore (sentenza CorteEDU, 38590/10, Biao contro Danimarca [Grande Camera; GC], del 24 maggio 2016 § 90; sentenza CorteEDU, 17120/09, Dhabi contro Italia, dell’8 aprile 2014).

Gli Stati nazionali fruiscono di un margine di apprezzamento per determinare se e in quale misura siano giustificate differenze tra situazioni rispetto ad altre analoghe. L’ampiezza di questo ventaglio varia secondo le circostanze, gli ambiti e il contesto. Un ampio margine di apprezzamento è normalmente lasciato agli Stati nel campo di misure di ordine generale in materia economica e sociale (sentenza CorteEDU, 38590/10, Biao contro Danimarca [Grande Camera; GC], del 24 maggio 2016 § 46).

5.6.  Fra i motivi legittimi per stabilire una differenza rientra anche la protezione degli interessi finanziari dello Stato («raisons budgetaires»; sentenza CorteEDU, 17120/09, Dhabi contro Italia, dell’8 aprile 2014, § 53). Si presentano ragioni legittime di restringere l’uso di queste prestazioni, che possono essere costose per lo Stato, per gli stranieri che soggiornano a corto termine o illegalmente sul territorio, non contribuendo in genere al finanziamento di questi servizi. In alcune circostanze è possibile distinguere tra cittadini con una nazionalità di uno Stato dell’Unione europea e gli altri (sentenza CorteEDU, 5335/05, Ponomaryovi contro Bulgaria, del 21 giugno 2011 § 54). Tuttavia, la CorteEDU per esempio ha considerato lesivo degli art. 8 e 14 CEDU, e pertanto privo di giustificazione ragionevole, la mancata concessione di assegni familiari per il solo fatto che il richiedente non era in possesso di un permesso di dimora di durata illimitata (sentenze CorteEDU, 58453/00, Niedzwiecki contro Germania, del 25 ottobre 2005, §32-33 e 59140/00, Okpisz contro Germania, del 25 ottobre 2005, § 33-34; invero emanate, dopo che il Tribunale costituzionale tedesco era giunto alle medesime conclusioni in pendenza di ricorso).

Ancora non è stato ravvisato un motivo legittimo nel negare le prestazioni a un genitore per il solo fatto di essere sprovvisto della nazionalità ungherese (sentenza CorteEDU, 44399/05, Weller contro Ungheria, del 31 marzo 2009 § 38). Analogamente per un istante, con lo statuto di rifugiato politico, ma senza cittadinanza greca o di uno Stato dell’Unione Europea (sentenza CorteEDU, 40083/07, Saidoun contro Grecia, del 28 ottobre 2010 § 42; sentenza CorteEDU, 17120/09, Dhabi contro Italia, dell’8 aprile 2014, § 53). In definitiva, la CorteEDU ha ripetuto più volte che solo motivi molto importanti possono concludere a ritenere compatibile una differenza di trattamento fondata esclusivamente sulla nazionalità (sentenza CorteEDU, 38590/10, Biao contro Danimarca [Grande Camera; GC], del 24 maggio 2016 § 46).

5.7.  I ricorrenti ancora una volta si limitano a contestare la legge impugnata, senza riferimento al regolamento di applicazione (consid. 2.2 e 3.5). Sotto questo profilo la censura di violazione della CEDU si confonde quindi con quella della parità di trattamento, già esaminata in precedenza (consid. 3.7 e 3.8). Si può tuttavia soggiungere che la disparità fra i beneficiari degli assegni cantonali non è basata esclusivamente sulla nazionalità, ma vi confluiscono motivi di gestione finanziaria dello Stato come anche ragioni legittime di sufficiente integrazione al territorio. Superato il periodo di carenza previsto dal regolamento, ogni cittadino straniero potrebbe beneficiare di queste prestazioni. La nuova normativa ticinese resiste pertanto anche sotto il profilo dei diritti convenzionali.

6.  6.1.  A sostegno delle loro conclusioni, i ricorrenti richiamano anche il diritto europeo. Mettono in risalto soprattutto una violazione dell’art. 8 dell’Ac­cor­do tra la Confederazione Svizzera, da una parte, e la Comunità europea ed i suoi Stati membri, dall’altra, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC; RS 0.142.112.681) e dell’art. 4 del Regolamento (CE) n. 883/2004 (RS 0.831.109.268.1). Nella misura in cui il Regolamento (CE) n. 883/2004 non fosse applicabile, la legge impugnata sarebbe comunque in contrasto con il principio di non discriminazione sancito all’art. 2 ALC e nei suoi allegati. I ricorrenti ricordano al riguardo anche l’art. 21 della Convenzione istitutiva del 4 gennaio 1960 dell’Associazione europea di libero scambio (AELS; 0.632.31), la quale prevede fra le altre cose la parità di trattamento fra i cittadini degli Stati contraenti.

6.2.  Il Governo ticinese rileva che i cittadini devono dimostrare la presenza di una prestazione che comporti un vantaggio sociale per avvalersi del diritto di non discriminazione a norma dell’ALC, condizione che fa difetto per gli assegni oggetto della revisione legislativa. Proprio perché la concessione di un aiuto del­l’assistenza rende illecito il soggiorno secondo la legislazione sugli stranieri, l’esame di conformità si esaurisce unicamente a sapere se sia possibile desumere un diritto positivo dal coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. Visto che gli assegni in discussione riguardano prestazioni in denaro a carattere non contributivo secondo l’art. 70 cpv. 4 del Regolamento CE 883/2004, analogamente al regime delle prestazioni complementari, vengono meno le disposizioni comunitarie. L’Esecutivo cantonale osserva anche come questa situazione giuridica trovi conferma anche per quegli Stati che hanno recepito la direttiva 2004/38/CE.

6.3.  I ricorrenti impostano le loro critiche, facendone un caso generale, soprattutto su una giurisprudenza europea (sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee dell’11 dicembre 2014, C-333/13), evocata per la prima volta dal Consiglio di Stato, che tuttavia non è pertinente nel caso in esame. Infatti tale prassi è fondata sulla direttiva 2004/38/CE, che non è stata recepita dalla Svizzera (cfr. art. 4 cpv. 2 allegato I e note a piè di pagina ALC; sentenze 2C_213/2012 del 13 marzo 2012 consid. 2.2.1, 2C_688/2011 del 21 febbraio 2012 consid. 2.4, 2C_417/2008 del 18 giugno 2010 consid. 2.2). Relativamente alle condizioni di concessione di prestazioni speciali in denaro di carattere non contributivo (art. 70 del Regolamento [CE] n. 883/2004), il ricorso non contiene alcuna motivazione (art. 42 LTF). A ciò si aggiunga che ora non è possibile affermare d’acchito che le disposizioni cantonali contestate siano contrarie al diritto comunitario, alla luce della molteplicità di situazioni che si potrebbero porre (cittadini svizzeri, stranieri fuori UE, UE residenti in Svizzera, frontalieri, lavoratori, non attivi, studenti, indipendenti, ecc.). In tal senso, nemmeno occorre statuire ora sulla compatibilità della nuova normativa ticinese rispetto ai lavoratori in possesso della cittadinanza di uno Stato dell’Unione europea. Per il resto, le censure riguardanti l’AELS non hanno in questo contesto una portata propria, limitandosi l’art. 21 AELS a elencare principi generali e a rinviare al­l’Allegato K della Convenzione istitutiva, la quale a sua volta fa proprio il diritto comunitario.

7.  Da ultimo i ricorrenti invocano gli art. 23 e 24 cifra 1 lett. b della Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 28 luglio 1951 (RS 0.142.30). Occorre ricordare che queste garanzie trovano applicazione unicamente per coloro a cui lo statuto di rifugiato è stato riconosciuto e non ai richiedenti l’asilo (DTF 135 V 94 consid. 4 pag. 97). Nemmeno ha una portata propria in questa procedura un’ipotetica disparità di trattamento per persone con statuto di dimora speciale. Posto peraltro che i ricorrenti non invocano una loro posizione particolare, non sembra che la disposizione del regolamento di applicazione voglia escludere queste persone, a condizione abbiano soggiornato legalmente per cinque anni. In ogni caso statuti speciali o situazioni in cui sono interessate un numero relativamente esiguo di persone non sono ad ogni modo sufficienti per annullare nel quadro di un controllo astratto della norma una legge cantonale (consid. 2.3).

8.  8.1.  Ne segue che il ricorso dev’essere respinto. Le spese giudiziarie dovrebbero seguire la soccombenza. Tuttavia, il Consiglio di Stato ha provveduto a modificare il regolamento di applicazione, precisando la disciplina, soltanto dopo lo scadere del termine di ricorso per impugnare la legge. Tale agire ha provocato inutilmente un aumento delle spese e indotto i ricorrenti ad agire. Per questa ragione, essi sopporteranno soltanto una parte ridotta delle spese giudiziarie (art. 66 cpv. 1 LTF). Analogamente è loro concessa anche un’indennità ridotta per spese ripetibili (art. 68 cpv. 1 e 4 LTF).

8.2.  La parte delle spese provocata inutilmente dall’agire contraddittorio del Cantone dev’essere posta a carico di quest’ultimo (art. 66 cpv. 3 LTF). Essendo toccato direttamente nei propri interessi pecuniari, il Cantone Ticino non potrebbe in ogni caso beneficiare dell’esenzione dalle spese giudiziarie (art. 66 cpv. 4 e contrario LTF). Per il resto, non si assegnano ripetibili ad autorità vincente (art. 68 cpv. 3 LTF).

12 Art. 4 cpv. 1 lett. a) e c) Laps; 2a Reg. Laps; 22 Las

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Convivenza stabile – calcolo della prestazione assistenziale ordinaria – applicazione dei medesimi parametri sia per il titolare del diritto che per il convivente

Nel caso di due persone che convivono in modo stabile e che quindi costituiscono un’unica unità di riferimento, il legislatore ticinese ha stabilito, a differenza di altri cantoni, che la prestazione assistenziale ordinaria viene calcolata applicando i medesimi parametri sia per il titolare del diritto che per il convivente.                                                                                                                            
Nel caso di specie, pertanto, l’USSI ha effettuato il conteggio del diritto a un’eventuale prestazione assistenziale ordinaria del ricorrente che convive in modo stabile con il compagno computando anche i redditi e le spese del convivente nella misura definita dalla Las e dalla Laps e non tenendo conto per quest’ultimo di un budget ampliato (comprensivo delle imposte e degli alimenti dovuti alla moglie da cui è separato) in quanto persona non richiedente l’assistenza sociale, come invece fatto valere nel ricorso.                                          
Il diritto a una prestazione assistenziale ordinaria è stato a ragione negato.

TCA 2.8.2016 N. 42.2016.6-7

Convivenza stabile – calcolo della prestazione assistenziale ordinaria – applicazione dei medesimi parametri sia per il titolare del diritto che per il convivente

Nel caso di due persone che convivono in modo stabile e che quindi costituiscono un’unica unità di riferimento, il legislatore ticinese ha stabilito, a differenza di altri cantoni, che la prestazione assistenziale ordinaria viene calcolata applicando i medesimi parametri sia per il titolare del diritto che per il convivente.                                                                                                                            
Nel caso di specie, pertanto, l’USSI ha effettuato il conteggio del diritto a un’eventuale prestazione assistenziale ordinaria del ricorrente che convive in modo stabile con il compagno computando anche i redditi e le spese del convivente nella misura definita dalla Las e dalla Laps e non tenendo conto per quest’ultimo di un budget ampliato (comprensivo delle imposte e degli alimenti dovuti alla moglie da cui è separato) in quanto persona non richiedente l’assistenza sociale, come invece fatto valere nel ricorso.                                          
Il diritto a una prestazione assistenziale ordinaria è stato a ragione negato.

TCA 2.8.2016 N. 42.2016.6-7

2.13.  Nel caso di specie risulta, innanzitutto, che A. e B. convivono in maniera stabile ai sensi dell’art. 4 cpv. 1 lett. c Laps e 2a Reg. Laps.   
In effetti è lo stesso A. ad aver affermato, il 10 novembre 2015, che «(…) dal 2011 convivo con il signor B. Il nostro rapporto di convivenza non è registrato presso le autorità.» (cfr. doc. VII2 inc. 42.2016.6).

Inoltre, come visto sopra, il 17 novembre 2015 il formulario «Procura, compensazione e restituzione» che va sottoscritto dal richiedente le prestazioni e dalle persone facenti parte dell’unità di riferimento è stato firmato sia da A. che da B. (cfr. doc. 78).       
In occasione dell’appuntamento allo Sportello Laps del 10 dicembre 2015 A. ha, poi, firmato il modulo «Conferma» dell’inoltro della domanda di assistenza sociale da cui risulta che la sua unità di riferimento è composta del medesimo e di B. senza sollevare obiezioni (cfr. doc. 79; 75-77).

Il TCA non ignora che nel proprio reclamo A. ha affermato che tra lui e B. vi sarebbe soltanto un rapporto di amicizia e che quando ha indicato di convivere con questi intendeva unicamente che abita nello stesso luogo di B. (cfr. doc. VII3 inc. 42.2016.6).

Tuttavia gli insorgenti con i ricorsi non hanno contestato di far parte della stessa unità di riferimento, né il principio che B., in quanto convivente, partecipi al sostentamento di A. (cfr. doc. I inc. 42.2016.6; 42.2016.7).

Pertanto, anche alla luce dei documenti del 10 e 17 novembre 2015, nonché 10 dicembre 2015 menzionati sopra, occorre concludere che a ragione l’USSI nel calcolo relativo al diritto di A. a una prestazione assistenziale ordinaria dal mese di dicembre 2015 ha tenuto conto, oltre che del medesimo, anche di B. (cfr. doc. 65).

2.14.  Gli insorgenti nei ricorsi hanno, però, censurato il calcolo concernente la prestazione assistenziale ordinaria, segnatamente, nella misura in cui ad B. non è stato riconosciuto un «budget ampliato», ossia non sono state considerate delle spese supplementari (imposte, alimenti alla moglie) rispetto al richiedente l’assistenza sociale, in casu A. (cfr. doc. I inc. 42.2016.6; doc. I inc. 42.2016.7).

A loro sostegno i ricorrenti invocano la giurisprudenza federale, e meglio la sentenza del Tribunale federale 8C_433/2009 del 10 febbraio 2010 e le norme della Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale (COSAS).    
[…]

Riguardo alla funzione delle disposizioni COSAS, cfr. C. Hänzi, Die Richtlinien der schweizerischen Konferenz für Sozialhilfe, ed. Helbing Lichtenhahn, Basilea 2011, pag. 171-172 e pag. 114-115 relativamente al principio di sussidiarietà.

2.15.  Nella sentenza 8C_433/2009 del 10 febbraio 2010, pubblicata in DTF 136 I 129, l’Alta Corte, in un caso di convivenza stabile in cui è stato stabilito che i mezzi di cui disponeva il convivente dovevano essere presi in considerazione nel calcolo dell’assistenza sociale, ha distinto effettivamente tra le spese e i redditi che vanno computati per la persona richiedente/beneficiaria dell’assi­stenza sociale, da una parte, e le spese e i redditi da tenere conto per il concubino non beneficiario dell’assistenza sociale, dall’altra, indicando, facendo riferimento alle norme COSAS, che solo il reddito che supera i propri bisogni calcolati in modo ampliato (fra i quali le imposte e in contributi alimentari dovuti) va conteggiato al partner che domanda prestazioni assistenziali.        
Va, tuttavia, rilevato che quel caso di specie riguardava una coppia di conviventi del Cantone Neuchâtel il cui diritto cantonale, dal profilo dell’assistenza sociale, perlomeno al momento del caso in questione, non disciplinava il rapporto di concubinato stabile, ossia non contemplava regole di calcolo specifiche riguardanti la situazione dei conviventi.   
Le norme COSAS sono state applicate a titolo di diritto cantonale suppletivo in virtù dell’art. 24 del decreto emesso dal Consiglio di Stato neocastellano il 4 novembre 1998 che stabiliva le norme per il calcolo dell’assistenza sociale (cfr. DTF 136 I 129 consid. 4.1.).         
La nostra Massima Istanza ha pure precisato che esistono delle prassi cantonali differenti riguardo alle modalità di computo delle risorse finanziarie del convivente non titolare del diritto, e meglio:

«(…) Certains cantons se fondent sur le revenu net de la communauté domestique formée par les concubins; les dettes fiscales sont prises en compte dans l’établisse­ment du budget (voir les jugements, cités par Hänzi, [op. cit., p. 147 s.], du Tribunal administratif du canton de Soleure du 5 septembre 2006 et du Tribunal administratif du canton de Zurich du 13 janvier 2005, VB.2004.00419; voir aussi le jugement du 12 décembre 2007, VB.2007.00399). D’autres cantons renoncent à une complète assimilation des concubins aux couples mariés, mais prennent en considération les revenus du concubin (non bénéficiaire) à raison d’un montant jugé approprié (ibidem, à propos de jugements concernant le canton d’Argovie du 28 avril 2005, in Aargauische Gerichts- und Verwaltungsentscheide BGE 136 I 129 S. 135 [AGVE] 2005 p. 283, et le canton de Schaffhouse du 1er novembre 2002, 60/2002/4).» (DTF 136 I 129 consid. 6.2.).

Il TF ha in ogni caso ribadito che nel caso di convivenza stabile non è arbitrario sommare i redditi dei due partner per fissare l’importo dell’assistenza sociale (cfr. STF 8C_232/2015 del 17 settembre 2015 consid. 4.3.; 5.2., pubblicata in DTF 141 I 153; DTF 136 I 129 consid. 6.2.).

Nel giudizio 8C_232/2015 del 17 settembre 2015, pubblicato in DTF 141 I 153, appena menzionato come pure al consid. 2.13., l’Alta Corte ha avallato il modo di procedere dell’amministrazione, che aveva computato nei redditi di una beneficiaria dell’assistenza sociale un ipotetico importo a carico del convivente («Konkubinatsbeitrag»), ritenendo la loro convivenza stabile.

Quel caso concerneva il Cantone Zurigo la cui Ordinanza sull’assistenza sociale prevede all’art. 16 cpv. 1 e 2 che un aiuto economico è garantito quando i mezzi finanziari del richiedente non sono sufficienti a coprire il proprio fabbisogno e quello dei suoi familiari. I mezzi propri del richiedente sono costituiti da tutti i redditi e la sostanza di quest’ultimo, come pure del coniuge e del partner registrato a meno che vivano separati.        
L’art. 16 cpv. 4 dell’Ordinanza enuncia che quando la conduzione dell’econo­mia domestica è effettuata dal richiedente per una persona che non rientra tra i beneficiari dell’assistenza sociale (quindi persone non appartenenti alla sua famiglia; cfr. art. 14 Legge sull’assistenza sociale del Cantone Zurigo; art. 16 cpv. 1 Ordinanza sull’assistenza sociale del Cantone Zurigo), viene computato quale reddito (del richiedente) un adeguato importo come indennizzo (cfr. www.zh.ch internet/de/rechtliche_grundlagen/gesetze.html).

2.16.  Il Cantone Ticino, contrariamente ai Cantoni Neuchâtel e Zurigo di cui alle DTF 136 I 129 e 141 I 153, ha invece chiaramente regolato nella Las la situazione delle persone che convivono, da una parte, considerando il convivente, se la convivenza è considerata stabile, nella stessa unità di riferimento del titolare del diritto (cfr. art. 4 cpv. 1 lett. c Laps, applicabile al regime dell’assistenza sociale in virtù degli art. 2 Laps; 21 Las), dall’altra, prevedendo all’art. 22 Las che il reddito disponibile residuale – la cui differenza con la soglia di intervento dopo aver considerato le prestazioni sociali di complemento viene coperta dalle prestazioni assistenziali (cfr. art. 18 Las) – è quello definito dagli art. 5 a 9 Laps, tenuto conto di determinate deroghe enunciate dal disposto stesso.

L’art. 5 Laps sancisce che il reddito disponibile residuale è pari alla differenza tra la somma dei redditi computabili e la somma delle spese computabili delle persone componenti l’unità di riferimento.

I redditi e le spese computabili Las sono elencati in modo esaustivo agli art. 22 Las e 6, 8, 9 Laps (cfr. consid. 2.9.).    
Di conseguenza tali voci devono essere conteggiate nel calcolo della prestazione assistenziale per tutte le persone componenti l’unità di riferimento.

Non è possibile non computarne alcune o conteggiarne altre non previste dalla Las e dalla Laps. 
Per inciso va osservato che, per quanto riguarda eventuali ulteriori costi che esulano sia dalla spesa per l’alloggio, che dalla lista esaustiva delle spese vincolate, si deve sopperire tramite l’importo della soglia di intervento (cfr. STCA 42.2014.10 del 26 novembre 2014 consid. 2.12.; STCA 39.2008.3 del 13 novembre 2008 consid. 2.7.; STCA 42.2008.16 dell’11 marzo 2009 consid. 2.9.).

Ne discende che il legislatore ticinese ha stabilito che per le persone che vivono in convivenza stabile il calcolo volto a determinare l’eventuale diritto a prestazioni assistenziali ordinarie deve essere effettuato facendo capo ai medesimi parametri sia per il titolare del diritto che per l’altro membro dell’unità di riferimento, ossia per il convivente.

Giova, peraltro, ricordare che le norme COSAS sono soltanto raccomandazioni all’indirizzo delle autorità sociali cantonali, comunali, della Confederazione e delle organizzazioni private di sostegno sociale. Tali raccomandazioni servono da punto di riferimento per la giurisprudenza. Tuttavia, esse acquistano carattere vincolante tramite la legislazione cantonale, le regolamentazioni comunali e la giurisprudenza (cfr. www.cosas.ch/norme-cosas; C. Hänzi, Die Richtlinien der schweizerischen Konferenz für Sozialhilfe, ed. Helbing Lichtenhahn, Basilea 2011, pag. 171; STCA 42.2015.1 del 10 giugno 2015 consid. 2.5; 2.10.).

Alla luce di quanto stabilito, sopra, risulta pertanto corretto il modo di operare dell’USSI che ha effettuato il calcolo volto a determinare l’eventuale diritto di A. a una prestazione assistenziale ordinaria dal mese di dicembre 2015 computando anche i redditi e le spese di B. nella misura definita dalla Las e dalla Laps (cfr. doc. 65-66).

9t Art. 34 cpv. 1 lett. c) LT

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Deduzioni sociali – figli agli studi – presupposti – solo corsi che rilasciano un titolo o preparano ad un esame riconosciuto – corso di fashion design all’estero non riconosciuto

Perché i genitori abbiano diritto alla deduzione per figli agli studi, i figli devono frequentare scuole, studi o corsi a tempo pieno, estesi per la durata di almeno due semestri, che rilascino un titolo o preparino ad un esame riconosciuto. Sebbene formalmente la decisione dell’Ufficio borse di studio e sussidi (UBSS) non sia vincolante per l’autorità di tassazione, tuttavia i criteri su cui quest’ultima deve basarsi per verificare il diritto di un contribuente alla deduzione per figli agli studi sono analoghi a quelli che guidano le decisioni dell’UBSS, quando si pronuncia su richieste di borse di studio. Nella fattispecie, il corso di fashion design, frequentato dal figlio del ricorrente a Milano, non rilasciava, nel periodo fiscale litigioso, un titolo riconosciuto.

CDT 13.7.2016 N. 80.2015.163

Deduzioni sociali – figli agli studi – presupposti – solo corsi che rilasciano un titolo o preparano ad un esame riconosciuto – corso di fashion design all’estero non riconosciuto

Perché i genitori abbiano diritto alla deduzione per figli agli studi, i figli devono frequentare scuole, studi o corsi a tempo pieno, estesi per la durata di almeno due semestri, che rilascino un titolo o preparino ad un esame riconosciuto. Sebbene formalmente la decisione dell’Ufficio borse di studio e sussidi (UBSS) non sia vincolante per l’autorità di tassazione, tuttavia i criteri su cui quest’ultima deve basarsi per verificare il diritto di un contribuente alla deduzione per figli agli studi sono analoghi a quelli che guidano le decisioni dell’UBSS, quando si pronuncia su richieste di borse di studio. Nella fattispecie, il corso di fashion design, frequentato dal figlio del ricorrente a Milano, non rilasciava, nel periodo fiscale litigioso, un titolo riconosciuto.

CDT 13.7.2016 N. 80.2015.163

Riassunto dei fatti:

Nella dichiarazione d’imposta per il periodo fiscale 2014, X. ha indicato di provvedere al sostentamento del figlio Y., nato nel 1993, che frequentava l’università a Milano. Ha fatto valere pertanto la deduzione di fr. 11 100.– per figli a carico e quella di fr. 13 400.– per figli agli studi.        
Nella decisione di tassazione IC 2014, l’Ufficio di tassazione ha negato le deduzioni in questione. La contribuente ha impugnato la suddetta decisione, con reclamo.        
L’Ufficio di tassazione ha respinto il reclamo della contribuente, ricordando che, secondo il Decreto esecutivo concernente l’imposizione delle persone fisiche, la deduzione per figli agli studi presuppone che gli studi frequentati dal figlio rilascino un titolo o preparino ad un esame riconosciuto. Nel caso concreto, l’Ufficio borse di studio e sussidi (UBSS) aveva respinto a due riprese una richiesta di sussidio inoltrata dal figlio della contribuente, per il fatto che l’Istituto K. di Milano, da lui frequentato, «non rientrava tra quelli sussidiabili, visto che non permetteva il conseguimento di un titolo pubblico riconosciuto».         
Con ricorso alla Camera di diritto tributario, X. ritiene che il rinvio al decreto esecutivo, che pone il requisito del rilascio di un titolo riconosciuto, non sarebbe giustificato, in difetto di una base legale. In ogni caso, non potrebbe essere vincolante per l’autorità fiscale la decisione dell’UBSS.

Diritto:

1.  1.1.  Ai sensi dell’art. 34 cpv. 1 lett. c LT, nella versione in vigore nel periodo fiscale 2014, «sono dedotti dal reddito netto… per ogni figlio fino al ventottesimo anno di età, al cui sostentamento il contribuente provvede e che, senza beneficiare di assegni o borse di studio, frequenta una scuola o corsi di formazione, oltre al periodo dell’obbligo, un massimo di 13 400.– franchi secondo le modalità e nei limiti fissati dal Consiglio di Stato tenuto conto dei costi supplementari sopportati».  
[…]

2.2.4.  Come ha già avuto modo di affermare questa Camera (cfr. la già citata sentenza del 3 settembre 2007 in RtiD I-2008 n. 7t), vi è una stretta connessione fra assegni di studio e deduzione per figli a carico, nel senso che quest’ultima viene concessa ai contribuenti che, avendo redditi superiori ai limiti previsti dalla normativa, non beneficiano già del primo. Ne consegue che, per quanto attiene ai requisiti che devono presentare le scuole ed i corsi, dovrebbero essere gli stessi in entrambi i casi; in relazione alle qualità delle formazioni riconosciute, il legislatore non ha cioè voluto introdurre criteri diversi per la concessione degli assegni di studio, da un lato, e della deduzione fiscale, dall’altro.  
Tale conclusione è rafforzata dalla lettura della Circolare n. 4 del gennaio 2008 della Divisione delle contribuzioni sulla deduzione per figli agli studi, secondo cui «dà diritto alla deduzione la frequenza di scuole postobbligatorie o superiori per le quali sono concessi assegni di studio o sussidi da parte del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport» (Circolare cit., par. 2).

2.2.5.  Ne consegue che, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, il decreto esecutivo, adottato dal Consiglio di Stato in base alla delega contenuta nella legge in senso formale, costituisce una base legale sufficiente.

2.3.  2.3.1.  Secondo l’Ufficio di tassazione, la deduzione richiesta sarebbe esclusa in considerazione del fatto che i corsi in Fashion Design, frequentati dal figlio della ricorrente a Milano, non si concluderebbero con il rilascio di «un titolo riconosciuto».

2.3.2.  La circolare della Divisione delle contribuzioni già menzionata espone fra l’altro i criteri in base ai quali il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport valuta quali studi possano essere sussidiati.    
Le scuole e i corsi sono raggruppati in tre categorie: scuole postobbligatorie (che preparano a una maturità o a un attestato federale di capacità professionale o a un diploma equivalente), studi superiori (successivi a una maturità o a un attestato federale di capacità professionale o assimilabili) e corsi di perfezionamento professionale (cfr. Circolare cit., par. 2).  
Se ci si concentra sugli «studi superiori», la circolare precisa che vi rientrano «le facoltà universitarie, i politecnici e gli istituti universitari (se lo studente non beneficia di contratti come assistente o ricercatore), le scuole professionali superiori a pieno tempo nelle discipline tecniche e commerciali (SUPSI) (negli altri cantoni l’equivalente della SUPSI è la Fachhochschule, ex STS, ETS, HTL), le scuole artistiche superiori (conservatori, accademie, scuole d’arte), le scuole di tecnici, le scuole specialistiche superiori (SSIG, SSQAT, ecc.), le scuole superiori nelle professioni sociali (scuole per assistenti sociali, ecc.) sanitarie (scuole per ottici, ecc.) o linguistiche (scuole d’interprete), compresi i corsi di lingua in università estere, purché di almeno due semestri continuati» (cfr. Circolare cit., par. 2.2).

2.3.3.  L’art. 19 cpv. 4 della Legge della scuola del 1° febbraio 1990 (Lsc; RL 5.1.1.1), in vigore fino al 31 maggio 2015, nel definire le condizioni per la concessione di assegni e prestiti di studio, prevede che la formazione debba aver luogo in scuole di grado secondario II e in istituti di grado terziario che rilasciano un diploma riconosciuto da uno Stato o da un’autorità statale, dalla Confederazione o dai Cantoni.          
Gli stessi requisiti sono stati ripresi all’art. 13 cpv. 4 della nuova Legge sugli aiuti allo studio del 23 febbraio 2015 (LASt; RL 5.1.3.1), entrata in vigore il 1° giugno 2015. A tale proposito, il Consiglio di Stato, nel suo messaggio che accompagnava il disegno di legge, ha sottolineato che «il diploma rilasciato da una scuola che opera in un determinato Paese deve essere riconosciuto dallo Stato o da un’autorità statale del Paese medesimo», aggiungendo poi che «mal si comprenderebbe che lo Stato aiuti studenti che ottengono diplomi non riconosciuti dal Paese in cui opera la scuola e l’istituto che li rilascia» (Messaggio del Consiglio di Stato n. 6955 del 25 giugno 2014 concernente la Legge sugli aiuti allo studio, p. 24).

2.3.4.  L’Ufficio di tassazione ha fondato il rifiuto di concedere la deduzione richiesta sulla decisione con cui l’UBSS ha respinto la richiesta di borsa di studio, presentata dal figlio della ricorrente. In effetti, il 26 giugno 2013, l’UBSS ha adottato una decisione negativa, sottolineando che «il Cantone non sussidia ogni proposta o qualsiasi tipo di corso che il mercato della formazione offre», ma «occorre che la scelta di una determinata via formativa porti a conseguire un certificato di studio o professionale riconosciuto dalle competenti autorità». Nel caso di Y., l’autorità competente ha ritenuto che queste condizioni non fossero adempiute.   
Ora, formalmente è vero, come sostiene la ricorrente, che la decisione del­l’UBSS non è vincolante per la decisione di tassazione. Infatti, l’UBSS applica la Legge della scuola (ora, Legge sugli aiuti allo studio), mentre l’Ufficio di tassazione adotta decisioni in applicazione della legge tributaria.  
I criteri su cui deve basarsi l’Ufficio di tassazione, per verificare il diritto di un contribuente alla deduzione per figli agli studi, sono tuttavia analoghi a quelli che guidano le decisioni dell’UBSS, quando si pronuncia su richieste di borse di studio.

2.3.5.  Si tratta pertanto di verificare se il corso, frequentato a Milano dal figlio della contribuente, rilasci un titolo o prepari ad un «esame riconosciuto».            
In primo luogo, va sottolineato che la ricorrente non ha in alcun modo confutato l’affermazione dell’Ufficio di tassazione, secondo cui la frequenza dell’Istituto K. di Milano non permetterebbe a suo figlio «di conseguire un titolo pubblico riconosciuto». Al contrario, come già ricordato, l’insorgente si è limitata a contestare l’esistenza di una base legale sufficiente. Di principio, in applicazione analogica della regola generale prevista dall’art. 8 CC, l’onere della prova è tuttavia ripartito nel senso che l’autorità fiscale è tenuta a dimostrare l’esistenza di elementi che fondano o aumentano l’onere fiscale, mentre è a carico del contribuente la prova di quei fatti che concorrono ad escludere o a ridurre il debito verso l’erario (DTF 133 II 153 e 121 II 257; ASA 64 p. 493; StE 1990 B 13.1. n. 8). Considerando anche il fatto che suo figlio segue una formazione all’este­ro, spetterebbe alla contribuente la prova del riconoscimento dei diplomi rilasciati.       
In ogni caso, da una verifica sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Univer­sità e della Ricerca (MIUR) della Repubblica Italiana risulta che l’Istituto K. di Milano è autorizzato ad attivare i corsi e a rilasciare i titoli di diploma accademico di primo livello (fra l’altro, in Fashion Design & Accessories) solo a decorrere dall’anno accademico 2016/2017, ai sensi dell’art. 11 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 212 dell’8 luglio 2005, che autorizza il Ministro a conferire a istituzioni non statali già esistenti l’autorizzazione a rilasciare i titoli di Alta formazione artistica, musicale e coreutica (cfr. il decreto del 1° giugno 2016).

2.3.6.  Ne consegue che la decisione impugnata, con cui l’Ufficio di tassazione ha negato alla ricorrente la deduzione per figli agli studi, per il fatto che il corso frequentato a Milano da suo figlio Y. non rilascia un titolo riconosciuto, si rivela conforme alla legge.

3c Art. 134, 286 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Modifica di sentenza di divorzio – reddito del genitore divenuto insufficiente per garantire il contributo alimentare al figlio

Se il reddito del debitore non è più sufficiente per garantire il contributo alimentare in favore del figlio stabilito in una sentenza di divorzio, entrambi i genitori possono essere tenuti a intaccare la rispettiva sostanza, secondo la funzione e la composizione della medesima. Nel rispetto del principio di uguaglianza non si può pretendere tuttavia che l’uno attinga al proprio patrimonio se l’altro non è chiamato a fare altrettanto, a meno che sia sprovvisto di sostanza.

I CCA 23. 6.2016 N. 11.2013.57

Modifica di sentenza di divorzio – reddito del genitore divenuto insufficiente per garantire il contributo alimentare al figlio

Se il reddito del debitore non è più sufficiente per garantire il contributo alimentare in favore del figlio stabilito in una sentenza di divorzio, entrambi i genitori possono essere tenuti a intaccare la rispettiva sostanza, secondo la funzione e la composizione della medesima. Nel rispetto del principio di uguaglianza non si può pretendere tuttavia che l’uno attinga al proprio patrimonio se l’altro non è chiamato a fare altrettanto, a meno che sia sprovvisto di sostanza.

I CCA 23. 6.2016 N. 11.2013.57

9.  b)  Quando fissa contributi di mantenimento il giudice tiene calcolo del reddito effettivo conseguito dalle parti, fermo restando che il debitore alimentare può – come il beneficiario – vedersi imputare un reddito ipotetico più elevato. Il giudice considera anche il reddito della sostanza, alla stessa stregua del reddito da attività lucrativa; se la sostanza non produce reddito (o genera scarso reddito), entra in linea di conto una volta ancora il reddito ipotetico. Ove i redditi delle parti (da attività lucrativa e della sostanza) bastino per il sostentamento, poco importa in generale l’ammontare della sostanza. Qualora invece i redditi siano insufficienti, nulla osta per principio a che il mantenimento sia assicurato anche dalla sostanza, beni propri compresi. Ciò vale tanto in sede cautelare quanto ai fini del merito. Secondo la funzione e la composizione della sostanza delle parti, dunque, un debitore alimentare può essere tenuto – come il beneficiario – a intaccare il proprio patrimonio. Se tale patrimonio è stato accumulato a scopo di previdenza per la vecchiaia, l’uso del medesimo si giustifica in specie per garantire il mantenimento delle parti dopo il pensionamento. Il consumo di patrimonio non si giustifica invece – di regola – ove si tratti di sostanza non agevolmente realizzabile, ricevuta in eredità o investita nella casa d’abitazione (sentenza del Tribunale federale 5A_372/2015 del 29 settembre 2015 consid. 2.1.2 con numerosi richiami, in: SJ 2016 I 106 e in: FamPra.ch 2016 pag. 258; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2014.26 del 13 gennaio 2016, consid. 4).

c)  Valutare se e in quale misura possa concretamente pretendersi dal debitore alimentare che eroda la propria sostanza per assicurare il mantenimento corrente è una questione da apprezzare sulla scorta delle circostanze del caso specifico. Significativi sono il tenore di vita anteriore, che può anche essere ridotto, l’en­tità della sostanza e la durata del periodo sull’arco del quale occorre far capo al patrimonio. La giurisprudenza ha già avuto occasione di stabilire, ad esempio, che un debitore senza attività lucrativa e con reddito della sostanza insufficiente per sopperire al mantenimento coniugale può essere tenuto ad attingere al proprio patrimonio per garantire al creditore la copertura del fabbisogno minimo allargato o il tenore di vita sostenuto in precedenza. Nel rispetto del principio di uguaglianza fra (ex) coniugi, ad ogni modo, non si può pretendere che una parte intacchi la propria sostanza se l’altra parte non è chiamata a fare altrettanto, a meno ch’essa sia sprovvista di patrimonio (sentenza del Tribunale federale 5A_372/2015 del 29 settembre 2015, consid. 2.1.2 con ulteriori richiami, in: SJ 2016 I 106 e in: FamPra.ch 2016 pag. 258; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2014.26 del 13 gennaio 2016, consid. 4).

4c Art. 277 cpv. 2, 286 cpv. 2, 289 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Contributo alimentare per un figlio maggiorenne – prestazione sostitutiva da parte di un terzo

Il terzo che contribuisce volontariamente al mantenimento di un figlio non suo estingue, fino a concorrenza della somma pagata, l’obbligo di mantenimento dei genitori. In tal caso il figlio perde, per l’ammontare delle prestazioni versate dal terzo, la legittimazione per convenire in giudizio i genitori.

I CCA 19. 9.2016 N. 11.2014.47

Contributo alimentare per un figlio maggiorenne – prestazione sostitutiva da parte di un terzo

Il terzo che contribuisce volontariamente al mantenimento di un figlio non suo estingue, fino a concorrenza della somma pagata, l’obbligo di mantenimento dei genitori. In tal caso il figlio perde, per l’ammontare delle prestazioni versate dal terzo, la legittimazione per convenire in giudizio i genitori.

I CCA 19. 9.2016 N. 11.2014.47

3.  Il padre ripete che la figlia non ha alcun interesse degno di protezione ad agire nei suoi confronti, poiché le rette della scuola alberghiera sono già state pagate tutte da X., attuale marito dell’ex moglie. La figlia non può pertanto esigere da lui quanto ha già ricevuto dal patrigno. Onde l’inutilità e la caducità dell’azione da lei promossa.

a)  Dagli atti risulta che nella primavera del 2011, quando frequentava ancora la scuola media di commercio, la figlia ha superato gli esami di ammissione a una scuola alberghiera, ricevendo conferma dell’iscrizione. La retta dei primi due semestri, che comprendevano il vitto, l’alloggio, il premio della cassa malati, i libri, il materiale didattico e l’uniforme scolastica, è stata pagata dal patrigno, tra l’aprile e il giugno del 2011. Durante l’estate successiva (…), la figlia e la madre hanno incontrato il padre, sottoponendogli la documentazione scolastica e chiedendogli di partecipare ai costi di formazione nella misura prevista nella convenzione di divorzio, ossia con fr. 800.– mensili. La figlia ha poi cominciato a frequentare la scuola alberghiera nel settembre del 2011, trasferendosi nel Canton Y. presso la madre e la di lei famiglia. Tra il maggio e il luglio del 2012 X. ha pagato le rette scolastiche del terzo e quarto semestre. La figlia ha poi promosso causa nei confronti del padre (l’istanza di conciliazione è del 23 ottobre 2012, la petizione del 18 marzo 2013). Nel frattempo anche le rette dei semestri successivi sono state saldate da X.

b)  Che il mantenimento dei figli sia a carico dei genitori, i quali sono chiamati a finanziarlo secondo le rispettive possibilità, è pacifico (art. 276 cpv. 1 e 285 cpv. 1 CC), così com’è indubbio che tale obbligo duri fino alla maggiore età o al termine della formazione scolastica o professionale del figlio (ove questa intervenga più tardi: art. 277 CC; DTF 139 III 401). Il diritto di famiglia non contempla invece norme specifiche sugli effetti legati al pagamento di contributi di mantenimento da parte di terzi, salvo l’art. 289 cpv. 3 CC, il quale prevede che l’ente pubblico è surrogato nei diritti del figlio quando ne assume il mantenimento. Tornano applicabili così le disposizioni generali del diritto delle obbligazioni (art. 7 CC), in virtù delle quali il terzo che estingue un debito in luogo e vece del debitore libera quest’ultimo fino a concorrenza di quanto ha pagato, anche se il versamento è avvenuto all’insaputa o contro la volontà del debitore. «Terzo» nel senso dell’art 68 CO è chi fornisce la prestazione con la volontà riconoscibile di saldare il debito. Il terzo che contribuisce volontariamente al sostentamento di un figlio, di conseguenza, estingue l’obbligo di mantenimento dei genitori fino a concorrenza di quanto ha pagato, ma può – per principio – esercitare regresso contro i genitori valendosi delle norme sulla gestione d’affari senza mandato. In tal caso il figlio non può più convenire in giudizio i genitori per l’ammontare delle prestazioni versate dal terzo (DTF 123 III 163 consid. 4b e 4c con rinvii; sentenza del Tribunale federale 5C. 55/2004 del 19 luglio 2004, consid. 3 in: FamPra.ch 2005 pag. 175; v. anche Perrin in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 6 seg. ad art. 289; Hegnauer in: Berner Kommentar, edizione 1997, n. 38 ad art. 289 CC).

c)  In concreto la figlia non ha mai precisato a che titolo X. abbia sopperito al mantenimento di lei. Eppure già nel memoriale di risposta il padre aveva contestato la legittimazione attiva di lei, facendo valere che X. l’aveva sostentata in sua vece («oggetto del contendere è semmai un credito da parte di un terzo che ha pagato le rette per tutta la formazione scolastica e questa non è la sede corretta»). A quella obiezione l’attrice non aveva replicato alcunché, tranne affermare che la sua formazione professionale sarebbe durata almeno fino al giugno del 2014. Essa non ha mai preteso, tuttavia, di dover rimborsare al patrigno le prestazioni da lui ricevute, né ha mai asserito che – per avventura – il patrigno l’avesse sovvenzionata con riserva, purché ricuperasse almeno parte dell’esbor­so con l’azione da lei promossa a titolo di mantenimento. Né ciò può essere presunto, le prestazioni che un patrigno o una matrigna fornisce al figlio del coniuge costituendo – di regola – donazioni o prestazioni eseguite in assolvimento di un dovere morale (Piotet in: Commentaire romand, op. cit., n. 4 ad art. 286 CC).

d)  L’art. 278 cpv. 2 CC prevede invero che i coniugi si devono vicendevole e adeguata assistenza nell’adempimento dell’obbligo alimentare verso i figli non comuni nati prima del matrimonio. Tale norma si applica anche a figli maggiorenni (sentenza del Tribunale federale 5A_440/2014 del 20 novembre 2014, consid. 4.3.2.2 con riferimenti; I CCA, sentenza inc. 11.1998.111 del 3 febbraio 2000, consid. 7b in: FamPra.ch 2001 pag. 151). Essa istituisce tuttavia un dovere di assistenza meramente sussidiario e non conferisce al figlio una pretesa di mantenimento verso il patrigno o la matrigna. Il figlio può agire solo contro il genitore. Tocca poi al genitore, dandosene il caso, procedere contro il proprio coniuge (Breitschmid in: Basler Kommentar, ZGB I, 5a edizione, n. 4 ad art. 278; Meier/Stettler, Droit civil suisse, Droit de la filiation, vol. II: Effets de la filiation, 5a edizione, pag. 686 n. 1048). Nella fattispecie il patrigno ha assicurato volontariamente il mantenimento dell’attrice dal settembre del 2011 fino al termine degli studi, nel giugno 2014. La figlia non era più legittimata pertanto ad agire verso il padre per ottenere un contributo alimentare in relazione al medesimo periodo. La sua pretesa è passata, se mai, al patrigno.

e)  Non si disconosce che l’azione di mantenimento intentata dal figlio (minorenne o maggiorenne) contro il genitore può rivelarsi infruttuosa se per il proprio sostentamento in pendenza di causa il figlio fa capo a un terzo. In simili circostanze le volontarie prestazioni del terzo estinguono infatti il debito del genitore a mano a mano che il debito sorge, sicché il figlio si vede disconoscere con la stessa progressione la possibilità di procedere nei confronti del genitore. Per ovviare a simile stato di cose il figlio può chiedere nondimeno che il genitore sia tenuto a erogare cautelarmente adeguati contributi in forza dell’art. 303 cpv. 1 CPC (art. 281 cpv. 2 vCC). Nel caso specifico non solo ciò non è avvenuto, ma la figlia ha adito l’autorità di conciliazione unicamente nell’ottobre 2012, allorché il padre rifiutava ogni versamento sin dal 22 novembre 2011 e il patrigno aveva già pagato le rette scolastiche dei primi quattro semestri. Il problema della legittimazione attiva era riconoscibile perciò fin dall’inizio.

5c Art. 277 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Contributo alimentare per un figlio maggiorenne – nozione di «formazione appropriata» e obbligo d’informazione del figlio

La «formazione appropriata» non si esaurisce con il conseguimento di un primo ciclo di addestramento, anche se questo permette di conseguire un attestato di base, ma comprende l’intero curriculum necessario al figlio per rendersi autonomo e mettere pienamente a frutto le sue capacità.         
Il figlio è tenuto ad aggiornare regolarmente il genitore «circa i risultati e gli sviluppi della propria formazione». Se non fornisce ragguagli, il genitore può rivolgersi al giudice.

I CCA 10. 6.2016 N. 11.2014.85

Contributo alimentare per un figlio maggiorenne – nozione di «formazione appropriata» e obbligo d’informazione del figlio

La «formazione appropriata» non si esaurisce con il conseguimento di un primo ciclo di addestramento, anche se questo permette di conseguire un attestato di base, ma comprende l’intero curriculum necessario al figlio per rendersi autonomo e mettere pienamente a frutto le sue capacità.         
Il figlio è tenuto ad aggiornare regolarmente il genitore «circa i risultati e gli sviluppi della propria formazione». Se non fornisce ragguagli, il genitore può rivolgersi al giudice.

I CCA 10. 6.2016 N. 11.2014.85

6.  Secondo la più recente giurisprudenza del Tribunale federale, i contributi alimentari per i figli vanno fissati non solo fino alla maggiore età, ma fino al termine di un eventuale percorso scolastico o professionale (DTF 139 III 404 in alto). Tale percorso non si esaurisce con il conseguimento di un primo ciclo di formazione, anche se questo permette di conseguire un attestato professionale di base, ma comprende l’intero curriculum necessario al figlio per rendersi autonomo, mettendo pienamente a frutto le sue capacità (cfr. I CCA, sentenza inc. 11.2013.14 del 31 agosto 2015, consid. 6b con riferimenti; v. anche Meier/ Stettler, Droit de la filiation, 5a edizione, pag. 788 nota 1197). Nella fattispecie neppure il padre asserisce che l’orientamento professionale intrapreso dalla figlia non sia consono alle attitudini e alle inclinazioni di lei. Deplora di non esserne mai stato debitamente informato e di avere creduto sulla scorta di quanto gli era stato lasciato presumere che la scelta professionale della ragazza si concludesse solo nel giugno del 2021. Tale recriminazione può anche apparire comprensibile. Sta di fatto che la formazione effettivamente intrapresa dalla figlia non risulta doversi concludere prima di allora.

Come si evince dalle schede informative dell’orientamento scolastico e professionale prodotte dalla madre, la formazione di assistente di studio medico frequentata dalla figlia permette, fra i suoi perfezionamenti, di conseguire dopo tre anni di apprendistato, un ulteriore anno preparatorio e altri tre anni di formazione un bachelor of science in cure infermieristiche presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (www.locarno.ssmt.ch/formazioni.htm). La data prevista per il termine della formazione (2021) corrisponde dunque al ciclo ordinario di studi per assolvere il tirocinio (tre anni), ottenere la maturità professionale (un anno) e conseguire il bachelor. A torto il padre sostiene così che dopo i tre anni di apprendistato la formazione della figlia non sarebbe delineata perché il curriculum da lei scelto non comprenderebbe l’ottenimento di una maturità integrata. Certo, a suo avviso l’attestato di assistente di studio medico permetterà in ogni modo alla figlia di accedere al mercato del lavoro e di rendersi finanziariamente autonoma. Se non che, come si è accennato, il conseguimento di un attestato di capacità professionale di base non coincide necessariamente con il termine di un percorso scolastico o professionale, men che meno nel caso in esame, le parti essendosi intese fin dall’inizio che la figlia seguisse una formazione alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. Nulla induce quindi, in definitiva, a riformare il dispositivo della sentenza impugnata, che si limita a fissare l’obbligo di mantenimento dopo la maggiore età della figlia «fino al termine della formazione SUPSI (…) prevista per giugno 2021».

7.  L’appellante chiede altresì che la figlia sia tenuta ad aggiornarlo regolarmente «circa i risultati e gli sviluppi della propria formazione». La richiesta in sé è legittima, ma tale obbligo di informazione rientra già nei doveri del figlio previsti dalla legge (Schwenzer/Cottier in: Basler Kommentar, ZGB I, 5a edizione, n. 2 e n. 5 ad art. 272). Ove la ragazza non dovesse attenervisi, toccherà all’appellante sollecitare dalla figlia i necessari ragguagli. Non dovesse ottenerli, si rivolgerà al giudice, così come potrà adirlo nell’ipotesi in cui la figlia non seguisse i corsi previsti o non li seguisse con il necessario impegno (Breitschmid in: Basler Kommentar, op. cit., n. 18 e n. 20 ad art. 277 CC). Al giudice l’appellante potrà anche chiedere di ridurre temporaneamente il contributo di mantenimento ove in determinati periodi la ragazza conseguisse un reddito proprio.

6c Art. 426 segg., 445 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Ricovero a scopo d’assistenza di una persona anziana in un Istituto per anziani mediante decisione dell’Autorità di protezione

L’Autorità di protezione è competente per ordinare il ricovero a scopo d’assistenza e la dimissione (art. 426 CC), fatta riserva per analoga competenza, concorrente, conferita ai medici designati dal Cantone (art. 429 CC).                                         
L’Autorità di protezione decide il ricovero nella sua composizione collegiale di tre membri, senza possibilità di deroga, dopo avere sentito, pure collegialmente, l’interessato. In caso di urgenza e nonostante l’esistenza della competenza concorrente dei medici a disporre un ricovero a scopo d’assistenza, l’Autorità di protezione in circostanze eccezionali, segnatamente l’irreperibilità momentanea di tutti i suoi membri, può decidere mediante provvedimento cautelare, le disposizioni generali di procedura restando applicabili parallelamente alle competenze conferite ai medici. Le decisioni emanate in via supercautelare non essendo impugnabili a un’Autorità superiore, l’Autorità di protezione è comunque tenuta a conformarsi in brevissimo tempo alle esigenze di decisione e audizione collegiale anzidette.                               
L’Autorità di protezione deve pronunciarsi anche sull’idoneità dell’Isti­tuto prescelto, ritenuto che la nozione di istituto idoneo fa parte delle condizioni materiali del collocamento ed è parte della forza formale di res judicata della decisione. In caso di cambiamento di istituto, anche se il regime di ricovero rimane identico, l’Autorità di protezione deve prendere una nuova decisione e non può delegare all’istituto del primo ricovero la competenza di scegliere il nuovo istituto e di mettere in atto il trasferimento.                                                  
Nel caso specifico è stata annullata la decisione della Commissione giuridica LASP di confermare l’ordine – emanato solo in via supercautelare dal presidente dell’ARP – di ricoverare l’anziano in un Ospedale e di lasciare ai medici di quest’ultimo il compito di trovare l’istituto idoneo e di trasferire poi l’interessato senza ulteriore pronunciamento.

CDP 16.01.2017 N. 9.2016.195-197

Ricovero a scopo d’assistenza di una persona anziana in un Istituto per anziani mediante decisione dell’Autorità di protezione

L’Autorità di protezione è competente per ordinare il ricovero a scopo d’assistenza e la dimissione (art. 426 CC), fatta riserva per analoga competenza, concorrente, conferita ai medici designati dal Cantone (art. 429 CC).                                         
L’Autorità di protezione decide il ricovero nella sua composizione collegiale di tre membri, senza possibilità di deroga, dopo avere sentito, pure collegialmente, l’interessato. In caso di urgenza e nonostante l’esistenza della competenza concorrente dei medici a disporre un ricovero a scopo d’assistenza, l’Autorità di protezione in circostanze eccezionali, segnatamente l’irreperibilità momentanea di tutti i suoi membri, può decidere mediante provvedimento cautelare, le disposizioni generali di procedura restando applicabili parallelamente alle competenze conferite ai medici. Le decisioni emanate in via supercautelare non essendo impugnabili a un’Autorità superiore, l’Autorità di protezione è comunque tenuta a conformarsi in brevissimo tempo alle esigenze di decisione e audizione collegiale anzidette.                               
L’Autorità di protezione deve pronunciarsi anche sull’idoneità dell’Isti­tuto prescelto, ritenuto che la nozione di istituto idoneo fa parte delle condizioni materiali del collocamento ed è parte della forza formale di res judicata della decisione. In caso di cambiamento di istituto, anche se il regime di ricovero rimane identico, l’Autorità di protezione deve prendere una nuova decisione e non può delegare all’istituto del primo ricovero la competenza di scegliere il nuovo istituto e di mettere in atto il trasferimento.                                                  
Nel caso specifico è stata annullata la decisione della Commissione giuridica LASP di confermare l’ordine – emanato solo in via supercautelare dal presidente dell’ARP – di ricoverare l’anziano in un Ospedale e di lasciare ai medici di quest’ultimo il compito di trovare l’istituto idoneo e di trasferire poi l’interessato senza ulteriore pronunciamento.

CDP 16.01.2017 N. 9.2016.195-197

A.  X. (1925) è domiciliato ad A., dove vive con la figlia Y. Egli necessita di cure costanti, per le quali è stato per anni assistito dalla figlia e dal servizio infermieristico domiciliare.

B.  L’8 ottobre 2016 X. è stato ricoverato al Pronto soccorso dell’Ospedale O. per presunti maltrattamenti subiti da parte della figlia.  
Con decisione supercautelare 10 ottobre 2016 il presidente dell’Autorità regionale di protezione ha disposto a favore di X. la privazione della libertà a scopo di assistenza, ricoverandolo all’Ospedale O. e delegando ai medici curanti, per il tramite del Servizio sociale dell’Ospedale, di reperire in seguito «una struttura adeguata». In corso di procedura l’anziano interessato è quindi stato trasferito presso l’Istituto gestito dalla Fondazione F.

C.  Contro la decisione supercautelare dell’Autorità di protezione i figli Y. e Z. sono insorti presso la Commissione giuridica in materia di assistenza sociopsichiatrica (in seguito Commissione giuridica LASP) con due ricorsi separati. Entrambi i ricorsi sono stati respinti mediante decisione 3 novembre 2016 della Commissione giuridica LASP, che ha «accertato la liceità» della decisione del presidente dell’Autorità di protezione.

D.  Y. il 4 novembre 2016 e Z. il 12 novembre 2016 si sono aggravati a questa Camera con due distinti reclami contro la decisione della Commissione giuridica LASP. Entrambi i figli contestano il ricovero, ritenendo sostanzialmente che il padre non sia mai stato trascurato al proprio domicilio.

E.  Con scritto 15 novembre 2016 la Commissione giuridica LASP ha precisato di non avere osservazioni da formulare ad entrambi i reclami.

F.  Tramite decisione 18 novembre 2016, il presidente di questa Camera ha nominato a X. – destinatario della decisione impugnata – un patrocinatore d’uf­ficio nella persona dell’avv. D., ritenendo l’interessato non in grado di difendere i propri interessi. Con ulteriore decisione 29 novembre 2016 ha quindi assegnato al predetto patrocinatore un termine per formulare eventuali osservazioni scritte.

G.  Nel frattempo il Ministero pubblico ha comunicato di procedere nei confronti di Y. «in merito al padre X.». Gli incarti dell’Autorità di protezione e di questa Camera sono quindi stati messi a disposizione della Procuratrice pubblica titolare dell’inchiesta penale.

H.  In data 2 dicembre 2016 il presidente di questa Camera ha proceduto all’au­dizione di X. presso l’Istituto della Fondazione F., dove si trova ricoverato.

I.  Con osservazioni del 7 dicembre 2016, il patrocinatore d’ufficio di X. ha descritto la situazione sottolineando che è nell’interesse del suo patrocinato di poter disporre degli aiuti e della garanzie di sicurezza necessarie. Ha evidenziato che il ricovero messo in atto garantisce l’integrità fisica e le adeguate cure a X. Ha anche rilevato che la figlia minimizza le sue difficoltà di accudimento mentre il figlio non appare in grado di prendersi cura del padre personalmente e non si confronta con le problematiche a carico della sorella. Dal punto di vista giuridico il rappresentante di X. reputa che nella decisione impugnata manchi comunque uno degli elementi necessari per ordinare il ricovero a scopo di cura, ossia l’indicazione precisa della struttura presso la quale doveva essere messa in esecuzione la decisione e che detta indicazione – o meglio, la scelta della struttura per il ricovero – non poteva essere delegata all’Ospedale O. In ogni caso, a suo modo di vedere, nel risultato la scelta dell’Istituto appare corretta ed è quindi nell’interesse di X. potervi rimanere. Le altre condizioni da adempiere per il ricovero (la causa e il bisogno di assistenza), secondo l’avv. D., appaiono rispettate e di conseguenza la misura d’urgenza risulta proporzionata e atta a raggiungere il suo scopo. Per l’adozione della misura definitiva l’Autorità di protezione dovrà invece – sempre a suo dire – ordinare una perizia completa e valutare in modo approfondito se l’attuale situazione sia la più adatta o se esistano strutture ancora più idonee «specializzate in particolare nella presa a carico di malati di Alzheimer».

L.  Y. ha presentato le proprie osservazioni il 12 dicembre 2016, precisando di essersi sempre impegnata nell’accudimento del padre ed esprimendo la sua opinione negativa sull’idoneità dell’istituto dove è stato ricoverato. Ha poi inoltrato le fatture della … ed un ulteriore scritto datato 22 dicembre 2016.

M.  La Commissione giuridica LASP, con scritto 15 dicembre 2016, ha comunicato a questa Camera di rinunciare a duplicare.

N.  Z. ha presentato la sua replica il 18 dicembre 2016, ribadendo di non condividere il provvedimento adottato a favore del padre. Egli contesta il tenore della perizia del dr. med. M. e chiede che siano sentiti alcuni testimoni allo scopo di chiarire le «accuse gravi nei confronti dei figli», «perlomeno esagerate». Contesta pure le osservazioni presentate dal patrocinatore di X., confermando quindi le censure sollevate nel reclamo. Z. presenta un elenco di case per anziani che dispongono di un reparto speciale per i malati di Alzheimer, precisando che l’Istituto dove è ricoverato il padre non fa parte di tale lista. Al proposito contesta la gravità della malattia, sostenendo che non sarebbe chiaro il motivo per il quale in poco tempo lo stato del padre sarebbe peggiorato passando da «moderato-grave a grave». Egli ritiene quindi necessaria una nuova perizia da parte di un perito «super partes», poiché il parere espresso dal dr. med. M. sarebbe impreciso e approssimativo. Di conseguenza reputa che «certi errori e valutazioni approssimative dovrebbero fare oggetto di correzione se non addirittura di stralcio». Formula quindi un’istanza di intersecazione per «certe espressioni, certi errori e valutazioni approssimative» che «dovrebbero fare oggetto di correzione se non addirittura di stralcio».     
Infine chiede l’istituzione di una curatela, proponendosi quale curatore nella sua veste di figlio e postulando l’adozione di un mandato precauzionale.

O.  In data 19 dicembre 2016 X. ha duplicato alla replica della figlia, contestando «in toto» le sue affermazioni, ritenendo che si tratterebbe di «una percezione soggettiva di una realtà che non si accetta». Egli sostiene che la figlia non comprovi le sue allegazioni con alcun mezzo di prova. 
Tramite duplica 23 dicembre 2016, X. ha contestato anche la replica del figlio, ritenendola «caratterizzata da elementi irrilevanti e ripetitivi». Egli sostiene che le richieste del reclamante di essere nominato curatore o di procedere con un mandato precauzionale siano state presentate a un’autorità incompetente. Chiarisce la sua posizione in merito alla perizia del dr. med. M., evidenziando che a suo modo di vedere il giudice non può comunque scostarsi dalle sue conclusioni. Contesta l’esigenza di procedere all’audizione di testimoni e precisa che la relazione conflittuale tra padre e figlia sarebbe stata osservata dal personale medico. Inoltre, alla luce di quanto accaduto al domicilio, il pericolo a cui è esposto X. sarebbe, a suo dire, evidente e di conseguenza il ricovero a scopo di assistenza adottato in via supercautelare risulterebbe fondato. Egli chiarisce che trattandosi esclusivamente di una procedura supercautelare le affermazioni del reclamante relative al grado di demenza del padre sono prive di rilievo e da esporre semmai nel merito. Egli evidenzia che la sede civile non sarebbe la sede opportuna per discutere di quanto viene contestato alla figlia nel procedimento penale avviato a suo carico. Contesta per finire l’istanza di intersecazione – di cui chiede la reiezione – rilevando che tale procedura non è in ogni caso applicabile ai documenti e alle perizie prodotte agli atti. Precisa infine che le soluzioni proposte dal figlio – la sua nomina a curatore e l’istituzione di un mandato precauzionale – non risolverebbero il problema dell’anziano padre, visto che avrebbero scopi puramente amministrativi, mentre in discussione vi è il ricovero in una casa per anziani. Per altro la prima soluzione non è stata presentata nella sede competente e la seconda non appare attuabile vista l’incapacità del padre.

P.  Con scritto 20 dicembre 2016 la Commissione giuridica LASP ha dichiarato di rinunciare a duplicare anche alla replica di Z.

Considerato in diritto:

1.  Ai sensi dell’art. 48 lett. f n. 8 LOG la Camera di protezione giudica, nella composizione di un giudice unico, i reclami contro le decisioni della Commissione giuridica istituita dalla Legge sull’assistenza sociopsichiatrica (LASP) del 2 febbraio 1999. In virtù del principio della lex posterior, la competenza ricorsuale contro le decisioni della Commissione giuridica LASP va dunque determinata sulla base di tale norma, introdotta dal Parlamento cantonale con effetto dal 1° gennaio 2013, nonostante la mancata abrogazione dell’art. 50 cpv. 3 LASP che prevede ancora la competenza del Tribunale cantonale amministrativo.      
Riguardo alla procedura applicabile, per quanto non già regolato dalle norme federali (in particolare, dall’art. 450e CC) occorre riferirsi alle disposizioni della LASP, benché allo stadio attuale esse non siano ancora state adattate all’assetto giuridico e istituzionale attuale e, in via sussidiaria, alla legge sulla promozione della salute e il coordinamento sanitario, come pure alla legge di procedura per le cause amministrative (LPAmm).

I ricorsi, avendo il medesimo fondamento di fatto, sono stati oggetto di un’istrut­toria congiunta e vengono evasi con una sola decisione (art. 76 LPAmm).

2.  La Commissione giuridica LASP con la sentenza qui impugnata ha respinto i ricorsi di Y. e Z. contro la decisione supercautelare 10 ottobre 2016 del presidente dell’Autorità regionale di protezione relativa al ricovero a scopo di assistenza di X. Tale decisione prevedeva, al primo dispositivo, che «conformemente all’art. 426 CC, il signor X., è privato della libertà a scopo di assistenza e ricoverato inizialmente all’Ospedale O., luogo dove il paziente è attualmente già degente, con effetto immediato» e che «i medici curanti, per il tramite del Servizio sociale dell’Ospedale, reperiranno in seguito una struttura adeguata». Al terzo dispositivo, il presidente dell’Autorità di protezione ha precisato che «il signor X. sarà incontrato per essere sentito dall’ARP, all’Ospedale O., entro dieci giorni dalla presente decisione supercautelare. Nel caso in cui l’inte­res­sato non fosse in grado di essere sentito, l’ARP invita i medici curanti del signor X. a inoltrare tempestivamente un certificato medico, dal quale risulti che allo stadio attuale il paziente non è in grado di essere sentito. All’eventuale audizione sarà presente anche un medico curante».

La Commissione giuridica LASP ha confermato tale decisione dopo aver incaricato un perito esterno, il dr. med. M., di «procedere ad un esame specialistico al fine di accertare se sussistono i requisiti di legge per il provvedimento adottato». Da tale perizia è emerso in sostanza che X. è incapace di intendere e di volere, essendogli stata diagnosticata una demenza grave. Il perito è quindi giunto alla conclusione che le condizioni dell’interessato sono tali da necessitare il ricovero in un’adeguata struttura, avendo peraltro considerato la figlia non più in grado di occuparsi del padre a domicilio. La Commissione giuridica LASP, tenuto conto degli argomenti dei figli, ha giudicato «lecita» la decisione del presidente dell’Autorità di protezione «siccome i) è data una causa di ricovero, ii) il bisogno di assistenza non può essere prestato in altro modo ed iii) esiste un istituto idoneo (n.b. casa di cura per anziani, il cui compito di ricerca è demandato all’O.), che permette di soddisfare i bisogni di assistenza della persona interessata».

3.  Secondo l’art. 426 CC una persona che soffre di una turba psichica o di una disabilità mentale o versa in un grave stato di abbandono può essere ricoverata in un istituto idoneo se le cure o l’assistenza necessarie non possono esserle prestate altrimenti (cpv. 1); l’onere che sopportano i congiunti e i terzi e la loro protezione devono essere considerati (cpv. 2); l’interessato è dimesso non appena le condizioni per il ricovero non siano più adempiute (cpv. 3); l’interessato o la persona a lui vicina può chiedere la dimissione in ogni tempo; la decisione su questa richiesta è presa senza indugio (cpv. 4).           
A norma dell’art. 428 CC l’Autorità di protezione degli adulti è competente per ordinare il ricovero e la dimissione (cpv. 2); in singoli casi può delegare all’istituto la competenza in materia di dimissione (cpv. 2). Trattasi di una competenza ordinaria dell’Autorità di protezione, chiamata in tal caso a deliberare nella sua composizione collegiale di tre membri (Meier, Droit de la protection de l’adulte, Ginevra/Zurigo/Basilea 2016, n. 1217 pag. 590), senza possibilità di deroga da parte del diritto cantonale (BSK I, Geiser/Etzensberger, n. 6 ad art. 428 CC). Non sarebbe infatti accettabile che un Cantone permetta al solo presidente dell’Autorità di protezione di decidere un collocamento, vista la grave lesione alle libertà della persona interessata e la necessità di una visione interdisciplinare (BSK I, Geiser/Etzensberger, op. cit., loc. cit.; CommFam Protection de l’adulte, Guillod, n. 5 ad art. 428 CC). Una simile soluzione sarebbe per altro contraria alle raccomandazioni emanate a suo tempo già dall’al­lora Conferenza delle autorità cantonali di tutela (cfr. RDT 2008, 151 e segg.) e all’esigenza per l’Autorità di protezione, sancita come regola dall’art. 447 cpv. 2 CC, di sentire collegialmente l’interessato in caso di ricovero a scopo d’assi­stenza (CommFam Protection de l’adulte, Guillod, op. cit., loc. cit.).

In caso di urgenza e nonostante l’esistenza di una competenza dei medici a disporre un ricovero a scopo d’assistenza (art. 429 CC, art. 22 LASP), l’Autorità di protezione può anche decidere mediante provvedimenti cautelari (art. 445 CC), le disposizioni generali di procedura restando applicabili parallelamente alle competenze conferite ai medici (Meier, op. cit., n. 1217 pag. 590; contra, BSK ZGB I, Auer/Marti, n. 12 ad art. 445 CC e Steck, Behördenorganisation und Verfahrens im neuen Kindes- und Erwachsenenschutzrecht, in Honsel H. et alii, Melanges N. P. Vogt, Privatrecht als kulturelles Erbe, Basilea 2012).

Il Tribunale federale ha comunque sancito l’irricevibilità dei reclami avverso le decisioni adottate inaudita parte (supercautelari) anche in materia di protezione dei minori e degli adulti (DTF 140 III 289, consid. 2.7), ricordando tuttavia che la decisione supercautelare deve avere una durata limitata (DTF 140 III 289, consid. 2.6.1).

4.  Nel caso in esame, occorre evidenziare che la Commissione giuridica LASP avrebbe dovuto dichiarare irricevibili i reclami di Y. e Z., in quanto presentati contro una decisione supercautelare del presidente dell’Autorità di protezione, non impugnabile. Alla carenza di una decisione impugnabile da adottare nel contesto di un iter procedurale chiaramente prescritto dalla legge, la Commissione giuridica LASP non può supplire con una finzione decidendo in luogo e vece dell’Autorità di prima sede o del medico (cfr. inc. CDP 9.2016.94, sentenza 20 giugno 2016, consid. 4.4 [N.d.R.: pubbl. infra in questa RtiD n. 7c]; inc. TRAM 52.2010.90, sentenza 24 marzo 2010). La decisione 3 novembre 2016 della Commissione giuridica LASP deve di conseguenza essere annullata per difetto di competenza della medesima Autorità.         
Dal canto suo l’Autorità di protezione – dopo la decisione di ricovero a scopo d’assistenza adottata in via supercautelare dal presidente dell’Autorità di protezione – avrebbe dovuto procedere in tempi brevissimi all’audizione dell’interes­sato nella sua composizione collegiale e ad emanare, pure in tempi contenuti, una decisione di merito, confermando o annullando la decisione adottata dal solo presidente. Decisamente fuori luogo e palesemente contraria ai princìpi sopra menzionati, appare la formula usata dal presidente dell’Autorità di protezione di riservarsi – dopo avere ordinato il ricovero – di sentire l’interessato assieme agli altri due colleghi membri dell’Autorità di protezione entro dieci giorni e di invitare «i medici curanti del signor X. a inoltrare tempestivamente un certificato, dal quale risulti che … il paziente non è in grado di essere sentito». Spettava infatti al collegio dell’Autorità di protezione accertarsi delle condizioni dello stato di salute della persona da ricoverare a scopo d’assistenza e della sua interrogabilità, se del caso alla presenza di un medico.

Dagli atti non è dato di sapere chi abbia nel frattempo deciso il trasferimento di X. presso l’Istituto gestito dalla Fondazione F. Dalle informazioni assunte dalla Camera di protezione risulta che il trasferimento è stato gestito autonomamente dai medici dell’Ospedale O.          
Il fatto che il presidente dell’Autorità di protezione abbia incaricato i medici curanti di reperire, per il tramite del Servizio dell’Ospedale, un’ulteriore struttura adeguata, non dispensava l’Autorità di protezione dal fare le sue valutazioni sulla struttura poi reperita e dal pronunciarsi sul trasferimento nel nuovo istituto, previa valutazione dell’idoneità di detta struttura. Dagli atti non risulta alcuna decisione in tal senso da parte dell’Autorità di protezione o di chicchessia.
Giova pertanto ricordare che la valutazione e la decisione sull’idoneità dell’isti­tuto in cui collocare X. spetta in questo caso all’Autorità di protezione, ritenuto che la nozione di «istituto idoneo» fa parte delle condizioni materiali del collocamento ed è parte della forza formale di res judicata della decisione (Meier, op. cit., n. 1205 pag. 585). In caso di cambiamento di istituto di ricovero, anche se il regime di ricovero rimane identico, deve essere presa una nuova decisione – a meno che il luogo di trasferimento sia già indicato nella decisione originaria – e la competenza di scegliere il nuovo istituto e di mettere in atto il trasferimento non può essere delegata all’istituto del primo ricovero in applicazione per analogia dell’art. 428 cpv. 2 CC (Meier, op. cit., n. 1205 pag. 585; TC BE, RMA 2015 392 n. 1).

Né la Commissione giuridica LASP, né la Camera di protezione possono sostituirsi nelle competenze decisionali dell’Autorità di protezione testè indicate, sia perché ne risulterebbe una finzione giuridica contraria a norme procedurali chiare, sia perché verrebbe meno il doppio grado di giurisdizione.

Ne consegue che l’annullamento della decisione 3 novembre 2016 della Commissione giuridica LASP, per i motivi anzidetti, non comporta tuttavia l’auto­matica decadenza del provvedimento supercautelare 10 ottobre 2016 del presidente dell’Autorità di protezione, relativamente quantomeno al ricovero a scopo d’assistenza. All’Autorità di protezione va tuttavia ordinato di procedere immediatamente a porre rimedio ai gravi vizi procedurali constatati, ossia ad accertarsi collegialmente delle condizioni di salute di X. e a pronunciarsi, pure collegialmente, mediante decisione di merito impugnabile, sull’eventuale conferma dei presupposti del ricovero e sull’idoneità dell’istituto presso il quale l’interes­sato si trova ora ricoverato.

7c Art. 437, 426 segg., 433 seg. CC; 20 cpv. 2 LASP

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Ricovero a scopo d’assistenza – piano terapeutico – cure in assenza di consenso durante il ricovero e cure ambulatoriali coattive successive al ricovero

Durante il ricovero a scopo d’assistenza il medico curante allestisce per scritto un piano terapeutico in collaborazione con l’interessato e se del caso con la persona di fiducia, informando questi ultimi su tutte le circostanze essenziali riguardo ai provvedimenti medici prospettati. Un trattamento in assenza di consenso può essere ordinato dal medico caposervizio, secondo le forme e alle condizioni previste dall’art. 434 CC.       
Le cure ambulatoriali coattive successive al ricovero sono regolate dal diritto cantonale (art. 437 CC), nel nostro Cantone dall’art. 20 cpv. 2 LASP.                                                                                                                                                      
Nel caso specifico la decisione della Commissione giuridica LASP è stata annullata, con l’invito alla medesima Commissione di imporre ai medici curanti il rispetto delle formalità previste dalle normative federali per il trattamento medico in assenza di consenso in regime di ricovero a scopo d’assistenza e la sua modifica per l’assistenza e le cure successive al ricovero.

CDP 20.6.2016 N. 9.2016.94

Ricovero a scopo d’assistenza – piano terapeutico – cure in assenza di consenso durante il ricovero e cure ambulatoriali coattive successive al ricovero

Durante il ricovero a scopo d’assistenza il medico curante allestisce per scritto un piano terapeutico in collaborazione con l’interessato e se del caso con la persona di fiducia, informando questi ultimi su tutte le circostanze essenziali riguardo ai provvedimenti medici prospettati. Un trattamento in assenza di consenso può essere ordinato dal medico caposervizio, secondo le forme e alle condizioni previste dall’art. 434 CC.       
Le cure ambulatoriali coattive successive al ricovero sono regolate dal diritto cantonale (art. 437 CC), nel nostro Cantone dall’art. 20 cpv. 2 LASP.                                                                                                                                                      
Nel caso specifico la decisione della Commissione giuridica LASP è stata annullata, con l’invito alla medesima Commissione di imporre ai medici curanti il rispetto delle formalità previste dalle normative federali per il trattamento medico in assenza di consenso in regime di ricovero a scopo d’assistenza e la sua modifica per l’assistenza e le cure successive al ricovero.

CDP 20.6.2016 N. 9.2016.94

A.  X. è nato in … il xxx 1982 ed è stato adottato da una famiglia originaria della … insieme a una sorellastra, anch’essa di origine … . Ha concluso le scuole dell’obbligo e frequentato due anni di corsi presso il Centro scolastico … . Presenta una lunga anamnesi psichiatrica con 19 ricoveri in … tra il 2001 e il 2016 ed è a beneficio di una rendita AI. Con decisione 14 dicembre 2016 del­l’allora Autorità di vigilanza sulle tutele, a suo favore è stata pronunciata l’inter­dizione conformemente all’art. 369 vCC. Ora è quindi a beneficio di una curatela generale.

B.  X. è stato ricoverato in forma coatta presso la Clinica il 7 aprile 2016. Egli si è opposto al ricovero ma ha poi ritirato il ricorso.

C.  Il 4 maggio 2016 X. è insorto innanzi alla Commissione giuridica in materia di assistenza sociopsichiatrica (in seguito, Commissione giuridica LASP), contestando la somministrazione della terapia di depôt di Xeplion.

D.  In occasione dell’udienza conciliativa preliminare svoltasi l’11 maggio 2016 davanti alla Commissione giuridica LASP, X. ha confermato di rifiutare il trattamento farmacologico imposto dalla …, non ritenendolo adeguato alla sua patologia e comportando, a suo dire, eccessivi effetti collaterali.       
L’interessato è stato pertanto sottoposto all’esame peritale del dr. med. M., psichiatra e psicoterapeuta FMH, che ha reso il suo referto il 16 maggio seguente ed ha proposto di accogliere parzialmente il reclamo poiché a suo parere il paliperidone, necessario per il paziente, potrà essere somministrato per bocca, quotidianamente, sotto controllo. 
Alla luce delle risultanze di questa indagine, con decisione del 18 maggio 2016, la Commissione giuridica LASP ha pronunciato il parziale accoglimento del gravame, ordinando che « il trattamento ambulatoriale coatto» sia esteso «al paliperidone che potrà essere somministrato per bocca, quotidianamente, sotto controllo, assieme al valproato».

E.  Con scritto del 24/31 maggio 2016 X. è insorto dinnanzi alla Camera di protezione contro tale sentenza, sostenendo «io X. faccio ricorso contro l’assun­zione di Invega».

F.  Sentito da questo Giudice in occasione dell’udienza tenutasi il 6 giugno seguente presso la Clinica, il reclamante ha ribadito di opporsi all’assunzione di Invega (paliperidone), anche se somministrato per via orale.

G.  Con scritto dell’8 giugno 2016 il Presidente della Commissione giuridica LASP, a nome della Commissione, ha annunciato di rimettersi al giudizio di questa Camera, confermando le motivazioni della decisione 18 maggio 2016. La Clinica ha presentato uno scritto del medesimo tenore il 9 giugno 2016, comunicando di non avere ulteriori osservazioni e concordando con quanto pronunciato dal perito dr. med. M.

H.  In data 10 giugno 2016, questo Giudice ha assegnato un termine alla Clinica, scadente il 13 giugno 2016, per fornire alcuni documenti non ancora agli atti. Con scritto 13 giugno 2016 la Clinica ha trasmesso la documentazione richiesta, per quanto esistente, fornendo alcune precisazioni di cui meglio si dirà in seguito.

Considerato in diritto:

1.  Ai sensi dell’art. 48 lett. f n. 8 LOG la Camera di protezione giudica, nella composizione di un giudice unico, i reclami contro le decisioni della Commissione giuridica istituita dalla Legge sull’assistenza sociopsichiatrica (LASP) del 2 febbraio 1999 secondo l’art. 439 cpv. 1 CC. In virtù del principio della lex posterior, la competenza ricorsuale contro le decisioni della Commissione giuridica LASP va dunque determinata sulla base di tale norma, introdotta dal Parlamento cantonale con effetto dal 1° gennaio 2013, nonostante la mancata abrogazione dell’art. 50 cpv. 3 LASP che prevede ancora la competenza del Tribunale cantonale amministrativo.

Riguardo alla procedura applicabile, per quanto non già regolato dalle norme federali (in particolare, dall’art. 450e CC) occorre riferirsi alle disposizioni della LASP, benché allo stadio attuale esse non siano ancora state adattate all’assetto giuridico e istituzionale attuale e, in via sussidiaria, alla legge sulla promozione della salute e il coordinamento sanitario, come pure alla legge di procedura per le cause amministrative (LPAmm).

2.  La Commissione giuridica in materia di assistenza sociopsichiatrica, con decisione 18 maggio 2016 ha pronunciato il parziale accoglimento del ricorso di X. contro la somministrazione di Xeplion (paliperidone), stabilendo che «il trattamento ambulatoriale coatto viene esteso al paliperidone che potrà essere somministrato per bocca, quotidianamente, sotto controllo, assieme al valproato».

Nella suddetta decisione, la Commissione giuridica LASP ha ritenuto che «l’im­posizione di un trattamento farmacologico coatto deve essere ritenuta indispensabile per far fronte all’affezione di cui soffre il paziente, alla sua ridotta critica della malattia (ridotta capacità di discernimento riguardo la necessità del trattamento) e per evitare pericoli almeno per sé stesso, quand’anche di ulteriori ricoveri stazionari» (decisione impugnata, consid. 6). In questo senso, la Commissione giuridica LASP ha concluso di accogliere parzialmente il ricorso, contenendo, a suo dire, «entro i termini minimi» la limitazione della libertà personale del ricorrente, ordinando la terapia farmacologica invece che per depôt per bocca, quotidianamente, sotto controllo.
Nella decisione impugnata si rileva che «secondo le indicazioni contenute nel rapporto 1° aprile 2016 stilato dal medico curante della …: ‹il ricorrente … è stato ricoverato coattivamente presso la nostra struttura per uno scompenso psicotico acuto in una nota sindrome affettiva bipolare, condizione che aumenta la pericolosità per sé stesso e terzi e che necessita di un adeguato trattamento farmacologico. Tale trattamento deve essere regolarmente assunto dal paziente; peraltro era stato programmato un trattamento ambulatoriale coatto riguardante la terapia stabilizzante l’umore, ma il paziente ha dimostrato scarsa aderenza. Riteniamo pertanto necessario l’associazione a tale terapia stabilizzante, di una terapia neurolettica long-acting. Nell’attualità lo stato psicopatologico e la completa assenza critica di malattia, non permettono al paziente un corretto discernimento sull’utilità dei presidi farmacologici, terapeutici per il proprio stato clinico e che non vi è un altro provvedimento adeguato che sia meno incisivo› » (cfr. decisione impugnata pag. 1).     
Va precisato che risulta dagli atti che il ricovero in forma coatta è avvenuto il 7 aprile 2016. Il rapporto sopra citato – che si vorrebbe datato 1° aprile 2016 – è in vero del 10 maggio 2016 e costitutivo delle osservazioni presentate dalla Clinica al ricorso introdotto da X. alla Commissione giuridica in materia di assistenza sociopsichiatrica (cfr. doc. III inc. PS. 2016.77 della Commissione giuridica in materia di assistenza sociopsichiatrica).

Il dr. med. M., incaricato della perizia da parte della Commissione giuridica LASP, ha precisato nel suo rapporto del 16 maggio 2016 (doc. V inc. PS.2016.77 della Commissione giuridica in materia di assistenza sociopsichiatrica) che «la presenza così marcata degli aspetti deliranti pare alla base della decisione di voler introdurre nel TAC (trattamento ambulatoriale coatto, ndr) anche il neurolettico in forma di depôt oggetto del ricorso. Un altro punto importante è la cattiva compliance farmacologica, nella maggior parte dei ricoveri viene descritto come fattore precipitante, l’interruzione della terapia farmacologica, che ha sempre portato in poco tempo ad una riattivazione della sintomatologia maniacale e delirante. Questa causalità viene riportata in almeno 6 dei ricoveri in … . A complicare la situazione vi è inoltre il fatto che il paziente a più riprese è stato osservato mentre si autoinduceva il vomito, al fine di espellere i farmaci assunti per os. Sembra chiara una sorta di coazione a ripetere che induce il paziente a sospendere le cure, questo unitamente al consumo di THC lo porta ad uno scompenso che lo conduce rapidamente in clinica. A sostegno di questa tesi vi è il fatto che dopo aver avuto un TAC riferito al Valproato, con somministrazione quotidiana al SPS di …, egli è riuscito a mantenersi stabile per un tempo lungo (dall’aprile 2014 al marzo 2016) e che anche quest’anno gli scompensi sono avvenuti dopo che ha sospeso il farmaco».(…) Dopo aver spiegato le terapie proposte, il dr. med. M. conclude che «in questo contesto pare possibile immaginare una somministrazione per os controllata di entrambi i farmaci (Orfiril e Paliperidone), riuscendo cosi a conciliare le esigenze di una cura adeguata e proporzionata, al desiderio del paziente di non doversi sottoporre a iniezioni che lui trova degradanti e non dignitose». Il perito conclude quindi che «è necessario estendere il TAC al paliperidone che però potrà essere somministrato per bocca, quotidianamente, sotto controllo, insieme al valproato». Di conseguenza, come già precedentemente indicato, con la decisione impugnata, la Commissione giuridica LASP ha pronunciato il parziale accoglimento del ricorso di X. modificando il «trattamento ambulatoriale coatto», estendendolo al paliperidone somministrato per bocca (invece che sotto forma di depôt). 
X. non ha motivato il proprio ricorso. Tuttavia, egli, durante l’udienza del 6 giugno 2016 ha chiarito di non accettare nemmeno la somministrazione orale del farmaco a causa degli effetti collaterali che essa comporta («lo rende intontito, poco presente, non reattivo»). Egli ha precisato che la somministrazione «va contro il suo stato psicologico, morale, etico e personale». Il ricorrente ritiene inoltre di «essere riuscito a far fronte alla situazione semplicemente mediante l’assunzione di Orfiril», che non contesta.

3.  Ai sensi dell’art. 426 CC, una persona che soffre di una turba psichica o di una disabilità mentale o versa in un grave stato di abbandono può essere ricoverata in un istituto idoneo se le cure o l’assistenza necessarie non possono esserle prestate altrimenti (cpv. 1). L’onere che sopportano i congiunti e i terzi e la loro protezione devono essere considerati (cpv. 2). L’interessato è dimesso non appena le condizioni per il ricovero non siano più adempiute (cpv. 3). L’inte­res­sato o una persona a lui vicina può chiedere la dimissione in ogni tempo; la decisione su questa richiesta è presa senza indugio (cpv. 4).      
Per ricovero a scopo di assistenza si intende, da una parte, la decisione con cui un’autorità, per uno dei motivi previsti dalla legge, ricovera o trattiene una persona in un istituto appropriato affinché gli venga fornito l’aiuto che esige il suo stato e, d’altra parte, lo statuto creato da questa decisione (cfr. Steinauer/ Fountoulakis, Droit des personnes physiques et de la protection de l’adulte, 2014, pag. 591, n. 1351). Il ricovero a scopo di assistenza è disciplinato per l’essenziale dal capo terzo del titolo undicesimo del CC, ovvero dagli artt. 426 a 439 CC e può essere deciso solo se sono adempiuti i requisiti delle normative citate. Occorre quindi che la persona interessata si trovi in uno stato che provochi la necessità di un aiuto o di un trattamento particolare. In principio, la decisione spetta all’Autorità di protezione (art. 428 CC), i Cantoni hanno tuttavia la facoltà di designare i medici che dispongono del diritto di ordinare un ricovero di durata determinata (art. 429 CC).           
La direzione medica dell’istituto ha la competenza per ordinare, in casi particolari, la permanenza coatta di persone ricoverate volontariamente (art. 427 CC) (cfr. Steinauer/Fountoulakis , op. cit., pag. 593, n. 1357).

Ai sensi dell’art. 429 CC: «i Cantoni possono designare medici abilitati a ordinare, in aggiunta dell’autorità di protezione degli adulti, un ricovero per una durata stabilita dal diritto cantonale. Questa durata non può eccedere le sei settimane. Il ricovero ordinato dal medico termina al più tardi alla scadenza della durata stabilita, sempre che non sussista una decisione di ricovero esecutiva dell’autorità di protezione».           
Nel nostro Cantone, la LASP – a cui rinvia l’art. 48 lett. f n. 8 LOG, quantomeno per le competenze decisionali di questo giudice – prevede, al suo art. 20, che il «collocamento coattivo ordinario» avvenga «per decisione: a) dell’autorità competente secondo la legislazione federale e cantonale per i detenuti e i prevenuti; b) della Delegazione tutoria del Comune di domicilio per le persone previste dall’art. 397a CC o dal direttore del settore del luogo di domicilio in caso di malattia psichica; c) dell’autorità prevista dal diritto federale per i minorenni (artt. 310, 315, 315a, 405a cpv. 1 CC) (ndr. trattasi in vero di norme del Codice civile abrogate il 1° gennaio 2013).        
Sempre la LASP regolamenta all’art. 22 il «collocamento coattivo urgente» giusta gli artt. 20 lett. b) e c)» stabilendo la competenza oltre che delle «Autorità ivi designate, anche della Delegazione tutoria del luogo di residenza della persona» oppure «di un medico abilitato all’esercizio in Svizzera».           
Le norme sopra citate non sono palesemente aggiornate al diritto federale ora vigente (dal concetto di «ricovero coatto» si è tra l’altro passati a quello di «ricovero a scopo d’assistenza») e all’attuale organizzazione delle Autorità di protezione (basti pensare che le Delegazioni tutorie non esistono più in Ticino dal 1° gennaio 2002, essendo in tale data state sostituite nelle competenze dalle Commissioni tutorie regionali, alle quali, dal 1° gennaio 2013, sono subentrate le Autorità regionali di protezione).

È necessario qui ricordare che per il diritto federale ora in vigore (art. 429 CC), quando il ricovero a scopo di assistenza è avvenuto per decisione di un medico abilitato, allo scadere del termine previsto dal diritto cantonale (ma al più tardi dopo sei settimane), il ricovero prende automaticamente fine, a meno che l’au­torità di protezione non l’abbia prolungato con una decisione ai sensi dell’art. 429 cpv. 2 CC (cfr. Meier/Lukic, Introduction au nouveau droit de la protection de l’adulte, 2011, pag. 313, n. 687). L’obsoleto ordinamento cantonale ora in vigore non prevede termini più brevi di durata del ricovero ordinato in Ticino da un medico, per cui al più tardi dopo sei settimane esso prende fine in caso di mancato prolungo ordinato dall’autorità di protezione.

3.1.  Nel caso in esame, il ricovero a scopo di assistenza di X. è stato deciso il 7 aprile 2016 dal medico dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (cfr. «certificato medico per la richieste di ricovero coatto urgente», trasmesso dal ricorrente in allegato al ricorso, dal quale non si riesce a desumere il nome del medico che ha eseguito il ricovero, ciò in contrasto con quanto impone l’art. 430 cpv. 2 n. 2 CC; detto «certificato», ancora basato sulle norme della LASP, non appare più adeguato alle esigenze procedurali imposte al medico dall’art. 430 CC per la formalizzazione della decisione di ricovero a scopo di assistenza).  
A tale provvedimento non ha fatto seguito nessuna decisione dell’Autorità di protezione. A richiesta di questo Giudice del 10 giugno 2016 di trasmettere «la documentazione che giustifichi l’attuale ricovero, ritenuto che risulta che il ricovero a scopo di assistenza (…) supera le sei settimane stabilite dall’art. 429 CC», in data 13 giugno 2016 la Clinica ha risposto che «allo scadere delle sei settimane dettate dalla modalità del ricovero in regime coatto il signor X. concorda/accetta di restare in Clinica in modalità volontaria». Dagli atti trasmessi a questo giudice non risulta tuttavia alcuna conferma scritta di X. di un simile accordo/accettazione.

3.2.  Per quanto interessa ai fini della presente decisione – e di quanto si dirà in seguito – può comunque essere dato per acquisito che il ricovero a scopo di assistenza essendo avvenuto giovedì 7 aprile 2016, la sua scadenza è avvenuta sei settimane dopo, ossia giovedì 19 maggio 2016.  
Restano comunque evidenti zone d’ombra sulle modalità nelle quali è proseguito il ricovero presso la … dopo la scadenza del ricovero a scopo di assistenza. Per quanto riferito a questo giudice in sede di udienza il 6 giugno 2016, sembra che il ricorrente fosse a quel momento «parcheggiato» presso la … – non disponendo di un appartamento all’esterno – ma con grande libertà di movimento all’esterno, tant’è che all’inizio dell’audizione l’interessato ha riferito al giudice di essersi appena fatto «un cannone» per togliere l’ansia nell’immi­nen­za dell’udienza.        
La Commissione giuridica LASP – cui compete di espletare l’attività di vigilanza a norma dell’art. 14 cpv. 1 LASP – viene comunque invitata ad esaminare la regolarità di un ricovero presso la …, senza un consenso/accettazione scritti di ricovero volontario al termine del ricovero a scopo d’assistenza.

4.  La decisione impugnata fa riferimento alle norme di legge relative al trattamento in assenza di consenso (art. 434 CC), ma per finire pronunciando il parziale accoglimento del ricorso del 4 maggio 2016 di X. dispone l’estensione del «trattamento ambulatoriale coatto» al paliperidone somministrato per bocca (e non in forma di depôt). Il trattamento in assenza di consenso e il trattamento ambulatoriale coatto vanno tuttavia distinti e qualificati a norma dell’attuale ordinamento giuridico federale.

4.1.  Secondo l’art. 433 CC, se una persona è ricoverata in un istituto per il trattamento di una turba psichica, il medico curante allestisce per scritto un piano terapeutico in collaborazione con lei e se del caso con la persona di fiducia (cpv. 1); il medico informa l’interessato e la persona di fiducia su tutte le circostanze essenziali riguardo ai provvedimenti medici prospettati, in particolare sui motivi, l’obiettivo, il genere, le modalità, i rischi e gli effetti secondari dei provvedimenti, sulle conseguenze di un mancato trattamento nonché su eventuali trattamenti alternativi (cpv. 2); il piano terapeutico è sottoposto per consenso al­l’interessato e se è incapace di discernimento vanno considerate le sue eventuali direttive di paziente (cpv. 3); il piano terapeutico è adeguato in funzione degli sviluppi della situazione (cpv. 4). 
Ai sensi dell’art. 434 CC un trattamento in assenza di consenso può essere ordinato a precise condizioni: la persona interessata non deve avervi acconsentito e dev’essere previsto nel piano terapeutico (art. 433 CC). L’intervento terapeutico può avere per scopo solo di trattare le turbe psichiche all’origine del ricovero (cfr. Leuba/Stettler/Büchler/Häfeli, Protection de l’adulte, Berna, 2013, pag. 750, n. 9). L’art. 434 pone poi tre condizioni cumulative: un pericolo grave per la vita o per l’integrità fisica dell’interessato o di terzi, l’assenza di capacità di discernimento e il rispetto del principio di proporzionalità (cfr. Leuba/ Stettler/Büchler/Häfeli, op. cit., pag. 751, n. 10-28).    
Formalmente, l’art. 434 cpv. 2 CC, esige che il trattamento in assenza di consenso sia ordinato dal medico capo del servizio e che sia oggetto di una decisione scritta, notificata alla persona interessata e alla persona di fiducia con l’indicazione dei mezzi di impugnazione.          
Il trattamento in assenza di consenso può essere deciso solo nel contesto di un ricovero a scopo di assistenza ordinato specialmente a tale scopo (cfr. Meier/Lukic , op. cit., pag. 22, n. 46; Steinauer/Fountoulakis , op. cit., pag. 608, n. 1387), indipendentemente dal fatto che lo stesso sia stato ordinato d’autorità (art. 426 ss CC), dall’istituto ove l’interessato è stato ricoverato (art. 427 CC) o dal medico abilitato a ordinare simile misura (art. 429 CC).

Il trattamento in assenza di consenso deve essere ordinato dal medico capo del servizio. Non può essere ordinato dal medico che ha allestito il piano terapeutico, ossia dal medico curante (behandelnde Arzt). Con questa regolamentazione un trattamento in assenza di consenso potrà aver luogo solo dopo che due medici specialisti ne abbiano stabilita la necessità (cfr. BSK, Erw. Schutz., Geiser/ Reusser, art. 434/435 N 33).            
La decisione deve contenere gli elementi essenziali. Deve indicare il paziente e la natura del trattamento (genau bezeichnen) ed essere motivata; nella stessa deve in particolare essere indicato il motivo per il quale si impone il trattamento e se le condizioni dell’art. 434 CC sono adempiute. Il medico caporeparto può anche rinviare al piano terapeutico nella misura in cui si esprime sulle condizioni di cui all’art. 434 CC. La decisione deve in ogni caso indicare la presa di posizione del paziente riguardo al trattamento terapeutico (cfr. BSK, Erw. Schutz., Geiser/Reusser, art. 434/435 N 38). La decisione deve infine essere datata, indicare espressamente le generalità del medico e la sua posizione gerarchica al­l’interno della struttura oltre che i rimedi di diritto (art. 434 cpv. 2 CC) (cfr. BSK, Erw. Schutz., Geiser/Reusser, art. 434/435 N 39).          
Premessa la sua corretta notifica all’interessato (la decisione deve essere comprensibile all’interessato; se questi fatica a comprendere il suo contenuto deve essergli tradotta; se l’interessato è incapace di discernimento riguardo alla necessità del trattamento (art. 434 cpv. 1 cifra 2 CC) e/o incapace di esercitare i diritti del paziente occorrerà nominargli un curatore o un rappresentante, la decisione è immediatamente esecutiva (art. 430 cpv. 3 CC è applicabile per analogia) sempre che a un eventuale reclamo non sia stato accordato l’effetto sospensivo (cfr. BSK, Erw. Schutz., Geiser/Reusser, art. 434/435 N 40).

4.2.  In virtù dell’art. 437 cpv. 1 CC: «i Cantoni disciplinano l’assistenza e le cure successive al ricovero». Il secondo capoverso stabilisce che «possono prevedere misure ambulatoriali».    
La possibilità di fare eseguire delle misure ambulatoriali, se necessario mediante coercizione, ha suscitato accesi dibattiti al Parlamento federale, senza sfociare in una posizione chiara (Erwachsenenschutz Komm, Rosch, art. 437 CC n. 4). Una deputata aveva proposto al Consiglio Nazionale l’imposizione del consenso della persona interessata dai trattamenti ambulatoriali coatti e il beneficio di una protezione almeno uguale a quella di cui dispone un trattamento ospedaliero coatto, perché si tratta di una grave lesione della personalità. Questa proposta è stata respinta segnatamente con l’argomento che un trattamento ambulatoriale costituisce una lesione minima della personalità e permette un’uscita più rapida dall’ospedale, riducendo il rischio di un nuovo collocamento (CommFam Protection de l’adulte, Guillod, art. 437 CC n. 14; BOCN 2008, pag. 1533 segg., citato da Schmid, Erwachsenenschutz, art. 437 CC n. 10).    
Gli autori della dottrina raccomandano comunque l’adozione da parte dei Cantoni di basi legali formali chiare e il rispetto delle garanzie procedurali fondamentali, in particolare il diritto di essere sentito e il ricorso al giudice (CommFam Protection de l’adulte, Niveau, n. 45 pag. 67; Guillod, art. 437 CC n. 16; Erwachsenenschutz Komm, Rosch, art. 437 CC n. 4; Meier/Lukic, Introduction au nouveau droit de la protection de l’adulte, n. 730 pag. 336).

In Ticino tale trattamento è oggi oggetto di una regolamentazione minima, prevista dall’art. 20 cpv. 2 LASP (risalente alla fine degli anni novanta del secolo scorso, quindi anteriore alla riforma delle norme federali), che prevede che «il Direttore del settore o lo psichiatra curante, possono decidere un trattamento ambulatoriale coattivo se la situazione dell’utente, pur non giustificando un collocamento, richiede un intervento restrittivo della libertà personale».

4.3.  Nel caso che ci occupa, il trattamento a cui si era inizialmente opposto X. era con ogni evidenza un trattamento in assenza di consenso di cui all’art. 434 CC, essendo stato messo in atto dalla … in pendenza del ricovero a scopo si assistenza. Ciò può essere del resto desunto anche dalla motivazione della decisione impugnata là dove viene citato (consid. 6) che le misure: «(…). Devono rispettare il principio della proporzionalità, ossia fare in modo che il trattamento sia proporzionato alle cause del collocamento e sia conforme alle conoscenze mediche più recenti» (sottolineatura a cura di chi scrive). Inoltre, dal­l’ordinanza 4 maggio 2016 del Presidente della Commissione giuridica LASP, si evince che egli ha posto i quesiti alla Clinica rappresentando le condizioni legali previste dall’art. 434 CC. Pure dalla risposta 10 maggio 2016 della Clinica emerge chiaramente che il trattamento vuole essere imposto nell’ambito del ricovero a scopo di assistenza.          
La Commissione giuridica LASP nelle conclusioni e nel dispositivo della decisione impugnata equivoca tuttavia il «trattamento in assenza di consenso» ai sensi dell’art. 434 CC con il «trattamento ambulatoriale coatto» ai sensi dell’art. 20 cpv. 2 LASP. La decisione conclude in effetti disponendo che «il TAC venga esteso» (cfr. decisone impugnata consid. 7 pag. 4 in basso) e «il trattamento ambulatoriale coatto viene esteso …» (cfr. decisione impugnata dispositivo n. 1.1. pag. 5).    
Malgrado l’ambiguità nell’uso dei termini, la decisione 18 maggio 2016 – che per altro menziona l’art. 434 CC ma non l’art. 20 cpv. 2 LASP – non può che avere per oggetto un trattamento in assenza di consenso, essendo la contestazione dell’uso dei farmaci avvenuta nell’ambito di un ricovero a scopo di assistenza e non in una situazione che non giustifichi più un collocamento, come previsto dall’art. 20 LASP.

A richiesta 10 giugno 2016 di questo Giudice di «fornire la decisione mediante la quale è stato ordinato un trattamento ambulatoriale coattivo a carico di X. e la decisione con la quale nel suddetto trattamento è stato introdotto il paliperidone in forma di depôt», la Clinica ha trasmesso la decisione 9 settembre 2014 che ordina il piano terapeutico e la somministrazione di Orfiril long (intimata al reclamante presumibilmente in occasione di una precedente dimissione dalla Clinica), mentre ha risposto che «non esiste un TAC in cui è prevista la somministrazione di paliperidone depôt, piuttosto la Comm. giuridica LASP, dopo valutazione del dr. med. M., ha sentenziato (sentenza del 18.05.2016) che il signor X. dovrà sottoporsi a Trattamento ambulatoriale coattivo (TAC) con paliperidone (con possibilità di assunzione via orale) oltre alle misure già in essere tra cui l’assunzione di Orfiril long 2000 mg/die (vedi TAC del 09.09.2014)».

4.4.  Sia come sia, non essendo in presenza di una decisione di trattamento in assenza di consenso, notificata in forma scritta dal medico capo reparto a X. (cfr. art. 434 cpv. 1 e 2 CC), la Commissione giuridica LASP avrebbe dovuto accogliere il ricorso e invitare il medico a rispettare le forme prescritte dalla legge federale a tutela dei diritti del paziente in materia di provvedimenti medici in assenza di consenso.     
Ancor meno la Commissione giuridica LASP, cadendo la sua decisione il 18 maggio 2016 – ossia il giorno precedente alla fine del ricovero a scopo di assistenza – era legittimata a disporre una modifica del Trattamento ambulatoriale coattivo ordinato a X. il 9 settembre 2014 (estendendolo al paliperidone somministrato per bocca, quotidianamente, sotto controllo medico) o ordinarlo di sua sponte per il periodo successivo al ricovero. La legge non assegna infatti alla Commissione giuridica LASP la competenza di decidere essa stessa, quale prima istanza decisionale, trattamenti ambulatoriali coatti (o modifiche di tali trattamenti). Secondo l’art. 20 cpv. 2 LASP dette decisioni sono infatti riservate al Direttore del settore o allo psichiatra curante. Il ricorso alla Commissione giuridica LASP presuppone per legge l’esistenza di una decisione od omissione comportante la privazione o una limitazione della libertà dell’utente (art. 50 cpv. 2 LASP). Alla carenza di una risoluzione impugnabile da adottare nel contesto di un iter procedurale chiaramente prescritto dalla legge, la Commissione giuridica LASP non può supplire con una finzione (cfr. sentenza 24 marzo 2010 del Tribunale cantonale amministrativo, inc. n. 52.2010.90, pag. 5).

5.  Alla luce di quanto sopra, in accoglimento del ricorso di X. la decisione 18 maggio 2016 della Commissione giuridica LASP va di conseguenza annullata, con l’invito alla medesima Commissione di imporre ai medici curanti il rispetto delle formalità previste dalle norme federali per il trattamento medico in assenza di consenso in regime di ricovero a scopo di assistenza e di quelle previste dalle norme cantonali (LASP) per il trattamento ambulatoriale coattivo e la sua modifica per l’assistenza e le cure successive al ricovero. 
Non si prelevano spese e tasse di giustizia (art. 50 cpv. 2 LASP) e non si assegnano ripetibili.

6.  L’esame del gravame di X. ha evidenziato diversi vizi procedurali riconducibili, tra l’altro, al mancato adattamento delle norme cantonali all’assetto giuridico federale e – per quanto qui concerne – a una chiara distinzione tra le formalità da seguire per il trattamento in assenza di consenso nell’ambito del ricovero a scopo di assistenza e quelle (di competenza esclusivamente cantonale a norma dell’art. 437 CC) per le cure successive al ricovero.       
Alla crescita in giudicato la decisione sarà di conseguenza trasmessa, in forma anonimizzata, al Consiglio di Stato con l’invito a proporre le revisioni di legge che si impongono.

8c Art. 437 CC, 20 cpv. 2 LASP

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Cure ambulatoriali coattive successive al ricovero

Nel caso specifico la decisione della Commissione giuridica LASP è stata annullata in quanto non le è data la competenza di decidere essa stessa, quale prima istanza decisionale, trattamenti ambulatoriali coatti o modifiche di precedenti cure coattive per altro nel frattempo superate per una successiva decisione del medico.                                                                                                   
La decisione evidenzia la necessità di regolamentare in modo più ampio e chiaro, con norme di esclusiva competenza cantonale (art. 437 CC), le condizioni per il trattamento ambulatoriale coattivo successivo al ricovero a scopo d’assistenza, definendone, tra l’altro, la sua durata, l’esi­genza di confermarlo a scadenze regolari o modificarlo, ad esempio, a seguito di un nuovo ricovero che ne ha di fatto rivelato l’inefficacia, come pure le condizioni legali e formali che vanno rispettate a tutela del paziente.

CDP 15.12.2016 N. 9.2016.200

Cure ambulatoriali coattive successive al ricovero

Nel caso specifico la decisione della Commissione giuridica LASP è stata annullata in quanto non le è data la competenza di decidere essa stessa, quale prima istanza decisionale, trattamenti ambulatoriali coatti o modifiche di precedenti cure coattive per altro nel frattempo superate per una successiva decisione del medico.                                                                                                   
La decisione evidenzia la necessità di regolamentare in modo più ampio e chiaro, con norme di esclusiva competenza cantonale (art. 437 CC), le condizioni per il trattamento ambulatoriale coattivo successivo al ricovero a scopo d’assistenza, definendone, tra l’altro, la sua durata, l’esi­genza di confermarlo a scadenze regolari o modificarlo, ad esempio, a seguito di un nuovo ricovero che ne ha di fatto rivelato l’inefficacia, come pure le condizioni legali e formali che vanno rispettate a tutela del paziente.

CDP 15.12.2016 N. 9.2016.200

4.  Nel caso che ci occupa, come visto, a giustificare il trattamento ambulatoriale coattivo relativo alla somministrazione di Haldol depôt vi è una decisione della dr.ssa … datata 8 febbraio 2016 (decisione peraltro impugnata e confermata dalla Commissione giuridica LASP il 1° marzo 2016). Successivamente, la dr.ssa … ha modificato il trattamento, con ulteriore decisione formale del 6 settembre 2016, prevedendo una somministrazione del medesimo farmaco, Haldol, «x bocca». Tale decisione, nella misura in cui ha sostituito la decisione 8 febbraio 2016, risulta quindi essere l’unica formalmente in vigore al momento dello scritto con il quale X. ha contestato l’assunzione del farmaco per depôt. Nessuna nuova decisione formale di trattamento ambulatoriale coattivo ha fatto seguito al rapporto di dimissione della Clinica psichiatrica cantonale del 23 settembre 2016, che faceva riferimento a un trattamento per depôt di Haldol e al proseguimento delle cure tramite presa a carico territoriale presso l’SPS di …, segnatamente la dr.ssa … . 
Come già indicato precedentemente, la Commissione giuridica LASP, considerando che entrambe le decisioni non erano impugnabili (essendo cresciute in giudicato), ha ritenuto irricevibile in quanto intempestivo lo scritto 19/21 ottobre 2016 di X. La stessa Commissione ha tuttavia ritenuto di poter «sanare» la mancanza di decisione formale sul trattamento ambulatoriale coattivo durante l’udienza conciliativa avvenuta il 7 novembre 2016 e di riconoscere quale decisione quanto verbalizzato dalla dr.ssa … in sede di udienza e quale ricorso l’«opposizione», formulata durante la medesima udienza, da parte di X.          
Detto modo di procedere non può tuttavia essere condiviso da questa Camera e va censurato. In nessun modo la presa di posizione della dr.ssa … – verbalizzata durante l’udienza conciliativa – può infatti essere considerata una decisione formale, che, ai sensi dell’art. 21 LASP doveva essere motivata, corredata dal piano terapeutico e pure «fare esplicito riferimento alla possibilità di ricorso (art. 50 segg.), indicando termine e autorità». Nemmeno risulta dal verbale della suddetta udienza una presa di posizione chiara della specialista relativamente all’assunzione di Haldol. Essa ha infatti enunciato «la possibilità di procedere alla terapia modificando il neurolettico ancorché mantenendo la somministrazione depôt» (cfr. verbale udienza 7 novembre 2016 pag. 4). Peraltro, neppure appare che ad X. sia stata chiarita l’ipotesi che, mediante la suddetta verbalizzazione delle dichiarazioni del medico, venisse emanata seduta stante una decisione e che le fosse assegnato un termine per ricorrere. Il testo agli atti datato 7 novembre 2016 e redatto dall’interessata (interpretato dalla Commissione giuridica LASP come «opposizione» o «ricorso») sembra del resto a questo giudice un promemoria della paziente piuttosto che un formale ricorso. Va peraltro evidenziato che il testo in questione è scritto in colore rosso mentre la data e la firma sono in blu, ciò che fa presupporre una completazione in un secondo tempo. In definitiva quindi, nel caso in esame, manca sia una decisione formale che la chiara volontà del medico di decidere la somministrazione del farmaco, come pure non vi è un vero e proprio ricorso della paziente. La conclusione della Commissione giuridica LASP di «accertare la liceità» del trattamento deciso l’8 febbraio 2016 (peraltro non più in vigore formalmente, vista la decisione 6 settembre 2016 che modificava la somministrazione prevedendola per via orale) e di ritenere che esso fosse «riconfermato in data 7 novembre 2016» è quindi da censurare.
La Commissione giuridica LASP avrebbe, in vero, dovuto dichiarare irricevibile – nel dispositivo della decisione e non esclusivamente nei considerandi – il «ricorso» del 19 ottobre 2016 perché intempestivo e unicamente invitare il medico a rispettare le forme prescritte dalla legge a tutela dei diritti del paziente in materia di trattamenti ambulatoriali coattivi nella misura in cui intendeva discostarsi dall’ultima decisione – valida – formalizzata per il trattamento (decisione 6 settembre 2016 con la quale aveva ordinato un nuovo trattamento ambulatoriale coattivo (TAC) ai sensi dell’art. 20 cpv. 2 LASP per la somministrazione di Haldol compresse «x bocca», con «un esame ematico dopo 15 giorni, poi 1 al mese: dosaggio Haldol»). 
Nella presente fattispecie, la Commissione giuridica LASP non era infatti legittimata a decidere su un eventuale «ricorso» presentato durante l’udienza conciliativa del 7 novembre 2016 a seguito della presa di posizione della dr.ssa … o ordinarlo di sua sponte per il periodo successivo al ricovero. La legge non assegna infatti alla Commissione giuridica LASP la competenza di decidere essa stessa, quale prima istanza decisionale, trattamenti ambulatoriali coatti (o modifiche di tali trattamenti). Secondo l’art. 20 cpv. 2 LASP dette decisioni sono infatti riservate al Direttore del settore o allo psichiatra curante. Il ricorso alla Commissione giuridica LASP presuppone per legge l’esistenza di una decisione od un’omissione comportante la privazione o una limitazione della libertà del­l’utente (art. 50 cpv. 2 LASP). Alla carenza di una decisione impugnabile da adottare nel contesto di un iter procedurale chiaramente prescritto dalla legge, la Commissione giuridica LASP non può supplire con una finzione (cfr. sentenza CDP del 20 giugno 2016, inc. CDP n. 9.2016.94 [N.d.R. pubbl. supra in questa RtiD, n. 7c], consid. 4.4 con riferimenti). La procedura adottata è quindi nuovamente da censurare.

5.  Alla luce di quanto sopra, il ricorso di X. va accolto e la decisione 8 novembre 2016 della Commissione giuridica LASP va annullata, con l’invito alla medesima Commissione di rispettare la procedura e di imporre ai medici curanti il rispetto delle formalità previste dalle norme cantonali (LASP) per il trattamento ambulatoriale coattivo. 
Non si prelevano spese e tasse di giustizia (art. 50 cpv 2 LASP) e non si assegnano ripetibili.

6.  Come già evidenziato nella citata decisione della scrivente Camera, del 20 giugno 2016 (cfr. inc. CDP n. 9.2016.94), ripetuti vizi procedurali sono riconducibili, tra l’altro, al mancato adattamento delle norme cantonali all’assetto giuridico federale e – per quanto qui concerne – ad una migliore definizione delle formalità da seguire per il trattamento ambulatoriale coattivo, di competenza esclusivamente cantonale a norma dell’art. 437 CC.      
La libertà lasciata ai Cantoni nel regolamentare le misure ambulatoriali è ampia (Steinauer/Fountulakis, Droit des personnes physiques et de la protection de l’adulte, Berna 2014, n. 1415a con riferimenti, pag. 622). A parte i principi generali di sussidiarietà e proporzionalità, il Codice civile non impone regole in relazione alle condizioni per ordinare un trattamento ambulatoriale, alla scelta di tale misura e ai suoi limiti temporali (Steinauer/Fountulakis, op. cit., n. 1415 a con riferimenti, pag. 623). L’adozione da parte dei Cantoni di basi legali formali chiare e il rispetto delle garanzie procedurali fondamentali sono tuttavia raccomandati dalla dottrina (cfr. sopra consid. 3).        
Si rileva che, a differenza del Canton Ticino – dove l’unica base legale per il trattamento ambulatoriale coattivo è costituita dalla stringata norma di cui all’art. 20 cpv. 2 LASP (precedente alla riforma federale in vigore dal 1° gennaio 2013) – altri Cantoni hanno regolamentato la durata del trattamento, che può per esempio protrarsi fino a due anni e può essere pure prolungabile oltre tale durata. Inoltre, alcuni Cantoni [Friborgo (art. 26 LPEA/FR), Neuchâtel (art. 33 cpv. 1 LAPEA/NE), Vallese (art. 61 cpv. 2 e 62 LACCS/VS), Argovia (§ 67n EG ZGB), Berna (art. 33 LPEA/BE)] hanno affidato la competenza di ordinare le misure ambulatoriali all’Autorità di protezione, segnatamente in caso di problematiche legate alle dipendenze (Steinauer/Fountulakis, op. cit., n. 1415 b con riferimenti, pag. 623). Alcuni di essi hanno anche previsto l’onere per i servizi preposti all’esecuzione della misura o per uno specifico curatore (di protezione) di informare regolarmente l’Autorità di protezione sul rispetto di tale misura da parte dell’interessato (art. 61 cpv. 4 LACCS/VS e 33 cpv. 3 LPEA/BE).
A proposito dei requisiti per ammettere il trattamento ambulatoriale coattivo, la dottrina non è unanime: solo una parte ritiene che andrebbe ordinato alle condizioni dell’art. 434 CC – relativo al trattamento in assenza di consenso nell’ambito di un ricovero – (cfr. Steinauer/Fountulakis, op. cit., n. 1415 b nota n. 152).
A mente di questa Camera, la revisione della legge cantonale (LASP) dovrà risolvere importanti questioni, l’attuale normativa non rispondendo più ai bisogni dettati dal diritto federale. La fattispecie ora in esame evidenzia in particolare la necessità di regolamentare in modo più ampio e chiaro le condizioni per il trattamento ambulatoriale coattivo, definendone, tra l’altro, la sua durata, l’esigenza di confermarlo a scadenze regolari o modificarlo, ad esempio, a seguito di un nuovo ricovero a scopo di assistenza che ne ha di fatto rivelato l’inefficacia, come pure le esigenze legali e formali che vanno rispettate a tutela del paziente.
Alla crescita in giudicato la decisione sarà di conseguenza trasmessa, in forma anonimizzata, al Consiglio di Stato con l’invito a proporre senza indugio le revisioni di legge che si impongono.

22c Art. 23 cpv. 1 CPC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Foro imperativo per le procedure di diritto matrimoniale – nozione di domicilio – residenza a scopo di studio

Criteri che distinguono il domicilio da una mera residenza a scopo di studio.

I CCA 18.10.2016 N. 11.2015.88

4.  Giusta l’art. 23 cpv. 1 CPC per le azioni di diritto matrimoniale il foro del domicilio di una parte, determinato secondo il Codice civile (art. 10 cpv. 2 CPC), è imperativo (art. 9 cpv. 2 CPC; sentenza del Tribunale federale 5A_875/2015 del 22 aprile 2016, consid. 3.2.3 con riferimenti). Determinante in una procedura di divorzio è la situazione al momento in cui è promossa causa (art. 62 cpv. 1 CPC), anche per evitare cambiamenti di domicilio strumentali (sentenza del Tribunale federale 5A_903/2013 del 29 gennaio 2014, consid. 2.2, con rinvii a DTF 116 II 9 consid. 5 e 116 II 212 consid. 2b/bb; v. anche Rep. 1996 pag. 146). Successivi cambiamenti di domicilio non importano (perpetuatio fori: Sutter-Somm/Lötscher in: Sutter-Somm/Hasenböhler/Leuen-berger [curatori], Kommentar zur Schweizerischen ZPO, 3a edizione, n. 7 ad art. 23; Siehr/Bähler in: Basler Kommentar, ZPO, 2a edizione, n. 7 ad art. 23; Spycher in: Berner Kommentar, Schweizerische ZPO, Berna 2012, n. 21 con rinvii ad art. 23).

5.  Conformemente all’art. 23 cpv. 1 CC il domicilio di una persona è nel luogo in cui questa dimora con l’intenzione di stabilirvisi durevolmente. Il domicilio presuppone due requisiti cumulativi: l’uno oggettivo, consistente nella residenza effettiva in un determinato luogo, l’altro soggettivo, consistente nell’intenzione di stabilirsi durevolmente in quel luogo. L’interessato deve dunque fare del luogo in questione il centro dei suoi interessi personali, familiari e professionali, ciò che va stabilito in base a circostanze oggettive e riconoscibili, non semplicemente in funzione dei suoi propositi (DTF 137 II 126 consid. 3.6, 137 III 600 consid. 3.5). Di regola il domicilio corrisponde al centro delle relazioni individuali, ovvero al luogo in cui il soggetto dorme, trascorre il tempo libero, ha i suoi effetti personali, dispone usualmente di un indirizzo postale e di un collegamento telefonico. Indicazioni figuranti in documenti amministrativi (per esempio licenze di circolazione e di condurre), come pure il deposito di certificati o di documenti d’identità in un dato luogo costituiscono seri indizi per un domicilio civile, al punto da istituire una presunzione di fatto, ma rimangono pur sempre indizi alla stregua delle attestazioni che rilascia la polizia degli stranieri, l’autorità fiscale o un organismo delle assicurazioni sociali. E tale presunzione è refragabile (DTF 141 V 535 consid. 5.2, 136 II 410 consid. 4.3; sentenze del Tribunale federale 5A_812/2015 del 6 settembre 2016, consid. 5.1.2 con rinvii e 5A_875/2015 del 22 aprile 2016, consid. 3.2.3 con rinvii).

6.  Trattandosi di una dimora in un luogo «a scopo di formazione», essa non costituisce domicilio (art. 23 cpv. 1 seconda frase CC, che riprende l’art. 26 vCC). Ciò non esclude che in casi particolari la persona possa stabilire nel luogo di dimora il centro dei suoi interessi, sicché quel luogo diventi il domicilio. Occorrono però seri elementi a tal fine (v. DTF 137 II 122 consid. 3.6; Meier/de Luze, Droit des personnes, articles 11–89a CC, Ginevra/Zurigo/ Basilea 2014, pag. 192 n. 402; Steinauer/Fountoulakis, Droit des personnes physiques et de la protection de l’adulte, Berna 2014, pag. 124 n. 364; D. Staehlin in: Basler Kommentar, ZGB I, 5a edizione, n. 19d ad art. 23; Eigenmann in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010 n. 6 ad art. 26 vCC; E. Bucher in: Berner Kommentar, edizione 1976, n. 3 ad art. 26 vCC). Non assurge a domicilio il luogo di residenza se lo studente rientra regolarmente dai genitori il fine settimana o durante le vacanze semestrali. Diventa domicilio invece il luogo di residenza ove lo studente stabilisca con quel luogo un legame particolarmente stretto, allentando sensibilmente i legami con il domicilio anteriore (sentenza del Tribunale federale 9C_946/2008 dell’11 febbraio 2009, consid. 4.1 con riferimenti).

35c Art. 80 cpv. 1 LEF; 126 CPC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Rigetto dell’opposizione – eccezionalità della concessione di proroghe – dispositivo generico del titolo di rigetto definitivo

In materia di rigetto dell’opposizione, stante il carattere sommario e celere della procedura, proroghe di termini e sospensioni giusta l’art. 126 CPC possono essere concesse solo restrittivamente, in casi rarissimi (consid. 6).                               
Se il giudice del merito ha conferito effetto sospensivo all’appello interposto contro il decreto cautelare che modifica il decreto supercautelare invocato dall’escutente come titolo di rigetto definitivo, il giudice del­l’esecuzione non può sospendere la procedura di rigetto in attesa del­l’esi­to della decisione sull’appello (consid. 6.2).                                                                                                              
Una decisione che genericamente pone a carico del marito le spese di gestione ordinaria dell’abitazione coniugale, le spese straordinarie di manutenzione, i premi d’assicurazione, gli interessi ipotecari e gli ammortamenti non costituisce un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione da lui interposta contro l’esecuzione promossa dalla moglie per ottenere il rimborso di quelle spese pagate direttamente da lei (consid. 8.2).        
Ciò vale mutatis mutandis per il rimborso di spese scolastiche poste a carico del marito ma pagate dalla moglie (consid. 9).

CEF 19.5.2016 N. 14.2015.241

6.  Secondo l’art. 126 cpv. 1 CPC il giudice può sospendere il procedimento se motivi d’opportunità lo richiedono. Ciò è segnatamente il caso allorquando la decisione dipende dall’esito di un altro procedimento. Se non già prevista da una norma di legge specifica, il giudice gode di un ampio margine di decisione, fermo restando che la sospensione resta pur sempre un provvedimento eccezionale da pronunciare qualora la procedura ne risulti poi semplificata (Weber, in: Kurzkommentar, ZPO, 2010, n. 1 e 2 ad art. 126 CPC). Alla base della decisione di sospensione ci dev’essere un motivo oggettivo da ponderare tenendo conto degli interessi di entrambe le parti (Frei in: Berner Kommentar, Schweizerische ZPO, vol. I, 2012, n. 1 ad art. 126 CPC). L’esistenza di un procedimento parallelo può giustificare la sospensione se evita di giungere a decisioni contraddittorie (Frei, op. cit., n. 3 ad art. 126; Weber, op. cit., n. 6 ad art. 126), ma non basta la sola aspettativa di vedersi chiarire questioni di diritto o di prova (Weber, op. cit., n. 6 ad art. 126). In materia di rigetto dell’opposizione, stante il carattere sommario e celere della procedura (art. 251 lett. a CPC e 84 cpv. 2 LEF) proroghe di termini e sospensioni giusta l’art. 126 CPC possono essere concesse solo restrittivamente, in casi rarissimi (sentenza della CEF 14.2013.104 del 19 novembre 2013, RtiD II-2014 pag. 905 n. 63c, consid. 6.1; Staehelin, in: Basler Kommentar, SchKG I, 2a ed., 2010, n. 48 e 63 ad art. 84 LEF; Vock in: SchKG, Kurzkommentar, 2a ed. 2014, n. 16 ad art. 84 LEF).

6.1.  In concreto, il convenuto propone di sospendere la procedura del reclamo in esame, poiché potrebbe essere difficile per lui recuperare eventuali contributi alimentari versati di troppo (per il periodo dal novembre 2013 all’aprile 2014: posizioni da 15 a 20 del precetto esecutivo, v. sopra consid. F), nel caso in cui il decreto 15 aprile 2014 dovesse essere confermato dalla prima Camera civile.

6.2.  Ora, con ordinanza del 26 maggio 2014 (doc. G) il presidente della prima Camera civile ha conferito effetto sospensivo all’appello interposto dalla moglie contro il decreto cautelare del 15 aprile 2014 «per quanto riguarda i contributi provvisionali dovuti da A.B. fino all’aprile del 2014 compreso». Ha così già deciso che durante la procedura d’appello il decreto in questione non avrebbe dispiegato effetti, sicché, viceversa, il decreto supercautelare 2 giugno 2008 (doc. D) su cui la reclamante fonda l’istanza avrebbe continuato a disciplinare l’asset­to cautelare fino all’aprile del 2014 compreso, ossia anche per quanto attiene ai saldi di contributi di mantenimento fatti valere dalla moglie nell’esecuzione in esame. Tale decisione, adottata dal giudice competente nel merito, vincola questa Camera nella sua veste di tribunale dell’esecuzione. Concedere la sospensione postulata da A.B. significherebbe in pratica togliere l’effetto sospensivo concesso all’appello della moglie. Non si disconosce che se tale ricorso dovesse essere respinto eventuali contributi di mantenimento versati di troppo dovrebbero essere restituiti al marito. Ma di questo rischio già si è implicitamente tenuto conto nell’ordinanza del 26 maggio 2014, che non è stata impugnata dalle parti. Non si può quindi parlare di decisioni contraddittorie: tutt’altro, sarebbe contraddittorio sospendere la procedura di rigetto in attesa della decisione sull’ap­pello. Ad ogni modo, avendo carattere meramente esecutivo la sentenza di rigetto non pregiudica definitivamente gli interessi dell’escusso (sopra consid. 2). In assenza di sufficienti «motivi di opportunità» – anzi in presenza di motivi giuridici in senso contrario – una sospensione della procedura di reclamo non entra perciò in linea di conto. 
[…]

8.1.  Il rigetto definitivo dell’opposizione fondato sull’art. 80 cpv. 1 LEF può essere concesso unicamente se il debitore – nella decisione giudiziaria invocata quale titolo di rigetto – è stato obbligato al pagamento di una somma di denaro determinata o se è stato stabilito a suo carico un obbligo di versamento diretto nei confronti del creditore (Staehelin, op. cit., n. 38 ad art. 80). L’importo da versare dev’essere quantificato nella sentenza o almeno risultare in modo chiaro dalla motivazione o dal rinvio ad altri documenti (Staehelin, op. cit., n. 41 ad art. 80). Il giudice del rigetto si limita a verificare che la pretesa posta in esecuzione risulti dalla decisione giudiziaria (v. sopra consid. 2). Non deve né statuire sul contenuto materiale della pretesa né controllare la correttezza materiale della sentenza. Se la decisione non è chiara o se è incompleta rimane esclusivo compito del giudice di merito, previa richiesta di una parte, di chiarire la fattispecie (DTF 135 III 318 seg. consid. 2.3; sentenza della CEF 14.2009.105 del 22 febbraio 2010, consid. 6; Vock/Müller, SchKG-Klagen nach der Schweizerischen ZPO, 2012, pag. 120).

8.2.  Nella fattispecie, con il decreto del 2 giugno 2008 il Segretario assessore ha posto interamente a carico del marito le «spese di gestione ordinaria del­l’abitazione coniugale, come pure le spese straordinarie di manutenzione, le polizze assicurative, gli interessi ipotecari e gli ammortamenti» (doc. D, dispositivo n. 7). L’obbligo in questione è generico: il decreto non indica le somme da versare né stabilisce che le stesse siano da corrispondere alla moglie. Men che meno il marito viene condannato a indennizzare la moglie per le spese per avventura da lei assunte. Il decreto non rinvia a documenti – in particolare alle fatture prodotte dalla moglie – che consentano di specificare e di quantificare il debito del marito. La decisione ha del resto carattere accertativo e non condannatorio, ciò che esclude già di per sé di poterla considerare come un titolo di rigetto definitivo (v. Staehelin, op. cit., n. 6 e 38 ad art. 80; Vock, op. cit., n. 3 e 18 ad art. 80 LEF; sentenze della CEF 14.2013.40 del 3 giugno 2013 consid. 3, e 14.2015.124 del 4 dicembre 2015 consid. 5).      
[…]

9.  Le stesse considerazioni valgono mutatis mutandis per il rimborso della spesa di fr. 65.– assunta dalla reclamante per una gita scolastica della figlia C. (doc. C, A1). Pure al riguardo il decreto supercautelare del 14 febbraio 2011 è generico, limitandosi a porre a carico di A.B. il «pagamento dei libri, del materiale scolastico, delle gite, ecc.» (v. sopra, consid. D). Non indica le somme da versare né rinvia alla fattura prodotta dalla reclamante e neppure stabilisce che le stesse siano da corrispondere a lei. Anche su questo punto il reclamo vede così la sua sorte segnata.

37c Art. 81 cpv. 1 LEF; 9 Cost.; 137 vCC

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Estinzione per compensazione del credito posto in esecuzione – cessazione degli effetti di un giudizio di condanna a contributi di mantenimento cautelari

Il Tribunale d’appello dei Cantone Ticino è incorso nell’arbitrio per aver ritenuto che l’escussa, al credito posto in esecuzione dall’ex marito, potesse opporre in compensazione una pretesa per contributi di mantenimento cautelari calcolati fino al passaggio in giudicato dell’intera sentenza di divorzio. Il giudizio di condanna a contributi di mantenimento cautelari ha infatti esplicato i suoi effetti solo fino alla pronuncia della sentenza di appello con cui il contributo di mantenimento dopo il divorzio è stato definitivamente negato all’ex moglie.

TF 18.7.2016 N. 5A_709/2014

Fatti:

A.  A. ha escusso l’ex moglie B. per l’incasso di fr. 29 050.– oltre interessi, indicando quali titoli di credito la sentenza 20 dicembre 2012 della I Camera civile del Tribunale d’appello del Cantone Ticino e la sentenza 31 ottobre 2013 del Tribunale federale.

A. ha chiesto il rigetto definitivo dell’opposizione interposta da B. al precetto esecutivo. Con decisione 17 marzo 2014 il Pretore del Distretto di Lugano ha accolto l’istanza, rigettando in via definitiva l’opposizione limitatamente a fr. 23 577.50 oltre interessi (vale a dire fr. 29 050.– meno fr. 5472.50 che l’escussa aveva nel frattempo già versato all’ufficio di esecuzione).

B.  Con sentenza 8 agosto 2014 la Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello del Cantone Ticino ha parzialmente accolto un reclamo interposto da B., rigettando in via definitiva l’opposizione limitatamente a fr. 83.35 oltre interessi. A differenza del Pretore, la Corte cantonale ha accolto l’eccezione di compensazione sollevata dall’escussa relativa ad un suo credito nei confronti del creditore precedente per contributi alimentari provvisionali.

C.  Con ricorso in materia civile 16 settembre 2014, subordinatamente ricorso sussidiario in materia costituzionale, A. ha impugnato la sentenza cantonale dinanzi al Tribunale federale postulandone la riforma nel senso di una reiezione integrale del reclamo.    
[…]

Diritto:

[…] 3.  Il ricorrente contesta poi l’accoglimento dell’eccezione di compensazione sollevata dall’escussa.

3.1.  Se il credito è fondato su una decisione giudiziaria esecutiva, il creditore può chiedere in giudizio il rigetto definitivo dell’opposizione (art. 80 cpv. 1 LEF). Se il credito è fondato su una decisione esecutiva di un tribunale svizzero o di un’autorità amministrativa svizzera, l’opposizione è rigettata in via definitiva a meno che l’escusso provi con documenti che dopo l’emanazione della decisione il debito è stato estinto o il termine per il pagamento è stato prorogato ovvero che è intervenuta la prescrizione (art. 81 cpv. 1 LEF).

L’art. 81 cpv. 1 LEF esige, per il mantenimento dell’opposizione, la prova per mezzo di documenti dell’estinzione del debito. A differenza di quanto avviene per il rigetto provvisorio dell’opposizione (art. 82 cpv. 2 LEF), non è sufficiente rendere verosimile l’estinzione: il titolo di rigetto dell’opposizione ai sensi del­l’art. 81 cpv. 1 LEF creando la presunzione che il debito esiste, tale presunzione può soltanto essere rovesciata dalla prova piena del contrario. All’escusso incombe di dimostrare, per mezzo di documenti, non soltanto la causa dell’estin­zione, ma anche l’importo esatto a concorrenza del quale il debito è estinto. Per estinzione del debito la legge non intende solo il pagamento, ma anche qualsiasi altra causa di diritto civile, segnatamente la compensazione. Il credito compensante deve tuttavia fondarsi esso stesso su un titolo esecutivo o essere riconosciuto senza riserve dal creditore procedente (DTF 136 III 624 consid. 4.2.1 e 4.2.3 con rinvii). Al giudice adito con un’istanza di rigetto definitivo dell’oppo­sizione non compete statuire su questioni delicate di diritto materiale o per la cui soluzione il potere di apprezzamento riveste un ruolo importante, la decisione al riguardo essendo riservata al giudice di merito (DTF 136 III 624 consid. 4.2.3 con rinvio).

3.2.  Nel caso concreto, al credito posto in esecuzione l’escussa ha opposto in compensazione una pretesa di fr. 40 901.25, fondata sul decreto pretorile cautelare del 10 agosto 2006 con il quale il ricorrente è stato condannato a versarle un contributo alimentare provvisionale mensile di fr. 1000.– giusta l’ormai abrogato art. 137 CC. L’importo si riferisce al periodo dal 1° agosto 2010 al 31 ottobre 2013 (fr. 39 000.–) ed ai relativi interessi scalari del 3% (fr. 1901.25).

3.3.  Il Tribunale d’appello ha accolto tale eccezione di compensazione. Ha innanzitutto riconosciuto che l’obbligo di versare un contributo alimentare provvisionale mensile di fr. 1000.– sia perdurato non solo fino alla sentenza di appello del 18 ottobre 2012, con la quale il contributo di mantenimento dopo il divorzio in favore dell’ex moglie – fissato in fr. 720.– mensili con decisione pretorile del 10 agosto 2010 – è stato definitivamente negato, bensì fino alla sentenza del Tribunale federale del 31 ottobre 2013 e cioè fino al passaggio in giudicato dell’intera sentenza di divorzio. I Giudici cantonali hanno inoltre ritenuto che l’ex marito non sia riuscito ad addurre la prova rigorosa che l’escussa abbia tacitamente rinunciato al pagamento integrale dei contributi alimentari provvisionali e che il suo debito nei confronti di quest’ultima si sia quindi, almeno in parte, estinto.

Secondo il giudizio impugnato, il credito posto in esecuzione, pari a fr. 46 457.09 (interessi compresi), risulta pertanto estinto a concorrenza di fr. 46 373.75 – cioè fr. 40 901.25 mediante compensazione e fr. 5472.50 mediante pagamento all’ufficio di esecuzione – e l’opposizione va rigettata in via definitiva soltanto per la differenza di fr. 83.35.

3.4.  Il ricorrente ritiene che il Tribunale d’appello sarebbe incorso in una violazione degli art. 9 e 29 cpv. 2 Cost. Le sue generiche argomentazioni circa una lesione dell’art. 29 cpv. 1 Cost. non rispettano invece le esigenze di motivazione poste dai combinati art. 117 e 106 cpv. 2 LTF e risultano di primo acchito inammissibili.

Prima di trattare le censure del ricorrente sia tuttavia premesso quanto segue. Il credito opposto in compensazione si fonda anch’esso su un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione nel senso dell’art. 80 cpv. 1 LEF (v. sentenze 5A_419/2009 del 15 settembre 2009 consid. 7.1; 5A_104/2007 del 9 agosto 2007 consid. 2.1). Ora, secondo la Corte cantonale, in virtù del principio di pari trattamento delle parti l’escutente che si oppone alla compensazione fatta valere dall’escusso fondata su un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione può unicamente prevalersi delle eccezioni liberatorie previste all’art. 81 cpv. 1 LEF (v. Peter Stücheli, Die Rechtsöffnung, 2000, pag. 239 in alto) e deve soddisfare le relative esigenze probatorie. Il ricorrente ritiene questa tesi non convincente, ma non pretende né tantomeno dimostra che essa sia arbitraria. Le sue obiezioni alla pretesa opposta in compensazione saranno pertanto esaminate in quest’ottica.

3.4.1.  Il ricorrente sostiene innanzitutto che il suo debito alimentare nei confronti dell’escussa non potrebbe estendersi oltre il 18 ottobre 2012 ed oltre l’im­porto di fr. 866.– mensili.

3.4.1.1.  Egli considera infatti arbitraria la soluzione adottata dalla Corte cantonale, peraltro condivisa dall’opponente, circa la durata del suo obbligo alimentare provvisionale. Sostiene che tale obbligo si sarebbe interrotto con la crescita in giudicato del dispositivo della sentenza di appello del 18 ottobre 2012 che ha negato all’ex moglie un contributo di mantenimento dopo il divorzio – dispositivo che non è stato impugnato – e non con il passaggio in giudicato dell’intera sentenza di divorzio il 31 ottobre 2013.

Nella procedura di divorzio intercorsa tra le parti, in effetti, la questione dei contributi di mantenimento dopo il divorzio in favore dell’ex moglie è cresciuta in giudicato al momento della pronuncia della sentenza di appello del 18 ottobre 2012, poiché il diniego di tali contributi da parte della Corte cantonale non è stato attaccato innanzi al Tribunale federale (sul momento della crescita in giudicato di effetti accessori del divorzio stabiliti in una sentenza cantonale v. sentenza 5A_346/2011 del 1° settembre 2011 consid. 3.1, con rinvio a Fabienne Hohl, Procédure civile, vol. II, 2a ed. 2010, n. 2636).

Ora, se la sentenza di divorzio cresce parzialmente in giudicato su alcuni effetti accessori del divorzio, i provvedimenti cautelari concernenti tali effetti decadono (sentenza 5A_659/2014 del 31 ottobre 2014 consid. 2.3.2, riferita agli abrogati art. 137 e 148 cpv. 1 CC, con rinvio a Denis Tappy, in Commentaire romand, Code civil I, 2010, n. 26 ad art. 137 CC; v. anche, con riferimento all’art. 276 CPC [RS 272] che ha ripreso in parte l’abrogato art. 137 CC, Annette Spycher, in Berner Kommentar, 2012, n. 22 ad art. 276 CPC; Denis Tappy, in Code de procédure civile commenté, 2011, n. 50 ad art. 276 CPC; Annette Dolge, in ZPO Schweizerische Zivilprozessordnung, 2011, n. 20 ad art. 276 CPC).

Di conseguenza, il decreto pretorile cautelare del 10 agosto 2006 concernente i contributi alimentari provvisionali ha cessato di esplicare i suoi effetti in data 18 ottobre 2012 (sulla cessazione degli effetti di un giudizio di condanna a contributi di mantenimento cautelari esaminata nel quadro di procedure di rigetto definitivo dell’opposizione v. ad esempio sentenze 5A_217/2012 del 9 luglio 2012 consid. 5, non pubblicato in DTF 138 III 583 ma in Pra 2013 n. 25 pag. 191; 5A_419/2009 del 15 settembre 2009 consid. 7.3.1 con rinvii; 5P.82/2002 del­l’11 aprile 2002 consid. 3b con rinvii; sull’art. 126 cpv. 1 CC e sul principio del­l’inizio dell’obbligo di versamento del contributo di mantenimento dopo il divorzio con il passaggio in giudicato della sentenza che statuisce definitivamente su tale contributo, con conseguente cessazione delle relative misure provvisionali, v. sentenza 5C.228/2006 del 9 ottobre 2006 consid. 2.2). La Corte cantonale è pertanto incorsa nell’arbitrio quando ha stabilito che l’oppo­nente potesse opporre in compensazione un credito per contributi cautelari di fr. 1000.– mensili per il periodo dal 1° agosto 2010 fino al 31 ottobre 2013, e cioè fino al passaggio in giudicato dell’intera sentenza di divorzio. La censura risulta fondata.

La causa va perciò rinviata all’autorità inferiore affinché tenga conto del fatto che il titolo prodotto dall’escussa per mantenere la sua opposizione fonda l’esi­stenza di un credito compensante per contributi alimentari provvisionali di fr. 1000.– mensili soltanto per il periodo dal 1° agosto 2010 al 18 ottobre 2012 (oltre interessi).

3.4.1.2.  Il ricorrente invoca poi l’arbitrio anche in relazione all’ammontare mensile del suo obbligo alimentare provvisionale. Ritiene infatti che l’escussa non potrebbe esigere un contributo cautelare superiore a quello che ella rivendicava, nel merito, con il suo appello adesivo contro la decisione pretorile di divorzio del 10 agosto 2010, vale a dire fr. 866.– mensili.

Non risulta che, nelle sue osservazioni al reclamo di controparte, il ricorrente si sia prevalso di tale argomentazione giuridica. La censura, nuova, è inammissibile nel quadro di un ricorso sussidiario in materia costituzionale (v. DTF 133 III 638 consid. 2; sentenze 5D_107/2014 del 5 marzo 2015 consid. 2.1; 5A_544/2015 del 9 febbraio 2016 consid. 1.4 e 2.2) e sfugge quindi ad un esame di merito.

3.4.2.  Il ricorrente propone poi due motivi di estinzione (parziale) della pretesa opposta in compensazione dall’escussa.

3.4.2.1.  In primo luogo, egli eccepisce di aver già pagato complessivi fr. 23 078.– a titolo di contributi alimentari, e più precisamente fr. 1000.– ad agosto 2010, fr. 720.– mensili da settembre a novembre 2010 e fr. 866.– mensili da dicembre 2010 ad ottobre 2012. Considera che il Tribunale d’appello avrebbe violato il suo obbligo di motivare sufficientemente la sentenza impugnata per non aver spiegato perché non ha tenuto conto di tali versamenti nel calcolo finale.

Il diritto di essere sentito (art. 29 cpv. 2 Cost.) comprende vari aspetti, tra cui quello di ottenere una decisione motivata. L’esigenza della motivazione ha essenzialmente quale scopo di permettere alle parti interessate di rendersi conto della portata del provvedimento e di poterlo se del caso impugnare con cognizione di causa. Ciò non significa che l’autorità sia tenuta a pronunciarsi in modo esplicito ed esaustivo su tutti i fatti, i mezzi di prova e le censure addotte dalle parti; essa può in effetti occuparsi delle sole circostanze rilevanti per il giudizio (DTF 139 IV 179 consid. 2.2 con rinvio).

Nella decisione qui impugnata, i Giudici cantonali hanno accertato che l’ex marito ha già effettuato dei versamenti all’ex moglie a titolo di contributi di mantenimento (essi si riferiscono difatti ad una «parte degli alimenti cautelari rimasta impagata»), ma non hanno spiegato per quale motivo tali versamenti non vadano a parzialmente estinguere il credito opposto in compensazione dall’escussa, come preteso dal ricorrente nelle sue osservazioni al reclamo. Dalla motivazione del giudizio querelato non si può nemmeno determinare se la mancata presa in considerazione dei pagamenti sia intenzionale oppure il frutto di una svista. Ciò ha impedito al ricorrente di comprendere la ragione dell’omissione e di impugnarla con cognizione di causa. Di conseguenza, la Corte cantonale è venuta meno al suo obbligo di motivare e la censura di violazione del diritto di essere sentito risulta fondata.

La causa va perciò rinviata all’autorità inferiore affinché si esprima in merito ai versamenti di complessivi fr. 23 078.– effettuati dal creditore procedente. Come giustamente rileva l’opponente nella sua risposta, i Giudici cantonali non dovranno tuttavia trascurare il fatto (anch’esso accertato nel giudizio impugnato) che ella, in data 16 novembre 2012, ha restituito al ricorrente fr. 8113.16 quale eccedenza tra quanto ricevuto dopo il 1° agosto 2010 ed il contributo di mantenimento dopo il divorzio di fr. 720.– fissato dal Pretore.

Vista la natura formale del diritto garantito dall’art. 29 cpv. 2 Cost. (DTF 137 I 195 consid. 2.2), non occorre esaminare la fondatezza materiale delle ulteriori critiche sollevate dal ricorrente circa l’arbitrarietà della mancata presa in considerazione dell’importo di fr. 23 078.–.

3.4.2.2.  In secondo luogo, l’insorgente eccepisce una rinuncia dell’ex moglie alla parte dei contributi di mantenimento provvisionali rimasta impagata. Al contrario di quanto arbitrariamente stabilito dal Tribunale d’appello, la prova di tale rinuncia sarebbe «lampante e fondata su soli documenti» e si desumerebbe «con la massima chiarezza» dal fatto che ella ha accettato per circa due anni, senza formulare obiezioni, di ricevere dei contributi alimentari mensili di importo inferiore (fr. 720.–, rispettivamente fr. 866.–) rispetto a quanto fissato nel decreto pretorile cautelare del 10 agosto 2006.

Secondo la giurisprudenza, l’esistenza di un’offerta di annullamento del debito (art. 115 CO) mediante atti concludenti da parte del creditore può essere ammessa dal giudice solo con la massima cautela, poiché, in linea di massima e salvo circostanze particolari, nessuno rinuncia senza controprestazione ad una pretesa. La rinuncia del creditore al suo credito può unicamente essere ammessa se il suo comportamento, interpretato secondo il principio dell’affidamento, può essere inteso come una chiara manifestazione della sua volontà di rinunciare definitivamente (in tutto o in parte) al suo credito. Un atteggiamento passivo del creditore durante un periodo più o meno lungo non basta ancora per concludere ad una rinuncia al credito, ma può tutt’al più costituire un indizio in tal senso (sentenza 4C.55/2007 del 26 aprile 2007 consid. 4.2 con rinvii).

Alla luce di questa prassi, bisogna pertanto ammettere che il ricorrente non è riuscito ad addurre la prova piena dell’asserita tacita rinuncia definitiva dell’ex moglie al pagamento integrale dei contributi di mantenimento provvisionali e che tale questione costituisce una delicata questione di diritto materiale, che oltrepassa la cognizione accordata al giudice del rigetto definitivo dell’opposizione. Di conseguenza, nella misura in cui non riconosce una parziale estinzione, per tacita rinuncia, del credito alimentare opposto in compensazione dall’escussa, il giudizio impugnato non lede il divieto dell’arbitrio. La censura è infondata.

4.  Da quanto precede discende che il ricorso sussidiario in materia costituzionale va parzialmente accolto nella misura in cui è ammissibile. La sentenza impugnata va annullata e la causa va rinviata all’autorità inferiore per nuova decisione (art. 107 cpv. 2 LTF): tale autorità dovrà tenere conto del fatto che il titolo prodotto dall’escussa per mantenere la sua opposizione fonda l’esistenza di un credito compensante per contributi alimentari provvisionali di fr. 1000.– mensili soltanto per il periodo dal 1° agosto 2010 al 18 ottobre 2012 (oltre interessi; supra consid. 3.4.1.1), e dovrà esprimersi in merito ai pagamenti effettuati dal creditore precedente (supra consid. 3.4.2.1). Per il resto, il ricorso va respinto.

41c Art. 92 cpv. 1 n. 3, 93 LEF; 248, 930 seg. CC

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Presunzione di proprietà nei rapporti tra un coniuge e i creditori dell’altro

Ove un coniuge affermi che un bene sia suo deve fornirne la prova (art. 248 cpv. 1 CC), fermo restando che, mancando tale prova, si presume che il bene sia di comproprietà dei coniugi (art. 248 cpv. 2 CC). La presunzione si applica anche ai rapporti tra un coniuge e i creditori dell’altro, ma le presunzioni tratte dal possesso secondo gli art. 930 e 931 CC prevalgono per i beni che non siano i mobili di casa, segnatamente per il patrimonio professionale.                                                                                                                                
Oggetti lavorati a mano dall’escusso e pignorati in sua presenza in un mercatino sono presunti di sua proprietà ove la moglie non provi di avere partecipato alla loro produzione.

CEF 5.7.2016 N. 14.2016.121

5.  Giusta l’art. 930 cpv. 1 CC il possessore di una cosa ne è presunto proprietario. La presunzione della proprietà legata al possesso non è però assoluta. Essa cessa quando è sospetta o equivoca. È segnatamente equivoca quando l’acquisto del possesso o il potere sulla cosa sono suscettibili di più spiegazioni (sentenza 5A_633/2009 del 6 settembre 2010 consid. 2, 5A_279/2008 del 16 settembre 2008, in SJ 2009 I 325, consid. 6.2; Steinauer, Les droits réels, vol. I, 5a ed. 2012, n. 394). Spetta dunque a chi invoca la presunzione fornire giustificazioni sufficienti circa l’origine del suo possesso; in caso contrario la presunzione di proprietà diventa sospetta e, come tale, viene meno (sentenza 5A_279/2008 già citata, consid. 6.2 con riferimenti). Per decidere su di un’azione di rivendicazione occorre considerare i rapporti di proprietà al momento del pignoramento (Staehe­lin, Basler Kommentar zum SchKG, 2a ed. 2010, n. 7 ad art. 107, con riferimenti; Amonn/Walther, Grundriss des Schuldbetreibungs- und Konkursrechts, 9a ed. 2013, n. 40 ad § 24).

5.1.  Nella fattispecie si evince dal verbale di pignoramento che i taglieri rivendicati erano in possesso dell’escusso A.B. quando l’ufficio d’esecuzione li ha pignorati presso la bancarella del Mercatino di Natale. Sono quindi presunti essere di proprietà di lui in assenza d’indizi idonei a rimettere in discussione tale conclusione (art. 930 cpv. 1 CC). Nel reclamo la moglie B.B. afferma che i taglieri sono stati in parte realizzati a mano da lei, ma ammette che è impossibile distinguere quelli a suo dire fatti da lei da quelli fatti dal marito nella misura in cui i singoli pezzi non sono contrassegnati. D’altronde la reclamante non ha dimostrato le proprie allegazioni. Il fatto poi che la bancarella fosse stata prenotata da lei ancora non prova che l’attività di creazione dei taglieri sia sua, né soprattutto che il prodotto di tale attività le appartenga.

5.2.  Non può neppure la reclamante dedurre un suo diritto esclusivo dal regime matrimoniale della separazione dei beni che disciplina i rapporti tra coniugi. In tale regime, è vero, ciascun coniuge amministra i propri beni, ne gode e ne dispone (art. 247 CC), in particolare del frutto del proprio lavoro. Ma ove un coniuge affermi che un bene sia suo deve comunque fornirne la prova (art. 248 cpv. 1 CC), fermo restando che, mancando tale prova, si presume che il bene sia di comproprietà dei coniugi (art. 248 cpv. 2 CC). La presunzione si applica anche ai rapporti tra un coniuge e i creditori dell’altro (DTF 117 II 124; Piller in: Commentaire romand, Code des obligations I, 2a ed. 2012, n. 2 ad art. 248 CO), ma le presunzioni tratte dal possesso secondo gli art. 930 e 931 CC prevalgono per i beni che non siano i mobili di casa, segnatamente per il patrimonio professionale (Piller, op. cit., n. 9 ad art. 248; Hausheer/Reusser/Geiser in Berner Kommentar II/1/3/2, 1996, n. 10 ad art. 248). Nel caso di specie già si è detto che gli oggetti rivendicati erano in possesso dell’escusso al momento del pignoramento e la moglie non ha fornito elementi che permettano di ritenere che tale possesso fosse illegittimo o condiviso con lei. Perlomeno l’apprezzamento dei fatti operato dal Giudice di pace non appare manifestamente errato nel senso dell’art. 320 lett. b CPC e quindi anche la conclusione ch’egli ne ha tratta, per cui B.B. non ha dimostrato di essere proprietaria dei taglieri pignorati, resiste alla critica.