RTiD II 2017

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Regesti a cura dei giudici della Camera

22 Art. 70 seg. CP

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Sequestro penale conservativo di beni trasferiti a terze persone – contestazione della nullità di un atto, nel caso di una convenzione matrimoniale

Possono essere posti sotto sequestro conservativo solo i beni della persona condannata al pagamento di un risarcimento compensatorio; nei confronti di terzi non tenuti a un tale risarcimento, il sequestro conservativo non è ammissibile. Tuttavia, è possibile porre sotto sequestro ai sensi dell’art. 71 cpv. 3 CP i beni di un terzo qualora, sulla base del cosiddetto principio della trasparenza, il terzo e l’interessato siano sotto il profilo economico la stessa persona oppure qualora, malgrado le apparenze, l’interessato si riveli nei fatti essere il vero beneficiario dei valori ceduti a un uomo di paglia in virtù di un contratto simulato.                                                                                                   
Non sussistendo in casu motivi di nullità della convenzione matrimoniale, risulta arbitraria la conclusione dei giudici cantonali secondo cui i beni intestati all’insorgente siano in realtà di pertinenza del marito: mantenendo il sequestro conservativo sui beni della ricorrente, la CARP ha quindi violato gli art. 70 seg. CP.

TF 6.3.2017 N. 6B_966/2014

Sequestro penale conservativo di beni trasferiti a terze persone – contestazione della nullità di un atto, nel caso di una convenzione matrimoniale

Possono essere posti sotto sequestro conservativo solo i beni della persona condannata al pagamento di un risarcimento compensatorio; nei confronti di terzi non tenuti a un tale risarcimento, il sequestro conservativo non è ammissibile. Tuttavia, è possibile porre sotto sequestro ai sensi dell’art. 71 cpv. 3 CP i beni di un terzo qualora, sulla base del cosiddetto principio della trasparenza, il terzo e l’interessato siano sotto il profilo economico la stessa persona oppure qualora, malgrado le apparenze, l’interessato si riveli nei fatti essere il vero beneficiario dei valori ceduti a un uomo di paglia in virtù di un contratto simulato.                                                                                                   
Non sussistendo in casu motivi di nullità della convenzione matrimoniale, risulta arbitraria la conclusione dei giudici cantonali secondo cui i beni intestati all’insorgente siano in realtà di pertinenza del marito: mantenendo il sequestro conservativo sui beni della ricorrente, la CARP ha quindi violato gli art. 70 seg. CP.

 

TF 6.3.2017 N. 6B_966/2014

3.  Dopo aver ricordato che l’art. 71 cpv. 3 CP permette di sequestrare in vista dell’esecuzione del risarcimento compensatorio solo i beni dell’autore dell’in¬frazione o di terzi favoriti in qualche modo dal reato, la Corte di appello e di revisione penale del Cantone Ticino (CARP) ha rilevato anche la possibilità di porre sotto sequestro conservativo i beni trasferiti a terze persone in virtù di un atto nullo, dovendo essere considerati ancora di pertinenza della persona condannata al risarcimento equivalente. Chinandosi poi sulla convenzione matrimoniale dell’8 luglio 2004 con cui i coniugi A. hanno abbandonato il regime di partecipazione agli acquisti per adottare quello di separazione dei beni, i giudici cantonali hanno ritenuto che, al momento della sua conclusione, il marito si trovava in debito nei confronti di tutti coloro che erano stati malversati per un importo di gran lunga superiore a quello degli acquisti indicato nel rogito, conseguentemente non vi era una sostanza attiva da dividere, ma piuttosto passivi da caricare, di modo che non sussiste una controprestazione adeguata. Oggettivamente la convenzione non ha dunque alcun fondamento e non consente di preservare i beni intestati all’insorgente. La CARP ha poi ritenuto che, sotto il profilo soggettivo, la ricorrente sapeva, almeno nelle grandi linee, che il marito aveva dei problemi connessi all’attività di ff. SA, di cui era vice presidente, nei confronti della quale l’allora Commissione federale delle banche aveva ordinato delle verifiche e che la questione poteva avere una connotazione penale posto che, quattro giorni dopo la sottoscrizione della citata convenzione, egli si sarebbe presentato al Ministero pubblico per essere interrogato. Essa ha quindi negato la buona fede dell’insorgente: ha acconsentito alla modifica del regime matrimoniale sapendo che il coniuge intendeva tentare di salvaguardare una parte dei loro averi da possibili richieste di risarcimento dei clienti della società. La Corte cantonale ha ancora evidenziato come, senza che vi fossero legittimi motivi plausibili, l’adozione del regime di separazione dei beni è avvenuta dopo 35 anni di matrimonio e come la cessione di una parte importante di beni immobili avrebbe comportato per la ricorrente, casalinga senza reddito, l’assunzione a titolo personale di rilevanti oneri ipotecari. Infine la CARP ha aggiunto che, malgrado tecnicamente l’insorgente sia da considerare come un terzo, di fatto non lo sia completamente. La convivenza pluridecennale con il marito rende la coniuge una persona con caratteristiche, sensibilità e conoscenze ben diverse da un estraneo, la di lei percezione delle difficoltà che il marito sta vivendo essendo indubbiamente maggiore rispetto a quella di qualcuno al di fuori del tetto coniugale. Di conseguenza i giudici cantonali hanno ordinato il sequestro conservativo dei beni intestati alla ricorrente in forza della convenzione matrimoniale.

4.  L’insorgente contesta la ritenuta nullità della convenzione matrimoniale, considerando arbitraria la conclusione della CARP. Non spetterebbe al giudice penale determinarsi sui diritti di proprietà in base alle norme del CC, la questione dovendo piuttosto essere sottoposta a un tribunale civile. La ricorrente si richiama a una sentenza emanata dal Pretore del Distretto di Lugano, unico che si sarebbe espresso con competenza sotto il profilo del diritto civile, che avrebbe definito «del tutto plausibili» i motivi alla base della sottoscrizione della convenzione matrimoniale, considerandola valida. In simili circostanze, la conclusione della CARP per cui i beni intestati all’insorgente sarebbero di pertinenza del marito e come tali gravabili da sequestro conservativo non poggerebbe su alcun accertamento fattuale e sarebbe arbitraria. La ricorrente lamenta poi la violazione dell’art. 71 CP. Sostiene l’impossibilità di porre sotto sequestro beni appartenenti a un terzo che non costituiscono provento di reato o un suo surrogato, a prescindere dalla buona fede o da una controprestazione. Gli averi dei coniugi non sarebbero composti né alimentati da reato. Evidenzia come la CARP abbia condannato il marito e non l’insorgente al pagamento di un risarcimento compensatorio, di modo che i beni di quest’ultima non potrebbero essere posti sotto sequestro conservativo. Soggiunge in seguito che non sia possibile, senza incorrere nell’arbitrio, privarla della protezione della presunzione della sua buona fede, non essendo stato dimostrato il contrario. Al momento di concludere la convenzione matrimoniale, la ricorrente avrebbe unicamente saputo che il coniuge era nervoso e preoccupato per la situazione non facile in cui si trovava ff. SA, ma avrebbe ignorato eventuali debiti che egli poteva avere nei confronti di terzi e pure i contatti avuti dal marito con il Ministero pubblico. In punto alla controprestazione adeguata, l’insorgente adduce che la liquidazione del regime di partecipazione agli acquisti sarebbe andata a coprire un’obbliga¬zione nata prima del periodo in disamina nel corso dei 35 anni di matrimonio in un contesto di agiatezza economica, ciò che sarebbe stato crassamente disatteso dalla CARP. A torto poi l’autorità cantonale ritiene che non vi fosse alcuna sostanza attiva da suddividere, in quanto a norma dell’art. 210 CC i debiti che devono essere dedotti devono essere dovuti ed esigibili prima del cambiamento del regime matrimoniale, ciò che non sarebbe il caso per le pretese di risarcimento degli accusatori privati, l’eventuale obbligo di risarcimento sorgendo e diventando esigibile soltanto con la crescita in giudicato di una sentenza che ne accerti l’esistenza. Essa inoltre confonderebbe la questione della consistenza degli aumenti del regime di partecipazione agli acquisti con il concetto di controprestazione adeguata: la convenzione matrimoniale avrebbe permesso di determinare la parte degli averi di spettanza economica della ricorrente. Infine l’insorgente lamenta la violazione del principio della proporzionalità, il sequestro conservativo ordinato estendendosi a tutto il suo patrimonio, alla sola eccezione dell’arredo domestico, con conseguente pregiudizio del suo «status sociale».

5.  D’acchito infondata risulta la critica sulla pretesa incompetenza della CARP a statuire su questioni afferenti il diritto civile. Non a caso, la ricorrente non si prevale di alcuna norma che sarebbe stata disattesa dall’autorità precedente. D’altronde lo stesso CPP attribuisce espressamente al giudice penale la competenza di statuire su questioni di diritto privato, quali ad esempio l’azione civile fatta valere in via adesiva nel procedimento penale dall’accusatore privato (v. art. 126 CPP) oppure le pretese avanzate da più persone su beni da dissequestrare (v. art. 267 cpv. 4 CPP). Inoltre, secondo la concezione giuridica svizzera, i tribunali e le autorità possono esaminare a titolo pregiudiziale anche questioni giuridiche relative ad altri campi del diritto di loro precipua competenza, purché tale esame non sia vietato da una disposizione legale e nella misura in cui l’autorità competente in materia non abbia reso sulla questione del caso concreto una decisione cresciuta in giudicato (v. DTF 105 II 308 consid. 2 pag. 311). La sentenza del Pretore del Distretto di Lugano a cui la ricorrente si richiama non si pronuncia esplicitamente sulla validità della convenzione matrimoniale, ma si limita a definire «plausibili» le argomentazioni addotte in quella sede dall’insorgente a giustificazione della modificazione del regime dei beni, di modo che la stessa non risulta vincolante per la CARP, ciò che nemmeno è preteso nel gravame.

6. 

6.1.  Secondo l’art. 70 cpv. 1 CP, il giudice ordina la confisca dei valori patrimoniali che costituiscono il prodotto di un reato o erano destinati a determinare o a ricompensare l’autore di un reato, a meno che debbano essere restituiti alla persona lesa allo scopo di ripristinare la situazione legale. La confisca non può essere ordinata se un terzo ha acquisito i valori patrimoniali ignorando i fatti che l’avrebbero giustificata, nella misura in cui abbia fornito una controprestazione adeguata o la confisca costituisca nei suoi confronti una misura eccessivamente severa (art. 70 cpv. 2 CP). Se i valori patrimoniali sottostanti alla confisca non sono più reperibili, il giudice ordina in favore dello Stato un risarcimento equivalente; nei confronti di terzi, tuttavia, il risarcimento può essere ordinato soltanto per quanto non sia escluso giusta l’art. 70 cpv. 2 CP (art. 71 cpv. 1 CP). Scopo di tale risarcimento è quello di evitare che la persona che ha disposto di beni soggetti a confisca sia avvantaggiata rispetto a chi li ha conservati. Questa misura si sostituisce alla confisca in natura e, rispetto a quest’ul¬tima, non deve dunque comportare né vantaggi né inconvenienti. In ragione del sua natura sussidiaria, il risarcimento compensatorio può essere pronunciato solo se, nel caso in cui i valori patrimoniali fossero stati disponibili, la confisca sarebbe stata pronunciata (DTF 140 IV 57 consid. 4.1.2 pag. 62).
Al fine di garantire l’esecuzione del risarcimento compensatorio, l’art. 71 cpv. 3 CP permette di sottoporre a sequestro valori patrimoniali dell’interessato. Per interessato s’intende non solo l’autore, ma anche, a determinate condizioni, un terzo favorito in un modo o nell’altro dal reato (v. art. 70 cpv. 2 CP richiamato dall’art. 71 cpv. 1 CP; DTF 140 IV 57 consid. 4.1.2 pag. 64). Possono essere posti sotto sequestro conservativo solo i beni della persona condannata al pagamento di un risarcimento compensatorio (NIKLAUS SCHMID, in Kommentar Einziehung, organisiertes Verbrechen, Geldwäscherei, vol. I, 2a ed. 2007, n. 174 ad art. 70-72 CP; TRECHSEL/JEAN-RICHARD, Schweizerisches Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, 2a ed. 2013, n. 3 ad art. 71 CP; FLORIAN BAUMANN, in Basler Kommentar, Strafrecht, vol. I, 3a ed. 2013, n. 69 ad art. 70/71 CP). Nei confronti di terzi non tenuti a un tale risarcimento, il sequestro conservativo non è ammissibile. Secondo la giurisprudenza, tuttavia, è possibile porre sotto sequestro ai sensi dell’art. 71 cpv. 3 CP i beni di un terzo qualora, sulla base del cosiddetto principio della trasparenza, il terzo e l’interessato siano sotto il profilo economico la stessa persona oppure qualora, malgrado le apparenze, l’interes¬sato si riveli nei fatti essere il vero beneficiario dei valori ceduti a un uomo di paglia in virtù di un contratto simulato (DTF 140 IV 57 consid. 4.1.2 pag. 64).

6.2.  Giova innanzitutto precisare che la CARP non ha condannato la ricorrente al pagamento di un risarcimento compensatorio, ma esclusivamente il marito. Non risulta infatti che ella sia stata favorita in un modo o nell’altro dai reati oggetto del procedimento penale. In simili circostanze, appaiono del tutto superflue le considerazioni sulla buona fede dell’insorgente e sulla controprestazione adeguata, sviluppate sia nel gravame sia nelle osservazioni degli opponenti. Trattasi infatti di elementi determinanti per ordinare una confisca, rispettivamente un risarcimento compensatorio direttamente nei confronti della ricorrente, ciò che l’autorità cantonale non ha ritenuto fare. Di conseguenza, il sequestro conservativo dei beni intestati all’insorgente può giustificarsi unicamente se la proprietà le è stata trasmessa in virtù di un atto simulato, atteso che l’ipotesi del¬l’applicazione del principio della trasparenza non entra manifestamente in considerazione nella fattispecie.

6.3.  Per la CARP, la convenzione matrimoniale non ha alcun fondamento oggettivo, in quanto sostanzialmente non vi era sostanza attiva da dividere, ma piuttosto passivi da caricare. Essa tuttavia non ritiene che A.A. sia rimasto nei fatti il vero beneficiario dei beni trasmessi alla ricorrente in forza della citata convenzione e ancor meno che questa sia in realtà unicamente simulata e che l’in¬sorgente sia una semplice «donna di paglia». L’opponente 17 ventila la possibilità di qualificare suddetta convenzione come un negozio giuridico fittizio in considerazione delle circostanze temporali della sua conclusione. Sennonché, a prescindere dai veri scopi perseguiti con la convenzione, nulla indica che i coniugi non avessero la reale volontà di adottare il regime della separazione dei beni. Il fatto che non sussistesse un utile da suddividere nell’ambito della liquidazione del regime matrimoniale di partecipazione agli acquisti, come ritenuto nella sentenza impugnata e addotto nelle varie osservazioni degli opponenti, non muta lo stato delle cose. Il sequestro conservativo nel procedimento penale non è destinato infatti a tutelare i creditori di un coniuge, ciò che del resto neppure i giudici cantonali sostengono. Per questo il diritto civile fornisce già garanzie, la protezione dei creditori essendo assicurata dall’art. 193 CC, indipendentemente da qualsiasi scopo dei coniugi di danneggiarli (v. al riguardo DTF 142 III 65 consid. 4.2). Non si ravvedono peraltro motivi di nullità della convenzione matrimoniale. In simili circostanze risulta arbitraria la conclusione dei giudici cantonali secondo cui i beni intestati all’insorgente siano in realtà di pertinenza del marito, in quanto non poggia su alcun accertamento fattuale o considerazione giuridica. Mantenendo il sequestro conservativo sui beni della ricorrente, la CARP ha quindi violato gli art. 70 seg. CP, non essendo adempiuti i presupposti per mantenere una tale misura, che deve dunque essere tolta. Invano l’opponente 2 si prevale della tutela di cui all’art. 193 CC per opporsi al dissequestro dei beni della ricorrente. Questa tutela non ha come effetto di supplire al mancato adempimento delle condizioni poste dal CP per mantenere un sequestro conservativo a garanzia del risarcimento compensatorio a cui è stato condannato il marito dell’insorgente.

70c Art. 10 lett. b), 46 LDIP

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Divorzio pendente all’estero – provvedimenti cautelari del giudice svizzero? 

Condizioni alle quali è possibile chiedere al giudice svizzero di emanare provvedimenti cautelari nel caso di una causa di divorzio pendente al­l’estero (riepilogo della giurisprudenza).

I CCA 28.10.2016 N. 11.2015.6 (ricorso in materia civile del 2 dicembre 2016 dichiarato inammissibile dal Tribunale federale con sentenza 5A_929/2016 dell’11 maggio 2017)

Divorzio pendente all’estero – provvedimenti cautelari del giudice svizzero?

Condizioni alle quali è possibile chiedere al giudice svizzero di emanare provvedimenti cautelari nel caso di una causa di divorzio pendente al­l’estero (riepilogo della giurisprudenza).

I CCA 28.10.2016 N. 11.2015.6 (ricorso in materia civile del 2 dicembre 2016 dichiarato inammissibile dal Tribunale federale con sentenza 5A_929/2016 dell’11 maggio 2017)

4. La giurisprudenza ha già avuto modo di ricordare che il giudice chiamato a emanare provvedimenti a tutela dell’unione coniugale rimane competente per statuire in proposito quand’anche in seguito uno dei coniugi promuova causa di divorzio, per lo meno finché il giudice del divorzio non decreti provvedimenti cautelari (DTF 138 III 649 in basso). A quel momento i provvedimenti cautelari sostituiscono i provvedimenti a tutela dell’unione coniugale. Invalsa sul piano interno, tale regola si applica anche nelle relazioni internazionali (DTF 134 III 328 consid. 3.2). Nel caso in esame la moglie ha postulato provvedimenti a tutela dell’unione coniugale il 5 settembre 2014, allorché il marito aveva già intentato azione di divorzio nel Kosovo il 16 luglio precedente. Il giudice svizzero quindi non era più competente, a quel momento, per ordinare provvedimenti a tutela dell’unione coniugale.

5. Il principio testé richiamato non è tuttavia assoluto. Sempre secondo giurisprudenza, nelle relazioni internazionali la competenza del giudice svizzero a tutela dell’unione coniugale sussiste, seppure una parte abbia già promosso azione di divorzio all’estero, qualora appaia evidente sin dall’inizio, ovvero fin dall’introduzione della procedura a tutela dell’unione coniugale, che la sentenza estera di divorzio non potrà essere riconosciuta in Svizzera (DTF 134 III 328 consid. 3.3 con rinvii). Tale è il caso, per esempio, ove risulti subito manifesto che quella sentenza non potrà essere riconosciuta perché il giudice estero non è competente nel senso dell’art. 26 lett. a LDIP (in materia di divorzio: art. 65 LDIP o art. 2 della Convenzione dell’Aia sul riconoscimento dei divorzi e delle separazioni, del 1° giugno 1970 [RS 0.211.212.3], tra gli Stati che l’hanno ratificata). Il difetto di competenza però non va ammesso con leggerezza. A tal fine occorre tenere conto sia di quanto si desume dagli atti del fascicolo a tutela dell’unione coniugale, sia – per quanto possibile – di quanto emerge dagli atti della causa di divorzio pendente all’estero (DTF 134 III 328 consid. 3.3). Ove risulti palese che la sentenza estera di divorzio non potrà essere riconosciuta, il giudice svizzero rimane abilitato per statuire a tutela dell’unione coniugale (art. 46 LDIP: «azioni o provvedimenti concernenti i diritti e i doveri coniugali»).

6. Diversa è la situazione nel caso in cui non si possa escludere che la sentenza di divorzio pronunciata all’estero sarà riconosciuta in Svizzera. In condizioni del genere la giurisprudenza ha avuto modo di stabilire che il giudice svizzero non può più statuire a tutela dell’unione coniugale. Può decretare nondimeno provvedimenti cautelari nell’ambito della causa di divorzio, seppure questa sia pendente all’estero, sulla base dell’art. 10 LDIP (ora: art. 10 lett. b LDIP). Ciò è lecito unicamente, tuttavia, se ricorre una delle circostanze che segue (DTF 134 III 330 consid. 3.5.1, menzionata ancora nella sentenza 5A_289/2014 del 21 ottobre 2014 consid. 4.4, in: FamPra.ch 2015 pag. 229):

– se la legge estera applicabile alla causa di divorzio non prevede una disciplina cautelare analoga a quella dell’art. 137 cpv. 2 vCC (ora: art. 276 cpv. 1 CPC);

– se provvedimenti cautelari decretati dal giudice estero non possono essere eseguiti al domicilio di una parte o al domicilio delle parti;

– se provvedimenti cautelari decretati dal giudice svizzero siano destinati a garantire una futura esecuzione su beni posti in Svizzera;

– se provvedimenti cautelari decretati dal giudice svizzero si impongono per ragioni di urgenza immediata;

– se provvedimenti cautelari decretati dal giudice svizzero si giustifichino perché non v’è da attendersi che il tribunale estero prenda una decisione in tempi adeguati.

 

La giurisprudenza anteriore, secondo cui il giudice svizzero poteva decretare provvedimenti cautelari ogni qual volta il giudice estero del divorzio non avesse ancora emanato provvedimenti cautelari suscettibili di essere riconosciuti in Svizzera (DTF 104 II 246), è dunque superata.

45c Art. 80 cpv. 2 n. 1 LEF; 279 CPC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Rigetto definitivo dell’opposizione sulla scorta di una convenzione sui contributi di mantenimento dopo divorzio implicante un terzo

Rigetto definitivo dell’opposizione sulla scorta di una convenzione sui contributi di mantenimento dopo divorzio implicante un terzo
Una transazione può anche vertere su pretese o vantaggi che non sono oggetto della lite, se serve alla sua composizione. Può in particolare essere il caso quando un terzo assume un impegno a favore di una parte per favorire il raggiungimento di un accordo. La transazione vincola il terzo solo se vi ha partecipato, accettando che i suoi effetti si sarebbero estesi a lui. Tale condizione è manifestamente data qualora la convenzione sia firmata da una società per il tramite del presidente del suo consiglio d’amministrazione (consid. 5.4/b).
La parificazione tra sentenza e transazione giudiziale non è assoluta, ma vale almeno per quanto riguarda l’effetto esecutivo, il quale può essere sospeso solo mediante una decisione giudiziaria. Sia come sia, l’omolo­gazione giudiziaria di una convenzione sulle conseguenze del divorzio rende le disposizioni contrattuali esecutive e definitive senz’alcuna differenza giuridica con gli altri dispositivi della decisione di divorzio, sicché acquisiscono la qualità di titolo di rigetto definitivo dell’opposizione (consid. 5.4/c).

 

CEF 19.4.2017 N. 14.2016.288

Rigetto definitivo dell’opposizione sulla scorta di una convenzione sui contributi di mantenimento dopo divorzio implicante un terzo

Rigetto definitivo dell’opposizione sulla scorta di una convenzione sui contributi di mantenimento dopo divorzio implicante un terzo
Una transazione può anche vertere su pretese o vantaggi che non sono oggetto della lite, se serve alla sua composizione. Può in particolare essere il caso quando un terzo assume un impegno a favore di una parte per favorire il raggiungimento di un accordo. La transazione vincola il terzo solo se vi ha partecipato, accettando che i suoi effetti si sarebbero estesi a lui. Tale condizione è manifestamente data qualora la convenzione sia firmata da una società per il tramite del presidente del suo consiglio d’amministrazione (consid. 5.4/b).
La parificazione tra sentenza e transazione giudiziale non è assoluta, ma vale almeno per quanto riguarda l’effetto esecutivo, il quale può essere sospeso solo mediante una decisione giudiziaria. Sia come sia, l’omolo­gazione giudiziaria di una convenzione sulle conseguenze del divorzio rende le disposizioni contrattuali esecutive e definitive senz’alcuna differenza giuridica con gli altri dispositivi della decisione di divorzio, sicché acquisiscono la qualità di titolo di rigetto definitivo dell’opposizione (consid. 5.4/c).

CEF 19.4.2017 N. 14.2016.288

5. In ogni stadio di causa (quindi anche in sede di reclamo), il giudice esamina d’ufficio (DTF 103 Ia 52 consid. 2/e), a prescindere dalle allegazioni delle parti, se la documentazione prodotta costituisce valido titolo di rigetto dell’opposi­zio­ne e se vi è identità tra l’escutente indicato sul precetto esecutivo (come nel­l’istanza) e il creditore designato nel titolo, tra l’escusso e il debitore menzionato nel titolo e tra la pretesa posta in esecuzione e il debito accertato o riconosciuto (DTF 139 III 447 consid. 4.1.1).

5.1. Le istanze di rigetto definitivo dell’opposizione introdotte dopo il 1° gennaio 2011 sono rette dal nuovo diritto esecutivo (art. 404 cpv. 1 CPC per analogia; sentenza della CEF 14.2015.108 del 5 ottobre 2015, consid. 5, con riferimento a Staehelin in: Basler Kommentar, SchKG I, 2a ed. 2010, n. 2c ad art. 80 LEF). Nella fattispecie, siccome presentata nel 2016 l’istanza va quindi giudicata in funzione del nuovo diritto esecutivo (e procedurale). La questione di sapere se la convenzione di divorzio del 5 ottobre 1996, omologata con sentenza del 3 dicembre 1996, rappresenta un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione va così risolta con riferimento all’art. 80 cpv. 2 cifra 1 LEF nella sua versione valida dal 1° gennaio 2011, secondo cui le transazioni giudiziali, ove siano esecutive (non è più richiesto il passaggio in giudicato: v. sentenza della CEF 14.2015.108 citata sopra, consid. 6.3), sono parificate alle decisioni giudiziarie e ne hanno tutti gli effetti (Staehelin, op. cit., n. 21 ad art. 80).

5.2. Secondo l’art. 352 cpv. 1 del Codice di procedura civile ticinese (CPC/TI), in vigore nel 1996, la transazione conclusa tra le parti davanti al giudice o consegnata al giudice per essere registrata a verbale poneva fine alla lite e aveva forza di cosa giudicata. In particolare le convenzioni sui contributi di mantenimento omologate dal giudice legittimavano il rigetto definitivo dell’opposizione per le prestazioni e obbligazioni pattuite dai coniugi (Staehelin, in: Basler Kommentar, SchKG I, 1a ed. 1998, n. 24 ad art. 80 vLEF; sentenza della CEF 14.2010.80 del 19 ottobre 2010 consid. 1). È tuttora il caso, con la differenza che, dal 1° gennaio 2011, anche le convenzioni omologate da un’autorità amministrativa (come ad esempio un’autorità di protezione) sono parificate a titoli di rigetto definitivo (Staehelin, cit., n. 24 ad art. 80; sentenza della CEF 14.2014.71 del 30 luglio 2014 consid. 5.1 [N.d.R.: massimata in RtiD I-2015 n. 16c]).

5.3. In concreto il titolo prodotto dall’istante è una convenzione sulle conseguenze accessorie del divorzio ai sensi dell’art. 158 vCC (in vigore fino al 31 dicembre 1999) firmata dai coniugi e omologata e approvata dal Pretore della giurisdizione di M. con sentenza passata in giudicato in conformità con l’art. 158 n. 5 vCC (doc. A). Non è dubbio quindi che la convenzione costituisca un titolo di rigetto definitivo per le prestazioni pattuite dai coniugi.

5.4. Il problema, tuttavia, è di sapere se essa vincola anche la X. SA nei confronti della moglie quanto al versamento dell’onorario di fr. 3500.– mensili, ma soprattutto se la decisione di omologazione si estende a tale debito e costituisce quindi anche per lo stesso un titolo di rigetto definitivo.

a) Che la convenzione vincoli la società è fuori di dubbio perché essa si è impegnata per il tramite di «Y. [che] è presidente del Consiglio di amministrazione» (doc. A, clausola n. 3), con diritto di firma individuale dalla sua fondazione (doc. B). La convenzione, debitamente firmata dal marito anche a nome della società, costituisce così perlomeno un titolo di rigetto provvisorio (art. 82 cpv. 1 LEF), come del resto ammesso dalla stessa reclamante (reclamo, pag. 4 ad 2 i.f.).

b) La transazione può anche vertere su pretese o vantaggi che non sono oggetto della lite, se serve alla sua composizione (Max Guldener, Schweizerisches Zivilprozessrecht, 3a ed., 1979, pag. 393 ad § 44 n. 1/a; cfr. pure oggi art. 201 cpv. 1 CPC, 2° periodo). Può in particolare essere il caso se, come nella fattispecie in esame, un terzo assume un impegno a favore di una parte per favorire il raggiungimento di un accordo. La transazione, ovviamente, vincola il terzo solo se vi ha partecipato, accettando che i suoi effetti si sarebbero estesi a lui (cfr. DTF 89 II 434 seg., consid. 4, cui rinvia la DTF 105 II 273, consid. 3/a; sentenza 11 settembre 1989 della II CCA in re Pasa c/ Trevisan SA citata da Cocchi/Trez­zini, CPC ticinese commentato e massimato, 2000, n. 5 ad art. 352 CPC/TI; Guldener, op. cit., pag. 394 ad § 44 n. 3). Tale condizione è manifestamente data nel caso specifico siccome la convenzione è firmata anche dalla X. SA per il tramite del presidente del suo consiglio d’amministrazione.

c) Certo, la parificazione tra sentenza e transazione giudiziale non è assoluta (DTF 124 II 8, consid. 3/b e 3/c), ma vale almeno per quanto riguarda l’effetto esecutivo (DTF 114 Ib 78 consid. 1), il quale può essere sospeso solo mediante una decisione giudiziaria (Staehelin, 1a ed., n. 25 ad art. 80). Sia come sia, l’omo­logazione giudiziaria di una convenzione sulle conseguenze del divorzio (art. 158 n. 5 vCC; 140 vCC dal 1° gennaio 2000 e 279 CPC dal 1° gennaio 2011) rende le disposizioni contrattuali esecutive e definitive senz’alcuna differenza giuridica con gli altri dispositivi della decisione di divorzio (DTF 105 II 169 consid. 1; DTF 119 II 300 consid. 3; Bühler/Spühler in: Berner Kommentar, Ergänzungsband II/1/1/2, 1991, n. 172 ad art. 158 vCC; Pichonnaz in: Commentaire romand, Code des obligations I, 1a ed. 2010, n. 38 ad art. 140 vCC; Tappy in: CPC commenté, 2011, n. 27 ad art. 279 CPC), sicché acquisiscono la qualità di titolo di rigetto definitivo dell’opposizione (Fabienne Hohl, Procédure civile, vol. I, 2001, n. 1384). Va d’altronde da sé che gli effetti del­l’omologazione si estendono a tutte le disposizioni convenzionali, anche a quelle che eventualmente coinvolgono terzi (in tal senso: ZBJV 1942, 285, citata in: Panchaud/Caprez, Die Rechtsöffnung, 1980, § 104 n. 33 pag. 253, in merito all’obbligo assunto da un fideiussore per l’adempimento delle prestazioni del marito), poiché la transazione costituisce un’unità che non va smembrata, fatta salva la facoltà per il giudice del divorzio – non realizzata in concreto – di rifiutare l’omologazione di una convenzione contraria a disposizioni generali di diritto privato o pubblico, inadeguata, poco chiara, incompleta o lesiva degli interessi dei figli (Bühler/Spühler, op. cit., n. 180-201 ad art. 158 vCC).

d) La reclamante sostiene che il rigetto definitivo può essere pronunciato solo se nel titolo vi è «identità fra le parti nell’ambito del procedimento giudiziario». In realtà, la giurisprudenza esige solo che vi sia identità tra, da una parte, escutente ed escusso indicati sul precetto esecutivo (come nell’istanza) e dall’altra creditore e debitore designati nel titolo (sopra consid. 5). Nel caso in esame, come rettamente accertato dal Pretore, non v’è dubbio che escutente (Z.) ed escussa (X. SA) corrispondono rispettivamente alla creditrice (la moglie) e alla debitrice (la società) menzionate nella clausola n. 3 della convenzione (sopra, consid. A).

e) Prima del 2011, una convenzione sugli effetti del divorzio poteva essere impugnata in Ticino con un appello contro la decisione di divorzio (previsto esplicitamente dal 4 febbraio 2000 dall’art. 423b CPC/TI; RtiD II-2009 pag. 642 n. 14c consid. 3). A differenza di una normale transazione (v. Rep. 1992 pag. 203; RtiD I-2010 pag. 683 n. 8c, consid. 2), la convenzione sugli effetti del divorzio passata in giudicato poteva poi essere oggetto di una domanda di revisione per vizi nella sua conclusione (art. 148 cpv. 2 vCC entrato in vigore il 1° gennaio 2000) – nel Ticino una domanda di restituzione in intero (art. 346 lett. f e 423c CPC/TI). Sia l’appello che la domanda di revisione potevano essere proposti non solo dalle parti (ossia dai coniugi) ma pure da terzi purché dovessero ritenersi danneggiati, ovvero lesi nei loro interessi giuridicamente protetti (cfr. Cocchi/Trezzini, op. cit., n. 4 ad art. 307 per quanto riguarda l’appello; Kunz in: Kunz/Hoffmann-Nowotny/Stauber (curatori), ZPO-Rechtsmittel Berufung und Beschwerde, 2013, n. 74 ad art. 308 segg. CPC con rinvii riguardo alla situazione attuale). Ne discende che la reclamante, contrariamente a quanto sostiene, avrebbe potuto impugnare la sentenza di omologazione o quantomeno chiederne la revisione. Il Pretore ha quindi considerato a ragione che la convenzione omologata costituisce un valido titolo di rigetto definitivo nei confronti anche della reclamante.

LDIP 1987 RS 291

 

Legge federale sul diritto internazionale privato (LDIP), del 18 dicembre 1987

40c Art. 69 LEF; 404 cpv. 1, 454 cpv. 3 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Domanda di esecuzione diretta contro l’autorità regionale di protezione del minore e del­l’adulto – irricevibilità

Il compenso adeguato e le spese del curatore sono in linea di massima a carico del patrimonio del pupillo (art. 404 cpv. 1 CC). Quando anticipati dall’autorità regionale di protezione e non recuperati dall’interes­sato o da chi è tenuto al suo sostentamento, tali costi sono a carico del comune di domicilio della persona interessata. È dunque irricevibile la domanda d’esecuzione volta all’incasso del compenso e delle spese del curatore ove sia diretta contro l’autorità regionale di protezione, che non ha personalità giuridica. La responsabilità per atti od omissioni nell’ambito di una misura di protezione degli adulti incombe in prima linea allo Stato (art. 454 cpv. 3 CC) e non alle autorità regionali di protezione, con facoltà di regresso sugli agenti degli organi di protezione (art. 50 LPMA).

 

CEF 12.12.2016 N. 15.2016.113

Domanda di esecuzione diretta contro l’autorità regionale di protezione del minore e del­l’adulto – irricevibilità

Il compenso adeguato e le spese del curatore sono in linea di massima a carico del patrimonio del pupillo (art. 404 cpv. 1 CC). Quando anticipati dall’autorità regionale di protezione e non recuperati dall’interes­sato o da chi è tenuto al suo sostentamento, tali costi sono a carico del comune di domicilio della persona interessata. È dunque irricevibile la domanda d’esecuzione volta all’incasso del compenso e delle spese del curatore ove sia diretta contro l’autorità regionale di protezione, che non ha personalità giuridica. La responsabilità per atti od omissioni nell’ambito di una misura di protezione degli adulti incombe in prima linea allo Stato (art. 454 cpv. 3 CC) e non alle autorità regionali di protezione, con facoltà di regresso sugli agenti degli organi di protezione (art. 50 LPMA).

CEF 12.12.2016 N. 15.2016.113

Ritenuto in fatto e considerato in diritto:

[…] che a ben vedere la responsabilità per il pagamento della mercede dei curatori non incombe alle autorità regionali di protezione (ARP);

che, infatti, il compenso adeguato e le spese del curatore sono in linea di massima a carico del patrimonio del pupillo (art. 404 cpv. 1 CC);

che i Cantoni emanano le disposizioni d’esecuzione e disciplinano il compenso e il rimborso delle spese per i casi in cui gli stessi non possano essere pagati con i beni dell’interessato (art. 404 cpv. 3 CC);

che nel Ticino è demandato al Consiglio di Stato il compito di concretizzare quanto previsto all’art. 404 CC (art. 49 LPMA);

che secondo l’art. 3 cpv. 3 del Regolamento della legge sull’organizzazione e la procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto (ROPMA, RL 4.1.2.2.1), le spese della misura di protezione, quando anticipate dall’autorità regionale di protezione e non recuperate dall’interessato o da chi è tenuto al suo sostentamento, sono a carico del comune di domicilio della persona interessata;
che la decisione impugnata si rivela così del tutto corretta, anche nella sua parte informativa, il pupillo risultando domiciliato nel Comune X.;

 

che a riprova dell’assenza di personalità giuridica delle ARP si può d’altronde citare il regime di responsabilità per atti od omissioni nell’ambito di una misura di protezione degli adulti, in cui responsabile primario è lo Stato (art. 454 cpv. 3 CC) e non le ARP, con facoltà di regresso sugli agenti degli organi di protezione (art. 50 LPMA).

10c Art. 307 cpv. 3, 314 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Mediazione obbligatoria decisa dall’Autorità di protezione – distinzione tra mediatore e terapeuta

L’Autorità di protezione nell’ambito delle misure di protezione del figlio può ingiungere ai genitori di tentare una mediazione. In tal caso rientra nelle competenze dell’Autorità di protezione di indirizzare le parti verso un certo mediatore (che dispone di tutte le qualifiche del caso), di fissare delle condizioni quadro e di porre i necessari obiettivi.
Il mediatore è un facilitatore della comunicazione che, con l’ausilio di tecniche particolari, aiuta le parti a ristabilire la comunicazione, ad ascoltare e capire i bisogni e gli interessi reciproci degli interessati e a trovare da sole una soluzione costruttiva, equa e duratura; il mediatore, inoltre, non offre soluzioni, ma aiuta e assiste gli interessati a trovare la soluzione tagliata su misura per loro. Il mediatore non mette in atto una terapia.
Nel caso è stata respinta la richiesta della madre di nominare quale mediatore lo psicoterapeuta che già si occupa dei bambini.

 

CDP 6.2.2017 N. 9.2016.217

 

2. Giusta l’art. 307 cpv. 1 CC, se il bene del figlio è minacciato e i genitori non vi rimediano o non sono in grado di rimediarvi, l’Autorità di protezione dei minori ordina le misure opportune per la protezione del figlio.

Fino al 31 dicembre 2012, il capitolo consacrato alle misure di protezione non comprendeva disposizioni sulla mediazione. La giurisprudenza aveva tuttavia ammesso che, in materia di protezione del minore, una mediazione obbligatoria poteva essere imposta ai genitori, anche contro la loro volontà, con una misura fondata sull’art. 307 cpv. 3 CC, se del caso assortita dalla minaccia delle conseguenze previste dall’art. 292 CP (DTF 5A_852/2011 del 20 febbraio 2012; DTF 5A_457/2009 del 9 dicembre 2009; Meier, L’enfant et la nouvelle procédure civile in Droit de la famille et nouvelle procédure, 2012, pag. 59; Meier/ Stettler, Droit de filiation, Losanna e Ginevra 2014, n. 1257 pag. 827). Questa misura è stata attuata dalle Autorità di protezione – pur in assenza di una base legale esplicita – in casi particolarmente spinosi dove l’interesse del figlio è risultato minacciato dai dissidi dei genitori (Epiney-Colombo, La mediazione nel Codice di procedura civile federale, in RtiD I-2011, pag. 803).

Dal 1° gennaio 2013 l’art. 314 cpv 2 CC prevede espressamente che «nei casi idonei l’autorità di protezione dei minori può ingiungere ai genitori di tentare una mediazione». La disposizione riprende il tenore dell’art. 297 cpv. 2 CPC (Meier/Stettler, op. cit., loc. cit.). Il tentativo di una mediazione volontaria deve quindi essere distinto dalla mediazione obbligatoria. Quest’ultima può essere tuttora ordinata quale misura fondata sull’art. 307 cpv. 3 CC (cfr. Cottier, Protection de l’adulte, in CommFam 2013, pag. 1066, n. 28, con riferimenti). Dal 1° gennaio 2017, per altro, il legislatore federale, nell’ambito delle modifiche legislative sul mantenimento dei minori, ha reso applicabile l’art. 297 cpv. 2 CPC a tutte le procedure del diritto di famiglia riguardanti i figli – e non più solo del diritto matrimoniale – permettendo al giudice di ingiungere più ampiamente ai genitori di tentare una mediazione o anche disporla se la ritiene necessaria per il bene del figlio, anche al di fuori del matrimonio. La mediazione, se sono adempiute le condizioni dell’art. 218 CC, può essere gratuita (cfr. Messaggio del Consiglio federale concernente la modifica del Codice civile svizzero del 29 novembre 2013, Mantenimento del figlio, pag. 542 e 543).

Il diritto di procedura cantonale può d’altro canto regolamentare più precisamente il seguito procedurale del tentativo di mediazione nell’ambito di una vertenza davanti all’Autorità di protezione. In assenza di una regolamentazione cantonale, le disposizioni corrispondenti del codice di procedura civile (art. 214-218 CPC) si applicano per analogia (cfr. art. 450f CC) a titolo sussidiario (cfr. Meier/Stettler, n. 1258 pag. 827 con riferimenti).

L’art. 215 CPC sancisce che, nel caso della mediazione volontaria, «l’organiz­zazione e l’attuazione della mediazione competono alle parti». Il principio della libera organizzazione della mediazione non trova tuttavia applicazione laddove il giudice ingiunge ai genitori di tentare una mediazione. Rientra infatti nelle competenze del giudice d’indirizzare le parti verso un certo mediatore (che dispone di tutte le qualifiche del caso), di fissare delle condizioni quadro, di porre un obiettivo (in particolare la sottoscrizione di un accordo genitoriale) con successive verifiche del suo raggiungimento dopo un lasso di tempo (CPC comm, Trezzini, art. 215, pag. 961, con riferimenti).

Il Codice non pone delle esigenze di formazione – o altre esigenze empiriche – sulla scelta del mediatore, ossia sul riconoscimento delle sue qualità, non esistendo un titolo professionale protetto. Si evince però dal Messaggio (del 28 giugno 2006 concernente il Codice di diritto processuale civile svizzero –CPC) che la legge – laddove parla di mediazione – si riferisce in primo luogo a mediatori qualificati (ad esempio a mediatori FSA, FSM-SDM o CSMC) anche se possono entrare in linea di conto pure altre persone indipendenti che godono della fiducia delle parti (CPC comm, Trezzini, art. 215, pag. 953). Ci si può tuttavia chiedere se – nonostante il silenzio del legislatore federale – rivestendo il mediatore (segnatamente quello imposto dal giudice o dall’autorità di protezione) un ruolo istituzionale, il diritto cantonale di organizzazione giudiziaria non debba prevedere delle esigenze qualitative e formative (CPC comm, Trez­zini, art. 215, pag. 954, con riferimento anche alla nota n. 2619; interessante in tal senso la soluzione del Canton Friborgo, che ha regolamentato le condizioni per l’esercizio della funzione di mediatore, disponendo l’esigenza di una specifica formazione per chi funge da mediatore familiare, istituendo inoltre un organismo di sorveglianza e di disciplina che vigila sui mediatori che operano su mandato delle Autorità; cfr. art. 3-8 Ordonnance sur la médiation en matière civile, pénale et pénale pour le mineurs del 6 dicembre 2010).

3. Nel caso ora in esame, l’Autorità di protezione ha ordinato una mediazione da svolgersi presso lo psicologo S. La reclamante non si oppone alla mediazione.

Dagli atti non si evince se il professionista indicato dall’Autorità di protezione disponga di una specifica formazione in mediazione familiare. Comunque la reclamante non contesta le qualifiche del mediatore imposto dall’Autorità, limitandosi a proporre in alternativa la psicoterapeuta T. che già si occupa dei figli.

4. Dalla decisione impugnata emerge con evidenza che l’ordine dell’Autorità di protezione di partecipare a una mediazione presso lo psicologo S. è stato impartito quale misura di protezione dei figli a norma degli «art. 307 e 314 CC». Anche dalle osservazioni 19 dicembre 2016 presentate dall’Autorità di prima istanza, risulta che la mediazione è finalizzata a «ripristinare un dialogo sano e costruttivo tra i signori P. e M., prevalentemente, ma non solo, a favore dei figli».

4.1. La scelta di affidare la mediazione a qualcuno di diverso dalla psicoterapeuta che ha preso a carico i figli, secondo l’Autorità di protezione avrebbe lo scopo di «tutelare il benessere dei minori e dare loro uno spazio di ascolto, se del caso anche critico per rapporto agli atteggiamenti della coppia genitoriale», che «differisca in modo sostanziale dalla mediazione ordinata tra i genitori». L’Autorità di prime cure conclude pertanto che «è bene che i genitori abbiano un’altra figura di riferimento che possa mediare tra di loro e ciò anche per evitare che il rapporto di fiducia di F. e G. finora instauratosi con la psicoterapeuta T. venga meno». A ragione.

Va evidenziato che, la stessa psicoterapeuta, nel suo scritto del 13 novembre 2016 all’Autorità di protezione (doc. 2 allegato al reclamo), ha ritenuto che «da un lato è importante poter offrire a F. e G. uno spazio neutro che non abbia conseguenze nefaste per l’uno e l’altro genitore. D’altro canto è indispensabile aiutare i genitori a contenere ed elaborare le loro personali sofferenze affinché possano emergere o riemergere quelle competenze genitoriali che in questo periodo sono state a volte sopraffatte dalle emozioni. (…). I genitori si sono detti concordi nel continuare questo percorso psicoterapeutico articolato, in cui tutti i membri sono coinvolti.»

La presa a carico terapeutica anche dei genitori – che sembra suggerire la psicoterapeuta – è sempre possibile, ma la funzione del mediatore non va confusa con quella del terapeuta. Il mediatore non mette in atto una «terapia di mediazione» come erroneamente sostenuto dalla reclamante. È invece un facilitatore della comunicazione che – con l’ausilio di tecniche particolari – aiuta le parti a ristabilire la comunicazione, ad ascoltare e a capire i bisogni e gli interessi reciproci e a trovare da sole una soluzione costruttiva, equa e duratura; il mediatore, inoltre, non offre soluzioni, ma aiuta e assiste gli interessati a trovare la soluzione tagliata su misura per loro (Epiney-Colombo, op. cit., pag. 792; della medesima autrice: Parlarsi, la mediazione nelle misure di protezione, intervento al­l’inaugurazione della Camera di protezione, Lugano aprile 2014, pag. 5).

4.2. L’Autorità di protezione ha pure precisato di ritenere inopportuno e inattuabile anche dal profilo deontologico di affidare la mediazione alla psicoterapeuta T. La reclamante sostiene che «il problema deontologico evocato dal­l’ARP» non risulta comprensibile. A torto.

Va ricordato che il mediatore deve essere un terzo imparziale e indipendente rispetto alle parti e non deve avere interessi in comune con una di loro (Epiney-Colombo, op. cit., loc. cit.).

Tra le regole deontologiche previste dalla Federazione Svizzera delle Associazioni di Mediazione (SDM-FSM), è indicata del resto l’esigenza d’indipen­den­za, di trasparenza e di rinuncia, da parte del mediatore, a qualsiasi rappresentanza (cfr. http://www.infomediation.ch/cms2/fileadmin/dokumente/fr/Reglements/Regles_deontologiques__def.pdf : «la médiation suppose l’indépendance de la médiatrice/du médiateur. Ce dernier aborde ouvertement la question d’éven­tuels conflits d’intérêts, ainsi que des circonstances que pourraient porter atteinte à son indépendance et à sa neutralité. La transparence constitue un autre présupposé de la médiation. La médiatrice ou le médiateur informe les participants qu’elle ou il n’acceptera aucun autre mandat, pas plus, qu’après la fin de la médiation, elle ou il n’apparaîtra comme représentant de l’une ou l’autre partie»). Principi analoghi sono indicati anche dal Consiglio d’Europa nelle raccomandazioni sulla mediazione famigliare [R (1998)1 del 21 gennaio 1998], che insistono sull’«imparzialità» del mediatore nei suoi rapporti con le parti, nel senso che «nessuna relazione professionale o personale deve esistere o essere esistita tra il mediatore e le parti» (cfr. R (1998)1 del 21 gennaio 1998, Principi della mediazione familiare, III. Procedimento di mediazione, motivazione n. 38 pag. 19).

4.3. Alla luce di quanto sopra indicato, a mente di questo giudice appare giustificato separare nettamente i ruoli della psicoterapeuta – alla quale comunque, come detto sopra (consid. 4.1.), non è preclusa, se sia ritenuta opportuna, la presa a carico dei genitori – e quello del mediatore, incaricato dall’Autorità nel­l’ambito di una mediazione obbligatoria. È infatti giustificato garantire ai genitori che la mediazione avvenga in un contesto neutrale in cui il mediatore non abbia già una conoscenza della situazione (che nel caso in esame apparirebbe pure parziale, derivando dalla presa a carico di due ragazzini di 11 e 9 anni). Per altro, essendo la mediazione stata ordinata all’indirizzo esclusivo dei genitori, l’affidamento del mandato alla psicoterapeuta dei ragazzi potrebbe comportare un coinvolgimento inadeguato dei medesimi, rispettivamente potrebbe venir meno la loro fiducia nei confronti della terapeuta. Nemmeno ci si può esimere dal­l’osservare che la suddetta specialista è stata scelta dalla madre (cfr. replica 27 dicembre 2016, pag. 2), seppur con l’accordo del padre. La garanzia che un mediatore deve offrire, di essere equidistante dalle parti, non risulta quindi assicurata. Al proposito si osserva che il mediatore, in quanto «terzo riflessivo», non deve assumere il ruolo di arbitro, né di giudice, ma neppure di educatore, consigliere coniugale, terapeuta o consigliere giuridico (cfr. Faget, Médiations: les ateliers silencieux de la démocratie, Toulouse 2010, pag. 125). Del resto, la psicoterapeuta T. si è anche già espressa sui rapporti tra i genitori e tra i genitori e i figli nell’articolato rapporto da lei indirizzato il 13 novembre 2016 all’Au­torità di protezione, (rapporto che parrebbe essere stato richiesto dall’Autorità medesima: cfr. doc. 2 allegato al reclamo). Questa circostanza osta chiaramente al principio dell’imparzialità del mediatore – che vuole che il medesimo non abbia a partire da visioni che si è già formato trattando il caso nell’ambito di altre funzioni professionali – ma può porre problemi anche dal profilo della confidenzialità, protetta per mediatore (cfr. Epiney-Colombo, op. cit., in RtiD I-2011, pag. 796) nella misura in cui la psicoterapeuta T. fosse in seguito chiamata a deporre sul rapporto citato.

 

5. La reclamante solleva infine la problematica dei costi. Essa teme uno sperpero di denaro a motivo dei diversi mandati che sono stati decisi e attribuiti a più specialisti. La questione non è di rilievo, ritenuto che il bene dei minori è comunque prioritario agli aspetti finanziari sollevati dalla madre. Al proposito si rammenta comunque che qualora fosse dimostrato che le parti non dispongono dei mezzi necessari e la mediazione sia raccomandata dal giudice, l’art. 218 CPC prevede la gratuità della mediazione.

8c Art. 277 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Mantenimento di un figlio maggiorenne agli studi – ulteriore formazione

Una formazione «appropriata» non si esaurisce in un primo ciclo di formazione.

 

I CCA 23.12.2016 N. 11.2015.2

Mantenimento di un figlio maggiorenne agli studi – ulteriore formazione

Una formazione «appropriata» non si esaurisce in un primo ciclo di formazione.

I CCA 23.12.2016 N. 11.2015.2

6. Il padre sostiene che «in casi come questo» il mantenimento di un figlio maggiorenne va limitato alla formazione in corso, in esito alla quale la figlia disporrà di un diploma «professionalmente utilizzabile». A torto. L’art. 277 cpv. 2 CC estende l’obbligo di mantenimento in favore di un figlio maggiorenne fino al termine di una formazione «appropriata», la quale non si esaurisce in un primo ciclo di formazione, seppure questo permetta di conseguire un attestato professionale di base, ma comprende l’intero percorso necessario al figlio per rendersi economicamente autonomo e mettere pienamente a frutto le sue capacità (I CCA, sentenza inc. 11.2013.14 del 31 agosto 2015, consid. 6b con riferimenti; Meier/Stettler, Droit de la filiation, 5a edizione, pag. 788 nota 1197).

 

Nella fattispecie la figlia ha precisato che, ottenuto il diploma di operatrice sociosanitaria presso la Scuola specializzata per le professioni sanitarie e sociali, essa intende diventare soccorritrice professionista. Conseguito tale diploma, le occorreranno ancora tre anni di formazione e altri due di specializzazione, sicché la conclusione del suo iter professionale è prevista per il giugno del 2018. Il padre non nega (…) di essere stato informato circa il percorso formativo della figlia e di conoscerne i risultati. Non revoca in dubbio neppure che l’orienta­mento professionale scelto dalla figlia sia consono alle attitudini e alle inclinazioni di lei, né assume che l’impegno e il profitto da lei dimostrato non siano sufficienti. Tanto meno egli asserisce che con l’ottenimento del diploma presso la Scuola specializzata per le professioni sanitarie e sociali la figlia avrà dato fondo alle sue capacità professionali. Sotto questo profilo il percorso formativo della convenuta adempie perciò i requisiti dell’art. 277 cpv. 2 CC.

9c Art. 301a CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Autorizzazione al trasferimento di minori in un altro cantone – autorità parentale congiunta – effetto sospensivo

 

Se i genitori esercitano l’autorità parentale congiuntamente, un genitore può modificare il luogo di dimora del figlio all’interno della Svizzera soltanto con il consenso dell’altro genitore oppure per decisione del giudice o dell’autorità di protezione dei minori, qualora la modifica del luogo di dimora abbia ripercussioni rilevanti sull’esercizio dell’autorità parentale da parte dell’altro genitore oppure sulle relazioni personali. Anche un trasferimento di pochi chilometri può avere ripercussioni rilevanti: per decidere in tal senso occorre fondarsi sul tipo di organizzazione genitoriale messa in atto sino a quel momento.
Qualora le ripercussioni siano rilevanti, i criteri per autorizzare o meno il trasferimento del luogo di dimora del minore da parte del giudice o dell’autorità di protezione dei minori sono quelli sviluppati dalla giurisprudenza nei casi di trasferimento all’estero. 

Autorizzazione al trasferimento di minori in un altro cantone – autorità parentale congiunta – effetto sospensivo

Se i genitori esercitano l’autorità parentale congiuntamente, un genitore può modificare il luogo di dimora del figlio all’interno della Svizzera soltanto con il consenso dell’altro genitore oppure per decisione del giudice o dell’autorità di protezione dei minori, qualora la modifica del luogo di dimora abbia ripercussioni rilevanti sull’esercizio dell’autorità parentale da parte dell’altro genitore oppure sulle relazioni personali. Anche un trasferimento di pochi chilometri può avere ripercussioni rilevanti: per decidere in tal senso occorre fondarsi sul tipo di organizzazione genitoriale messa in atto sino a quel momento.
Qualora le ripercussioni siano rilevanti, i criteri per autorizzare o meno il trasferimento del luogo di dimora del minore da parte del giudice o dell’autorità di protezione dei minori sono quelli sviluppati dalla giurisprudenza nei casi di trasferimento all’estero.

Il quesito determinante è quello di sapere se il bene del figlio viene meglio garantito seguendo il genitore che intende trasferirsi oppure rimanendo con quello che continua a risiedere nel luogo originario, ciò che eventualmente può implicare una modifica della custodia. Non sono invece rilevanti i motivi che spingono uno di loro a trasferirsi, né occorre stabilire se per il bene del figlio sarebbe preferibile che il genitore non si trasferisse.
L’autorità deve valutare con rigore e decidere solo eccezionalmente la revoca dell’effetto sospensivo in caso di richiesta di trasferimento al­l’estero.
Nel caso è stata accolta la richiesta della madre di trasferirsi nella Svizzera interna.

CDP 10.5.2017 N. 9.2017.33

2. Giova preliminarmente chinarsi sulla censura, sollevata dal reclamante, riguardante l’assenza della presidente dell’Autorità di protezione all’udienza di discussione tenutasi il 13 febbraio 2017.
Tale critica non è di rilievo, in quanto l’interessato non ha il diritto di essere sentito dall’Autorità di protezione al completo (cfr. art. 447 cpv. 2 CC a contrario; sentenza CDP del 25 giugno 2014, inc. n. 9.2013.242, consid. 3.2; Auer/ Marti, BSK Erwachsenenschutz, 2012, ad art. 447 CC n. 16; Schmid, Erwachsenenschutz, Kommentar, 2010, ad art. 447 CC n. 7). Il verbale, dal canto suo, dà precisamente atto di questa assenza, nel senso che nello spazio destinato alla firma della presidente è apposta la dicitura «assente giustificata» (cfr. art. 235 CPC; sentenza CDP del 25 giugno 2014, inc. n. 9.2013.242, consid. 3.2; v. anche Schmid, Erwachsenenschutz, Kommentar, ad art. 447 CC n. 6).
Tale modo di procedere non denota pertanto alcun vizio processuale.

3. Nel merito, P. contesta la decisione dell’Autorità di protezione che ha autorizzato la ex compagna a trasferirsi con i figli a W. (nella Svizzera interna), definendola illegale.

3.1. Nella decisione impugnata, dopo aver menzionato le diverse tappe del procedimento, l’Autorità di protezione ha ricordato i principi giuridici applicabili ai casi di cambiamento del luogo di residenza del minore, in particolare l’art. 301a CC e la recente giurisprudenza del Tribunale federale (pag. 3). L’autorità di prime cure ha quindi riassunto le posizioni di entrambe le parti, sia riguardo al principio del trasferimento che relativamente alle relazioni personali (pag. 3-4). L’Autorità di protezione ha sottolineato «l’estrema delicatezza del caso, su cui si statuisce sulla base degli accertamenti esperiti nel breve tempo intercorso dalla sua segnalazione all’Autorità», e ha invitato i genitori ad una maggior collaborazione nella gestione e futura pianificazione delle relazioni personali (decisione impugnata, pag. 4). Di conseguenza, «ritenute le circostanze della fattispecie e segnatamente il fatto che tutta la problematica è stata sottoposta solo di recente a quest’Autorità», essa ha autorizzato il trasferimento di M., unitamente ai figli C. e D. nel Comune di W. (decisione impugnata, pag. 4), e ha definito l’assetto minimo delle relazioni personali (previste ogni due settimane, da esercitarsi da sabato mattina a domenica sera, una volta recandosi il padre al nuovo domicilio di W., la volta seguente presso il domicilio paterno, con accompagnamento da parte della madre) e telefoniche (decisione impugnata, pag. 5).

3.2. Nei suoi memoriali P. contesta la decisione dell’Autorità di protezione, che a suo parere si limita ad avallare la decisione di trasferimento già presa unilateralmente dalla ex compagna, in contrasto con i principi dell’autorità parentale congiunta e a discapito del bene dei bambini, della famiglia e della sua altra figlia E., e ne chiede l’annullamento. La distanza dal Canton W. (circa tre ore in automobile) costituirebbe un pesante ostacolo al diritto dei bambini di mantenere un rapporto di qualità con il proprio padre, con la sorella E. e con tutti gli altri numerosi famigliari in Ticino. Egli rileva che sinora i fine settimana in cui esercitava i suoi diritti di visita coi figli combaciavano con quelli in cui si occupava della figlia di primo letto, assetto che ora – dovendosi recare a W. – non potrà più essere mantenuto. Egli contesta il fatto che oltre Gottardo la ex compagna avrebbe migliori prospettive professionali, potendo quest’ultima trovare lavoro e conseguire un reddito anche in Ticino, ove in caso contrario potrebbe beneficiare degli assegni di famiglia (AFI e API). Lamenta anche il fatto che la decisione di togliere C. dalla Scuola dell’infanzia è stata presa senza che lui fosse consultato.

P. evidenzia le difficoltà pratiche che lo spostamento di domicilio implica sul­l’esercizio concreto dei diritti di visita (minor durata dei diritti di visita, stress, rischi dovuti al viaggio in auto, eccetera), in aggiunta alle difficoltà di comunicazione che potranno insorgere nei futuri contatti con l’Autorità di protezione. Il reclamante afferma di opporsi al trasferimento in quanto esso danneggia in modo importante il bene dei figli, limitati nel loro diritto di stare col padre, e contesta la decisione dell’Autorità di protezione perché non apporta alcuna soluzione pratica a tale problema.

3.3. Ai sensi dell’art. 301a cpv. 1 CC, l’autorità parentale include il diritto di determinare il luogo di dimora del figlio. Diversamente dal diritto previgente, secondo cui il diritto di determinare il luogo di residenza del figlio era incluso nel diritto di custodia (cfr. DTF 136 III 353), tale diritto rientra oggi nelle prerogative dell’autorità parentale.
Se i genitori esercitano l’autorità parentale congiuntamente, un genitore può modificare il luogo di dimora del figlio soltanto con il consenso dell’altro genitore oppure per decisione del giudice o dell’autorità di protezione dei minori, qualora il nuovo luogo di dimora si trovi all’estero o qualora la modifica del luogo di dimora abbia ripercussioni rilevanti sull’esercizio dell’autorità parentale da parte dell’altro genitore e sulle relazioni personali (art. 301a cpv. 2, lett. a e b CC). Se necessario, i genitori si accordano, conformemente al bene del figlio, in merito a una modifica dell’autorità parentale, della custodia, delle relazioni personali e del contributo di mantenimento; se non raggiungono un accordo, decide il giudice o l’autorità di protezione dei minori (cpv. 5).

Fornendo un’interpretazione teleologica dell’art. 301a cpv. 2 lett. b CC, con l’intento di proteggere le situazioni in cui un genitore ha l’affidamento esclusivo e l’altro beneficia di un diritto di visita, il Tribunale federale ha recentemente sancito che in caso di trasferimento all’interno della Svizzera il consenso dell’altro genitore (o l’autorizzazione del giudice/dell’autorità di protezione) è necessario laddove il cambiamento di dimora del figlio abbia ripercussioni rilevanti sull’autorità parentale oppure sulle relazioni personali (a dispetto della congiunzione «e» nel testo legale; DTF 142 III 502, consid. 2.4.2). Le due condizioni della norma non sono cumulative, bensì alternative: il trasferimento è dunque soggetto a consenso (rispettivamente, ad autorizzazione) laddove abbia un impatto di una certa rilevanza anche solo sulle relazioni personali, e non necessariamente sull’esercizio dell’autorità parentale.

Secondo la giurisprudenza, per giudicare se le ripercussioni del trasferimento sono rilevanti o meno occorre fondarsi sul tipo di organizzazione genitoriale messa in atto sino a quel momento (DTF 142 III 502, consid. 2.3). Nel caso in cui vi è una custodia alternata ed entrambi i genitori si occupano quotidianamente dei figli (ad esempio andando a prenderli tutti i giorni all’asilo o a scuola), anche un trasferimento di pochi chilometri può avere ripercussioni rilevanti. Invece, nel caso in cui vi è una ripartizione che prevede l’affidamento esclusivo a un genitore, mentre l’altro beneficia di un «classico» diritto di visita un fine settimana su due, in assenza di circostanze particolari (itinerari difficoltosi, genitore non automunito, condizioni finanziarie estremamente precarie, etc.), anche un trasferimento nell’ordine di un centinaio di chilometri non causa generalmente ripercussioni rilevanti (DTF 142 III 502, consid. 2.3, ove in concreto il trasferimento era da Interlaken a Soletta).

3.4. Nella fattispecie, P. e M. detengono l’autorità parentale congiunta sui loro due figli. Dal momento della separazione della coppia, P. ha esercitato i suoi diritti di visita ad A., un week-end su due. È innegabile che un trasferimento dei figli a W., a più di 200 km da A., che comporta la percorrenza di un tragitto molto spesso trafficato in concomitanza con i fine settimana, incide in maniera importante sull’esercizio del diritto di visita con due figli in tenera età (quattro e due anni) e non può essere presa unilateralmente dalla madre. Senza il benestare di P., la partenza per W. necessita dunque dell’avallo dell’Autorità di protezione.

4. Appurato che il cambiamento di domicilio dei minori è soggetto all’autoriz­zazione dell’Autorità di protezione, occorre ora verificare a quali condizioni essa può essere rilasciata.

4.1. Secondo la giurisprudenza dell’Alta Corte, i principi per autorizzare il trasferimento del luogo di dimora del minore devono essere esaminati secondo i criteri sviluppati nei casi di trasferimento all’estero (DTF 142 III 502, consid. 2.5).

In particolare, nel rispetto delle libertà costituzionali dei genitori (in particolare, della loro libertà di domicilio e di movimento), non sono rilevanti i motivi che spingono uno di loro a trasferirsi, né occorre stabilire se per il bene del figlio sarebbe preferibile che il genitore non si trasferisse. Il quesito determinante è quello di sapere se il bene del figlio viene meglio garantito seguendo il genitore che intende trasferirsi oppure rimanendo con quello che continua a risiedere nel luogo originario, ciò che eventualmente può implicare una modifica della custodia (DTF 142 III 502, consid. 2.5; DTF 142 III 481, consid. 2.5; DTF 142 III 498 consid. 4.3 non pubblicato). La risposta deve essere data considerando in primo luogo il bene del figlio e dipende dall’insieme delle circostanze del caso concreto (DTF 142 III 502, consid. 2.5; DTF 142 III 481, consid. 2.6). Il giudice deve partire dal modello attuale di presa a carico del figlio: se un genitore ha l’affidamento esclusivo, tendenzialmente si partirà dal presupposto che un trasferimento dei figli con il medesimo tutela meglio il loro interesse. Se, al contrario, entrambi i genitori si occupano in maniera più o meno paritaria dei figli e sono pronti ad occuparsene anche in futuro, la situazione di partenza è neutra e occorre allora ricorrere ad altri criteri per determinare il bene del figlio, che corrispondono a quelli utilizzati dalla giurisprudenza per decidere dell’affidamento in caso di separazione o divorzio (DTF 142 III 502, consid. 2.5; DTF 142 III 481 consid. 2.7; DTF 142 III 498 consid. 4.4; STF 5A_375/2008 dell’11 agosto 2008, consid. 2). Occorre determinare quali sono le relazioni personali tra genitori e figli, le capacità educative di ogni genitore, la loro attitudine e disponibilità ad occuparsene e curarli personalmente; va privilegiata la situazione che, nelle circostanze concrete, appare la più adatta ad assicurare al figlio la stabilità delle relazioni personali che è necessaria ad uno sviluppo armonioso dal punto di vista affettivo, psichico, morale ed intellettuale; gli interessi dei genitori vanno considerati in secondo piano (DTF 142 III 498, consid. 4.4; v. anche STF 5A_375/2008 dell’11 agosto 2008, consid. 2; DTF 142 III 617 consid. 3.2.3; DTF 141 III 328 consid. 5.4; DTF 136 I 178 consid. 5.3; DTF 131 III 209 consid. 5). Secondo la giurisprudenza, è necessario esaminare i contorni del trasferimento: l’ambiente familiare al futuro domicilio e le prospettive economiche del genitore che se ne va, la lingua parlata sul posto, la frequentazione scolastica, l’esistenza di particolari bisogni di salute dei bambini, la loro età e il loro parere (DTF 142 III 481 consid. 2.7).

Come visto, le circostanze del caso concreto sono determinanti: se i figli sono piccoli, per cui più legati alle persone che al luogo di vita, difficilmente si penserà ad un cambiamento di custodia per affidarli al genitore che non si trasferisce. Per contro, in presenza di figli più grandi avrà maggior peso il criterio del luogo di vita e di scolarizzazione, la cerchia delle amicizie, le prospettive lavorative, ciò che potrebbe condurre ad una modifica della custodia e all’affida­mento del figlio all’altro genitore (DTF 142 III 481 consid. 2.7; v. anche DTF 142 III 498, consid. 4.5).

Il Tribunale federale ha osservato che sovente il genitore che si oppone al trasferimento obietta che esso è finalizzato a sottrargli il figlio. In realtà, frequentemente il trasferimento avviene in un luogo ove esiste una base o una prospettiva economica, oppure è motivato da solide ragioni quali il ritorno al paese di provenienza o nella propria famiglia d’origine, il ricongiungimento con il nuovo partner o un’offerta d’impiego vantaggiosa. Qualora non vi siano motivi plausibili che giustifichino la partenza, oppure se risulti palese che il trasferimento sia motivato dall’intenzione di allontanare il figlio dall’altro genitore, può invece essere rimessa in discussione la capacità genitoriale e valutato un cambio di custodia (DTF 142 III 481 consid. 2.7; DTF 136 III 353 consid. 3.3).

4.2. Nel caso concreto l’autorità è dunque chiamata a determinarsi sulla questione di sapere se il bene di C. e D. è meglio tutelato seguendo la madre al nuovo domicilio oppure continuando a risiedere ad A., ma affidati al padre.

A tale riguardo, visto che dal momento della separazione della coppia il modello di presa a carico dei due figli è stato quello del loro affidamento esclusivo a M. (con diritti di visita per il padre previsti un fine settimana su due, oltre a regolari contatti telefonici) occorre partire dal principio che il loro benessere sia maggiormente tutelato con un trasferimento insieme alla madre, piuttosto che nel rimanere in Ticino con il padre. Quest’ultimo ha peraltro esplicitamente affermato che C. fa fatica a stare più di una notte senza la mamma (cfr. scritto 2 gennaio 2017).

Anche l’esame degli altri criteri sviluppati dalla giurisprudenza conduce a privilegiare la continuità dell’affidamento alle cure materne. Vista la loro tenera età, i bambini sono più legati alle persone di riferimento che al luogo di vita: né C. né D. hanno ancora iniziato il loro percorso scolastico obbligatorio (la bimba ha solo frequentato il primo anno facoltativo di Scuola dell’Infanzia) e non hanno una cerchia di amicizie o degli interessi particolarmente legati al territorio. C. e D. conoscono già il tedesco e non risulta che abbiano particolari problematiche che siano di impedimento al trasferimento a W. I contatti con la sorellastra E. sono già limitati ai fine settimana durante i quali avvengono i diritti di visita e non è dimostrato che tali modalità non possano essere mantenute anche con l’assetto previsto dall’Autorità di protezione.

Il trasferimento nel Canton W. avviene peraltro in un luogo famigliare a M., dove ha vissuto prima della convivenza con P. La sua famiglia di origine (madre, sorella con figli in tenera età, madrina), cui faceva visita circa una volta al mese in compagnia dei figli, vive nei dintorni di W. e si è dichiarata disposta ad aiutarla nell’accudimento di quest’ultimi in caso di ripresa dell’attività lavorativa, che sembra più favorevole avendo ella già dei clienti in zona. La partenza appare di conseguenza fondata su motivi plausibili e non ci sono ragioni di credere sia motivata dall’intenzione di allontanare i figli dall’ex compagno – tesi che a ben vedere nemmeno il reclamante si spinge a sostenere.

Da ultimo, ma non per importanza, va considerato che da parte di P. non è mai stata ventilata l’ipotesi che i due figli gli fossero affidati. La proposta della ex compagna di ampliare i suoi diritti di visita (a partire dal venerdì sera invece che dal sabato mattina) era stata da lui avversata, oltre che per le già menzionate difficoltà di C. a stare senza la mamma, a causa dei suoi impegni professionali (cfr. scritto 2 gennaio 2017). La sua professione lo costringe peraltro a lavorare anche durante il week-end in cui non esercita i diritti di visita. Egli, pur criticando l’agire unilaterale dell’ex compagna e il mancato rispetto dell’autorità parentale congiunta, si limita ad evidenziare le difficoltà oggettive che vengono create dalla distanza dai suoi figli, senza tuttavia sostenere che il loro benessere sarebbe meglio tutelato se gli fossero affidati e rimanessero ad A. con lui. Anche per quanto attiene i diritti di visita, nonostante venga criticato l’assetto previsto dall’autorità di prime cure e se ne chieda un ampliamento, il reclamante non avanza alcuna proposta concreta che gli sia più confacente di quella decisa dall’Autorità di protezione né suggerisce modalità pratiche diverse.

Di fatto il reclamante, nel postulare che il trasferimento non venga autorizzato, chiede all’autorità di proibire alla ex compagna di trasferirsi in quanto il bene dei figli impone che i due genitori continuino a risiedere vicini e in quanto lei potrebbe adoperarsi per trovare un impiego anche in Ticino o perlomeno usufruire dell’assistenza pubblica. Le sue censure sono dunque destinate all’insuc­cesso, nella misura in cui l’autorità non è chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del trasferimento di M. a W. (scelta che – come visto – rientra nelle sue libertà garantite costituzionalmente), bensì a determinare quale delle due sistemazioni garantisca meglio il benessere di C. e D.

Al di là quindi delle oggettive difficoltà pratiche cui P. andrà incontro nell’eser­citare il suo ruolo di padre a una rilevante distanza geografica piuttosto che abitando nel medesimo Comune dei loro figli (ben evidenziate nei suoi scritti e cui questo giudice non è insensibile), assodato che il reclamante non appare intenzionato ad assumersi l’affidamento dei bambini al di là del normale diritto di visita e non può pretendere che M. resti ad A. o in Ticino, la decisione emanata dall’Autorità di protezione non può dunque che essere qui confermata integralmente.

5. L’evasione del gravame rende priva di oggetto l’istanza di restituzione del­l’ef­fetto sospensivo formulata da P. in sede di reclamo e concessa da questo giudice in via supercautelare.

Nel caso concreto non ci si può tuttavia esimere dal rilevare che la tempistica molto ristretta del trasferimento è stata dettata unilateralmente da M., non risultando dagli atti alcuna circostanza giustificante un’effettiva urgenza di traslocare entro fine febbraio (ad esempio l’inizio di un nuovo contratto di lavoro, l’ini­zio di un anno scolastico, ecc.). Occorre pertanto richiamare l’Autorità di protezione a un maggior rigore nel concedere (e motivare) la levata dell’effetto sospensivo in casi simili, considerato che la revoca dell’effetto sospensivo ha carattere eccezionale ed entra in questione sempre e solo in casi di pericolo di ritardo o di urgenza (Geiser, BSK Erwachsenenschutz, 2012, ad art. 450c CC, n. 7) e che in tale esame devono sempre essere ponderati due contrapposti interessi, da un lato l’interesse all’esecutività immediata della decisione e, dall’altro lato, l’interesse al mantenimento della situazione esistente sino a che la decisione di merito sia resa (STF 5A_509/2010 del 17 settembre 2010, consid. 4.1).

Giova peraltro osservare che, qualora la decisione di prime cure riguardi una richiesta di trasferimento in un paese estero membro della Convenzione dell’Aia sulla protezione dei minori (RS 0.211.231.011), la levata dell’effetto sospensivo al reclamo e la conseguente partenza immediata del genitore con i figli dalla Svizzera avrebbe la pesante conseguenza di rendere inammissibile un eventuale ricorso dell’altro genitore, per effetto della mancanza della perpetuatio fori (cfr. STF 5A_619/2016 del 23 marzo 2017 consid. 4, destinata alla pubblicazione). Si invita pertanto l’Autorità di protezione a tenere presente tali importanti implicazioni nell’ambito dell’applicazione futura dell’art. 301a CC.

 

6. Gli oneri processuali seguirebbero la soccombenza ma, in considerazione della particolarità del caso concreto, si rinuncia eccezionalmente al loro prelievo. Visto l’esito della procedura si giustifica di porre a carico di P. fr. … quale indennità per ripetibili alla reclamante, ciò che rende priva d’oggetto la domanda di ammissione al beneficio dell’assistenza giudiziaria e al gratuito patrocinio di quest’ultima (cfr. STF 2C_182/2012 del 18 luglio 2012, consid. 6.3; STF 5A_389/2009 del 7 agosto 2009, consid. 7; consid. 6; sentenze CDP del 18 agosto 2014, inc. 9.2014.103, consid. 11, del 13 maggio 2015, inc. n. 9.2014.133), peraltro scarsamente motivata e documentata nonostante l’assistenza di un legale.

7c Art. 273 cpv. 1 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Filiazione – esercizio delle relazioni personali in un ambiente «neutro»

Luogo in cui deve svolgersi il diritto di visita nel caso di rapporti conflittuali fra i genitori.

 

I CCA 29.12.2016 N. 11.2015.17

Filiazione – esercizio delle relazioni personali in un ambiente «neutro»

Luogo in cui deve svolgersi il diritto di visita nel caso di rapporti conflittuali fra i genitori.

I CCA 29.12.2016 N. 11.2015.17

4. […] d) Più delicata è la questione di sapere se – come propone il padre del bambino – il diritto di visita debba svolgersi in un luogo «neutro». Trattandosi di bambini in tenera età, il diritto di visita deve svolgersi invero – e per principio – nell’ambiente dei piccoli, ma a tale regola è opportuno derogare ove la presenza del genitore affidatario sia problematica o conflittuale (Leuba in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 19 ad art. 273; Schwenzer/ Cottier in: Basler Kommentar, ZGB I, 5a edizione, n. 17 ad art. 273; I CCA, sentenza inc. 11.20014.60 del 30 agosto 2004, consid. 7). È quanto traspare in concreto dalla pur scarna istruttoria. Il Pretore ha riscontrato in effetti «una serie di problematiche notevoli e una situazione particolarmente delicata per un figlio di pochi mesi», tanto da ordinare alle parti di interpellare un consultorio al fine di «comprendere i bisogni del minore, assumere comportamenti responsabili per quanto concerne la cura del figlio, elaborare almeno alcuni principi di base e condivisi per la crescita».

 

Da parte sua il padre ha chiesto più volte di incontrare il figlio «fuori dalla casa della moglie». Quest’ultima ha definito finanche «impossibile e insostenibile» l’esercizio delle visite al suo domicilio, non fosse che per i rapporti turbolenti con gli altri suoi figli (…) che vivono con lei, al punto da sollecitare a più riprese lo svolgimento degli incontri in un luogo protetto. In circostanze siffatte, per le ragioni testé esposte, gli incontri fra padre e figlio al domicilio della madre non risultano nell’interesse del bambino. La scelta di un ambiente «neutro», come il Punto di incontro della Casa Santa Elisabetta, appare di gran lunga più consona alla situazione, non da ultimo perché consente di organizzare una migliore relazione personale tra padre e figlio, superando le difficoltà nell’eserci­zio delle visite ancora evidenziate dal primo in una lettera al Pretore del 10 maggio 2016. Provvisto di buon esito, su questo punto l’appello merita così accoglimento.

6c Art. 163 segg. CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Mantenimento della famiglia e contributi straordinari prestati da un coniuge

Presupposti per riconoscere in esito al divorzio un’equa indennità al coniuge che, con il suo reddito o la sua sostanza, ha contribuito al mantenimento della famiglia in misura superiore a quanto fosse tenuto.

 

I CCA 5.8.2016 N. 11.2014.27

Mantenimento della famiglia e contributi straordinari prestati da un coniuge

Presupposti per riconoscere in esito al divorzio un’equa indennità al coniuge che, con il suo reddito o la sua sostanza, ha contribuito al mantenimento della famiglia in misura superiore a quanto fosse tenuto.

I CCA 5.8.2016 N. 11.2014.27

7. Secondo l’art. 163 cpv. 1 CC i coniugi provvedono in comune, ciascuno nella misura delle proprie forze, al debito mantenimento della famiglia. In base ai loro accordi il contributo può consistere in prestazioni pecuniarie, nel governo della casa, nella cura dei figli, nell’assistenza nella professione o nell’im­presa dell’altro (art. 163 cpv. 2 CC). Le prestazioni in denaro sono costituite dal reddito del lavoro o della sostanza di uno dei due coniugi o di entrambi. Nel caso in cui abbia assicurato un contributo notevolmente superiore a quello che gli incombeva per il mantenimento della famiglia, un coniuge ha diritto a un’equa indennità (art. 165 CC). L’art. 165 cpv. 1 CC si applica solo però al lavoro prestato da un coniuge nella professione o nell’impresa dell’altro, mentre l’art. 165 cpv. 2 CC riguarda unicamente contributi in denaro (da attività lucrativa o dalla sostanza), ma non il lavoro fornito da un coniuge nella manutenzione o nel miglioramento di proprietà immobiliari appartenenti all’altro. Tali norme si applicano, in particolare, alla separazione dei beni (DTF 138 III 349 consid. 7.1.1).

 

Per determinare se sia dovuta un’indennità occorre procedere in primo luogo alla distinzione tra il contributo ordinario a norma dell’art. 163 CC e quello straordinario dell’art. 165 cpv. 2 CC, l’accordo tra i coniugi in merito alle rispettive partecipazioni costituendo la base di partenza. In mancanza di accordi sul riparto dei ruoli, l’entità del contributo pecuniario è accertata secondo le circostanze oggettive esistenti al momento in cui il contributo è stato versato, indipendentemente dalla consapevolezza dell’altro coniuge circa il fatto che la partecipazione finanziaria superasse gli obblighi imposti dal diritto matrimoniale. Occorre in ogni caso valutare la natura e l’entità del contributo pecuniario (o della collaborazione professionale), confrontandole con le altre prestazioni fornite come contributo ordinario alle spese familiari. Il che non è solo una questione di diritto, ma anche un apprezzamento di equità (art. 4 CC: DTF 138 III 350 consid. 7.1.2; sentenza del Tribunale federale 5A_835/2015 del 21 marzo 2016, consid. 7.1).

5c Art. 163 cpv. 1, 176 cpv. 1 n. 1 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Protezione dell’unione coniugale – fabbisogno minimo di un coniuge – costi dell’auto­mobile

Criteri per determinare, a un sommario esame, i costi dell’automobile riconosciuti, in casu, nel fabbisogno minimo di un coniuge.

 

I CCA 20.2.2017 N. 11.2015.114

Protezione dell’unione coniugale – fabbisogno minimo di un coniuge – costi dell’auto­mobile

Criteri per determinare, a un sommario esame, i costi dell’automobile riconosciuti, in casu, nel fabbisogno minimo di un coniuge.

I CCA 20.2.2017 N. 11.2015.114

7. b) […] Quanto alle trasferte dal domicilio al luogo di lavoro, il primo giudice ha riconosciuto nel fabbisogno minimo del marito il costo dell’autobus (fr. 46.– mensili con l’abbonamento «arcobaleno»). Se non che, durante la vita separata ogni coniuge ha il diritto di conservare – per quanto possibile – il tenore di vita sostenuto durante la comunione domestica (RtiD I-2010 pag. 699 n. 20c con rinvii; sentenza del Tribunale federale 5A_304/2013 del 1° novembre 2013, consid. 4.1 pubblicato in: SJ 2014 I 246). Come mai dopo la fine della vita in comune l’istante dovrebbe vedersi privare dell’uso dell’automobile per recarsi al lavoro non è dato di comprendere, il bilancio familiare non versando in ristrettezze. Né si arguisce la logica di inserire nel fabbisogno minimo dell’istante – come ha fatto il Pretore – il costo di un’automobile che rimarrebbe senza targhe per poi riconoscere il costo dell’autobus.

 

Posto ciò, una decisione a tutela dell’unione coniugale è presa – come detto – con esame sommario limitato alla verosimiglianza. Dovendosi inserire spese d’automobile nel fabbisogno minimo di un coniuge, questa Camera ha già avuto occasione di rilevare che un’indennità di fr. 0.70/km copre mediamente i costi di un veicolo, dall’imposta di circolazione al premio assicurativo, dal carburante alla manutenzione (I CCA, sentenza inc. 11.2013.63 del 30 settembre 2015, consid. 7b; sentenza inc. 11.2011.46 del 3 dicembre 2013, consid. 3b). Identica indennità riconosce per altro l’autorità tributaria per le trasferte fiscalmente riconosciute (art. 3 cpv. 2 del decreto esecutivo concernente l’imposizione delle persone fisiche valido per il periodo fiscale 2014; RL 10.2.2.1.1). Nella fattispecie il marito deve compiere il tragitto da casa al lavoro quattro volte al giorno, percorrendo in tutto una dozzina di chilometri. Data una media di 19.2 giorni feriali ogni mese (230 giorni annui: RtiD I-2013 pag. 835 consid. c; la vecchia giurisprudenza si fondava ancora sulla media di 21.7 giorni: I CCA, sentenza inc. 11.2012.53 del 14 ottobre 2014, consid. 12d), gli va riconosciuto così un esborso di fr. 161.30 mensili.

4c Art. 163 cpv. 1, 176 cpv. 1 n. 1 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Mantenimento di un coniuge in caso di separazione – fabbisogno minimo «allargato»

È possibile, se le condizioni economiche delle parti consentono qualche margine, aggiungere, al minimo vitale del diritto esecutivo, altre spese se correlate a quanto è necessario per il sostentamento del coniuge.

 

I CCA 7.4.2017 N. 11.2015.72

Mantenimento di un coniuge in caso di separazione – fabbisogno minimo «allargato»

È possibile, se le condizioni economiche delle parti consentono qualche margine, aggiungere, al minimo vitale del diritto esecutivo, altre spese se correlate a quanto è necessario per il sostentamento del coniuge.

I CCA 7.4.2017 N. 11.2015.72

6. Per quanto attiene infine al fabbisogno minimo della moglie, l’appellante chiede di ridurne l’ammontare dai fr. 3115.– mensili conteggiati dal Pretore a fr. 2212.75 mensili, stralciando la franchigia della cassa malati e la partecipazione dell’istante alle spese mediche, l’ammortamento del mutuo ipotecario che grava l’abitazione coniugale, il costo dell’elettricità, quello del gas e la tassa per il controllo dell’impianto di combustione, la fattura dello spazzacamino, l’abbona­mento alla palestra e la già citata spesa per le vacanze. Al proposito si impone una premessa metodologica.

a) I criteri preposti alla definizione dei contributi alimentari nelle procedure a tutela dell’unione coniugale (e nelle procedure cautelari in cause di divorzio) giusta l’art. 176 cpv. 1 n. 1 CC sono già stati ampiamente richiamati da questa Camera (RtiD I-2015 pag. 880 consid. 6). Non soccorre dunque ripetersi. Nel caso specifico le parti hanno formulato le loro richieste di giudizio, fin dall’ini­zio del procedimento, fondandosi sul metodo di calcolo abituale che consiste nel dedurre dal reddito complessivo dei coniugi i rispettivi fabbisogni minimi, suddividendo l’eccedenza a metà (méthode du calcul du minumum existentiel élargi avec répartition de l’excédent; zweistufige Methode). E a ragione il Pretore ha seguito quel criterio, ove si pensi che in concreto le parti versano in una situazione finanziaria modesta o, tutt’al più, media (RtiD I-2015 pag. 881 consid. 6b). L’applicazione di tale metodo richiede nondimeno che si definisca il fabbisogno minimo di ciascun coniuge. Tale fabbisogno minimo va calcolato ispirandosi ai parametri che disciplinano il minimo esistenziale del diritto esecutivo (DTF 140 III 339 consid. 4.2.3).

b) Se le condizioni economiche delle parti consentono qualche margine, al minimo esistenziale del diritto esecutivo si può aggiungere – per esempio – il premio di un’assicurazione complementare contro le malattie, l’onere fiscale (per imposte scadute e correnti) e l’eventuale rata del leasing per un veicolo di natura impignorabile (DTF 140 III 337). Può aggiungersi altresì, sempre che sia reso verosimile, il premio per un’assicurazione dell’economia domestica, per un’as­sicurazione contro la responsabilità civile, per l’assicurazione di un veicolo a motore, per un’assicurazione sulla vita, per una previdenza professionale facoltativa (fabbisogno minimo «allargato»: Hausheer/Spycher, Handbuch des Unterhaltsrechts, 2a edizione, pag. 61 n. 0.37 segg.). Se le parti si trovano in difficoltà finanziarie, per contro, il fabbisogno minimo rimane quello del diritto esecutivo, senza aggiunte (DTF 140 III 339 consid. 4.2.3).

c) Le aggiunte che concorrono a formare il fabbisogno minimo «allargato» nel senso appena descritto devono rimanere nondimeno correlate – come si è visto – a quanto è necessario per il sostentamento del coniuge. Al minimo esistenziale del diritto esecutivo non può cumularsi ogni spesa di qualsiasi natura, come ha fatto il Pretore. Diverso è il caso di coniugi che versano in una situazione finanziaria favorevole o particolarmente favorevole. In simile ipotesi si applica, per definire l’entità di contributi alimentari, non il metodo abituale consistente nel dedurre dal reddito complessivo i rispettivi fabbisogni minimi, suddividendo l’eccedenza a metà, bensì il metodo di calcolo fondato sul dispendio effettivo (méthode du calcul concret; einstufig konkrete Methode). Nell’ambito di quel metodo il fabbisogno di ogni coniuge va definito sommando tutte le spese necessarie per conservare il tenore di vita raggiunto prima della separazione (RtiD I-2015 pag. 880 consid. 6a). Ciò non comporta tuttavia alcun riparto dell’ecce­denza. E un metodo non va confuso né identificato con l’altro.

d) Per tornare al metodo di calcolo abituale consistente nel dedurre dal reddito complessivo dei coniugi i fabbisogni minimi, suddividendo l’eccedenza a metà, tali fabbisogni vanno calcolati – come detto (consid. a) – facendo capo ai parametri che disciplinano il minimo esistenziale del diritto esecutivo (art. 93 LEF). Tale minimo si compone in primo luogo del cosiddetto «importo base mensile», il quale include – tra l’altro – «le spese di elettricità e/o gas per la luce e la cucina ecc.» (FU 68/2009 del 28 agosto 2009 pag. 6292), così come le spese del telefono e della televisione via cavo (Rep. 1994 pag. 297 consid. 5, 1995 pag. 141). Simili poste non vanno quindi calcolate in aggiunta (v. anche DTF 126 III 357 a metà).

In aggiunta all’«importo base mensile» vanno sempre conteggiate invece, ove il coniuge abiti in casa propria, «le spese connesse all’immobile» (FU 68/2009 del 28 agosto 2009 pag. 141 in fondo). L’ammortamento ipotecario non fa parte del minimo esistenziale secondo il diritto esecutivo (FU 68/2009 del 28 agosto 2009 pag. 6292 in basso). Può rientrare tuttavia nel fabbisogno minimo «allargato» se il debito è stato acceso dai coniugi prima della separazione o se i coniugi sono solidalmente responsabili del rimborso, sempre che il bilancio familiare permetta di coprire la spesa (DTF 127 III 292 consid. 2a/bb, confermato nella sentenza del Tribunale federale 5A_453/2009 del 9 novembre 2009 consid. 4.3.2, in: SJ 2010 I 327).

e) Nella fattispecie l’appellante chiede di stralciare dal fabbisogno minimo della moglie, per cominciare, la franchigia della cassa malati e la partecipazione dell’istante alle spese mediche, le quali sarebbero già incluse nel minimo esistenziale del diritto esecutivo e, in ogni modo, non sarebbero ricorrenti. La prima affermazione è infondata, poiché il minimo esistenziale del diritto esecutivo comprende solo le spese di automedicazione (RtiD II-2016 pag. 603 consid. 10b con rimandi, II-2004 pag. 589 consid. 8c), mentre i costi della salute effettivamente pagati in forma di franchigia annua o di partecipazione alle spese vanno computati nel minimo esistenziale del diritto esecutivo (DTF 129 III 245 consid. 4.2 e 4.3). Né si tratta – come asserisce l’appellante – «di importi contenuti», l’istante avendo dovuto pur sempre assumere fr. 500.– di franchigia annua e fr. 322.90 annui di partecipazione alle spese (senza considerare altri fr. 163.35 annui per prestazioni non assicurate).

La seconda argomentazione dell’appellante è finanche irricevibile. Davanti al Pretore l’istante ha prodotto una distinta della sua cassa malati in cui figurano le prestazioni fornite dalla cassa sull’arco del 2014 per le singole spese mediche o farmaceutiche. Il convenuto si è limitato a eccepire che tali spese rientrano nel minimo esistenziale del diritto esecutivo, ma non ne ha contestato l’entità né il carattere ricorrente (osservazioni allegate al verbale del 1° giugno 2015, pag. 3 segg.). Non può dunque pretendere per la prima volta il contrario in appello (art. 317 cpv. 1 CPC).

f) Dal fabbisogno minimo della moglie l’appellante chiede di togliere l’ammor­tamento del mutuo ipotecario gravante l’abitazione coniugale (fr. 208.35 mensili). Egli non mette in dubbio che il debito sia stato acceso dai coniugi prima della separazione né che i coniugi siano solidalmente responsabili del rimborso né, tanto meno, che il bilancio familiare permetta di coprire la spesa. Assevera di avere avviato trattative con la banca creditrice per ottenere l’esonero dall’am­mortamento. Non rende però verosimile l’asserto, riservandosi soltanto di produrre «l’accordo della banca creditrice». Di tale accordo tuttavia non è pervenuta traccia. Non sussistono dunque i presupposti per stralciare l’ammortamento dal fabbisogno minimo della moglie.

g) Quanto al costo dell’energia elettrica (fr. 70.85 mensili), del gas (fr. 129.95 mensili), del controllo dell’impianto di combustione (fr. 8.55 mensili) e dello spazzacamino (fr. 8.10 mensili) che il Pretore ha incluso nel fabbisogno minimo della moglie, l’interessato fa valere che tali spese rientrano nel minimo esistenziale del diritto esecutivo. La tesi è pertinente nella misura in cui concerne il costo dell’elettricità e del gas per la cucina, che – come si è spiegato (sopra, consid. 6d) – rientra nell’«importo base mensile» del fabbisogno minimo secondo il diritto esecutivo, alla stessa stregua del costo dell’acqua potabile che il Pretore ha inserito nel fabbisogno minimo di ambedue i coniugi (e che, fosse contestato, andrebbe tolto da entrambi i conteggi). Il costo dell’energia elettrica va espunto perciò dal fabbisogno minimo della moglie. Non quello del gas, che in concreto appare destinato al riscaldamento dell’abitazione e che fa parte del costo dell’al­loggio, come nel costo dell’alloggio rientra la tassa per il controllo dell’impian­to di combustione e la spesa per la pulizia della canna fumaria.

 

h) L’appellante insta infine perché si tolga dal fabbisogno minimo della moglie l’indennità di fr. 300.– mensili per vacanze e la spesa di fr. 140.– mensili per l’ab­bonamento alla palestra. La richiesta rimette in causa il problema di sapere quali costi possano essere inclusi nel fabbisogno minimo «allargato» di un coniuge ove si tratti di calcolare contributi di mantenimento in applicazione del metodo che consiste nel dedurre dal reddito complessivo dei coniugi i fabbisogni minimi, suddividendo l’eccedenza a metà (sopra, consid. b e c). Al minimo esistenziale del diritto esecutivo non può cumularsi infatti ogni spesa di qualunque natura solo perché l’esborso rientrava nel tenore di vita dei coniugi prima della separazione. Le possibili aggiunte al minimo esistenziale del diritto esecutivo, esemplificate dianzi (consid. b), devono essere correlate a quanto occorre per il sostentamento del coniuge. Spese per esercizi di forma fisica, attività di svago, passatempi agonistici o vacanze non rientrano nel fabbisogno minimo. Nel caso specifico le voci di fr. 140.– mensili per «abbonamento fitness» e di fr. 300.– mensili per vacanze vanno espunte perciò dal fabbisogno minimo del­l’istante, come va tolta dal fabbisogno minimo dell’appellante l’analoga posta di fr. 300.– mensili per vacanze (sopra, consid. 5d). A tali spese ogni coniuge dovrà provvedere, se mai, con la propria quota di eccedenza.

3c Art. 163 cpv. 1, 176 cpv. 1 n. 1 CC

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Contributi di mantenimento di un coniuge in caso di separazione – convenzione prematrimoniale

Liceità ed effetti di un accordo prematrimoniale.

 

I CCA 27.4.2017 N. 11.2015.26

Contributi di mantenimento di un coniuge in caso di separazione – convenzione prematrimoniale

Liceità ed effetti di un accordo prematrimoniale.

I CCA 27.4.2017 N. 11.2015.26

 

5. Durante il matrimonio i coniugi provvedono in comune, ciascuno nella misura delle proprie forze, al debito mantenimento della famiglia (art. 163 cpv. 1 CC). Essi si intendono sul loro contributo rispettivo, segnatamente circa le prestazioni pecuniarie, il governo della casa, la cura della prole o l’assistenza nella professione o nell’impresa dell’altro (art. 163 cpv. 2 CC). Se interviene una sospensione della comunione domestica, il giudice chiamato a fissare contributi di mantenimento per l’uno o per l’altro prende come punto di partenza l’intesa dei coniugi (espressa o tacita) sul riparto dei compiti e dei redditi durante la vita in comune, modificandola quanto occorre per tenere conto della nuova situazione dovuta all’esistenza di due economie domestiche distinte. I coniugi possono anche regolare anticipatamente la questione del mantenimento in caso di separazione. Accordi a tal fine sono leciti e, secondo dottrina, raccomandabili (Scheidungsplanung). Non soggiacciono a requisiti di forma e vincolano le parti (Meier, Les conventions matrimoniales hors régime matrimonial, collana gialla CFPG n. 17, Lugano 2015, pag. 17 n. 30 e 32 seg.). Essi non impediscono che un coniuge adisca il giudice delle misure a protezione dell’unione coniugale (art. 176 cpv. 1 n. 1 CC) o, eventualmente, il giudice dei provvedimenti cautelari in una causa di divorzio (art. 276 cpv. 1 CPC). Il coniuge che intende sottrarsi alla convenzione deve addurre tuttavia fatti nuovi e rendere verosimile che le circostanze sono mutate in modo durevole e significativo, o perché le previsioni dell’accordo si siano rivelate inesatte o perché esse non si siano avverate secondo le attese (Meier, op. cit., pag. 18 n. 34 e pag. 20 n. 37 con richiami).

2c Art. 93 LTF

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Procedura di divorzio – effetti accessori – impugnabilità della decisione incidentale

Ammissibilità di un ricorso immediato al Tribunale federale contro una decisione incidentale relativa agli effetti accessori del divorzio. La condizione del pregiudizio irreparabile dell’art. 93 cpv. 1 lett. a LTF è in concreto soddisfatta.
Il giudice chiamato a decidere il modo di divisione della comproprietà dispone di un ampio margine di apprezzamento. Egli deve anche precisare le modalità di esecuzione dello scioglimento. In tale ambito non è legato alle conclusioni delle parti, a meno che queste abbiano raggiunto un accordo vincolante in proposito o le loro conclusioni concordino.

 

TF 30.1.2017 N. 5A_73/2016

Procedura di divorzio – effetti accessori – impugnabilità della decisione incidentale

Ammissibilità di un ricorso immediato al Tribunale federale contro una decisione incidentale relativa agli effetti accessori del divorzio. La condizione del pregiudizio irreparabile dell’art. 93 cpv. 1 lett. a LTF è in concreto soddisfatta.
Il giudice chiamato a decidere il modo di divisione della comproprietà dispone di un ampio margine di apprezzamento. Egli deve anche precisare le modalità di esecuzione dello scioglimento. In tale ambito non è legato alle conclusioni delle parti, a meno che queste abbiano raggiunto un accordo vincolante in proposito o le loro conclusioni concordino.

TF 30.1.2017 N. 5A_73/2016

1.2.1. La ricorrente ritiene che, per quanto concerne lo scioglimento della comproprietà sulla particella n. 001, la sentenza cantonale sia impugnabile dinanzi al Tribunale federale siccome finale e contemporaneamente parziale «perché concerne solo un aspetto di tutte le conseguenze accessorie del divorzio».

1.2.2. Secondo la giurisprudenza, la decisione relativa agli effetti accessori del divorzio è finale (art. 90 LTF) quando risolve definitivamente tutte le questioni che si pongono, senza alcun rinvio all’autorità precedente, ed è pregiudiziale o incidentale (art. 93 LTF) quanto l’autorità di ricorso statuisce soltanto su una parte degli effetti accessori ancora litigiosi e rinvia la causa all’istanza precedente per nuova decisione sugli altri. In virtù del principio dell’unità della sentenza di divorzio, essa non può invece essere parziale ai sensi dell’art. 91 lett. a LTF (DTF 134 III 426 consid. 1.2).

Nel caso concreto, il Tribunale d’appello ha deciso in modo definitivo unicamente la questione dello scioglimento della comproprietà sull’abitazione coniugale, ossia – come ammette la ricorrente stessa – soltanto una parte delle conseguenze accessorie del divorzio, rinviando invece la causa al Pretore per nuovo giudizio in merito alla liquidazione del regime dei beni, all’indennità adeguata ai sensi dell’art. 124 CC ed al contributo alimentare in favore dell’ex moglie. La sentenza qui impugnata è pertanto pregiudiziale o incidentale e, in quanto tale, è suscettiva di un ricorso immediato al Tribunale federale unicamente alle condizioni dell’art. 93 cpv. 1 LTF. Spetta alla parte ricorrente dimostrare che tali condizioni siano adempiute, fatti salvi i casi in cui queste risultano in modo manifesto dalla decisione impugnata o dalla natura della causa (DTF 138 III 46 consid. 1.2 con rinvii).

L’insorgente, non avendo riconosciuto la natura del giudizio qui contestato, è del tutto silente su questo tema.

Dalla sentenza impugnata emerge tuttavia in modo manifesto che essa può causare alla ricorrente un pregiudizio irreparabile ai sensi dell’art. 93 cpv. 1 lett. a LTF. I Giudici cantonali hanno infatti precisato che «[i]l risultato dello scioglimento della comproprietà va ricondotto poi alle diverse masse dei beni, i coniugi essendo soggetti al regime della partecipazione agli acquisti […]. Se non che, la realizzazione del bene in comproprietà si traduce in una fase del processo di divorzio non concretata nel caso specifico, il Pretore avendo semplicemente attribuito il bene alla moglie. È necessario perciò rinviare gli atti al primo giudice perché ordini lo scioglimento della comproprietà, designi un notaio preposto all’operazione e liquidi il regime dei beni tenendo calcolo del ricavo netto». In altre parole, prima che il Pretore statuisca – su rinvio – sulla liquidazione del regime matrimoniale (nonché sull’indennità adeguata dell’art. 124 CC e sul contributo alimentare per l’ex moglie), la particella n. 001 dovrà essere realizzata ai pubblici incanti. In tali condizioni, anche una decisione finale favorevole alla qui ricorrente non riuscirebbe ad ovviare a tale pregiudizio (v. DTF 141 III 80 consid. 1.2 con rinvii). Nella misura in cui ordina lo scioglimento della comproprietà sull’immobile mediante vendita all’asta e ripartizione a metà fra i comproprietari del ricavo netto, la sentenza di appello è pertanto immediatamente impugnabile dinanzi al Tribunale federale da parte dell’ex moglie. Il suo ricorso in materia civile risulta così in linea di principio ammissibile.
[…]

3. 3.1. In caso di divorzio, la divisione di un bene in comproprietà deve avvenire prima della liquidazione del regime matrimoniale. La divisione è retta dagli art. 650 seg. e 205 cpv. 2 CC. L’art. 650 CC prevede che ogni comproprietario ha il diritto di chiedere la cessazione della comproprietà, a meno che ciò non sia escluso dal negozio giuridico, dalla suddivisione in proprietà per piani o dal fine a cui la cosa è durevolmente destinata (cpv. 1) e a meno che la richiesta non sia intempestiva (cpv. 3). Quando i comproprietari non si accordino circa il modo della divisione, il giudice ordina la divisione della cosa in natura o la licitazione fra i comproprietari o ai pubblici incanti (art. 651 cpv. 2 CC) oppure attribuisce il bene per intero al coniuge che provi di avere un interesse preponderante, contro compenso all’altro coniuge (art. 205 cpv. 2 CC; DTF 138 III 150 consid. 5.1.1). Un’attribuzione giusta l’art. 205 cpv. 2 CC non presuppone solo che un coniuge dimostri un interesse preponderante, ma anche che egli indennizzi l’al­tro coniuge (sentenza 5C.325/2001 del 4 marzo 2002 consid. 4, in ZBGR 84/2003 pag. 122 e in Pra 2002 n. 188 pag. 1004).

3.2. Il Tribunale d’appello ha dapprima esaminato le conclusioni formulate in via principale dall’ex marito volte, in particolare, all’aumento dell’importo di fr. 191 417.50 fissato in prima istanza quale indennizzo dovutogli dall’ex moglie per l’attribuzione della particella n. 001 ed al rifiuto di ogni contributo alimentare in favore dell’ex moglie. La Corte cantonale ha respinto la richiesta di aumento del compenso, segnatamente per il motivo che l’ex marito non ha recato alcuna prova in merito ad una rivalutazione dell’immobile dopo la perizia giudiziaria effettuata nel 2006 (secondo la quale il valore venale del bene era pari a fr. 607 635.–), e ha confermato che egli deve contribuire al sostentamento del­l’ex moglie, la quale non è in grado di provvedere da sé al proprio debito mantenimento.

I Giudici cantonali hanno dunque esaminato la richiesta subordinata dell’ex marito – formulata nel caso in cui non fosse liberato dall’obbligo di versare un contributo alimentare all’ex moglie – volta allo scioglimento della comproprietà sul­l’immobile mediante vendita ai pubblici incanti e l’ha accolta, ritenendo che le premesse per far capo all’art. 205 cpv. 2 CC in favore dell’ex moglie non fossero soddisfatte, poiché ella non ha dimostrato né di avere un interesse preponderante né di poter indennizzare l’altro coniuge, e che le altre modalità offerte dal­l’art. 651 cpv. 2 CC non entrassero in linea di conto.

3.3. La ricorrente solleva diverse censure contro la soluzione adottata dal Tribunale d’appello, lamentando un accertamento dei fatti manifestamente inesatto e la violazione del diritto federale.

3.3.1. Ella considera innanzitutto che la Corte cantonale avrebbe protetto un comportamento abusivo dell’ex marito, il quale avrebbe illecitamente preteso «di essere liberato dal pagamento del contributo alimentare per poter assegnare la casa alla moglie».

Dopo aver accertato la mancata realizzazione della condizione posta dall’op­ponente all’attribuzione dell’immobile all’ex moglie (ossia non essere tenuto a versarle un contributo di mantenimento), la Corte cantonale non poteva che constatare che i coniugi non si fossero accordati circa il modo di scioglimento della comproprietà (v. sentenza 5A_411/2013 del 25 settembre 2014 consid. 4.4.2, in SJ 2015 I pag. 247). Ciò a prescindere dal carattere asseritamente abusivo della condizione, poiché, contrariamente a quanto sembra intendere la ricorrente, la presenza di una condizione inammissibile non avrebbe comunque portato ad ammettere che vi fosse un accordo tra le parti (v. art. 157 CO). Chiamati dunque a decidere essi stessi il modo della divisione, a giusta ragione i Giudici cantonali hanno vagliato le opzioni previste agli art. 205 cpv. 2 e 651 cpv. 2 CC (v. supra consid. 3.1).

La censura risulta pertanto infondata.

3.3.2. Secondo la ricorrente, i Giudici cantonali avrebbero dovuto ammettere l’adempimento delle condizioni dell’art. 205 cpv. 2 CC. La loro conclusione secondo cui l’ex moglie non avrebbe un interesse preponderante all’assegnazione dell’immobile si fonderebbe infatti su un accertamento manifestamente inesatto dei fatti. Essi non avrebbero inoltre tenuto conto del fatto che l’ex marito, in sede di appello, non ha contestato la capacità finanziaria dell’ex moglie di versargli l’indennità fissata dal Pretore, ciò che impediva un riesame di tale presupposto.

Quest’ultimo argomento fondato sull’assenza di contestazione non può tuttavia essere seguito già per il fatto che la ricorrente omette di considerare che, in realtà, nel suo appello l’opponente si è proprio lamentato del fatto che la controparte «ha chiesto di diventare unica proprietaria della casa di X., pur non avendo i mezzi finanziari necessari per liquidare la quota di comproprietà di un mezzo del marito» (appello pag. 30). Dato che la ricorrente si limita a presentare tale argomento, e non fornisce alcun elemento per dimostrare che, contrariamente al ragionamento sviluppato dal Tribunale d’appello, ella sarebbe in misura di indennizzare l’ex marito, il secondo presupposto dell’art. 205 cpv. 2 CC non può dirsi soddisfatto. In tali condizioni, appare così superfluo esaminare se nel caso concreto il primo presupposto, quello dell’interesse preponderante all’assegnazione dell’immobile, sia realizzato.

Nella misura in cui possa considerarsi sufficientemente motivata, e quindi ammissibile, la censura appare infondata.

3.3.3. La ricorrente ritiene poi che la Corte cantonale, ordinando la vendita del­l’immobile in comproprietà ai pubblici incanti con una base d’asta di fr. 607 635.– o, in caso di insuccesso, senza base d’asta, sarebbe andata oltre le conclusioni dell’ex marito. In sede di appello quest’ultimo avrebbe infatti chiesto la messa in vendita dell’immobile «al primo turno d’asta (…) al prezzo di CHF 607 635.– e al secondo turno, in caso di mancate offerte pari al piede d’asta, al prezzo minimo che permetta di saldare l’onere ipotecario esistente, il rimborso del prelievo anticipato di cassa pensioni e l’apporto in capitale proprio fatto da B.».

Il giudice chiamato a decidere il modo di divisione della comproprietà dispone di un ampio margine di apprezzamento. Egli deve anche precisare le modalità di esecuzione dello scioglimento. In tale ambito non è legato alle conclusioni delle parti, a meno che queste abbiano raggiunto un accordo vincolante in proposito o le loro conclusioni concordino (sentenza 5A_523/2013 del 14 febbraio 2014 consid. 2 con rinvii dottrinali), ciò che non era il caso in concreto.

La critica ricorsuale risulta perciò infondata.

CC 1907 RS 210

 

Codice civile svizzero, del 10 dicembre 1907

2t Art. 12, 186 cpv. 1, 194 LT; 13, 113 cpv. 1, 121 LIFD

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2017 (III. Diritto di famiglia)

Responsabilità solidale dei coniugi – riscossione – prescrizione del credito – rilascio di ACB nei confronti del marito – decadenza responsabilità solidale della moglie

La responsabilità solidale dei coniugi per i debiti d’imposta viene meno dal momento del rilascio di un attestato di carenza beni (ACB) nei confronti di uno di essi. Nella fattispecie, oltre dieci anni dopo aver ottenuto degli ACB al termine di procedure esecutive promosse nei confronti del marito, l’autorità fiscale cantonale ha chiesto alla moglie il pagamento delle imposte, intraprendendo una ripartizione del debito d’imposta fra i coniugi. Gli ACB emessi nei confronti del marito non fanno tuttavia decorrere un termine di venti anni anche nei confronti della moglie, nei cui confronti non è mai stata avviata una procedura esecutiva. Il diritto di riscossione nei suoi confronti è pertanto prescritto.

 

CDT 9.2.2017 N. 80.2016.61/62

Responsabilità solidale dei coniugi – riscossione – prescrizione del credito – rilascio di ACB nei confronti del marito – decadenza responsabilità solidale della moglie

La responsabilità solidale dei coniugi per i debiti d’imposta viene meno dal momento del rilascio di un attestato di carenza beni (ACB) nei confronti di uno di essi. Nella fattispecie, oltre dieci anni dopo aver ottenuto degli ACB al termine di procedure esecutive promosse nei confronti del marito, l’autorità fiscale cantonale ha chiesto alla moglie il pagamento delle imposte, intraprendendo una ripartizione del debito d’imposta fra i coniugi. Gli ACB emessi nei confronti del marito non fanno tuttavia decorrere un termine di venti anni anche nei confronti della moglie, nei cui confronti non è mai stata avviata una procedura esecutiva. Il diritto di riscossione nei suoi confronti è pertanto prescritto.

CDT 9.2.2017 N. 80.2016.61/62

Riassunto dei fatti:

Il 15.5.2015 l’Ufficio esazioni e condoni (UEC) si è rivolto a X., divorziata, relativamente agli attestati di carenza beni delle imposte cantonali e federali dirette 1997-98 con lo scopo di regolarizzare la sua posizione e valutare una proposta di pagamento degli scoperti. Il 15.9.2015 l’Ufficio circondariale di tassazione le ha notificato il riparto tra coniugi per i periodi fiscali dal 1999 al 2002. Con diffida di pagamento 18.10.2015 l’UEC ha impartito alla contribuente un termine di 10 giorni entro il quale pagare l’insieme delle imposte cantonali e federali 1999-2002 per un ammontare complessivo di fr. 37 806.05.
Con domanda 12.11.2015 la contribuente ha postulato il condono delle imposte comunali, cantonali e federali dal 1997 al 2002, che venivano da lei cifrate complessivamente in fr. 84 396.25. La contribuente, vista la sua disponibilità finanziaria mensile si riteneva impossibilitata nel far fronte ad un così importante debito fiscale arretrato.
L’UEC ha respinto la domanda di condono presentata da X. Dopo aver ricapitolato che le imposte dovute erano la quota parte degli importi relativi a periodi fiscali in cui era ancora sposata, l’UEC ha precisato che le procedure d’incasso nei confronti dell’ex marito erano sfociate in attestati di carenza beni. Secondo l’autorità di riscossione, vista la situazione della contribuente nel suo insieme, tenuto pure conto della disponibilità mensile e considerati i redditi stabiliti nei periodi fiscali di cui veniva chiesto il condono, non si ravvisavano le condizioni previste dal legislatore per la concessione del condono.
L’UEC ha respinto un reclamo di X.
Con ricorso alla Camera di diritto tributario, X. argomenta che le condizioni per riconoscerle il condono d’imposta sarebbero date nel caso concreto.
Con scritto 23.11.2016 la Camera di diritto tributario ha chiesto all’UEC se per il debito d’imposta relativo al periodo 1999-2002 siano state avviate delle procedure esecutive nei confronti di X. Nel medesimo scritto ha chiesto indicazioni circa la data di crescita in giudicato delle decisioni relative ai periodi fiscali indicati, sulla base delle quali sono stati allestiti i riparti tra marito e moglie intimati il 15.9.2015.
Con risposta 25.11/1.12.2016 l’UEC ha precisato che per le imposte cantonali e federali 1999/2002 erano state avviate delle procedure esecutive nei confronti non di X., bensì del marito, sfociate in otto attestati di carenza beni a nome di quest’ultimo. Le date di crescita in giudicato delle decisioni erano le seguenti: per le imposte 1999/2000 (decisione di tassazione del 31.1.2000) il 2.3.2000; per le imposte 2001/2002 (decisione di tassazione del 15.7.2002) il 15.8.2002.

Diritto:

1. 1.1. A far tempo dal 1.1.2016 è entrata in vigore la nuova Legge federale sul condono dell’imposta (RU 2015 7). Scopo principale di questa legge è la delega integrale ai Cantoni della competenza di giudicare le domande di condono del­l’imposta federale diretta. Con la Legge federale concernente il condono del­l’imposta, i Cantoni diventano gli unici responsabili per l’esame di (tutte) le domande di condono concernenti l’imposta federale diretta. Con questa nuova legge sono state modificate alcune disposizioni dell’Ordinanza sul condono d’imposta (RS 642.121). Sono state inserite nella Legge sull’imposta federale diretta (LIFD, RS 642.11) delle disposizioni che prima si trovavano nell’ordi­nanza, per esempio per ciò che attiene ad alcuni motivi di diniego del condono dell’imposta elencati nel nuovo art. 167a LIFD, come anche le cause concernenti la situazione di bisogno, così come i diritti e gli obblighi procedurali del richiedente (art. 167d LIFD) (Vorpe, Novità legislative nel campo del diritto tributario, RtiD II-2015, p. 515 ss.).

1.2. L’autorità competente a statuire sulle domande di condono in materia di imposte cantonali (art. 22 cpv. 1 del Regolamento della Legge tributaria ticinese) e di imposte federali dirette (per somme inferiori a fr. 25 000.–; cfr. art. 4 dell’Ordinanza federale concernente l’esame delle domande di condono dell’imposta federale diretta, RS 642.121; art. 4 cpv. 5 del Regolamento di applicazione della Legge federale sull’imposta federale diretta, RL 10.2.5.1) è l’Ufficio esazione e condoni.
Dal 1° gennaio 2009, in virtù della nuova garanzia della via giudiziaria prevista dall’art. 29a Cost. fed., le sue decisioni sono impugnabili dinanzi a questa Camera (art. 246 cpv. 3 LT e 5a del Regolamento di applicazione della Legge federale sull’imposta federale diretta per l’imposta federale diretta).

1.3. La domanda tesa al condono dei debiti d’imposta per i periodi fiscali 1997-2002 è stata presentata all’autorità preposta prima del 1° gennaio 2016. La prima decisione in merito all’istanza di condono è datata 10.12.2015 ed è stata impugnata dalla contribuente con reclamo all’UEC.
Secondo l’art. 205e cpv. 2 LIFD (applicabile per analogia anche in materia di imposte cantonali e comunali secondo l’art. 22 cpv. 2 del Regolamento della legge tributaria del 18 ottobre 1994 [RLT; RL 10.2.1.1.1], nella versione in vigore dal 1.1.2016), la procedura di reclamo e la procedura di ricorso contro le decisioni pronunciate prima dell’entrata in vigore della modifica del 20 giugno 2014 sono rette dal diritto anteriore.
Alla procedura di condono è pertanto applicabile il vecchio diritto.

2. 2.1. Va preliminarmente rilevato che la contribuente ha richiesto il condono delle imposte per il periodo 1997-2002. L’UEC si è espresso unicamente per le imposte 1999-2002. Ne deriva che non sussiste alcuna decisione di condono in merito al periodo 1997-1998.
La Camera esaminerà unicamente i periodi oggetto delle decisioni di condono, sui quali l’UEC si è espresso.
2.2. D’acchito si rileva come per tutti i periodi per i quali è stato richiesto il condono e oggetto della decisione impugnata, ossia dal 1999 al 2002, sono stati emessi degli attestati carenza beni nei confronti dell’ex marito, come si evince dagli atti all’incarto.
Nei confronti della moglie non è invece stata avviata alcuna procedura esecutiva.
Bisogna pertanto analizzare se la procedura esecutiva nei confronti del marito abbia sortito effetti giuridici anche per la posizione della moglie nei confronti del fisco, in particolare per quanto attiene alla prescrizione della riscossione dei crediti fiscali.

2.3. L’art. 12 cpv. 1 LT e l’art. 13 LIFD stabiliscono che i coniugi non separati legalmente o di fatto rispondono solidalmente dell’imposta complessiva. Tuttavia, ciascun coniuge risponde della sua quota nell’imposta complessiva quando uno di essi è insolvibile (oppure, solo per il diritto cantonale, ne fa richiesta scritta, all’autorità fiscale, entro trenta giorni dall’intimazione della tassazione). Inoltre i due coniugi rispondono solidalmente per la parte di imposta complessiva inerente al reddito e alla sostanza dei figli.
Il capoverso 2 degli articoli 12 LT e 13 LIFD prevede che la responsabilità solidale dei coniugi separati legalmente o di fatto decada anche per tutti gli ammontari di imposta ancora dovuti.
Per il capoverso 5 dell’art. 12 LT, in caso di decadenza della responsabilità solidale dei coniugi le singole quote d’imposta sono determinate secondo le norme procedurali relative alla tassazione ed al riparto intercomunale. Sono pure dati i rimedi giuridici degli articoli da 206 a 208 e da 227 a 231.
Dal profilo procedurale, secondo l’art. 186 cpv. 1 LT e l’art. 113 cpv. 1 LIFD, i coniugi non separati legalmente o di fatto esercitano in comune i diritti e i doveri procedurali spettanti al contribuente secondo la legge.

2.4. 2.4.1. Il Tribunale federale ha avuto modo di esprimersi in una sentenza non pubblicata (n. 2C_58/2015 del 23.10.2015, in RF 71/2016 p. 365) in merito alla responsabilità solidale dei coniugi per il pagamento delle imposte ed anche agli effetti di attestati di carenza beni spiccati unicamente nei confronti di uno di essi.

2.4.2. La Suprema Corte ha indicato, nell’ambito dell’imposta federale diretta, che il reddito di coniugi non separati legalmente o di fatto è cumulato, qualunque sia il regime dei beni (art. 9 LIFD). In tale situazione, i coniugi esercitano in comune i diritti e i doveri procedurali spettanti al contribuente (art. 113 LIFD). Secondo l’art. 13 cpv. 1 prima frase LIFD, i coniugi non separati legalmente o di fatto rispondono solidalmente dell’imposta complessiva. La LIFD non regola espressamente gli effetti di questa solidarietà tra coniugi. Per tale ragione bisogna applicare le regole generali del diritto delle obbligazioni.
I coniugi devono essere considerati come debitori solidali passivi, poiché entrambi, per effetto della legge, sono personalmente debitori nei confronti dello Stato. Rispondono ognuno per l’intero debito fiscale. Di conseguenza il creditore può, a sua scelta, esigere da entrambi oppure da uno di loro l’esecuzione integrale oppure parziale dell’obbligazione.

La solidarietà prende fine ex lege o quando i coniugi si separano legalmente o di fatto (art. 13 cpv. 2 LIFD) o quando uno dei due è insolvibile (art. 13 cpv. 1 seconda frase LIFD). Nei casi di separazione, il momento della separazione o del divorzio determina il momento dell’estinzione della solidarietà. L’insolvibilità deve essere riconosciuta dal momento in cui sono stabiliti degli elementi che attestano l’incapacità durevole del debitore di adempiere i propri obblighi finanziari, per esempio un sovraindebitamento completo, l’esistenza di attestati di carenza beni, l’apertura del fallimento oppure la conclusione di un concordato con abbandono dell’attivo.

2.4.3. Nel caso esaminato dal Tribunale federale, erano stati rilasciati, a carico del marito della ricorrente, degli attestati di carenza beni che facevano riferimento all’art. 115 LEF e menzionavano che presso il debitore non erano stati ritrovati beni pignorabili. Gli stessi valevano come attestati di carenza beni definitivi (art. 115 cpv. 1 e 149 LEF) e come tali erano stati riconosciuti sufficienti per riconoscere l’insolvibilità del marito della ricorrente ai sensi dell’art. 13 cpv. 1 LIFD. L’Alta Corte ha quindi indicato che il fisco aveva saputo di tale circostanza – ossia dell’insolvibilità del marito – dal momento della ricezione degli attestati di carenza beni. A tale momento era venuta meno la solidarietà fiscale dei coniugi.

Nella fattispecie oggetto della decisione 2C_58/2015, la ricorrente aveva censurato dinanzi al TF la violazione dell’art. 149a LEF, nella misura in cui i giudici cantonali avevano stabilito che il termine di prescrizione di 20 anni di un credito constatato da un attestato di carenza beni si applicasse anche ad un debitore solidale. La ricorrente sosteneva invece che fosse intervenuta la prescrizione ex art. 121 LIFD.

La Suprema Corte svizzera ha ricordato che, secondo l’art. 149a LEF, il credito accertato mediante un attestato di carenza di beni si prescrive in venti anni dal suo rilascio. Nel caso di specie, il rilascio degli attestati di carenza beni definitivi aveva messo fine alla solidarietà tra coniugi, conformemente alla disposizione di cui all’art. 13 cpv. 1 LIFD. I Giudici federali hanno stabilito che il rilascio degli ACB nei confronti del marito (unico debitore escusso) non poteva far decorrere un termine di prescrizione di 20 anni anche nei confronti di quest’ul­tima, che non era la debitrice escussa. I giudici federali hanno quindi ritenuto come non si potesse applicare il termine di prescrizione di cui all’art. 149a cpv. 1 LEF anche nei confronti della moglie. Sono quindi i termini di prescrizione ordinari indicati nella LIFD a rimanere applicabili (sentenza n. 2C_58/2015 del 23.10.2015 consid. 6.1).

2.4.4. In materia di IFD la prescrizione del diritto di riscossione è previsto all’art. 121 LIFD. Secondo l’art. 121 cpv. 1 LIFD, i crediti fiscali si prescrivono in cinque anni dalla crescita in giudicato della tassazione (prescrizione relativa). A norma dell’art. 121 cpv. 3 LIFD, il diritto di riscossione si prescrive, in ogni caso, in dieci anni dalla fine dell’anno in cui la tassazione è cresciuta in giudicato (prescrizione assoluta). La prescrizione è sospesa oppure interrotta alle condizioni previste agli artt. 120 cpv. 2 e cpv. 3 LIFD (art. 121 cpv. 2 LIFD). Un nuovo termine di prescrizione inizia a decorrere con ogni atto ufficiale inteso all’accertamento o alla riscossione del credito fiscale, comunicato al contribuente o al corresponsabile dell’imposta. Fintantoché la solidarietà fiscale dura, ogni misura del diritto esecutivo diretta contro un debitore fa scattare un nuovo termine di prescrizione anche nei confronti della persona solidalmente responsabile (cfr. l’art. 121 cpv. 2 LIFD che rinvia all’art. 120 cpv. 3 lett. a LIFD). Lo stesso ACB costituisce uno di questi atti, sebbene metta fine, per il futuro, alla solidarietà fra i coniugi (sentenza n. 2C_58/2015 del 23.10.2015 consid. 6.2).
L’Alta Corte ha parimenti stabilito che dopo il rilascio dell’attestato di carenza beni, unicamente gli atti diretti contro la ricorrente dovevano essere presi in considerazione per la prescrizione dei debiti fiscali della ricorrente (sentenza TF 2C_58/2015 del 23.10.2015 consid. 6.3).

3. 3.1. Dagli atti risulta che l’UEC ha scritto alla qui ricorrente il 15.5.2015 indicando come risultassero per le imposte cantonali e federali dirette 1997/1998 due attestati di carenza beni emessi il 28.11.2002, numerati 000001 e 000002, per rispettivi fr. 11 805.10 e 5166.70. L’UEC richiedeva il pagamento degli importi in questione entro 30 giorni. In caso di mancato pagamento, indicava alla ricorrente di non escludere la riattivazione delle procedure d’incasso tramite la via esecutiva.

3.2. Il 15.9.2015 l’UT ha intimato il riparto tra marito e moglie per le imposte cantonali e federali dirette per gli anni 1999-2002.
Il 29.10.2015 il Comune ha per sua parte trasmesso a X. il riparto tra marito e moglie per le imposte comunali 1999-2002.

3.3. Per le imposte 1999- 2002, questa Camera ha richiesto all’UEC informazioni in merito all’avvio di procedure esecutive nei confronti della qui ricorrente.
Mediante scritto 25.11.2016 agli atti, l’UEC ha indicato come per le imposte cantonali e federali dirette per il periodo 1999-2002 nei confronti di X. non fossero state avviate procedure esecutive. Le procedure esecutive si erano svolte nei confronti dell’ex coniuge, Z.
In allegato alla missiva, l’UEC inviava parimenti gli attestati di carenza beni rilasciati nei confronti dell’ex marito.

3.4. Come visto, nella citata sentenza del Tribunale federale (n. 2C_58/2015 del 23.10.2015, in RF 71/2016 p. 365), viene indicato che la solidarietà fra coniugi viene meno dal momento in cui viene rilasciato nei confronti di uno di essi un attestato di carenza beni.
Ora, il primo attestato carenza beni emesso nei confronti del marito è del 12.12.2001 (per l’imposta cantonale 2000), i secondi (in ordine di rilascio) sono del 22.2.2002 (imposta federale ed imposta cantonale 1999).
Negli ACB rilasciati viene espressamente indicato:

«L’Ufficio non ha accertato presso il debitore beni pignorabili e non ha potuto procedere ad un pignoramento di salario».

3.5. Ora, seguendo il ragionamento proposto dal Tribunale federale, questa Camera ritiene che al 12.12.2001, ossia il giorno dell’emissione del primo attestato carenza beni nei confronti del marito, fosse venuta meno la solidarietà tra coniugi. Gli attestati di carenza beni emessi solo nei confronti del marito non fanno decorrere un termine di prescrizione di 20 anni anche nei confronti della moglie, che non era la debitrice escussa. In altri termini, non è applicabile il termine di prescrizione di cui all’art. 149a LEF, ma quelli ordinari di cui alla LIFD e alla LT.

3.6. La decisione relativa alle imposte 1999/2000 è cresciuta in giudicato il 2.3.2000, quella inerente il periodo 2001/2002 è cresciuta in giudicato il 15.7(8).2002.
Il riparto tra coniugi per le imposte 1999-2002 è stato intimato loro il 15.9.2015.
Nessuna procedura esecutiva è stata intrapresa nei confronti della qui ricorrente. Non sono stati emessi degli attestati carenza beni nei suoi confronti per il periodo fiscale 1999-2002.

3.7. In applicazione dell’art. 121 cpv. 3 LIFD, il diritto di riscossione si prescrive, in ogni caso, in dieci anni dalla fine dell’anno in cui la tassazione è cresciuta in giudicato.
Di egual tenore l’art.194 cpv. 3 LT.

3.8. Nel caso che qui ci riguarda, che si riferisce alla posizione della qui ricorrente, per le imposte 1999-2002 risulta pacifico come sia intervenuta la prescrizione assoluta del diritto di riscossione.
Come indicato dall’UEC le decisioni di tassazione sono cresciute in giudicato rispettivamente il 2.3.2000 ed il 15.7(8).2002.
Per le imposte 1999/2000 la prescrizione assoluta del diritto di riscossione è intervenuta a fine 2010. Per le imposte 2001/2002 la prescrizione assoluta del diritto di riscossione è intervenuta a fine 2012.

3.9. Stando così le cose, la decisione emessa dall’UEC in merito alla domanda di condono per le imposte cantonali, federali dirette, e comunali per il periodo 1999-2002 deve essere annullata per intervenuta prescrizione del diritto di riscossione.

3.10. In relazione al periodo fiscale 1997-1998 l’UEC dovrà emettere una decisione, ritenuto come, nonostante l’istanza di condono indicasse parimenti tale periodo, l’autorità non si è espressa nel merito. Va comunque ricordato che, per tale periodo, nei confronti della ricorrente sono stati emessi degli attestati di carenza beni (cfr. scritto 15.5.2015 dell’UEC).

 

4. Il ricorso è accolto. La decisione su reclamo dell’UEC del 4.3.2016 è annullata. Per i periodi fiscali 1999, 2000, 2001 e 2002 è intervenuta la prescrizione del diritto di riscossione per le imposte cantonali, federali dirette e comunali.