6c Art. 121 cpv. 3, 124 cpv. 1, 205 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2015 (III. Diritto di famiglia)

Effetti del divorzio – attribuzione dell’alloggio familiare – indennità adeguata

L’attribuzione dietro compenso dell’alloggio familiare, dopo il divorzio, in proprietà assoluta all’uno o all’altro coniuge vale unicamente per immobili che siano in comproprietà o in proprietà comune dei coniugi stessi (consid. 3c).                        
Presupposti per l’attribuzione di un diritto d’abitazione sull’alloggio familiare (consid. 3d).     
L’«indennità adeguata» dovuta da un coniuge all’altro secondo l’art. 124 cpv. 1 CC dopo il sopraggiungere di un caso di previdenza professionale o di impossibilità della divisione della prestazione d’uscita può essere corrisposta anche a rate o, qualora ciò non sia possibile, sotto forma di rendita (consid. 7h).

I CCA 17.11.2014 N. 11.2014.8

3.  c)  […] La convenuta chiede che l’abitazione familiare situata sulla nota particella n. 001 le sia «assegnata». Non è chiaro se in proprietà o semplicemente in uso. Comunque sia, dandosi un’abitazione familiare in proprietà di un coniuge, dopo il divorzio l’art. 121 cpv. 3 CC prevede unicamente la possibilità di attribuire all’altro coniuge – contro indennizzo – un diritto d’abitazione, per altro di durata limitata. Il legislatore ha scientemente rinunciato invece a prevedere un trasferimento di proprietà (Gloor in: Basler Kommentar, ZGB I, 4a edizione, n. 1 ad art. 121). L’art. 205 cpv. 2 CC, che autorizza l’attribuzione di un bene a un coniuge dietro compenso all’altro coniuge, si applica unicamente a beni in comproprietà o in proprietà comune (Gloor, op. cit., n. 12 ad art. 121 CC; Hausheer/Aebi-Müller in: Basler Kommentar, op. cit., n. 10 ad art. 205 CC; Steinauer in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 16 ad art. 205). La particella n. 001 è pacificamente in proprietà esclusiva del marito. La possibilità di assegnare tale fondo dopo il divorzio in proprietà esclusiva alla moglie non entra così in considerazione.

d)  In subordine la convenuta sollecita un diritto d’abitazione di almeno due anni dietro versamento di fr. 500.– mensili. Come si è appena visto, l’art. 121 cpv. 3 CC stabilisce che qualora l’abitazione familiare appartenga a uno dei coniugi, il giudice può attribuire all’altro coniuge un diritto d’abitazione per una durata limitata e contro adeguata indennità o computazione sul contributo di mantenimento «quando lo giustifichino la presenza di figli o altri gravi motivi» (art. 121 cpv. 1 CC). Spetta al giudice verificare quest’ultima condizione, tenendo conto di tutte le circostanze del caso e ponderando i contrapposti interessi (Gloor, op. cit., n. 13 ad art. 121 CC; Scyboz in: Commentaire romand, op. cit., n. 12 ad art. 121 CC). In concreto le parti non hanno figli comuni, né la convenuta, pensionata dal 2008, può valersi di ragioni professionali, avendo cessato da tempo di custodire bambini. Essa neppure adombra, del resto, motivi di salute (cfr. Gloor, op. cit., n. 13 e 5 ad art. 121; Scyboz, loc. cit.). Invoca il suo attaccamento al paese e alla casa, così come paventa le presumibili difficoltà dovute all’esigenza di integrarsi altrove. Ragioni di carattere affettivo possono anche essere di rilievo (Scyboz, loc. cit., rimandi alla nota 24). Il marito oppone tuttavia che la moglie non si è mai inserita nell’ambiente locale e che in paese si fa vedere di rado, mentre lui è fortemente legato al luogo d’origine, dove ha esercitato cariche pubbliche e associative, dove ha voluto tornare dopo gli anni di lavoro trascorsi nella Svizzera tedesca, dove ha costruito l’abitazione, dove esercita tuttora un’attività agricola e ha continuato a vivere, quantunque il giudice a protezione dell’unione coniugale l’abbia obbligato a uscire di casa, costringendolo a locare nei mesi invernali un rustico della sorella e a occuparne d’estate uno di sua proprietà sui monti.

Non si disconosce che per la convenuta può essere penoso lasciare l’abitazione familiare in cui ha vissuto per più di un trentennio. Mal si intravede, tuttavia, come il fatto di procrastinare di due anni il trasferimento possa giovarle. Se mai con l’avanzare dell’età l’impegno di un trasloco sarebbe più gravoso. A parte il fatto poi che non risulta oggettivamente impossibile per lei sistemarsi altrove in paese (ha avuto sei anni, dopo avere consentito al divorzio il 12 ottobre 2007, per trovare un altro alloggio), come ha sottolineato il Pretore anche il marito è fortemente radicato – e per di più da sempre – al paese stesso, dove continua a esercitare un’attività agricola per la quale necessita degli attrezzi depositati finanche nell’abitazione familiare. Contrariamente a quanto sostiene la convenuta, inoltre, il marito non consta disporre di una sistemazione logistica alternativa comparabile all’alloggio coniugale. In circostanze del genere non si riscontrano pertanto gravi motivi – o per lo meno interessi preponderanti – che giustifichino un diritto d’abitazione in favore dell’appellante nella casa che appartiene al marito.                                      
[…]

7.  […] h)  Rimane da esaminare se il marito sia in grado di versare alla convenuta l’indennità [fondata sull’art. 124 cpv. 1 CC] e in che modo. Ora, un versamento di fr. 241 407.70 in capitale non può equamente essergli imposto, già per il fatto che il marito non ha liquidità sufficiente. Certo, egli potrebbe realizzare i propri immobili e cedere la propria spettanza nella successione materna, ma ciò richiederebbe tempo e lo priverebbe di un alloggio (la casa costruita sulla particella n. 001) a un costo particolarmente modico. Quanto all’alternativa di un pagamento rateale, la soluzione appare impraticabile, la scarsa liquidità del debitore implicando centinaia di scadenze mensili, con tutti gli inconvenienti e i rischi che deriverebbero alla creditrice.

 

In circostanze del genere non resta che far capo alla possibilità – sussidiaria – di una rendita (Pichonnaz in: Commentaire romand, op. cit., n. 65 ad art. 124 CC). A tal fine bisogna dipartirsi dall’ammontare dell’indennità adeguata (nel senso dell’art. 124 cpv. 1 CC), che va convertita in rendita secondo i coefficienti della tavola n. 1 pubblicata da Stauffer/Schaetzle (Pichonnaz, op. cit., n. 68 e 69 ad art. 124 CC). Il marito reputa applicabile il coefficiente 14.04 riferito a una donna di 70 anni. Se non che, il pagamento della rendita si estingue alla morte del debitore. La capitalizzazione deve avvenire pertanto secondo il coefficiente applicabile al marito, ossia a un uomo di 64 anni (esempio di calcolo in: Baumann/Lauterburg, FamKom Scheidung, 2a edizione, n. 77 ad art. 124 CC). Dipartendosi da un capitale di fr. 241 407.70, suddiviso per il coefficiente 13.65 (Stauffer/Schaetzle, Tables de capitalisation, 5a edizione, tavola n. 1), si ottiene una rendita annua di fr. 17 685.55, pari a fr. 1475.– mensili (arrotondati). Si tratta di una somma che con la propria disponibilità di fr. 1680.– mensili egli è senz’altro in grado di corrispondere. Di per sé inoltre la rendita andrebbe ancorata all’indice nazionale dei prezzi al consumo, ma i redditi di lui non sono – né saranno – necessariamente adeguati al rincaro. Si giustifica così di prevedere un adeguamento limitato alla misura in cui seguiranno l’evoluzione dei prezzi al consumo anche le rendite del debitore. In parziale accoglimento dell’appello, la sentenza impugnata va perciò modificata di conseguenza.