10c Art. 310 segg., 445 CC; 2 cpv. 1a e cpv. 2a, 11, 27 cpv. 2 OAMin

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2015 (III. Diritto di famiglia)

Revoca del collocamento presso una famiglia affidataria – presupposti del «ricovero conveniente» – modifica delle circostanze – competenze per la revoca dell’autorizza­zio­ne quale famiglia affidataria ai sensi dell’OAMin

La privazione della custodia parentale consiste nel togliere ai genitori il diritto di determinare il luogo di residenza e le modalità di cura del figlio, e a collocare in modo adeguato il minorenne presso terzi o un istituto. La titolarità di tale diritto passa all’Autorità di protezione, che determina il luogo di dimora del minore. Esso deve essere «conveniente», ovvero corrispondente alla sua personalità e ai suoi bisogni. La modifica delle circostanze comporta l’adattamento delle misure di protezione alla nuova situazione. Il collocamento di un minore presso una famiglia affidataria presuppone che i genitori affilianti abbiano ricevuto un’auto­rizzazione in tal senso dall’autorità competente; in caso di revoca del­l’autorizzazione, il collocamento presso la suddetta famiglia non è più possibile. La competenza di autorizzare gli affidamenti famigliari ai sensi della legislazione federale è conferita all’Ufficio dell’Aiuto e della protezione (UAP), mentre la revoca di tali autorizzazioni compete al Dipartimento della sanità e della socialità (DSS).

CDP 27.3.2015 N. 9.2014.200-201 (ricorso in materia civile dichiarato inammissibile dal Tribunale federale con sentenza 5A_362/2015 dell’8 maggio 2015)

6.  Ai sensi dell’art. 445 CC, l’autorità di protezione degli adulti prende, ad istanza di una persona che partecipa al procedimento o d’ufficio, tutti i provvedimenti cautelari necessari per la durata del procedimento; può in particolare ordinare a titolo cautelare una misura di protezione degli adulti (cpv. 1); in caso di particolare urgenza, l’autorità di protezione degli adulti può immediatamente prendere provvedimenti cautelari senza sentire le persone che partecipano al procedimento; nel contempo dà loro l’opportunità di presentare osservazioni; in seguito prende una nuova decisione (cpv. 2).

6.1.  Giusta l’art. 307 cpv. 1 CC, se il bene del figlio è minacciato e i genitori non vi rimediano o non sono in grado di rimediarvi, l’autorità di protezione ordina le misure opportune per la protezione del figlio.

L’art. 310 cpv. 1 CC prevede che quando il figlio non possa essere altrimenti sottratto al pericolo, l’autorità tutoria deve toglierlo alla custodia dei genitori, o dei terzi presso cui si trova, e ricoverarlo convenientemente.     
Nell’accezione di «pericolo» rientra tutto quanto è suscettibile di pregiudicare lo sviluppo fisico, intellettuale e morale del figlio sotto l’autorità parentale dei genitori (Breitschmid, BSK ZGB I, 4a ed. 2010, ad art. 310 CC n. 3; Hegnauer, Grundriss des Kindesrechts, 5a ed. 1999, n. 27.36 pag. 214; Meier/Stettler, Droit de filiation, 5a ed. 2014, n. 1298 pag. 850; STF del 1° luglio 2002, inc. 5C.117/2002, consid. 3.1). Le cause della messa in pericolo sono ininfluenti (circostanze oggettive, colpa del minore, dei genitori o dell’entourage familiare): la misura non è una sanzione nei confronti dei genitori ma persegue quale unico scopo la tutela del bene del minore (Breitschmid, BSK ZGB I, ad art. 310 CC n. 3, Meier/Stettler, Droit de filiation, n. 1296 pag. 850; STF del 21 giugno 2012, inc. 5A_335/2012, consid. 3.1; STF del 1° luglio 2002, inc. 5C.117/2002, consid. 3.1; STF del 12 marzo 2012, inc. 5A_701/2011, consid. 4.2.1).

6.2.  I «terzi» presso cui il minore si trova ai sensi dell’art. 310 cpv. 1 CC sono le persone a cui i genitori hanno affidato il figlio volontariamente (e non per effetto di una decisione dell’autorità): anche nel caso in cui il minore è tolto alla custodia di terzi, il provvedimento colpisce infatti i genitori, che non hanno saputo o potuto scegliere un luogo di collocamento adatto a salvaguardare gli interessi del minore (Meier/Stettler, Droit de filiation, n. 1298 pag. 853; Meier, CR CC I, 2010, ad art. 310 CC n. 22; v. anche STF del 30 giugno 2014, inc. 5A_378/2014, consid. 4.2).     
Il diritto di custodia (droit de garde, rechtliche Obhut) comprende infatti il diritto di determinare il luogo di dimora e le modalità relative alla cura del figlio e appartiene ai genitori (eventualmente al tutore del minore), essendo una componente dell’autorità parentale (DTF 128 III 9 consid. 4a; Breitschmid, BSK ZGB I, ad art. 310 CC n. 1; Meier, CR CC I, 2010, ad art. 310 CC n. 1). Dall’entrata in vigore della revisione del diritto sull’autorità parentale, il 1° luglio 2014, tale nozione è stata sostituita dal termine, più preciso, di «diritto di determinare il luogo di dimora del figlio» (droit de déterminer le lieu de résidence, Aufenthaltsbestimmungsrechts; cfr. titolo marginale dell’art. 310 CC e Meier/Stettler, Droit de filiation, n. 1291 pag. 847).

6.3.  La misura di privazione della custodia parentale consiste dunque nel togliere ai genitori il diritto di determinare il luogo di residenza e le modalità di cura del figlio, e a collocare in modo adeguato il minorenne presso terzi o un istituto (Meier/Stettler, Droit de filiation, n. 1291-1292 pag. 847). Nel caso i genitori vengano privati di tale diritto, la sua titolarità passa all’Autorità di protezione, che decidendone il collocamento, determina quindi il luogo di dimora del minore (DTF 128 III 9, consid. 4a; Breitschmid, BSK ZGB I, ad art. 310 CC n. 6; Meier, CR CC I, 2010, ad art. 310 n. 7; sentenza ICCA del 30 dicembre 2008, inc. 11.2008.28, consid. 9d). Tale collocamento deve essere, secondo la norma, «conveniente» (approprié; angemessen): esso deve dunque corrispondente alla personalità e ai bisogni del minore (Hegnauer, Grundriss des Kindesrechts, n. 27.41 pag. 215; Breitschmid, BSK ZGB I, ad art. 310 CC n. 9; sentenza CDP del 30 luglio 2014, inc. 9.2014.76, consid. 5). I criteri da prendere in considerazione sono in particolare l’età del bambino, la sua personalità, i suoi bisogni educativi o, più in generale, i bisogni relativi alla sua presa a carico, la stabilità e la continuità del suo ambiente di vita, l’opinione dei genitori, e le relazioni di prossimità del bambino (v. più diffusamente, Meier, CR CC I, 2010, ad art. 310 n. 22; v. anche Sentenza ICCA del 30 dicembre 2008, inc. 11.2008.28, consid. 5). Decidendo il collocamento del minore, l’Autorità di protezione non trasferisce il diritto di custodia – di cui rimane titolare – ma unicamente la custodia di fatto del minore (faktische Obhut, garde de fait; cfr. DTF 128 III 9 consid. 4a e il commento di Stettler, Garde de fait et droit de garde, in ZVW 2002, pag. 236 e seg.; Vez, CR CC I, 2010, ad art. 300 n. 1). Tale nozione comprende la cura quotidiana del figlio e l’esercizio dei diritti e dei doveri legati a tali cure e all’educazione quotidiana (per una distinzione schematica fra i concetti e una comparazione della terminologia prima e dopo il 1° luglio 2014, si rinvia alla tavola sinottica dell’Ufficio federale di giustizia denominata «Autorità parentale, custodia e cura del figlio», cfr. https://www.bj.admin.ch/bj/it/home/gesell­schaft/gesetzgebung/archiv/elterlichesorge.html, consultato il 27 marzo 2015).

6.4.  Qualora il collocamento del minore non risulti più confacente alla personalità e ai bisogni del minore, l’Autorità di protezione dovrà modificare la sua decisione in applicazione dell’art. 313 CC, secondo cui la modifica delle circostanze comporta l’adattamento delle misure di protezione alla nuova situazione (Breitschmid, BSK ZGB I, ad art. 310 CC n. 9; Meier, CR CC I, 2010, ad art. 310 n. 22). Non entra invece in considerazione un’ulteriore decisione di ritiro della custodia parentale (rectius: di ritiro del diritto di determinare il luogo di dimora del figlio) ai sensi dell’art. 310 cpv. 1 CC, nella misura in cui, come visto, tale diritto è rimasto all’Autorità di protezione e non è stato delegato ai terzi presso cui il minore è collocato per decisione dell’autorità (detentori di una semplice custodia di fatto).

7.  Le argomentazioni dei reclamanti, nella misura in cui si riferiscono alla «revoca della custodia», non sono pertinenti. Come indicato al considerando precedente, la revoca della custodia colpisce unicamente i genitori; in caso di collocamento del minore presso una famiglia affidataria, il diritto di custodia rimane nelle mani dell’Autorità di protezione e non viene trasferito alla famiglia affidataria. La revoca del collocamento non presuppone dunque l’adempimento dei requisiti per la revoca della custodia parentale (ovvero, l’accertamento di una situazione di pericolo) in quanto la famiglia affidataria è «solo» titolare di una custodia di fatto del minore. Una modifica del collocamento può dunque avvenire anche in assenza di una situazione di pericolo, già soltanto quando in ragione di un cambiamento di circostanze tale collocamento non risulti più «con­veniente», ovvero adeguato ai bisogni del minore. La decisione impugnata deve dunque essere esaminata unicamente dal profilo dell’adeguatezza del collocamento presso la famiglia B.

8.  Come già indicato, a sostegno della sua decisione l’Autorità di protezione ha giudicato «fondamentale» (risoluzione impugnata, pag. 3) che la comunicazione del cambio di affido, operata dall’UAP, trovasse una concretizzazione nei fatti. Ciò alfine di non destabilizzare X. e la sua capacità di riconoscere nell’adulto una funzione di protezione, accudimento ed educazione.   
Tale motivazione è priva di consistenza. Qualsiasi decisione dell’Autorità di protezione deve poggiare su una base legale ed essere adottata solo dopo una verifica (pur sommaria, in caso di urgenza) dei presupposti necessari. Un cambio di affido famigliare – che, nel caso concreto, perdurava dal 2010 – può essere ordinato dall’Autorità di protezione solo laddove ne siano dati i presupposti, dal cui esame tale Autorità non può prescindere. Una decisione del genere può dunque essere adottata dall’Autorità di protezione solo dopo aver verificato se l’affido in questione non appare più «conveniente» ai sensi delle norme che è chiamata ad applicare (art. 310 cpv. 1 CC in combinazione con art. 313 CC) e sulla necessità di mettere in atto tale cambiamento in via urgente (art. 445 CC). Nel suo esame, l’Autorità di protezione ha un ampio potere di apprezzamento e non è tenuta a ratificare quanto riferito da un’altra autorità (in caso, l’UAP), unicamente perché ai diretti interessati è già stata data una comunicazione in tal senso.          
Su questo punto, le critiche degli insorgenti sono pertanto condivisibili.

9.  Il fatto che l’autorizzazione concessa ai signori B. quale famiglia affidataria sia stata revocata ha invece un’incidenza rilevante sulla decisione dell’Autorità di protezione riguardante il cambio di affido, tale autorizzazione essendo un presupposto fondamentale per il collocamento di un minorenne.

9.1.  Giusta l’art. 316 cpv. 1 CC, l’affiliante abbisogna di un’autorizzazione dell’autorità di protezione dei minori o di un altro ufficio del suo domicilio designato dal diritto cantonale e soggiace alla loro vigilanza.          
Le condizioni per l’autorizzazione sono contenute nell’Ordinanza sull’accogli­men­to di minori a scopo di affiliazione (Ordinanza sull’affiliazione, OAMin), che prevede quale criterio di giudizio preminente nella decisione sulla concessione o la revoca di un’autorizzazione il bene del minore (art. 1a cpv. 1 OAMin). L’autorizzazione può essere rilasciata soltanto se i genitori affilianti e i loro conviventi, per la loro personalità, salute e idoneità a educare l’affiliato, come pure per le condizioni d’abitazione, offrono garanzia per la cura, l’educazione e la formazione dell’affiliato e se non è messo in pericolo il bene degli altri figli che vivono nella famiglia affiliante (art. 5 cpv. 1 OAMin); essa deve essere rilasciata prima di accogliere l’affiliato (art. 8 cpv. 1 OAMin).

Giusta l’art. 11 OAMin, ove deficienze o difficoltà non possano essere eliminate neppure in collaborazione con il rappresentante legale o con chi ha provveduto al collocamento e appaiano inutili altri provvedimenti, l’autorità revoca l’au­to­rizzazione e invita il rappresentante legale o chi ha provveduto al collocamento a collocare il minore altrove, entro un termine ragionevole (cpv. 1); se tale invito risulta vano, l’autorità ne informa l’autorità di protezione dei minori del domicilio e, se del caso, del luogo di dimora del minore (cpv. 2). Se vi è pericolo nel ritardo, l’autorità ritira subito il minore, informandone l’autorità di protezione dei minori, e lo colloca temporaneamente altrove (cpv. 3).

Il Canton Ticino si è avvalso della facoltà, prevista dall’ordinanza, di affidare tali compiti ad altre autorità anziché all’Autorità di protezione (v. art. 2 cpv. 1 a e cpv. 2 a OAMin). 
Sulla base della delega di competenza di cui all’art. 22 della Legge sul sostegno alle attività delle famiglie e di protezione dei minorenni (Legge per le famiglie), il Consiglio di Stato ha emanato il Regolamento della Legge per le famiglie, nel quale ha disciplinato i requisiti e la procedura per l’ottenimento dell’autorizza­zio­ne quale famiglia affidataria.           
Nel suddetto regolamento, la competenza di autorizzare gli affidamenti famigliari ai sensi della legislazione federale è stata conferita all’UAP (art. 3 lett. a del Regolamento), mentre la competenza per la revoca di tali autorizzazioni è stata attribuita al Dipartimento della sanità e della socialità (DSS; art. 1 cpv. 2 a del Regolamento). Che quest’ultima competenza sia stata affidata al DSS, e non all’UAP, emerge chiaramente anche dall’art. 64 cpv. 1 del Regolamento, secondo cui, in caso di deficienze o difficoltà, o se la prosecuzione dell’affidamento non corrisponde più all’interesse del minorenne, il Dipartimento procede secondo il già citato art. 11 OAMin (concernente la revoca dell’autorizzazione). La norma prevede pure che, laddove appaia necessaria l’adozione di misure di protezione ai sensi del CC dei minorenni in affidamento a terzi, l’UAP debba segnalare tempestivamente la situazione all’autorità di protezione competente (art. 64 cpv. 2 del Regolamento).      
Ai sensi dell’art. 27 cpv. 2 OAMin, se le competenze dell’autorità sono state affidate ad altri uffici, il ricorso contro le decisioni è retto dal diritto cantonale.       
La Legge per le famiglie prevede che le decisioni del Dipartimento possono essere impugnate dinnanzi al Consiglio di Stato (art. 44 cpv. 1); contro le decisioni del Consiglio di Stato in materia di autorizzazione ad accogliere minorenni in affidamento famigliare ai sensi dell’OAMin così come contro le decisioni di revoca di queste autorizzazioni è dato ricorso alla Camera civile del Tribunale di appello, ossia, dal 1° gennaio 2013, alla Camera di protezione (cfr. art. 48 lett. f n. 5 LOG); è applicabile la LPAmm (art. 45 cpv. 1 e 2 Legge per le famiglie).

9.2.  Come visto, ai sensi dell’art. 316 cpv. 1 CC il collocamento di un minore presso una famiglia affidataria presuppone che i genitori affilianti abbiano ricevuto un’autorizzazione in tal senso dall’autorità competente (che, come detto, nel Canton Ticino non è l’Autorità di protezione). Nel caso in cui alla famiglia affidataria venga revocata l’autorizzazione da parte dell’autorità competente, il collocamento presso la suddetta famiglia non è più possibile e l’Autorità di protezione non può che collocare il minore altrove.

Nella fattispecie, va rilevato che l’UAP, nel suo rapporto 24/26 settembre 2014, sostiene che «quale autorità cantonale incaricata dell’applicazione dell’Or­di­nanza federale sull’affidamento di minore (OAMin)», l’Ufficio «si ritrova nella posizione di dover revocare ai signori B. l’autorizzazione a suo tempo rilasciata per l’accoglimento della minore X.», chiedendo all’Autorità di protezione di modificare il collocamento nel senso da loro richiesto (pag. 4).         
In realtà, come visto sopra, le norme pertinenti attribuiscono la competenza per la revoca dell’autorizzazione non all’UAP bensì al DSS (v. i menzionati art. 1 cpv. 2 a e 64 cpv. 1 del Regolamento della Legge per le famiglie, combinati con l’art. 11 OAMin). Per quanto inabituale, la diversa attribuzione di competenze per la concessione dell’autorizzazione e la revoca della stessa – demandata all’autorità gerarchicamente superiore – si spiega in ragione della gravità del provvedimento, che incide in maniera pesante nelle vite sia dei minori affidati, sia degli affilianti stessi, come del resto il caso qui in esame ben testimonia.          
Non risulta quindi corretto, dal profilo procedurale, che nel caso concreto l’UAP si sia definita come autorità competente in merito e abbia comunicato all’Au­torità di protezione di voler decidere la revoca dell’autorizzazione dell’affido.

Ma vi è di più. La preannunciata decisione di revoca infatti, oltre a non essere stata emanata prima della decisione supercautelare dell’Autorità di protezione, non lo è stata nemmeno successivamente. L’UAP infatti, nonostante quanto anticipato sia alle parti che all’Autorità di protezione, non ha dato seguito a questa comunicazione e non si è mai pronunciata sulla questione con una decisione formale e motivata, munita dell’indicazione dei rimedi giuridici. Dopo il suddetto rapporto, che ha di fatto provocato la risoluzione dell’Autorità di protezione, gettando le basi per la modifica del collocamento di X., l’UAP si è limitata a comunicare alla famiglia affidataria che riteneva «automaticamente decaduta» l’autorizzazione concessa ai reclamanti, in quanto «l’affidamento presso la vostra famiglia non sussiste più» vista la risoluzione dell’Autorità di protezione (lettera UAP del 17 novembre 2014). Risoluzione che, però, l’Autorità di protezione ha adottato partendo dal presupposto che l’UAP avrebbe poi formalizzato la decisione di revoca dell’autorizzazione alla famiglia B.   
Tale modo di agire non può essere tutelato poiché priva, di fatto, la famiglia affidataria delle vie di ricorso di cui ai combinati art. 27 cpv. 2 OAMin e 45 cpv. 1 della Legge per le famiglie.

9.3.  Va inoltre sottolineato che il contenuto stesso del rapporto dell’UAP poteva legittimamente suscitare delle perplessità. Le motivazioni dell’UAP a sostegno della revoca dell’autorizzazione quale famiglia affidataria si fondano su due tipi di considerazioni, una di carattere «psicologico» e una di tipo «legislativo».

L’UAP definisce insufficiente la collaborazione con la rete da parte della famiglia affidataria in questione, «qualità per noi fondamentale per il buon funzionamento dell’affido» (rapporto, pag. 1). Pertanto, «la ragione d’ordine legislativo» («che ci pare altrettanto importante» rispetto a quella d’ordine psicologico), «entrerà in vigore nei prossimi mesi in applicazione alle modifiche dell’or­dinanza federale sull’affidamento (OAMin), con cui si chiederà un più importante coinvolgimento e collaborazione da parte delle famiglie affidatarie nella vigilanza dell’affido di competenza del nostro Ufficio, questione improponibile visto l’agire solitario della coppia B.» (cfr. rapporto, pag. 2).    
A tal proposito occorre sottolineare che, al momento della stesura del rapporto dell’UAP, non risultava esservi alcuna prospettata implementazione di nuove norme dell’OAMin, ordinanza che è stata oggetto di una revisione parziale entrata in vigore il 1° gennaio 2013. Imminenti cambiamenti della OAMin, che implichino un’accresciuta collaborazione da parte delle famiglie affidatarie, non risultano esservi, al di là di quanto già entrato in vigore da più di due anni. Il rapporto vi accenna peraltro solo in maniera generica, rendendo impossibile comprendere esattamente a quale presunta novella legislativa si riferisca, oltre che valutare la proponibilità di una sua applicazione anticipata, ancor prima della sua entrata in vigore. La motivazione «d’ordine legislativo» per la revoca del­l’autorizzazione risulta dunque infondata.

Per quanto riguarda poi la ragione d’ordine psicologico («che ha determinato più di tutto la nostra decisione»), evocata dall’UAP nel suo rapporto per porre fine all’affidamento, occorre rilevare quanto segue. L’UAP cita in primo luogo la lettera del dr. med. D. del 26 giugno 2014, secondo cui «X. vivrebbe in un ambiente disarmonico e che questo non aiuterebbe la stessa a sentirsi al sicuro, una bambina approvata e con la garanzia di crescere con adeguate opportunità di sviluppo» (rapporto UAP, pag. 2). Ora, come spiegato dallo stesso dr. med. D. con e-mail del 5 ottobre 2014 (doc. C allegato al reclamo dei signori B.), utilizzando l’aggettivo «disarmonico» il pediatra si riferiva all’intero contesto in cui era inserita X. («uno sviluppo ed un ambiente disarmonici» in considerazione di «tutte le figure ambientali, sociali e professionali coinvolte») e non alla famiglia affidataria. Il pediatra aveva già evocato il «profilo disarmonico» di X. in una sua precedente presa di posizione (cfr. lettera 16 giugno 2013 allegata allo scritto del 7 agosto 2013 della curatrice). 
Ci si chiede peraltro come il medico – che nel suo scritto affermava di non essere il pediatra curante della bambina – avrebbe potuto emettere un giudizio in merito all’idoneità famigliare dei signori B., avendo egli visitato la minore in due sole occasioni e non per valutarne l’inserimento ambientale ma «con l’in­tento di raccogliere indicazioni in merito allo stato di salute e allo sviluppo psicomotorio» della minore (cfr. lettera 26 giugno 2014).      
Il pediatra ha precisato quanto sopra anche all’Autorità di protezione, con scritto del 7 dicembre 2014, evocando «l’aumentata variabilità a livello di gestione esterna (stile educativo, modo di rapportarsi ecc.)» cui è confrontato ogni minore in affido, «dato che vi è un aumentato numero di persone di riferimento primarie coinvolte (caregiver)»; in questo senso andava dunque interpretato il suo precedente scritto, senza invece riferirsi «ad una possibile disarmonia in seno alla famiglia B. o a quella biologica». Anche a questo riguardo le critiche degli insorgenti al rapporto dell’UAP sono pertanto condivisibili.

9.4.  In considerazione di quanto esposto, questa Camera ritiene che la decisione dell’Autorità di protezione di revocare inaudita parte il collocamento di X. presso la famiglia B. sia stata precipitosa, in quanto le lacune del rapporto del­l’UAP – sia formali che di sostanza – avrebbero meritato un maggiore approfondimento prima di darvi seguito.

Considerato poi che il rapporto in questione non motivava in alcun modo la tempistica strettissima con cui l’UAP aveva previsto di mettere in atto lo spostamento di X. (si ricorda che l’art. 11 cpv. 3 OAMin dà la facoltà all’autorità di ritirare subito il minore, informandone l’Autorità di protezione, a condizione che vi sia pericolo nel ritardo), l’Autorità di protezione non doveva sentirsi tenuta a ratificare queste modalità, che lei stessa aveva percepito come inopportune («sarebbe tuttavia apparso opportuno poter procedere al collocamento richiesto previa ordinaria procedura che garantisce il diritto di essere sentito», cfr. decisione supercautelare del 26 settembre 2014, pag. 2), convocando piuttosto con urgenza un’udienza di discussione.

Ad analoga conclusione si giunge anche volendo considerare il rapporto del­l’UAP del 24/26 settembre 2014 come una segnalazione all’Autorità di protezione a norma dell’art. 64 cpv. 2 del Regolamento della legge per le famiglie, alfine di chiedere l’adozione di misure di protezione in favore di X. Sulla base del solo contenuto del rapporto, da cui non trapelava alcun rischio imminente per la minore né altro tipo di «particolare urgenza» ai sensi dell’art. 445 cpv. 2 CC, lo spostamento immediato della medesima (già organizzato nei dettagli dal­l’UAP con una tempistica molto serrata) costituiva senz’altro un provvedimento affrettato e sproporzionato.

L’argomento secondo cui «per preservare la salute psicofisica di X. è necessario garantire alla minore dei bisogni identificati come irrinunciabili. In particolare X. deve sentirsi protetta e accudita, ciò che nella sua fragilità, si traduce con uno scorrere della vita particolarmente lineare e prevedibile, senza sorprese» – motivazione tratta dalla decisione impugnata, parafrasando il parere del 26 giugno 2014 del dr. med. D., pag. 3 – giustificava semmai una maggior prudenza nel procedere all’interruzione improvvisa dell’affido quasi quinquennale di X. ai B., in un’ottica di protezione della minore e in assenza di circostanze gravi, piuttosto che la conferma della decisione supercautelare che, di fatto, ha reciso in maniera netta quanto di lineare e prevedibile vi era nello scorrere della vita di X. Anche da questo profilo, non si può che condividere la posizione degli insorgenti.

10.  La fondatezza delle critiche dei reclamanti e le considerazioni di cui sopra non conducono ad ogni modo ad un annullamento della decisione impugnata che – pur sulla base di altre argomentazioni, rivelatesi in un secondo tempo – deve invece essere confermata in questa sede. Nella fattispecie sono infatti emerse delle circostanze che conducono a ritenere che il collocamento della minore presso la famiglia B. non possa più essere considerato adeguato, a prescindere dalla mancata revoca dell’autorizzazione quale famiglia affidataria. Il fatto che tali circostanze siano emerse successivamente alla decisione impugnata non è di ostacolo alla loro presa in considerazione in questa sede, dato il pieno potere di cognizione di questa Camera in materia di protezione dei minori, e non vigendo alcun divieto di nova.

10.1.  Va in effetti rilevato che dal rapporto stilato il 20 novembre 2014 dal Servizio Medico-Psicologico (SMP) (cfr. doc. C, reclamo A.B.) si apprende infatti che X. ha rivelato «spontaneamente ed in maniera autentica» ad una psicologa «di comportamenti OMISSIS nei suoi confronti», racconti da cui «emergono vissuti di tristezza e di disperazione» (rapporto 20 novembre 2014, pag. 2). In particolare, X. ha riferito quanto segue: «sai, la B.B. OMISSIS. Il papi no» (rapporto 20 novembre 2014, pag. 2). La bambina, che porta spesso con sé la sua bambola preferita, «fa deporre alla sua bambola tali avvenimenti cambiando il timbro di voce, come se fosse il giocattolo a parlare e non lei» (rapporto 20 novembre 2014, pag. 3).

Nel corso dell’incontro dell’11 dicembre 2014 con la nuova famiglia affidataria presso l’Autorità di protezione, la signora C. ha riferito che «X. in più di un’oc­casione ha espresso OMISSIS» (verbale, pag. 2). La signora C. ha riferito che «durante questi mesi di affidamento X. le ha raccontato molte cose che accadevano presso la famiglia precedente come ad esempio OMISSIS» (verbale, pag. 2).

Anche nel suo scritto del 12 dicembre 2014 l’UAP riferiva alcune frasi pronunciate da X. alla famiglia C., fra cui «OMISSIS» (segnalazione 12 dicembre 2014, pag. 3).

10.2.  Nel corso dell’udienza convocata dall’Autorità di protezione il 16 dicembre 2014 i signori B. hanno negato ogni addebito in relazione ai maltrattamenti riferiti dalla bambina. B.B. ha ipotizzato che tali affermazioni fossero frutto del condizionamento della madre naturale durante i diritti di visita, come era già avvenuto in passato (cfr. verbale, pag. 2: «in più di un’occasione X. le aveva detto ‹tu sei cattiva perché tutte le bionde sono cattive› o che ‹tu vuoi farmi del male› »). Simili atteggiamenti di X. dopo gli incontri con la madre naturale erano stati già portati all’attenzione dell’UAP in passato (cfr. anche rapporto del­l’UAP del 23 aprile 2013 all’Autorità di protezione, pag. 3, secondo cui la bambina al rientro dai diritti di visita con la madre «manifesta delle paure incontrollate che essi le possano fare del male, come ad esempio ‹buttarla sotto un’auto malgrado ci sono delle strisce pedonali› »). Il patrocinatore dei signori B. ha pure ipotizzato che tali frasi potrebbero essere una reazione alla rabbia di essersi sentita abbandonata dai genitori affidatari, in quanto l’avversione nei confronti di B.B. si è manifestata solo dopo il distacco da lei (lettera 8 gennaio 2015 all’Autorità di protezione, pag. 3).

 

10.3.  Alla luce di quanto sopra, occorre considerare che già solo il sospetto che quanto riferito da X. si sia effettivamente verificato presso la famiglia affidataria può giustificare l’interruzione del collocamento presso la famiglia B., in quanto non più «conveniente».        
Ma al di là della fondatezza o meno di tali esternazioni – a questo stadio non potendo essere escluso, come ipotizzato dagli insorgenti, che le stesse siano conseguenza dell’influenza della madre naturale, del brusco cambiamento di vita cui è stata esposta o piuttosto frutto della sua immaginazione – va preso atto che oggi X. manifesta dei sentimenti di disagio, di paura e di rifiuto nei confronti della precedente madre affidataria e nei confronti dell’eventualità di un suo ritorno a S. Le circostanze attuali conducono a ritenere che, soggettivamente, alla minore non possa più essere imposta la convivenza con B.B. Ad oggi, in considerazione del benessere della minore, un suo possibile ritorno presso la famiglia affidataria B. è dunque escluso.      
Per queste ragioni, pur diverse da quelle contenute nella motivazione della decisione impugnata, la revoca del collocamento presso la famiglia B. è da confermare in questa sede, in quanto non più «conveniente» ai sensi dell’art. 310 cpv. 1 CC, ed entrambi i reclami interposti contro il dispositivo n. 1 della risoluzione impugnata devono essere respinti.