33c Art. 533, 548 seg. CO

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2015 (III. Diritto di famiglia)

Società semplice – liquidazione dopo lo scioglimento del rapporto di concubinato

Stante il principio dell’unità della liquidazione della società, un socio, in assenza di particolari pattuizioni, può pretendere dall’altro metà del­l’eventuale avanzo (attivo) derivante dalla liquidazione di tutte le attività della società semplice, ossia, in concreto, del maggior valore risultante dall’edificazione della casa rimasta intestata al convenuto (costituente un cosiddetto conferimento «quoad usum»).        
La concessione in uso di locali destinati all’esercizio dell’attività sociale da parte di un socio, o di terzi per esso, è configurabile quale apporto. In assenza di esplicito accordo fra i soci, la società non deve pigione per l’apporto dei locali in uso; per cui nell’ambito della liquidazione il socio che li apportò ha diritto a riacquistarne il possesso, ma non può pretendere rimunerazione alcuna per l’uso.

 

II CCA 25.11.2013 N. 12.2011.199 (il TF ha respinto il 7.1.2015 il ricorso in materia civile 4A_21/2014)

1.  A.A. e B.B. hanno vissuto in concubinato dal 1995 al settembre 2006 e dalla loro unione è nata una figlia.

Nel 2001 B.B. aveva acquistato il fondo part. n. 001 RFD di Z., sul quale nel 2005/2006 era stata edificata, grazie al finanziamento concesso ad entrambi da … ed ai prelevamenti dal conto comune di risparmio frattanto aperto presso …, la casa nella quale essi avevano poi convissuto.     
In precedenza, nel 2000, egli aveva pure acquistato l’adiacente fondo part. n. 002, da lui poi rivenduto nel corso del 2005.       

2.  Con petizione 28 settembre 2007, avversata da B.B., A.A., ritenendo di poter vantare delle pretese dallo scioglimento della società semplice costituita a suo tempo con quest’ultimo al fine di edificare la casa sul fondo part. n. 001 e di alimentare il conto comune aperto a tal scopo presso …, lo ha convenuto in giudizio innanzi alla Pretura per ottenerne la condanna, con le comminatorie civili e penali degli art. 490 CPC/TI e 292 CP, al pagamento di una somma poi aumentata in replica da fr. 102 118.05 a fr. 132 118.05 oltre interessi al 5% dal 30 aprile 2007. Essa, in estrema sintesi, ha chiesto la restituzione del prezzo di vendita dell’automobile da lei conferito per l’acquisto del terreno (fr. 10 000.–) e del valore dei lavori di rifinitura interni ed esterni da lei effettuati nella casa (fr. 20 000.–), nonché la rifusione di metà dell’arricchimento di cui il convenuto aveva beneficiato a seguito dei versamenti effettuati dal conto comune da lei in parte alimentato (di fr. 20 000.– per l’acquisto del terreno e di fr. 140 536.15 per il pagamento delle fatture per la costruzione della casa e per l’acquisto di materiali e di mobili), di metà di un importo mutuato al datore di lavoro di entrambi  (di fr. 20 000.–), di metà del saldo rimasto sul conto comune (di fr. 20 000.–, poi mutuati ad un amico e restituiti solo al convenuto) e di metà del valore delle azioni acquistate sempre tramite quel conto (di fr. 3700.–).

3.  Esperita l’istruttoria di causa, le parti hanno inoltrato i loro rispettivi allegati conclusionali, con cui si sono sostanzialmente riconfermate nelle loro precedenti allegazioni e contestazioni.                                                                                            
A quel momento l’attrice ha tuttavia provveduto ad aumentare le sue richieste a fr. 144 500.– più interessi ed accessori: essa ha allora preteso la rifusione di metà degli investimenti effettuati dalle parti per l’acquisto del terreno e per l’edi­ficazione della casa (liquidità immessa di fr. 194 000.– e utile di fr. 55 000.– derivante dalla vendita dell’adiacente fondo part. n. 002), di metà dell’importo mutuato ad un amico e poi restituito solo al convenuto (di fr. 20 000.–) e del valore dei lavori di rifinitura interni ed esterni da lei effettuati nella casa (di fr. 20 000.–).

4.  Con sentenza 4 ottobre 2011, il Pretore, in parziale accoglimento della petizione, ha condannato il convenuto al pagamento di fr. 104 000.– oltre interessi al 5% dal 28 settembre 2007 (dispositivo n. 1) e ha dato atto che, nei rapporti interni tra le parti, questi era tenuto ad assumersi l’intero debito ipotecario che interessava il fondo part. n. 001 e tutti gli oneri ad esso connessi (dispositivo n. 1§).        
[…]

8.  Nel caso di specie il convenuto rimprovera innanzitutto al Pretore di aver ritenuto che tra le parti fosse venuta in essere una società semplice ai sensi del­l’art. 530 CO volta all’acquisto e alla successiva edificazione, tra l’altro tramite il conto comune aperto presso …, della casa sul fondo part. n. 001. La censura è chiaramente infondata. 
A sostegno di questa conclusione il giudice di prime cure aveva evidenziato, fondandosi sulle prove agli atti (ed in particolare sulla perizia giudiziaria, sulla testimonianza di … e sui doc. D1-D3, D11, D13-D14, D22-D23, D26-D33, D35-D36, D38, D42-D45, D49-D51), che l’operazione era stata effettuata da due persone che, già viventi in concubinato, intendevano costruire la loro casa comune; che il finanziamento bancario era stato concesso ad entrambe; che la rimanenza dell’investimento era stato attinto dal conto comune; che la licenza edilizia era stata concessa ad entrambi; che gran parte delle fatture relative all’edificazione e all’acquisto del mobilio erano state indirizzate ad entrambi o anche solo all’attrice; che quest’ultima aveva contribuito attivamente nel progetto, dando persino le necessarie indicazioni al progettista; e che soprattutto le risorse economiche rispettivamente la capacità finanziaria del convenuto non gli avrebbero permesso di far fronte da solo all’investimento.        
In tali circostanze non si vede proprio come il convenuto, che per altro non censura – se non in minima parte, come si dirà qui di seguito – questi accertamenti fattuali, possa sostenere che gli elementi menzionati dal Pretore non fossero sufficienti per ammettere l’esistenza di una società semplice finalizzata alla realizzazione della casa comune, e ciò per il solo fatto che la particella era in definitiva rimasta intestata a se stesso; tanto più che egli aveva ammesso che la sottoscrizione in comune dei contratti di finanziamento bancario s’inseriva proprio nel progetto di continuare la loro convivenza (interrogatorio formale ad 12). A fronte delle prove indicate dal giudice di prime cure, ed in particolare dalla perizia giudiziaria (pag. 13 segg.), non si può in ogni caso ritenere che il convenuto disponesse delle necessarie capacità finanziarie per effettuare l’edificazione, circostanza questa per la quale non ha offerto in questa sede alcuna prova, o che avesse utilizzato esclusivamente del capitale proprio per acquistare il fondo, dal doc. 10 e dalla testimonianza di … da lui offerte potendosi evincere unicamente che egli aveva versato a tale scopo un acconto di fr. 20 000.–.

9.  Ammesso con ciò che tra le parti era venuta in essere una società semplice volta alla realizzazione, tramite anche il già menzionato conto comune, della casa sul fondo part. n. 001, e che la stessa è venuta meno a seguito della cessazione della loro convivenza e l’avvenuta chiusura del conto, si tratta di esaminare se l’attrice possa far valere nei confronti del convenuto delle pretese a seguito della sua liquidazione.

9.1.  La liquidazione della società semplice avviene di principio nelle modalità descritte dagli art. 548 segg. CO. L’art. 549 cpv. 1 CO prevede in particolare che dopo la deduzione dei debiti sociali, il rimborso ai soci delle anticipazioni e delle spese nonché la restituzione delle quote conferite, l’avanzo deve essere ripartito tra loro come guadagno, ritenuto che giusta l’art. 533 cpv. 1 CO, in difetto di accordi contrari, tale guadagno va ripartito in parti uguali, senza riguardo all’ammontare della loro quota (II CCA 26 settembre 1994 inc. n. 93/94, 12 aprile 1996 inc. n. 12.95.253).

9.2.  Nel caso di specie, stante il principio dell’unità della liquidazione della società semplice (Staehelin, Basler Kommentar, 2a ed., n. 3 ad art. 548/549 CO; Hadschin/Vonzun, Zürcher Kommentar, n. 5 segg. ad art. 548-551 CO; DTF 116 II 318; TF 20 luglio 1999 4C.85/1999 consid. 4; Rep. 1975 pag. 289; II CCA 20 ottobre 1999 inc. n. 12.1999.161, 7 aprile 2000 inc. n. 12.1999.232, 29 novembre 2011 inc. n. 12.2009.227), l’attrice, in assenza di particolari pattuizioni, né asserite né tanto meno dimostrate, avrebbe pertanto potuto pretendere dal convenuto metà dell’eventuale avanzo (attivo) derivante dalla liquidazione di tutte le attività della società semplice, ossia, in concreto, del maggior valore risultante dall’edificazione della casa rimasta intestata al convenuto (costituente un cosiddetto conferimento «quoad usum», cfr. Staehelin, op. cit., n. 10 ad art. 548/549 CO; Hadschin/Vonzun, op. cit., n. 85 ad art. 531 CO e n. 180 ad art. 548-551 CO; Tercier/Favre, Les contrats spéciaux, 4a ed., n. 7748; TF 1° aprile 2003 4C.378/2002 consid. 4.2; II CCA 12 aprile 1996 inc. n. 12.95.253) e dal conto comune. Sennonché, negli allegati preliminari, essa non ha assolutamente proposto una tale impostazione, omettendo in particolare di esprimersi sul­l’eventuale maggior valore – mai quantificato – della casa (poco importando l’aspetto del suo finanziamento da lei invece sviluppato), che avrebbe poi dovuto essere sommato al maggior valore del conto comune, quest’ultimo sì effettivamente allegato. In sede conclusionale, essa ha invero cercato di ovviare a questa situazione, evidenziando tra l’altro che l’abitazione aveva un certo valore di mercato (di fr. 700 000.–), ben superiore a quello indicato dal perito giudiziario (di fr. 500 000.–, a cui andavano aggiunti altri fr. 12 000.– per l’arredo e l’elettronica). Tale modo di procedere non può tuttavia migliorare la sua posizione: quell’allegazione era in effetti irricevibile in ordine, essendo stata addotta per la prima volta, e con ciò tardivamente, solo a quel momento (art. 78 CPC/TI), tanto più che l’attrice allora nemmeno si era pronunciata sul maggior valore dell’immobile, non avendo menzionato il carico ipotecario che lo gravava. Stando così le cose, non avendo cioè l’attrice allegato tempestivamente tutte le circostanze rilevanti – che in ogni caso non sono quelle da lei evidenziate negli allegati preliminari e nemmeno quelle in seguito prese in considerazione dal Pretore nel querelato giudizio – atte a determinare l’eventuale utile derivante dallo scioglimento della società semplice da lei evocata, ogni sua pretesa creditoria in tal senso deve essere disattesa. Ciò vale evidentemente anche per i crediti relativi al maggior valore del conto comune, allegati per tempo, non potendosi ritenere, in considerazione delle carenze allegatorie di cui si è detto, se e in che misura dallo scioglimento della società semplice tra le parti fosse complessivamente risultato un utile.

9.3.  L’esito non sarebbe stato invero diverso nemmeno se, per ipotesi, fosse stato possibile soprassedere alla carenza di allegazione dell’attrice di cui si è appena detto, l’istruttoria di causa avendo in ogni caso permesso di escludere l’esistenza nella fattispecie di un utile di liquidazione. Il perito giudiziario, dalle cui conclusioni, logiche e convincenti, non vi è motivo di distanziarsi (Cocchi/ Trezzini, CPC-TI, m. 3, 4 e 6 ad art. 253), ha in effetti stabilito che la casa, specie in considerazione della «pregiudizievole situazione di tutto il comparto nel quale la proprietà si inserisce», aveva un valore di mercato di soli fr. 512 000.– (perizia pag. 7 e relativi allegati 2 e 3; cfr. pure l’allegato 1 al complemento peritale e la risposta all’ulteriore quesito di delucidazione, in cui quella sua valutazione è stata confermata nonostante le obiezioni sollevate dall’attrice per il fatto che in un’altra procedura tra altre parti un altro esperto giudiziario aveva attribuito a quella stessa casa un valore di fr. 900 000.– [cfr. doc. T pag. 11]). Ritenuto che l’immobile risulta pacificamente essere gravato da un debito ipotecario di fr. 575 000.– (due mutui a tasso fisso di fr. 300 000.– rispettivamente di fr. 275 000.–, cfr. doc. 12 e doc. rich. III°), l’operazione immobiliare ha pertanto originato una perdita di fr. 63 000.–, che non è stata compensata dal maggior valore, di fr. 20 000.–, che il conto comune, nel frattempo estinto, avrebbe dovuto avere se l’importo mutuato ad un amico non fosse stato restituito al solo convenuto.

10.  Il convenuto rimprovera infine al Pretore di aver giudicato ultra petita (ex art. 86 CPC/TI) nella misura in cui aveva dato atto in sentenza che egli doveva assumersi il debito ipotecario e tutti gli oneri connessi al fondo part. n. 001, quando la controparte mai aveva chiesto di accertare la sua responsabilità per quel debito. La censura dev’essere dichiarata irricevibile per mancanza di gravamen, cioè dell’interesse della parte a modificare, su questo punto, la decisione impugnata. Nell’appello (a pag. 7) il convenuto ha in effetti espressamente dato atto di non contestare la sua responsabilità personale per quel debito ipotecario. In tali circostanze, non si vede proprio per quale ragione il dispositivo pretorile in tal senso, ritenuto corretto nel merito dallo stesso convenuto, dovrebbe ora essere modificato, non essendo tutelabile una richiesta di annullamento basata solo su meri motivi formali (sul tema, cfr. ZPO-Rechtsmittel-Kunz, n. 46 segg. ed in particolare n. 48 e 51 seg. ad art. 308 segg. CPC).