5c Art. 123 cpv. 2 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto II-2016 (III. Diritto di famiglia)

Divorzio – divisione delle prestazioni d’uscita dal «secondo pilastro»

Riepilogo delle condizioni alle quali il giudice può rifiutare – in tutto o in parte – la vicendevole divisione delle prestazioni d’uscita.

I CCA 26.11.2015 N. 11.2013.99 (ricorso in materia civile del 14.1.2016 dichiarato inammissibile dal Tribunale federale con sentenza 5A_29/2016 del 20.1.2016)

5. Se un coniuge o ambedue i coniugi sono affiliati a un istituto di previdenza professionale e non è sopraggiunto alcun caso d’assicurazione, ognuno di loro ha diritto alla metà della prestazione d’uscita dell’altro calcolata per la durata del matrimonio secondo le disposizioni della legge federale sul libero passaggio (art. 122 cpv. 1 CC). Dandosi crediti reciproci, si divide la differenza fra questi due crediti (art. 122 cpv. 2 CC). La regola contempla tuttavia due eccezioni (e due soltanto: DTF 135 III 155 consid. 6.1 con rimandi).

a) Il giudice può rifiutare in tutto o in parte la divisione delle prestazioni d’uscita, in primo luogo, ove tale divisione «appaia manifestamente iniqua dal profilo della liquidazione del regime dei beni o della situazione economica dei coniugi dopo il divorzio» (art. 123 cpv. 2 CC). La deroga va applicata restrittivamente, il principio del riparto a metà non dovendo essere vanificato (DTF 136 III 453 consid. 4.4.1). Per rifiutare la divisione – in tutto o in parte – non basta dunque che tale divisione appaia «manifestamente iniqua»; essa deve apparire manifestamente iniqua «dal profilo della liquidazione del regime dei beni o della situazione economica dei coniugi dopo il divorzio». Tale potrebbe essere – ad esempio – il caso di una moglie che con il reddito della propria attività professionale ha finanziato gli studi del marito, dando a quest’ultimo la possibilità di costituirsi, per l’avvenire, una previdenza migliore della sua (FF 1996 I 114 in fondo; DTF 136 III 453 consid. 4.4.2). Non giustificano un rifiuto della divisione, per contro, circostanze o motivi che hanno portato al divorzio né l’eventuale comportamento contrario ai doveri del matrimonio tenuto da un coniuge (DTF 133 III 501 consid. 4.4 in principio).

b) Il giudice può rifiutare in tutto o in parte la vicendevole divisione delle prestazioni d’uscita, in secondo luogo, per manifesto abuso di diritto (art. 2 cpv. 2 CC; DTF 133 III 505 consid. 4.7). Simile ipotesi va ravvisata tuttavia con grande cautela (DTF 135 III 155 consid. 6.1 con rimandi di dottrina e giurisprudenza). Un manifesto abuso è dato soltanto in casi flagranti, per esempio ove il matrimonio sia di mera compiacenza oppure un coniuge non abbia mai inteso vivere in comunione domestica con l’altro (in spregio dell’art. 159 CC) o abbia perpetrato nei confronti dell’altro un grave reato, cagionando gravi lesioni personali (art. 125 cpv. 3 n. 3 CC per analogia). L’evenienza di un manifesto abuso fondato sulla commissione di un reato grave è accreditata finora dalla sola dottrina (v. DTF 133 III 501 consid. 4.4 con gli autori citati), la quale si ispira alle finalità dell’art. 477 n. 1 CC in materia di diseredazione e dell’art. 249 n. 1 CO in materia di ripetizione di beni donati. Un comportamento contrario ai doveri del matrimonio non basta invece per connotare un manifesto abuso di diritto idoneo a giustificare il rifiuto di suddividere – in tutto o in parte – le prestazioni d’uscita (DTF 133 III 506 in fondo).