10 Art. 66 Laf; 40 cpv. 2 Reg. Laf; 6 cpv. 2 Laps

Pubblicazione: 
Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2017 (III. Diritto di famiglia)

Diniego del diritto ad assegni integrativi – computo di alimenti ipotetici – esclusione dell’irrecuperabilità delle pretese di mantenimento

Nel calcolo dell’assegno integrativo a ragione sono stati computati alimenti ipotetici, in quanto l’assicurata non ha dichiarato le generalità del padre di sua figlia rinunciando così a introdurre l’azione di accertamento della paternità senza validi motivi.         
In primo luogo, l’assicurata non ha minimamente fatto valere una qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica sua e/o della figlia, né d’altra parte una qualsiasi situazione che potrebbe condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare

Diniego del diritto ad assegni integrativi – computo di alimenti ipotetici – esclusione dell’irrecuperabilità delle pretese di mantenimento
Nel calcolo dell’assegno integrativo a ragione sono stati computati alimenti ipotetici, in quanto l’assicurata non ha dichiarato le generalità del padre di sua figlia rinunciando così a introdurre l’azione di accertamento della paternità senza validi motivi.
In primo luogo, l’assicurata non ha minimamente fatto valere una qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica sua e/o della figlia, né d’altra parte una qualsiasi situazione che potrebbe condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare.
In secondo luogo, nemmeno possono entrare in considerazione, nel caso di specie, altre situazioni di una certa gravità, visto che la ricorrente ha sempre e soltanto asserito di non voler dichiarare le generalità del padre biologico di sua figlia alla luce della sua reazione alquanto negativa allorché ha saputo della gravidanza.
In concreto è, del resto, escluso che le pretese di mantenimento nei confronti del padre biologico possano essere considerate irrecuperabili. Non essendo noto il nome del padre biologico della bambina per volontà dell’insorgente, nemmeno ci si può chinare, infatti, sulla questione di un’eventuale irrecuperabilità degli alimenti.
TCA 29.9.2016 N. 39.2016.5
2.3.  […] L’art. 66 della Legge sugli assegni di famiglia corrisponde, nella sostanza, a quanto già previsto nella precedente legge agli art. 30d per l’assegno integrativo e 37d per l’assegno di prima infanzia (cfr. Consiglio di Stato, Messaggio n. 6078 del 27 maggio 2008 sulla Nuova legge sugli assegni di famiglia, pag. 58).
Queste ultime disposizioni erano state introdotte in occasione della prima revisione della LAF, entrata in vigore, per quel che concerne gli assegni integrativi e di prima infanzia, il 1° febbraio 2003.
Nel Messaggio n. 5189 del 18 dicembre 2001 sulla Prima revisione della legge sugli assegni di famiglia, il Consiglio di Stato si era così espresso:
«Dal punto di vista della politica sociale, il computo di una pensione alimentare ipotetica per il figlio è comunque giustificato.
È infatti ai genitori che deve competere, in prima linea, il mantenimento del figlio che essi hanno generato; lo Stato dovrebbe poter intervenire soltanto se, nonostante i genitori adempiano i loro doveri, vi è ancora un deficit di reddito.
Se quindi, la madre decide senza validi motivi – quindi senza assumersi le sue responsabilità di genitore – di sottacere il nominativo del padre, questo Consiglio di Stato reputa giustificato che lo Stato possa procedere al computo di una pensione alimentare ipotetica per il figlio. D’altronde non va disatteso che l’assegno familiare è una prestazione sociale in denaro, a sostegno degli oneri del figlio (AFI) e della famiglia intera (API) e che la legge considera genitore anche quello biologico.
La pensione alimentare ipotetica per il figlio dovrà essere computata soltanto a condizione che alla stessa la madre e/o il figlio abbiano ‹rinunciato› senza validi motivi. Con questo termine si intende, in particolare, qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità sia fisica che psichica della madre e/o del figlio, oppure ancora che potrebbe condizionare l’equilibrio di un’altra famiglia, gli esempi esposti non sono certo esaustivi: la Cassa cantonale per gli assegni familiari dovrà quindi esaminare ogni singolo caso e prendere una decisione ad hoc.
Considerato che in queste fattispecie, di regola, il nominativo del padre biologico non è conosciuto e non è, quindi, possibile esperire accertamenti per stabilirne la situazione economica, l’importo della pensione alimentare dovrà in ogni caso essere determinato in base a parametri standardizzati e corrisponderà al limite di reddito applicabile al primo figlio conformemente alla LAF.» (pag. 82-83).
Per completezza giova rilevare che con il Messaggio n. 7184 del 20 aprile 2016 relativo al pacchetto di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali il Consiglio di Stato ha proposto di adeguare l’art. 66 cpv. 1 Laf, nel senso d’introdurre come situazione che consente di computare nel calcolo dell’assegno una pensione alimentare ipotetica per il figlio, oltre alla rinuncia dell’introduzione dell’azione di accertamento della paternità senza giustificati motivi, pure la rinuncia a stipulare un contratto di mantenimento presso la competente Autorità regionale di protezione od il competente Giudice civile (cfr. pag. 27; 65).
Tale proposta è stata motivata come segue:
«(…)
Ciò allo scopo: 
• di chiarire, in termini generali, da un lato, che l’intervento sussidiario del Cantone rispetto agli obblighi di mantenimento dei genitori va salvaguardato non solo tramite l’accertamento di paternità ma anche mediante un calcolo economico che definisca i contributi alimentari sulla scorta delle reali capacità finanziarie del genitore tenuto al mantenimento; 
• dall’altro, in considerazione del nuovo art. 298a del Codice civile svizzero, in particolare il cpv. 2 cfr. 2 di detta normativa, di evitare che i genitori possano semplicemente accordarsi sul contributo alimentare senza alcuna valutazione dell’Autorità regionale di protezione quanto alla loro reale capacità finanziaria, a scapito dello Stato. (…)» (Messaggio n. 7184 pag. 27).
Il nuovo art. 66 Laf è stato approvato dal Gran Consiglio il 20 settembre 2016.
L’entrata in vigore dipenderà dall’eventuale lancio di un referendum o meno.
2.4.  Questa Corte si è espressa, in più occasioni, in merito al computo di alimenti ipotetici.
Nella sentenza 39.1999.27 del 12 aprile 2000, il TCA ha stabilito che, il fatto che la madre non si fosse avvalsa del diritto all’azione di paternità non configurava una rinuncia, anche se solo indiretta, a dei beni e che quindi non appariva giustificato computare nel calcolo dell’assegno integrativo e di prima infanzia degli alimenti a titolo ipotetico. La mancata collaborazione nell’accertamento della filiazione paterna da parte della madre era infatti dovuta a motivi estremamente gravi. Inoltre anche se si fosse voluto conteggiare tale reddito, difficilmente il padre avrebbe versato alcunché, poiché egli non voleva saperne del bambino, faticava a mantenere gli altri figli e per di più aveva minacciato l’assicurata, prospettandole la sottrazione del figlio, nell’ipotesi in cui avesse intentato una causa. L’avvio di una procedura avrebbe perciò potuto rivelarsi particolarmente gravoso e rischioso per il bambino e la madre.
Un’altra sentenza 39.2002.89-90 del 23 luglio 2003, massimata in RtiD I-2004 n. 60 pag. 197, concerne una madre che non aveva proceduto a richiedere, quale rappresentante legale di sua figlia, un contributo alimentare al padre naturale, in quanto, da un lato, il riconoscimento da parte di quest’ultimo che si trovava all’estero non esplicava effetti in Svizzera, non essendo valido né secondo il diritto svizzero, né secondo il diritto del Paese del suo domicilio, e, dall’altro, essa stessa in Svizzera non aveva promosso l’azione di paternità.
Il TCA ha deciso che tale fatto doveva essere imputato alla figlia, titolare del diritto di pretendere contributi alimentari dal padre, quale rinuncia a determinate entrate ai sensi dell’art. 3c cpv. 1 lett. g LPC, e che non era stata dimostrata l’irrecuperabilità degli alimenti. La circostanza che il padre fosse all’estero e non potesse entrare in Svizzera era, in questa ottica, irrilevante, poiché ai fini di una procedura giudiziaria la presenza di questi non era assolutamente indispensabile. Nel calcolo dell’assegno integrativo e di prima infanzia andavano, di conseguenza, computati degli alimenti ipotetici.
In una sentenza 39.2006.4 del 4 ottobre 2006 il TCA ha deciso che esistevano validi motivi che giustificavano la mancata introduzione di un’azione di accertamento della paternità, nel caso di un’assicurata che aveva dichiarato di non essere in grado di stabilire chi fosse il padre di suo figlio, in quanto, nel periodo in cui è stato concepito il bambino, non aveva alcuna relazione stabile, bensì, a seguito di una triste esperienza precedente, degli incontri occasionali con persone di cui sapeva poco o nulla. 
In una sentenza 39.2009.12 del 25 maggio 2010, massimata in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49, il TCA ha stabilito che in quel caso a torto la Cassa aveva computato nel calcolo volto a determinare il diritto a un eventuale assegno integrativo degli alimenti ipotetici per i quattro figli di un’assicurata. In primo luogo, l’assicurata aveva rinunciato a introdurre qualsiasi azione nei confronti del padre biologico, il cui nominativo era peraltro noto all’amministrazione, per giustificati motivi. Più precisamente in quella fattispecie erano adempiute entrambe le ipotesi dell’art. 40 cpv. 2 Reg. Laf, e meglio l’inoltro di un’azione giudiziaria avrebbe potuto costituire un pericolo per l’integrità, fisica o psichica della madre e/o dei figli o avrebbe potuto condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare. In secondo luogo, il padre all’estero, essendosi reso irreperibile dopo la nascita della quarta figlia, svolgendo solo saltuariamente l’attività di pescatore quale dipendente, non avendo un domicilio noto e avendo altri sei figli – di cui quattro più piccoli dell’ultima figlia della ricorrente –, non era comunque in grado di sostenere i suoi obblighi di mantenimento. Le pretese di mantenimento sarebbero, dunque, state irrecuperabili. A titolo abbondanziale è stato rilevato che, qualora non fossero esistiti motivi atti a giustificare la non totale computabilità di importi di mantenimento ipotetici, la Cassa non avrebbe dovuto limitarsi a riferirsi all’importo standardizzato fissato dall’art. 66 cpv. 2 Laf. L’amministrazione, invece, conoscendo il nominativo del padre biologico e considerando che quando il debitore vive all’estero deve versare degli alimenti di un importo corrispondente alle sue effettive possibilità e non ai bisogni del figlio residente in Svizzera, avrebbe dovuto esperire accertamenti per stabilire la sua situazione economica e conteggiare, nel caso di specie, una somma considerevolmente ridotta.
In una sentenza 39.2009.6-11 del 18 novembre 2010 questa Corte, da una parte, ha stabilito che nella fattispecie, a ragione, l’amministrazione aveva computato degli alimenti ipotetici per i figli, in quanto nessuno dei motivi che permettono di non tenerne conto era realizzato. In particolare i rapporti tra l’assicurata e l’ex compagno, padre dei suoi figli, non erano così tesi da costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica della madre e dei figli. Il padre era altresì sposato e separato, ma non aveva altri figli, per cui non ci trovava in presenza di una situazione che avrebbe potuto condizionare negativamente l’equilibrio morale ed economico di un altro nucleo familiare. Inoltre neppure si poteva concludere che le pretese di mantenimento nei confronti del padre residente all’estero sarebbero comunque state irrecuperabili, visto che il medesimo all’estero lavorava per 6 mesi all’anno.
Dall’altra, in primo luogo, ha confermato le considerazioni esposte a titolo abbondanziale nel giudizio 39.2009.12 del 25 maggio 2010, massimata in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49, sopra riportato, e meglio che, se un debitore di alimenti vive all’estero, egli deve versare degli alimenti di un importo conforme alle sue effettive possibilità e non ai bisogni del figlio residente in Svizzera e che, essendo conosciuto il nominativo del padre biologico, era possibile determinare la situazione economica effettiva e quindi distanziarsi dall’importo standardizzato fissato all’art. 66 cpv. 2 della legge sugli assegni di famiglia.
In secondo luogo, ha quindi annullato le decisioni su reclamo impugnate e rinviato gli atti alla Cassa affinché determinasse il diritto all’assegno di prima infanzia computando un importo a titolo di alimenti di fr. 3600.– annui (fr. 150.– [alimenti dovuti dal padre per ciascun figlio] x 2 figli x 12 mesi), invece dei fr. 17 360.– considerato dall’amministrazione.
Con giudizio 39.2010.13-14 del 21 marzo 2011 il TCA ha deciso che nel calcolo degli assegni integrativi e di prima infanzia di un’assicurata, che nel periodo in cui è stata concepita sua figlia, nata nel giugno 2009, cambiava frequentemente partner, trattandosi spesso di persone che incontrava per una sola notte senza conoscerne le generalità e che aveva fornito all’allora Commissione tutoria regionale il nominativo unicamente di uno dei tanti uomini che aveva frequentato, non andavano computati alimenti ipotetici.
Questo Tribunale ha infatti ritenuto che l’assicurata, in considerazione del periodo particolare vissuto dalla medesima tra giugno e novembre 2008, della sua giovane età (21 anni al momento del concepimento) e del fatto che a suo favore nel settembre 2009 era stata istituita una curatela di amministrazione, avesse rinunciato a introdurre qualsiasi azione nei confronti del padre di sua figlia per giustificati motivi.
Infine, con sentenza 39.2011.2-3 del 16 giugno 2011 questa Corte non ha approvato l’operato della Cassa che aveva fissato l’importo degli assegni integrativi e di prima infanzia prendendo in considerazione degli alimenti ipotetici di fr. 8955.– annui e ha rinviato gli atti all’amministrazione per nuovi accertamenti. Al riguardo è stato indicato di sentire personalmente l’assicurata per appurare per quali motivi il padre, residente all’estero e che non aveva ancora riconosciuto la figlia a causa degli elevati costi di tale pratica, «non può permettersi, economicamente, di passare nessun alimento per sua figlia» ed, eventualmente, per quale motivo il credito era irrecuperabile.
Qualora fosse emerso che non erano dati gli estremi per rinunciare a computare degli alimenti ipotetici, la Cassa avrebbe fissato l’importo, in applicazione della giurisprudenza del TCA concernente i debitori di alimenti che vivono all’estero e tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto.
2.5.  Nella presente evenienza dalle carte processuali emerge che con risoluzione del 2 marzo 2010 l’allora Commissione tutoria regionale C. ha istituito una curatela a favore di X., nata il … 2009 e figlia di A. In veste di curatore è stato designato Y., tutore della città di W., con in particolare i compiti di accertare e stabilire il rapporto di filiazione della bambina, inoltrando un’eventuale petizione presso la competente Pretura, come pure, una volta accertato il legame di filiazione, se necessario promuovere un’azione di mantenimento contro il padre (cfr. doc. 1, in particolare p.to 2.1.).
Con dichiarazione dell’8 aprile 2010 A. ha confermato la sua decisione di non voler rilevare l’identità del padre della figlia X. (cfr. doc. 3).
Con decisioni del 15 giugno 2010 all’assicurata sono stati concessi un assegno integrativo (AFI) di fr. 713.– mensili e un assegno di prima infanzia (API) di fr. 276.– al mese. Nei relativi calcoli è stata computata una pensione alimentare ipotetica di fr. 8955 annui (cfr. doc. IX37; IX39; IX40; IX42). Dal 1° agosto 2010 l’importo dell’assegno di prima infanzia è stato aumentato a fr. 419.– (cfr. doc. IX34; IX36) e dal 1° ottobre 2010 ridotto a fr. 209.– (cfr. doc. IX28; IX30 sempre conteggiando alimenti ipotetici di fr. 8955.–.
Dal 1° gennaio 2011 ad A. è stato erogato un AFI di fr. 726.– al mese e un API di fr. 268.– mensili, ridotto a fr. 260.– dal 1° giugno 2011 (cfr. doc. IX19; IX22; IX16). La pensione alimentare è stata nuovamente computata in ragione di fr. 8955.– (cfr. doc. IX21; IX24). Dal 1° giugno 2011 a titolo di alimenti ipotetici è stato considerato l’ammontare di fr. 9112.– annuo (cfr. doc. IX15; IX18).
A decorrere dal 1° giugno 2012 l’AFI è stato ridotto a fr. 559.– e l’API aumentato a fr. 485.– mensili (cfr. doc. IX7; IX10).
Ad A. non è più stato riconosciuto un assegno di prima infanzia dal mese di settembre 2012, poiché il reddito disponibile residuale della sua unità di riferimento, comprensivo di alimenti ipotetici di fr. 9112.– all’anno, superava il limite annuo fissato dalla Laps (cfr. doc. IX5; IX6).
Dal 1° ottobre 2012 l’AFI mensile è stato decurtato a fr. 539.– (cfr. doc. IX2; IX4), mentre dal 1° giugno 2012 al 31 maggio 2014 lo stesso è stato pari a fr. 550.– al mese (cfr. doc. IX1).
Nel periodo dal giugno 2010 al maggio 2014, in cui all’assicurata sono stati erogati assegni integrativi e di prima infanzia (fino al mese di agosto 2012) conteggiando una pensione alimentare ipotetica, non risulta che la ricorrente abbia sollevato alcuna obiezione al riguardo (cfr. doc. 7).
È stato solamente a seguito della decisione del 28 maggio 2014 con cui le è stato negato l’assegno integrativo non presentando – a seguito del computo del reddito da attività dipendente aumentato rispetto al lasso di tempo precedente e della pensione alimentare ipotetica – alcuna lacuna di reddito Las che A., tramite il relativo reclamo del 16 giugno 2014, ha contestato il computo degli alimenti ipotetici, precisando di non ricevere alcunché da terzi (cfr.doc. 5).
In occasione di un incontro con la Cassa del 14 luglio 2014 l’assicurata ha affermato di non aver mai dato la giusta attenzione all’importo ipotetico di alimenti computato fin dall’inizio del diritto agli assegni (cfr. doc. 7).
Il 30 settembre 2014 l’avv. D., a nome e per conto dell’assicurata, ha comunicato che quest’ultima manteneva il proprio reclamo.
[…]
2.6.  Chiamata a pronunciarsi in merito alla fattispecie, questo Tribunale non può che confermare l’operato della Cassa.
Infatti dagli elementi risultanti dalla documentazione che figura nell’incarto (qui sopra riprodotta), e meglio dallo scritto del 30 settembre 2014 della parte ricorrente alla Cassa (cfr. doc. 8), nonché dal ricorso (cfr. doc. I), emerge che il motivo per il quale la ricorrente non ha rivelato il nominativo del padre biologico di sua figlia X., nata il 27 novembre 2009, è il fatto che questi, già coniugato con figli, nel momento in cui gli è stata comunicata, dall’insorgente, la notizia della gravidanza le ha chiesto di abortire e ha troncato la, seppur di breve durata, relazione.
Anche in sede di audizione del 15 settembre 2016 davanti a questo Tribunale l’assicurata ha affermato, da una parte, di sapere chi è il padre di X. Dall’altra, che «(…) non appena ha saputo della gravidanza, il padre biologico le ha detto di abortire e poi non si è più fatto sentire». L’insorgente ha aggiunto di non sapere se il padre biologico è al corrente oppure no della nascita di X. e che quando ha scoperto di attendere sua figlia frequentava il padre di quest’ultima da alcuni mesi – 5 o 6 mesi.
La ricorrente ha puntualizzato di aver saputo, durante la loro relazione, che la persona in questione aveva un’altra famiglia (moglie e figli).
Infine la medesima, dopo che il Presidente del TCA le ha nuovamente chiesto se non voleva dire qualcosa in più, tenuto conto che tutte le affermazioni sono coperte dal segreto d’ufficio, ha risposto che «(…) non vuole più sapere nulla di questa persona dopo la risposta che le diede nel 2009» (cfr. doc. XVIII).
Alla luce di queste affermazioni, occorre concludere che in concreto non risultano realizzati dei validi motivi ai sensi degli art. 66 cpv. 1 Laf e 40 cpv. 2 Reg. Laf che permettano di giustificare la rinuncia a introdurre l’azione di accertamento della paternità e quindi consentano di non prendere in considerazione degli alimenti ipotetici.
In primo luogo, in casu non sono dati i due specifici motivi espressamente enumerati all’art. 40 cpv. 2 Reg. Laf (cfr. consid. 2.3.). L’assicurata, del resto, non ha minimamente fatto valere una qualsiasi situazione che potrebbe costituire un pericolo per l’integrità fisica o psichica sua e/o della figlia, né d’altra parte una qualsiasi situazione che potrebbe condizionare negativamente l’equilibrio, morale o economico, di un altro nucleo familiare.
In secondo luogo, ritenuto, che l’art. 40 cpv. 2 Reg. Laf non elenca in modo esaustivo i giustificati motivi che permettono di omettere il computo degli alimenti ipotetici (cfr. consid. 2.3.), nemmeno possono entrare in considerazione, nel caso di specie, altre situazioni di una certa gravità scusanti la mancata introduzione dell’azione di accertamento della paternità di X., visto che la ricorrente ha sempre e soltanto asserito di non voler dichiarare le generalità del padre biologico di sua figlia alla luce della sua reazione alquanto negativa allorché ha saputo della gravidanza.
Al riguardo va sottolineato che è vero che l’assicurata ha indicato che in seguito alla notizia della gravidanza la persona in questione non si è più fatta sentire (cfr. doc. XVIII).
È altrettanto vero, però, che la medesima mai ha preteso di aver comunque tentato di ricontattare il padre di X., neppure dopo la sua nascita.
Per quanto attiene all’asserzione dell’assicurata secondo cui avrebbe avuto, nell’aprile 2010, un contatto molto breve con il curatore di sua figlia in occasione del quale ha sì firmato una dichiarazione in cui ha confermato di non voler rivelare l’identità del padre di X. (cfr. doc. 3 «(…) la sottoscritta si assume personalmente ogni responsabilità per le conseguenze derivanti dal suo agire. (…)»), ma senza essere cosciente delle conseguenze finanziarie legate al fatto di non inoltrare un’azione di paternità (cfr. doc. XVIII), giova evidenziare che in ogni caso prima dell’incontro con il curatore dell’8 aprile 2016, alla medesima è stata intimata la risoluzione del 2 marzo 2010 dell’allora Commissione tutoria regionale C. con cui era stata istituita una curatela a favore di X. (cfr. doc. 1).
Nella stessa è stato precisato, da un lato, quale titolo evidenziato «Istituzione di una curatela per l’accertamento della paternità e la salvaguardia del diritto al mantenimento e alle relazioni personali. Designazione del curatore» (cfr. doc. 1).
Dall’altro, che il curatore aveva due compiti:
– accertare e stabilire il rapporto di filiazione della bambina, inoltrando una eventuale petizione presso la competente Pretura;
– una volta accertato il legame di filiazione, il curatore era autorizzato, se necessario, a promuovere un’azione di mantenimento contro il padre (cfr. doc. 1).
Ne discende che l’insorgente non poteva legittimamente non rendersi conto che la decisione di non comunicare il nominativo del padre di sua figlia avrebbe impedito non solo di accertare la paternità e quindi di stabilire un legame – perlomeno giuridico – tra padre e figlia, ma pure di cercare di conseguentemente ottenere un contributo di mantenimento.
2.7.  L’art. 6 cpv. 2 della Legge sull’armonizzazione e il coordinamento delle prestazioni sociali (Laps) del 5 giugno 2000 stabilisce che fanno parte dei redditi computabili le entrate e le parti di sostanza, mobiliare e immobiliare, alle quali il richiedente ha rinunciato.
Una disposizione analoga figura nella legge federale sulle prestazioni complementari all’AVS/AI (cfr. art. 11 cpv. 1 lett. g LPC).
Secondo la giurisprudenza federale relativa alla prestazioni complementari, al coniuge avente diritto a pensioni alimentari (cfr. art. 11 cpv. 1 lett. b LPC) vanno computate le prestazioni convenute con l’altro coniuge e non quelle effettivamente versate, finché la loro irrecuperabilità non può essere obiettivamente stabilita. L’irrecuperabilità delle pensioni alimentari dovute può essere ammessa, di regola, quando sono state esaurite tutte le possibilità giuridiche per il loro recupero (DTF 120 V 443 consid. 2; Pratique VSI 1995 pag. 52; RCC 1991 pag. 145 consid. 2c, RCC 1988 pag. 275-276; Direttive UFAS sulle prestazioni complementari, cifra 2130). 
Questo è in particolare il caso quando la moglie ha intrapreso infruttuosamente procedure civili o penali oppure procedimenti esecutivi (SVR 1996 EL Nr,. 20 pag. 59 consid. 4; SVR 1994 EL Nr. 1 pag. 1 consid. 3b; RCC 1992 pag. 272).
Il rigore di questa giurisprudenza è però stato mitigato dall’Alta Corte in due sentenze del 24 e 31 marzo 1992. In quest’occasione il TFA ha ammesso che il carattere di irrecuperabilità può essere ammesso anche in assenza di qualsiasi intervento giuridico, se si può chiaramente comprovare che il debitore di alimenti non è in grado di mantenere i suoi obblighi. Questa prova può essere fornita in particolare per mezzo di attestati ufficiali (emanati ad esempio dalle autorità esecutive o fiscali), relative al reddito e alla sostanza del debitore di alimenti (SVR 1996 EL Nr. 20 pag. 60 consid. 4; Pratique VSI 1995 pag. 53; RCC 1992 pag. 271 consid. 2, RCC 1992 pag. 275 consid. 2; E. Carigiet/U. Koch, Ergänzungsleistungen zur AHV/IV, ed. Schulthess, Zurigo-Basilea-Ginevra 2009, pag. 181-182).
Applicando questa giurisprudenza al settore degli assegni integrativi e di prima infanzia il TCA, in una sentenza 39.1999.27 del 12 aprile 2000, si è così espresso:
«Allo stesso risultato si dovrebbe comunque giungere anche se, per ipotesi, si volesse computare tale reddito. In effetti si può ritenere verosimile, sulla base delle circostanze indicate dall’assicurata – che non sono state in alcun modo contestate dalla Cassa, ma unicamente considerate insufficienti – e in virtù della generale esperienza di vita, che le procedure atte ad ottenere da un lato il riconoscimento del figlio da parte del padre e, dall’altro, il versamento degli alimenti, risulterebbe lunga e laboriosa, senza che esista alcuna garanzia che il padre verserà alcunché (cfr. consid. 2.5.).
Come indicato dall’assicurata infatti, il padre vive presumibilmente in Z., non vuole saperne del bambino e fatica a mantenere gli altri figli a carico. Egli ha inoltre minacciato l’assicurata, prospettandole la sottrazione del figlio, nell’ipotesi in cui dovesse intentare una causa.
In simili condizioni l’avvio, la continuazione e la conclusione di una causa potrebbe rivelarsi particolarmente gravosa, rischiosa per il bambino e la madre, in quanto il padre ne conosce il recapito. E anche nell’ipotesi in cui vi fosse qualche possibilità di successo, difficilmente, visto l’atteggiamento, l’interessato verserà alcunché.»
In proposito cfr. pure STCA 39.2009.12 del 25 maggio 2010, massima in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49, citata sopra (cfr. consid. 2.4.).
Nella presente fattispecie non essendo noto all’amministrazione e a questa Corte il nome del padre biologico di X. per volontà della ricorrente, nemmeno ci si può chinare, indipendentemente dalle asserzioni dell’assicurata secondo cui il medesimo non avrebbe lavoro, sarebbe nulla tenente e non sarebbe quindi in grado di provvedere a mantenere la figlia (cfr. doc. 8), sulla questione di sapere se le pretese di mantenimento nei confronti del padre di X. siano, se del caso, comunque irrecuperabili.
Non avendo a disposizione alcun dato certo riguardante la situazione personale, familiare ed economica del padre biologico di X., di cui l’assicurata non ha rivelato l’identità, nulla può essere dedotto circa la sua capacità o incapacità finanziaria.
Di conseguenza in concreto è escluso che le pretese di mantenimento nei confronti del padre biologico possano essere considerate irrecuperabili.
Le parti hanno, in effetti, il dovere di collaborare all’istruzione della causa. Tale dovere limita la portata del principio inquisitorio reggente la procedura nell’ambito delle assicurazioni sociali e comprende in particolare l’obbligo delle parti di apportare – ove ciò fosse ragionevolmente esigibile – le prove necessarie, avuto riguardo alla natura della disputa e ai fatti invocati (cfr. art. 61 lett. c LPGA applicabile per rinvio dell’art. 46 Laf; art. 16 cpv. 1 Lptca; STF 9C_35/2016 del 16 agosto 2016 consid. 3.1.; DTF 139 V 176 consid. 5.2.; SVR 2001 KV N. 50 pag. 145; DLA 2001 N. 12 pag. 145, STFA C 271/02 del 9 maggio 2003; STFA P 36/00 del 9 maggio 2001; DTF 125 V 195 consid. 2; STFA C 107/04 del 9 giugno 2005 consid., 3; STFA H 223/03 del 21 gennaio 2005 consid. 4.3.1.). In difetto di ciò le parti rischiano di dover sopportare le conseguenze dell’assenza di prove (cfr. STF 9C_694/2014 del 1° aprile 2015 consid. 3.2.; STF 9C_978/2010 del 14 aprile 2011 consid. 4.1.; STFA U 94/01 del 5 settembre 2001; DTF 125 V 193 consid. 2).
Al riguardo è utile osservare che durante la discussione di causa del 15 settembre 2016 la Cassa, facendo riferimento a una sentenza nella quale questo Tribunale ha indicato che le allegazioni di parte non erano contestate dall’amministrazione, ha sottolineato di non ritenere possibile fondarsi sulle allegazioni della ricorrente riguardo al padre (cfr. doc. XVIII).
La sentenza menzionata dalla parte resistente è la 39.2010.13-14 del 21 marzo 2011, citata al consid. 2.4.), con cui è stato deciso che in quel caso di specie nel calcolo degli AFI e degli API non andavano computati degli alimenti ipotetici, in quanto la mancata introduzione dell’azione di accertamento della paternità della figlia dell’assicurata era avvenuta per giustificati motivi non potendo l’assicurata identificare il padre di sua figlia cambiando in quel periodo (molto particolare) frequentemente partner.
In quell’occasione questa Corte ha stabilito in particolare:
«2.6. Chiamata a pronunciarsi in merito alla fattispecie, questa Corte, alla luce degli elementi risultanti dalla documentazione che figura nell’incarto (qui sopra riprodotta), segnatamente dalla dichiarazione 15 dicembre 2010 dell’assicurata (n.d.r.: trasmessa alla Cassa in cui ha affermato di non essere in grado di sapere chi fosse il padre di sua figlia, spiegandone i motivi), peraltro non contestati dall’amministrazione (cfr. STF 9C_696/2009 del 15 marzo 2010: ‹la teneur de ces allégations n’a pas véritablement été remise en cause par le service recourant qui n’a pas exigé que la preuve soit administrée à leur propos.›) e della cui veridicità non vi è motivo di dubitare, rileva che il caso sub judice è analogo a una fattispecie decisa dal TCA con giudizio 39.2006.4 del 4 ottobre 2006 (…)» (n.d.r.: quest’ultimo è citato al consid. 2.4.).
Il TCA, dunque, nella STCA 39.2010.13-14 ha sì indicato che gli elementi risultanti dalle carte processuali, segnatamente il fatto che l’assicurata non fosse in grado di identificare il padre della bambina, peraltro comunicato alla Cassa stessa, non erano stati contestati dall’amministrazione. In proposito ha comunque citato una sentenza federale in ambito di prestazioni complementari in cui il TF aveva indicato che l’amministrazione non aveva messo in discussione il tenore di allegazioni di parte (dichiarazioni di un’assicurata in relazione alla residenza abituale del figlio che effettuava degli studi in Sud America) e non aveva richiesto che fossero debitamente comprovate (cfr. STF 9C_696/2009 del 15 marzo 2010 consid. 4.3.).
Infine va rilevato che, nonostante l’insorgente abbia affermato di non sapere dove risieda il padre di X. e nemmeno se sia nel Cantone Ticino (cfr. doc. 8; I), nella presente evenienza, non avendo fornito indicazioni precise circa le generalità del padre, neppure può entrare in considerazione l’applicazione della giurisprudenza di questa Corte secondo cui se un debitore di alimenti vive all’estero, egli deve versare degli alimenti di un importo conforme alle sue effettive possibilità e non ai bisogni del figlio residente in Svizzera e che, noto il nominativo del padre biologico, è possibile determinare la situazione economica effettiva e quindi distanziarsi dall’importo standardizzato fissato all’art. 66 cpv. 2 della legge sugli assegni di famiglia (cfr. STCA 39.2009.12 del 25 maggio 2010 consid. 2.5., massimata in RtiD I-2011 n. 10 pag. 48-49; STCA 39.2009.6-11 del 18 novembre 2010 consid. 2.7.
Anche da questo profilo, perciò, rettamente la Cassa ha computato nel calcolo dell’assegno integrativo spettante all’assicurata dal mese di giugno 2014 degli alimenti ipotetici di fr. 9112.– (cfr. doc. 4a).