2c Art. 421 seg. CPC/TI

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2014 (III. Diritto di famiglia)

Istanza comune di divorzio con accordo parziale
Il giudice non può statuire sull’istanza comune di divorzio con accordo parziale senza essersi fatto demandare dai coniugi la decisione sui punti rimasti litigiosi.
I CCA 22.5.2013 N. 11.2012.55

4.  Nella procedura ticinese il giudice che riceveva un’istanza comune di divorzio con accordo completo convocava i coniugi «entro breve termine» per sentirli prima separatamente e poi insieme (art. 421 cpv. 1 CPC/TI). Ascoltati anche i figli minorenni, egli verificava l’omologabilità dell’accordo, assumendo – ove occorresse – «prove e informazioni al proposito» (art. 421 cpv. 3 CPC/TI). Se l’accordo risultava omologabile, indipendentemente dal fatto che fosse omologabile sin dall’inizio o che fosse diventato tale grazie a susseguenti trattative, il giudice accoglieva l’istanza, pronunciava senz’altro lo scioglimento del matrimonio e omologava la convenzione sugli effetti accessori. Se l’accordo non risultava omologabile (perché ambiguo, poco chiaro, incompleto, difforme dalla reale volontà dell’uno o dell’altro coniuge, manifestamente inadeguato o contrario all’interesse dei figli), il giudice proponeva le modifiche necessarie, prevedendo eventualmente una nuova udienza (art. 421 cpv. 4 CPC/TI).

Qualora i coniugi accettassero le modifiche proposte, il giudice accoglieva l’istanza, pronunciava lo scioglimento del matrimonio e omologava la convenzione (modificata) sugli effetti accessori, come in caso di accordo completo. Qualora invece un coniuge non accettasse – in tutto o in parte – le modifiche proposte, la causa proseguiva in contraddittorio sui punti rimasti litigiosi (procedura bipartitica: art. 422 cpv. 1 CPC/TI). Il giudice assegnava così a ogni coniuge un termine non prorogabile di dieci giorni per produrre un allegato contenente le rispettive motivazioni e conclusioni sui punti contestati, unitamente alle relative richieste di prova. Perché si procedesse in tal modo, tuttavia, entrambi i coniugi dovevano demandare al giudice la decisione sulle conseguenze del divorzio in merito alle quali sussisteva disaccordo (art. 112 cpv. 2 CC). Dovevano cioè invitare il giudice a disciplinare gli effetti controversi, impegnandosi da parte loro a non rimettere in discussione i punti sui quali si erano accordati (tale era il significato della firma da loro apposta sulla convenzione), salvo chiedere al giudice – eccezionalmente – di non omologare la convenzione per vizi della volontà o manifesta inadeguatezza.

In pratica, demandando al giudice la decisione sulle conseguenze del divorzio in merito alle quali sussisteva disaccordo, i coniugi dichiaravano di accettare lo scioglimento del matrimonio e le conseguenze da loro regolate convenzionalmente anche se ignoravano quale sarebbe stata la decisione del giudice sui punti controversi, fermo restando ch’essi non erano legati a pattuizioni riguardanti la sorte dei figli, decisivi al proposito essendo solo il bene e l’interesse dei minorenni (principio inquisitorio illimitato: DTF 128 III 413 in alto, 120 II 231 consid. 1c con rinvio, 118 II 294; Rep. 1995 pag. 146). Così facendo, essi accettavano anche le limitazioni correlate all’impugnabilità del divorzio, come in caso di intesa totale (art. 149 cpv. 1 vCC, art. 422c cpv. 1 CPC/TI). Sui punti contestati la causa proseguiva così, in sostanza, con la procedura ordinaria (art. 422 cpv. 4 e 422b cpv. 2 CPC/TI).

Nell’ipotesi per contro in cui l’uno o l’altro coniuge non accettasse di demandare la decisione sulle conseguenze del divorzio in merito alle quali sussisteva disaccordo, il giudice respingeva l’istanza comune di divorzio e impartiva a ogni coniuge un termine entro cui promuovere azione unilaterale (art. 113 vCC). Fino alla scadenza di quel termine la causa originaria rimaneva pendente e gli eventuali provvedimenti cautelari restavano in vigore. Il che poteva essere di rilievo – tra l’altro – per lo scioglimento del regime dei beni, il giorno determinante essendo quello in cui è adito il giudice del divorzio (partecipazione agli acquisti: art. 204 cpv. 2 CC; comunione dei beni: art. 236 cpv. 2 CC), anche se il valore dei beni va definito al momento della liquidazione (art. 214 cpv. 1 CC, rispettivamente art. 240 CC). Se nessuno dei coniugi promuoveva azione unilaterale, la procedura su richiesta comune decadeva da sé.

 

CPC/TI 1971*      RL 3.3.2.1
Codice di procedura civile, del 17 febbraio 1971(abrogato)