5c Art. 125 CC

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Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2014 (III. Diritto di famiglia)

Contributo di mantenimento in favore del coniuge dopo il divorzio
Il limite d’età dei 45 anni oltre il quale non si pretende più da un coniuge che non ha esercitato un’attività lucrativa durante l’unione coniugale la ripresa di un lavoro rimunerato si determina, di regola, al momento della separazione. Se al momento della separazione quel coniuge non ha ancora compiuto 45 anni e non può essere tenuto in buona fede a conseguire un reddito proprio, l’obbligo di intraprendere un’attività lucrativa dipende dalla questione di sapere se al momento in cui si potrà esigere ciò il coniuge medesimo avrà raggiunto tale limite di età (precisazione della giurisprudenza). Applicazione del principio nel caso concreto.
I CCA 15.10.2013 N. 11.2011.169

4.  L’appellante rifiuta ogni contributo di mantenimento alla moglie, facendo valere anzitutto che il matrimonio è durato solo sette anni e mezzo, tenuto conto della prima separazione durata dal febbraio del 2003 all’estate del 2004, e che di conseguenza il Pretore avrebbe dovuto limitare il contributo alimentare almeno nel tempo. Egli reputa inoltre che il primo giudice abbia dato «un ingiustificato peso» a una dichiarazione dell’ufficio regionale di collocamento del 12 febbraio 2007, secondo cui l’incarto relativo alla moglie era stato chiuso «a causa delle stato di salute dell’assicurata che non le permetteva di essere inserita nell’am-bito lavorativo», trascurando che costei non aveva intrapreso alcuno sforzo per trovare un’occupazione e che per di più aveva abbandonato un programma di inserimento professionale. A suo parere pertanto il primo giudice non poteva definire un’occupazione a tempo incompatibile con le condizioni psicofisiche della moglie né limitarsi a fissare un reddito ipotetico di fr. 800.– mensili «senza tra l’altro rapportarlo ad una percentuale lavorativa precisa». L’appellante chiede di conseguenza che si imputi alla moglie un reddito ipotetico di fr. 3000.– mensili, corrispondente «all’importo minimo che riesce normalmente a percepire una collaboratrice domestica di buona volontà con un ragionevole sforzo» […].

a)  I criteri che presiedono allo stanziamento di un contributo alimentare dopo il divorzio (art. 125 cpv. 1 CC) e i parametri che ne disciplinano l’ammontare (art. 125 cpv. 2 CC) sono già stati evocati dal Pretore e diffusamente illustrati da questa Camera (RtiD II-2004 pag. 580 consid. 4a e 4b con riferimenti). Ai fini dell’attuale giudizio basti ricordare che un contributo alimentare è dovuto se il matrimonio ha influito in modo concreto e duraturo sulla situazione finanziaria del coniuge creditore degli alimenti. In tal caso quel coniuge ha diritto di conservare, in linea di principio, il tenore di vita condotto durante la comunione domestica. In caso contrario fa stato il tenore di vita da lui sostenuto prima di sposarsi.

b)  In concreto è fuori dubbio che il matrimonio sia durato meno di dieci anni, sia che si calcoli il periodo come fa il Pretore (9 anni) o come fa l’appellante (7 anni e mezzo). Se non che, per sposarsi e vivere con l’appellante nel Ticino, la convenuta ha lasciato il suo paese d’origine portando con sé – d’accordo il coniuge – anche i propri figli di otto e nove anni. Tale circostanza, che configura uno straniamento culturale (sentenze del Tribunale federale 5C.38/2007 del 28 giugno 2007, consid. 2.8 in: FamPra.ch 2007 pag. 930; sentenza 5A_384/2008 del 21 ottobre 2008, consid. 3.2 in: FamPra.ch 2009 pag. 192), combinata con il fatto che durante la vita in comune il marito ha contribuito al mantenimento dei figli della moglie, ha senz’altro influito in modo concreto e duraturo sulla situazione finanziaria di lei.

c)  Ciò premesso, per definire il contributo alimentare dovuto a un coniuge dopo un matrimonio del genere si procede in tre tappe (DTF 137 III 106 consid. 4.2 con rinvii). In primo luogo si determina il livello di vita raggiunto dai coniugi durante la comunione domestica, livello che entrambi hanno diritto di conservare per quanto possibile anche in seguito, a meno che il divorzio sia pronunciato dopo una lunga separazione (oltre dieci anni), facendo stato allora il tenore di vita condotto durante la separazione. In secondo luogo si esamina in che misura ogni coniuge possa sopperire da sé al proprio mantenimento fissato come si è appena descritto. In terzo luogo, ove risulti in esito alla seconda tappa che il coniuge richiedente non riesca a finanziare da sé il proprio mantenimento oppure ciò non possa essere ragionevolmente preteso da lui, si valuta equamente la capacità contributiva dell’altro coniuge e si fissa il contributo in base al principio della solidarietà (da ultimo: sentenza inc. 11.2010.37 del 16 settembre 2013, consid. 10; sentenza inc. 11.2009.179 del 17 luglio 2013, consid. 10a destinato a pubblicazione).

d)  Per quel che riguarda il tenore di vita sostenuto dai coniugi durante la comunione domestica (determinante in concreto, giacché al momento in cui la causa di divorzio è stata introdotta le parti non vivevano separate da più di dieci anni), il Pretore nulla ha appurato. Dato nondimeno che per finire la convenuta rivendica il finanziamento del mero fabbisogno minimo (calcolato in fr. 3360.– mensili), in mancanza di appello da parte di lei è superfluo indagare oltre. Ciò posto, occorre verificare se e in che misura essa sia in grado di sopperire da sé al proprio debito mantenimento. A tal fine bisogna dipartirsi dal reddito effettivo conseguito. E nel caso specifico l’interessata non ha alcun reddito. La questione è di chiarire perciò se, dando prova di buona volontà, essa avrebbe una ragionevole possibilità di guadagno. Ora, per stimare un’entrata ipotetica ci si deve interrogare se si possa ragionevolmente esigere dalla persona in causa l’esercizio o l’estensione di un’attività lucrativa, considerando la sua formazione, l’età, lo stato di salute e la situazione sul mercato del lavoro. In seguito occorre valutare se tale persona ha la possibilità effettiva di esercitare una simile attività e quale reddito possa conseguire, tenuto conto delle circostanze soggettive testé menzionate, come pure della situazione nel campo dell’impiego (DTF 137 III 120 consid. 2.3 con rinvii). La fissazione di un reddito virtuale non ha, in effetti, carattere di penalità (DTF 128 III 6 prima frase; sentenza del Tribunale federale 5A_290/2010 del 28 ottobre 2010, consid. 3.1 in: SJ 2011 I 177).

e)  Per un coniuge che durante la vita in comune si sia dedicato unicamente alla casa e alla famiglia vige la presunzione per cui non può pretendersi la ripresa o l’estensione di un’attività lucrativa se al momento della separazione (DTF 137 III 110 consid. 4.2.2.4 in fine) quel coniuge aveva già 45 anni. La presunzione però è refragabile e tende a essere portata a 50 anni. Il limite d’età dei 45 anni, inoltre, trova solo parziale applicazione quando si tratti non di intraprendere, bensì di estendere un’attività professionale (DTF 137 III 108 consid. 4.2.2.2). Nel caso in rassegna l’appellante non pretende che l’attività lucrativa esercitata dalla moglie nel 2002 – di cui tutto si ignora – abbia modificato il ruolo da lei assunto all’interno della famiglia. È vero che al momento della separazione (maggio del 2005) essa aveva 44 anni e che la mancanza di formazione, la scarsa alfabetizzazione, come pure le limitate capacità professionale non impedivano – in sé – l’esercizio di un’attività lucrativa. Quanto ai problemi di salute, essi non limitavano la potenzialità di guadagno, tanto meno ove si pensi che l’accertamento di patologie suscettibili di comportare un’incapacità di guadagno permanente presuppone, di regola, un referto specialistico (I CCA, sentenza inc. 11.2010.99 del 3 settembre 2013, consid. 13b con richiamo). Non bisogna dimenticare tuttavia – d’altro lato – che al momento della separazione l’interessata non aveva ragione per presumere che la disunione fosse definitiva, i coniugi essendosi già riconciliati una volta. Aveva il diritto perciò di conservare, per principio, il ruolo assunto all’interno della famiglia (RtiD II-2012 pag. 795 consid. 3). Il bilancio familiare essendo in attivo, non soccorrevano del resto motivi d’ordine economico per imporle la ricerca di un’occupazione.

f)  La situazione non poteva più dirsi la stessa, per converso, due anni dopo, quando il marito ormai avrebbe potuto introdurre azione di divorzio. A quel momento la convenuta non poteva più ragionevolmente attendersi una ripresa della comunione domestica. Alla determinazione dei contributi alimentari si applicavano così da quel momento – per analogia – i criteri dell’art. 125 CC (DTF 137 III 387 consid. 3.1; RtiD II-2012 pag. 794 consid. 3, I-2011 pag. 654 consid. 4b; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2011.99 del 16 luglio 2013, consid. 6b). Sennonché, nel maggio del 2007 la convenuta aveva 46 anni. Spettava così al marito rendere verosimile che essa avrebbe potuto inserirsi nel mercato dell’impiego, fosse pure dopo un periodo di aggiornamento o di riqualificazione professionale. In realtà egli non ha addotto alcun indizio concreto. Ancora nell’appello egli si limita a un enunciato teorico, asserendo che la moglie potrebbe guadagnare fr. 3000.– mensili con un lavoro semplice «come per esempio potrebbe esserlo quello di collaboratrice domestica, di magazziniera, di aiuto domiciliare o simili», trattandosi dell’«importo minimo che riesce normalmente a percepire una collaboratrice domestica di buona volontà con un ragionevole sforzo». Concretamente egli non indica però un solo datore di lavoro disposto ad assumere una persona di 46 anni in circostanze analoghe. E, come detto, un reddito ipotetico, non può fondarsi su considerazioni astratte. Deve tenere conto anche della situazione in cui versa il mercato del lavoro. Ciò posto, difettano i presupposti per imputare alla convenuta un reddito superiore ai fr. 800.– mensili stimati dal Pretore.

 

 

CC 1907      RS 210
Codice civile svizzero, del 10 dicembre 1907