Alimenti

Obblighi alimentari e riduzione delle risorse reddituali in modo malevolo

Caso 410, 16 settembre 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Il coniuge debitore può ottenere una riduzione dei suoi obblighi alimentari qualora abbia ridotto le sue risorse reddituali in modo malevolo?

In una sentenza del 2 maggio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Se il coniuge debitore riduce in modo malevolo il proprio reddito, la riduzione del contributo alimentare a favore del (l’ex)coniuge è esclusa, anche se la perdita di guadagno risulta irrimediabile.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il 22 marzo 2013 il marito ha promosso un’azione unilaterale di divorzio. Pendente causa, con decisione giudiziaria del 1° maggio 2013, è stata regolamentata la vita separata e previsti in particolare determinati contributi alimentari a carico del marito. Nel corso della procedura egli ha chiesto la riduzione del contributo alimentare muliebre a seguito del fatto di essere rimasto senza lavoro. Le istanze cantonali hanno ridotto parzialmente il contributo alimentare a favore della moglie. La moglie ha dunque presentato ricorso al Tribunale federale ed il gravame è stato accolto.

La censura centrale è quella di valutare se sia giustificato ridurre il contributo alimentare nel caso in cui il debitore alimentare abbia volutamente ed in modo malevolo ridotto il proprio reddito.

Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale per calcolare i contributi alimentari occorre considerare il reddito effettivo del coniuge debitore. Se tuttavia le entrate non sono sufficienti per garantire le necessità dei coniugi, si può considerare un reddito ipotetico e ciò a condizione che possa essere ragionevolmente esatto e che sia possibile conseguirlo (DTF 137 III 118, consid. 2.3). Precedentemente il Tribunale federale considerava che se il debitore alimentare peggiorava in modo volontario e malevolo la propria situazione reddituale, non gli si poteva più computare un reddito ipotetico se non era in grado di conseguirlo (DTF 128 III 4).

Facendo un paragone con la giurisprudenza applicabile ai casi in cui è chiesta l’assistenza giudiziaria (aiuto che viene negato in caso di abuso di diritto), il Tribunale federale ha cambiato la propria prassi - per altro criticata da parte della dottrina - e previsto che qualora il coniuge debitore del contributo alimentare riduce il proprio reddito con l’intenzione di nuocere il creditore, la riduzione del contributo di mantenimento deve essere esclusa e ciò anche nel caso in cui  egli non sia più in grado di ricuperare la capacità reddituale precedente.

Nel caso concreto, nell’ambito del divorzio molto contenzioso, il marito aveva minacciato più volte di cessare il pagamento degli alimenti per privare la moglie dei mezzi finanziari e inoltre ha abbandonato un lavoro ben remunerato in qualità di direttore finanziario, subendo anche varie esecuzioni e una condanna per infrazioni all’integrità sessuale e fisica. Nonostante il suo datore di lavoro fosse a conoscenza di ciò, lo stesso aveva deciso di non licenziarlo, decisone presa invece dal marito. Anche se nella fattispecie sarà molto difficile per il marito ritrovare un lavoro con lo stesso reddito, in applicazione di questa nuova giurisprudenza il Tribunale federale ha respinto la richiesta di modificare l’ammontare del contributo alimentare visto il comportamento malevolo e quindi manifestamente abusivo del coniuge debitore.

Data creazione: 16 settembre 2017
Data modifica: 16 ottobre 2017

Applicazione dell’art. 20 CO ai contratti di mantenimento

Caso 382, 1 luglio 2016 << caso precedente | caso successivo >>

E’ possibile contestare un contratto di mantenimento facendo valere la sua nullità ex art. 20 CO?

In una sentenza del 9 febbraio 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi sono genitori di due figli comuni, nati rispettivamente nel 2000 e nel 2002. Il marito è padre anche di un altro figlio, avuto da un’altra donna, nato nel 2004.
Il Giudice ha dapprima pronunciato la separazione nel 2003 e in seguito il divorzio nel 2006. Il marito/padre è stato tra l’altro condannato a pagare determinati contributi alimentari per moglie e figli comuni. Per il figlio extraconiugale il padre ha sottoscritto con la relativa madre un contratto di mantenimento nel 2004.
Nel 2013 il padre si è rivolto al Giudice chiedendo l’accertamento della nullità del contratto di mantenimento del 2004. La sua domanda è stata respinta, così come pure i suoi ricorsi sino al Tribunale federale.

Come detto il padre fa vare la nullità del contratto di mantenimento del 2004. Fa valere in particolare la violazione degli art. 20 CO e art. 27 cpv. 2 CC.
Il contratto di mantenimento violerebbe il principio della parità di trattamento tra i suoi tre figli, violando così l’art. 285 cpv. 1 CC. Oltre tutto intaccherebbe il suo minimo esistenziale e l’Autorità tutoria (oggi denominata ARP, Autorità Regionale di Protezione) all’epoca non avrebbe valutato le sue condizioni di vita nella fissazione dell’importo alimentare a favore del suo terzo figlio.

Relativamente alla censura di nullità del contratto di mantenimento, occorre rilevare che l’art. 20 cpv. 1 CO, che in base all’art. 7 CC si applica anche ai contrari di diritto civile, prevede che il contratto che ha per oggetto una cosa impossibile o contraria alle leggi od ai buoni costumi è nullo. Secondo parte della dottrina un contratto di mantenimento va considerato nullo se l’alimento concordato non rispecchia in modo palese le necessità del figlio oppure non considera in modo evidente le condizioni di vita, nonché le possibilità economiche dei genitori. Tuttavia le condizioni per considerare nullo un contratto di mantenimento sono adempiute solo se l’importo convenuto non rispetta le condizioni dell’art. 285 cpv. 1 CC con una sua interpretazione molto estesa. La semplice inadeguatezza della prestazione del debitore alimentare non conduce ad alcuna nullità.

Il ricorrente indica in una censura che la nullità del contratto di mantenimento deve essere ritenuta per il fatto che i suoi tre figli sono stati trattati economicamente diversamente tra di loro. Tuttavia egli non ha motivato adeguatamente questa censura, ritenuto che secondo il Tribunale federale nell’ambito dell’art. 285 cpv. 1 CC il mantenimento dei figli va commisurato a dipendenza dei loro rispettivi bisogni oggettivi, ciò che non impedisce dunque di prevedere importi diversi tra di loro (DTF 137 III 59, consid. 4.2.1; DTF 126 III 353, consid. 2b). Le necessità dei figli sono differenti e ciò sia per la diversità del tenore di vita e le entrate dei genitori, sia per la grandezza della famiglia dove vivono.
Anche la censura relativa alla violazione del suo minimo vitale non è stata considerata sufficientemente motivata.

Data creazione: 1 luglio 2016
Data modifica: 1 luglio 2016

Decorrenza del contributo di mantenimento previsto nella sentenza di divorzio

Caso 377, 16 aprile 2016 << caso precedente | caso successivo >>

Il Giudice del divorzio può decidere la decorrenza dei contributi di mantenimento per il coniuge e i figli ad una data anteriole la crescita in giudicato, ev. parziale, della sentenza di divorzio?

In una sentenza del 10 febbraio 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono uniti in matrimonio nel 2006, si sono separati nel 2009 e hanno divorziato il 23 settembre 2013. Dalla loro unione è nato un figlio, nel 2007.
Durante la procedura di divorzio sono state emanate varie decisioni cautelari.
Dai giudici cantonali è stato stabilito un contributo alimentare per il figlio a partire dal 3 ottobre 2011, vale a dire a partire dalla data di inoltro della procedura di divorzio. Tenuto conto dell’effetto retroattivo della decisione, l’autorità cantonale ha autorizzato la deduzione dei versamenti già effettuati, imputandoli dagli alimenti già pagati. Per il periodo dal 1° ottobre 2011 era tuttavia in essere una decisione cautelare.

Secondo l’art. 126 cpv. 1 CC il giudice stabilisce il contributo di mantenimento sotto forma di una rendita e fissa l'inizio dell'obbligo di versamento. Di regola tale contributo alimentare inizia dalla crescita in giudicato della sentenza di divorzio, a meno che il Giudice decida l’inizio del pagamento ad un’altra data. Il Giudice del divorzio può ad es. condizionare la decorrenza del contributo alimentare ad una condizione o scadenza e può decidere l’entrata in vigore della decisione alla crescita in giudicato parziale della sentenza, segnatamente qualora il principio del divorzio non sia impugnato (DTF 128 III 121, consid. 3b/bb, pag. 123, sentenza TF 5A_34/2015, consid. 4, del 29 giugno 2015; sentenza TF 5C.293/2006, consid. 3.3, del 29 novembre 2007; sentenza TF 5C.228/2006, consid. 2.2, del 9 ottobre 2006). Ciò vale anche nel caso in cui delle misure provvisionali  siano state decise per il periodo che va oltre la crescita in giudicato parziale (DTF 128 III 121, consid. 3c/aa, pag. 123). Nonostante la terminologia della nota marginale dell’art. 126 CC (“obbligo di mantenimento dopo il divorzio”) il Giudice del merito è legittimato a decidere, eccezionalmente, l’inizio del versamento di un contributo alimentare anche prima della crescita in giudicato parziale della sentenza di divorzio, ad es. a partire dall’inoltro della procedura di divorzio. Vanno tuttavia riservati i casi in cui per la procedura di divorzio sono state decise delle misure provvisionali. In questi casi il Giudice del divorzio non può decidere l’inizio del versamento del contributo alimentare ad una data precedente la crescita in giudicato parziale della sentenza di divorzio. Infatti le misure provvisionali decise per la durata della procedura di divorzio hanno una forza di giudicato relativa, nel senso che esplicano i loro effetti per la durata della procedura fintanto che non vengono modificate, per cui la sentenza di divorzio non può rimetterle in discussione retroattivamente (DTF 141 III 376, consid. 3.3.4, pag. 381; DTF 127 III 496, conidi. 3a, pag. 502).
Questi principi valgono anche per la fissazione degli alimenti per i figli.

Nel caso concreto i Giudici cantonali hanno violato il diritto federale, dato che la loro decisione ha previsto il decorso del contributo alimentare per il figlio a partire da una data precedente la crescita in giudicato parziale della sentenza di divorzio, periodo per il quale erano state decise delle misure provvisionali. Il Tribunale federale ha dunque accolto il ricorso e ritornato l’incarto ai Giudici cantonali affinché decidano la data di partenza del versamento del contributo alimentare, se alla data della crescita in giudicato della sentenza di divorzio oppure ad una data anteriore, tenuto tuttavia conto del principio della crescita in giudicato relativa delle decisioni provvisionali e di conseguenza del fatto che questa data non potrà essere precedente la crescita in giudicato del principio del divorzio.

Data creazione: 16 aprile 2016
Data modifica: 15 agosto 2016

Condizioni finanziarie particolarmente agiate, esigibilità del consumo della sostanza.

Caso 373, 16 febbraio 2016 << caso precedente | caso successivo >>

In caso di condizioni finanziarie particolarmente agiate, si può pretendere il consumo della sostanza per la commisurazione di un contributo alimentare tra coniugi in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?

In una sentenza del 29 settembre 2015 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati nel 2000 ed hanno adottato il regime della separazione dei beni; durante il matrimonio hanno avuto tre figli, rispettivamente del 2002, del 2006 e del 2008.
Da metà gennaio 2013 è intervenuta la separazione di fatto.
Durante la vita comune il tenore di vita dei coniugi era agiato. Non hanno esercitato alcuna attività lavorativa e il loro tenore di vita era assicurato dal loro patrimonio, segnatamente quello della moglie, stimato in più di CHF 20'000'000.00.
Con decisione del 1° dicembre 2014 il Giudice di prima istanza ha statuito delle misure a protezione dell’unione coniugale, stabilendo tra l’altro un contributo di mantenimento della moglie a favore del marito pari a CHF 14'500.00 mensili, importo poi ridotto dal Tribunale d’appello in CHF 6'500.00 mensili. Il marito ha inoltrato contro tale decisione ricorso in materia civile al Tribunale federale.

Di regola il Giudice delle misure a protezione dell’unione coniugale per fissare i contributi alimentari deve prendere in considerazione i redditi dei coniugi, reali o ipotetici, compreso il reddito della sostanza. Qualora i redditi sono sufficienti per il mantenimento dei coniugi, la sostanza non viene di regola considerata. In caso contrario, nulla si oppone al principio secondo cui il mantenimento va garantito con il consumo della sostanza, se del caso anche derivante da beni propri e ciò non solo per le procedure provvisionali, ma anche per quelle di merito (sentenza TF 5A_23/2014, consid 3.4.2 del 6 ottobre 2014; sentenza TF 5A_449/2008, consid. 3.3 del 15 settembre 2008).
A dipendenza della funzione e della composizione della sostanza, si può pretendere dal debitore alimentare – come anche dal creditore – il suo consumo. In particolare se è stata accumulata a fini previdenziali, si giustifica consumarla per il mantenimento relativo al periodo dopo il pensionamento. Di principio non va invece consumato il patrimonio che non può essere facilmente realizzato, che deriva da un’eredità o che è stato investito nell’abitazione (DTF 129 III 7, consid. 3.1.2, DTF 129 III 257, consid. 3.5 e altre).
Dipende dalle circostanze concrete determinare se e in quale misura il coniuge debitore dell’alimento debba intaccare la sua sostanza per il mantenimento corrente, in particolare il tenore di vita – che eventualmente occorre ridurre – l’ammontare della sostanza e la durata per la quale è chiesto il suo consumo (sentenza TF 5A_25/2015, consid. 3.2 del 5 maggio 2015 e altre). La giurisprudenza ha già deciso dei casi in cui al coniuge debitore, senza attività lavorativa, è stato fatto obbligo di consumare la sostanza per garantire al coniuge creditore la copertura del suo fabbisogno allargato (DTF 138 III 289, consid. 11.1.2) o il tenore di vita precedente (sentenza TF 5A_651/2011, consid. 6.1.3.2 in fine del 26 aprile 2012, non pubblicato nella sentenza DTF 138 III 374; cfr. anche sentenza TF 5A_55/2007, consid. 4.3, del 14 agosto 2007).

Nel caso concreto il marito è stato giudicato privo di redditi, con una sostanza di qualche centinaia di migliaia di franchi, a fronte di un fabbisogno di CHF 13'000.00 mensili, mentre la moglie con un reddito da sostanza insufficiente per coprire i bisogni della famiglia: la moglie stata dunque obbligata ad intaccare la sostanza, quest’ultima in gran parte derivante da una successione, ma l’importo di CHF 5'500'000.00 proveniente per contro da una donazione; tenuto conto che il totale delle sue liquidità (dedotti quindi gli investimenti immobiliari) è di CHF 6'000'000.00, è stato ritenuto adeguato imporle il consumo per il mantenimento del marito, ciò anche per il fatto che i coniugi, durante la vita comune, già intaccavano la sostanza per mantenere il loro elevato tenore di vita.
Orbene, in considerazione del principio di parità di trattamento, sia il coniuge debitore sia il coniuge creditore sono tenuti a intaccare la loro sostanza: nel caso concreto il Tribunale d’appello è incorso in una decisione arbitraria, pretendendo che l’ammontare del fabbisogno del marito di CHF 13'000.00 mensili fosse messo a carico di ciascuno di essi in ragione del 50%. Infatti la sostanza della moglie è notevolmente superiore a quella del marito e già durante la vita comune era la sua sostanza ad essere consumata. La causa è stata dunque ritornata dal Tribunale federale al Tribunale d’appello per una nuova decisione che prendesse in considerazione la sproporzione evidente tra la sostanza del marito rispetto a quella della moglie.

Data creazione: 16 febbraio 2016
Data modifica: 16 febbraio 2016

Fisco: deduzioni sociali e periodo determinante a partire dal quale è possibile la deduzione degli alimenti

Caso 364, 1 ottobre 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Quale dei due coniugi può vedersi applicare a livello fiscale le deduzioni sociali per figli a carico? A partire da quando il coniuge debitore degli alimenti può dedurre fiscalmente gli alimenti?

In una sentenza del 26 novembre 2014 il Tribunale d'appello di Lugano, Camera di Diritto Tributario, ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel corso di un’udienza del 16 luglio 2012 i coniugi sono stati autorizzati a vivere separati. Le parti hanno stabilito che la separazione avesse effetto retroattivo a partire dal 1° aprile 2012. Hanno inoltre pattuito che l’abitazione coniugale fosse attribuita alla moglie, con la custodia dei due figli della coppia. In merito ai contributi di mantenimento per la moglie e i due figli, il marito si è impegnato a versare mensilmente determinati contributi alimentari.

Nella decisione di tassazione IC/IFD 2012, l’Ufficio di tassazione ha permesso alla sola moglie, coniuge beneficiario degli alimenti, di poter applicare la deduzione sociale per figli e non ha riconosciuto al marito la deduzione dei contributi per il mantenimento per i figli e per la moglie per l’intero anno fiscale, ma unicamente da luglio 2012, cioè a partire dal momento dell’udienza tenutasi davanti al Pretore.
Il marito/contribuente ha interposto reclamo.


Relativamente alla prima censura, vale a dire la mancata possibilità di vedersi riconosciuta la deduzione sociale per figli, il Tribunale d’appello ha fatto riferimento alla recente sentenza del Tribunale federale 2C_1145/2013 e 2C_1146/2013, consid. 5.2.1, del 20 settembre 2014, dove è stato indicato che vi sono regole che rientrano fra quelle semplificazioni e quegli schematismi che si riscontrano nel diritto tributario nell’interesse della praticabilità e che sono ammessi fintantoché non entrano in contrasto troppo forte con il principio di uguaglianza (sentenza cit., consid. 5.2.2). Il versamento della pensione alimentare costituisce uno spostamento di risorse: colui che riceve la pensione l’utilizza per i bisogni propri e dei figli in aggiunta alle sue risorse personali a cui la pensione è assimilata e sulla quale è imposto.
La conseguenza di ciò è che questo, e solo questo genitore, che sul piano fiscale provvede al sostentamento, rispettivamente alla parte essenziale del sostentamento, ha diritto alla deduzione sociale per i figli.
Ritenuto dunque che nel caso concreto i presupposti per ottenere la deduzione non erano adempiuti al 31 dicembre del periodo fiscale (31.12.2012), al marito non è stato riconosciuto il diritto, per quel periodo, alla deduzione sociale (integrale e tantomeno parziale) richiesta.

Con la seconda censura il ricorrente ha lamentato la mancata deduzione «degli alimenti prelevati in contanti dalla moglie o versati dal sottoscritto [il contribuente] nel periodo precedente al verbale di udienza». Si è riferito al fatto che, prima dell’udienza dinanzi al pretore, nella quale è stata autorizzata la separazione dei coniugi, ha sostenuto le spese di mantenimento dei figli e della consorte senza poter dedurre gli alimenti.
Nel caso concreto il verbale di udienza, datato 16 luglio 2012, prevede la separazione dei coniugi con effetto retroattivo al 1° aprile 2012. Visto il corto lasso di tempo trascorso tra la separazione di fatto e l’udienza dinanzi al pretore, il Tribunale d’appello ha ritenuto che si potesse accordare l’effetto retroattivo anche al versamento dei contributi per il mantenimento dei figli e della consorte, ma la deduzione è stata riconosciuta soltanto per l’ammontare stabilito dal verbale di udienza.
 

Data creazione: 1 ottobre 2015
Data modifica: 1 ottobre 2015

Condizioni per la richiesta di restituzione di contributi alimentari versati in eccesso

Caso 358, 15 giugno 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Un coniuge che nonostante la fine dell’obbligo contributivo continua a versare per errore i contributi di mantenimento può chiederne la restituzione?

In una sentenza del 22 gennaio 2015 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi hanno divorziato il 28 febbraio 1995. Secondo la convenzione di divorzio, omologata dal giudice nell’ambito della relativa sentenza, il marito si è obbligato a pagare determinati contributi alimentari a favore della moglie e delle figlia nata nel 1993.
Per la moglie l’obblio contributivo era di CHF 3'600.00 mensili fino al compimento del 10mo anno di età della figlia e in seguito di CHF 1'500.00 mensili fino al compimento del 16mo anno di età della figlia. Per quest’ultima l’alimento è stato previsto in CHF 650.00 mensili fino al suo decimo anno di età e in seguito di CHF 750.00 mensili fino alla maggiore età (2011).
Fino al 2005 il marito ha pagato l’importo corretto indicizzato e in seguito un importo forfetario pari a CHF 2'500.00 mensili per moglie e figlia e ciò anche oltre il compimento del 16mo anno di età della figlia.
Il 18 luglio 2011 l’ex marito ha comunicato alla ex moglie di averle versato tramite ordine permanente rimasto invariato per anni l’importo di CHF 35'354.00 di troppo, chiedendole la restituzione di tale importo. A seguito del relativo rifiuto, l’ex marito ha avviato la procedura giudiziaria, per il tramite del preliminare obbligatorio esperimento di conciliazione (fallito), chiedendo la restituzione dell’importo, oltre interessi dal 18 luglio 2011.
La vertenza è giunta sino al Tribunale federale.

Giusta l’art. 62 cpv. 1 CO chi senza causa legittima si trovi arricchito a danno dell'altrui patrimonio, è tenuto a restituire l'arricchimento; si fa luogo alla restituzione specialmente di ciò che fu dato o prestato senza valida causa, o per una causa non avveratasi o che ha cessato di sussistere. L’art. 63 cpv. 1 CO precisa che chi ha pagato volontariamente un indebito può pretenderne la restituzione, solo quando provi d'aver pagato perché erroneamente si credeva debitore.
Secondo la costante giurisprudenza del Tribunale federale l’errore non deve essere scusabile; la restituzione può essere chiesta per qualsiasi tipo di errore, vale a dire un errore di diritto o sui fatti, scusabile o meno (DTF 129 III 646, consid. 3.2, pag. 650 e riferimenti).

In concreto l’argomentazione della ricorrente, secondo cui l’ex marito doveva sapere di non avere più l’obbligo alimentare, per cui l’errore era dovuto a lui stesso, è stata rigettata, proprio perché – richiamata la giurisprudenza citata – non conta se l’errore sia o meno scusabile.

L’art. 64 CO spiega che chi si è indebitamente arricchito non è tenuto a restituire ciò di cui provi che, al momento della ripetizione, non è più arricchito, a meno che se ne sia spossessato di mala fede o che dovesse prevedere la domanda di restituzione. L’art. 3 cpv. 2 CC precisa che nessuno può invocare la propria buona fede quando questa sia incompatibile con l'attenzione che le circostanze permettevano di esigere da lui.
La buona fede è da negare segnatamente in quei casi in cui chi l’arricchito al momento del versamento sapeva o doveva sapere, usando la necessaria attenzione, che la prestazione non era dovuta (DTF 130 V 414, consid. 4.3, pag. 419 e seg.). Ogni lesione di questo principio porta al decadimento della protezione della buona fede, ciò che vale anche in caso di negligenza leggera (DTF 119 II 23, consid. 3c/aa, pag. 27; v. anche la dottrina maggioritaria).

Nel casco concreto la ricorrente ha sostenuto di non dover restituire nulla di quanto ricevuto di troppo siccome lo avrebbe utilizzato in buona fede; questa tesi è stata respinta. Al momento del divorzio la ricorrente (parte arricchita) ha infatti sottoscritto una convenzione, dimostrando così di aver partecipato attivamente alla fissazione dell’importo e del periodo contributivo. Con ciò doveva sapere che l’importo degli alimenti non era più dovuto. D’altra parte non c’erano motivi per giustificare la continuazione del pagamento anche dopo la sua scadenza.

Data creazione: 15 giugno 2015
Data modifica: 15 giugno 2015

Computo degli acconti d’imposta, periodo fiscale durante il quale i coniugi si sono separati

Caso 354, 16 aprile 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Come vengono computati gli acconti d’imposta per il periodo fiscale durante il quale i coniugi si sono separati?

In una sentenza del 4 giugno 2014 il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel corso di un’udienza tenutasi il 31 gennaio 2012 dinanzi al Pretore, i coniugi hanno definito le conseguenze della separazione intervenuta il 15 settembre 2011. In particolare hanno convenuto di chiedere all’Ufficio di tassazione la disgiunzione delle partite fiscali a partire dal 1° gennaio 2012 e di suddividere le imposte per il 2011 “in funzione delle rispettive entrate per quell’anno”.
Con decisione del 27 marzo 2013, l’Ufficio di tassazione ha notificato la tassazione 2011 e ha chiesto alla contribuente il pagamento dell’intero debito d’imposta. Il 23 maggio 2013 la contribuente si è rivolta all’Ufficio di esazione, chiedendo di computare gli acconti da lei pagati nel corso del 2011. Con scritto del 3 giugno 2013, l’autorità d’incasso ha comunicato alla contribuente di non poter aderire alla sua richiesta, “in quanto in seguito alla notifica di tassazione emessa il 27 marzo 2013 gli importi sono stati restituiti automaticamente direttamente all’intestatario della partita erariale”.
La moglie si è rivolta alla Camera di diritto tributario con un ricorso contro la decisione (comunicazione) 3 giugno 2013 dell’Ufficio esazione e condoni. Ribadito di aver personalmente pagato gli acconti 2011 per sé e per il marito e sottolineato che il solo reddito del lavoro dei coniugi era da anni il suo, ha ritenuto che l’Ufficio di esazione sia incorso in un errore, avendo accreditato gli acconti al marito.

Il problema dell’attribuzione degli acconti, che i coniugi hanno pagato prima della caduta della responsabilità solidale, in relazione ad un debito d’imposta comune, può essere risolto in diversi modi.
Una prima possibilità è quella di attribuire metà degli acconti a ciascuno dei coniugi, conformandosi alla concezione del diritto matrimoniale ed in particolare al regime matrimoniale della partecipazione agli acquisti.
Un’altra opzione consiste nel ripartire fra i coniugi gli acconti pagati in proporzione alle rispettive quote di responsabilità per l’imposta complessiva.
Un’ultima possibilità consiste nell’attribuire i pagamenti al coniuge che ha pagato gli anticipi o per conto del quale sono stati pagati.

Diversamente dalla legge degli altri cantoni, la legge tributaria ticinese non contiene alcuna disposizione in merito alle modalità di restituzione o di computo degli acconti pagati dai coniugi per il periodo durante il quale è intervenuta la separazione o il divorzio ed eventualmente anche per periodi precedenti.
Ciò non toglie che la decisione contestata, con la quale l'Ufficio di tassazione ha computato (o restituito) tutti gli acconti al marito separato della ricorrente, non può essere condivisa. Sia che si voglia seguire la soluzione più semplice, scelta peraltro dalla maggior parte dei cantoni, consistente nella suddivisione per metà ciascuno degli acconti pagati, sia che si preferisca quella più elaborata e precisa, consistente nella ripartizione in base alle quote di responsabilità per l’imposta complessiva, in alcun modo si giustifica il rimborso di tutti gli acconti ad un solo coniuge. Volendo superare le riserve di principio che solleva, una simile soluzione potrebbe tutt’al più essere applicata, se si potesse verificare concretamente chi ha versato le rate d’acconto ancora intestate congiuntamente ai coniugi.
Nella fattispecie, tuttavia, si è potuto constatare dal ricorso che le rate in discussione sono state tutte versate proprio dalla ricorrente, cioè dal coniuge al quale non sono state poi restituite o attribuite in sede di conguaglio. Non si può del resto mettere in dubbio la circostanza che l’autorità di tassazione fosse a conoscenza dell’avvenuta separazione dei coniugi nel corso del 2011, considerato il fatto che ha proceduto alla loro tassazione separata per il periodo fiscale stesso.

Si deve ritenere che nella fattispecie vi sia una lacuna propria, che come tale deve essere colmata. Infatti, la restituzione, o l’attribuzione in sede di calcolo dei conguagli, degli acconti pagati dai coniugi che si sono in seguito separati solleva un problema che deve essere disciplinato. La soluzione più conforme alle esigenze di tutte le parti coinvolte (contribuente e coniuge, autorità fiscale) consisterebbe nel conformarsi alle indicazioni fornite dagli stessi coniugi. Esaminando la disciplina prevista dagli altri cantoni, nella maggior parte dei casi, anche laddove in linea di principio è prevista la ripartizione per metà, è ammessa tuttavia una diversa ripartizione, se i coniugi presentano per tempo una convenzione in tal senso.
Nel caso in esame, con il verbale dell’udienza tenutasi il 31 gennaio 2012 dinanzi al pretore, i coniugi hanno convenuto la suddivisione delle imposte per l’anno 2011 “in funzione delle rispettive entrate per quell’anno”. L’accordo non fa tuttavia riferimento agli acconti, già pagati a tale momento, ma si limita a pronunciarsi sulla suddivisione delle imposte, che peraltro non ha dovuto essere attuata, giacché per il 2011 i coniugi sono già stati imposti separatamente. Per essere determinante ai fini della ripartizione degli acconti, il verbale avrebbe dovuto fare riferimento espressamente alla circostanza che gli stessi erano stati pagati dalla ricorrente e che pertanto avrebbero dovuto essere a lei restituiti (o computati sul suo debito d’imposta).
Poiché la soluzione adottata dalla maggior parte dei cantoni consiste nella ripartizione per metà fra i coniugi, il Tribunale d'appello ha ritenuto equo anche in questo caso un simile criterio di attribuzione degli acconti pagati.

Segnalo sull'argomento anche la sentenza del Tribunale federale (sentenza TF 5D_169/2013 del 6 dicembre 2013) con la quale è stato indicato che non compete al giudice del rigetto definitivo dell'opposizione accertare la decadenza della responsabilità solidale dei coniugi per l'imposta complessiva. In tale sentenza la questione sottoposta al giudizio del Tribunale federale è quella di delimitare il potere di cognizione del giudice del rigetto in merito al genere di obiezioni che egli è competente a trattare. In particolare è controverso se egli sia abilitato ad applicare una norma della legislazione fiscale cantonale ed eventualmente constatare la decadenza della responsabilità solidale dei coniugi per debiti fiscali. Secondo la dottrina citata nella sentenza al consid. 3.2, è compito dell'autorità fiscale accertare tramite una speciale decisione (suscettiva di impugnazione) che la responsabilità solidale è nel frattempo decaduta e fissare inoltre per ogni coniuge la sua quota personale nell'imposta complessiva. Una tale incombenza travalica manifestamente il potere di cognizione del giudice del rigetto. Pertanto fintanto che non vi è una decisione dell'autorità fiscale, entrambi i coniugi continuano a rispondere solidalmente per l'imposta complessiva.
 

Data creazione: 16 aprile 2015
Data modifica: 16 aprile 2015

Conclusioni (subordinate) sul mantenimento fra coniugi nella procedura di misure a tutela dell'unione coniugale

Caso 342, 16 ottobre 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Nell'ambito delle misure a tutela dell'unione coniugale è opportuno formulare conclusioni subordinate relativamente ai contributi di mantenimento a favore del coniuge laddove siano presenti anche aspetti relativi al mantenimento dei figli minorenni?

In una sentenza del 15 maggio 2014 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati nel 1995. Dal matrimonio sono nati due figli, rispettivamente nel 1996 e nel 1998.
Nel 2013 la moglie ha inoltrato una procedura di misure a tutela dell'unione coniugale, chiedendo segnatamente l'affidamento dei figli, nonché alimenti per questi ultimi e per sé.
In prima sede il giudice ha affidato i figli al padre e previsto a favore della madre un contributo alimentare pari alla cifra da lei richiesta, nonostante dai calcoli emergesse un importo più alto. Sia davanti al Tribunale d'appello, sia dinanzi al Tribunale federale i ricorsi della moglie sono stati respinti.

Il Tribunale federale ha innanzi tutto ricordato come le richieste di misure a protezione dell'unione coniugale debbano contenere delle conclusioni, così come emerge dagli art. 252, art. 219 e art. 221 cpv. 1 let. b CPC e anche dall'art. 176 cpv. 1 CC (per quest'ultima norma il giudice adotta delle misure "ad istanza di uno dei coniugi").
Nella parte della sentenza non pubblicata sulla raccolta ufficiale, il Tribunale federale ha indicato che le conclusioni devono essere cifrate, per lo meno se una parte è assistita da un legale; un minimo importo deve essere indicato e potrà essere rivisto a dipendenza dell'esito della procedura probatoria. In ogni caso la ricorrente nel caso concreto aveva cifrato le proprie pretese.

Le pretese sui contributi di mantenimento per i figli (art. 176 cpv. 3 CC e art. 276 CC) sono distinte rispetto a quelle concernenti l'alimento a favore del coniuge (art. 176 cpv. 1 cifra 1 CC).
I contributi alimentari a favore del coniuge sottostanno al principio attitatorio (art. 58 cpv. 1 CPC), mentre gli alimenti a favore dei figli sono retti dal principio inquisitorio ai sensi dell'art. 296 cpv. 3 CPC: per questi ultimi il giudice non è vincolato dalle conclusioni delle parti. Al contrario, per l'alimento a favore del coniuge il giudice è vincolato dalle conclusioni delle parti e non può accordare più di quanto richiesto, anche se il risultato contabile desse un risultato superiore. Il fatto che la massima inquisitoria (sociale) si applichi in ambito di misure a tutela dell'unione coniugale (art. 272 CPC - sentenza TF 5A_2/2013 consid 4.2 del 6 marzo 2013) non cambia nulla, siccome ciò si riferisce all'accertamento dei fatti e all'assunzione delle prove e non all'oggetto della causa. L'art. 282 cpv. 2 CPC, che prevede che se è impugnato il contributo di mantenimento per il coniuge, l'autorità giudiziaria superiore può nuovamente statuire, ancorché non controversi, sui contributi di mantenimento dei figli, è un'eccezione che si estende solo al mantenimento a favore dei figli e non permette il riesame dei contributi alimentari a favore del coniuge quando è impugnato unicamente il contributo di mantenimento a favore dei figli (cfr. anche caso 303).

Nei casi in cui si è in presenza di redditi bassi o medi, dove l'ammontare del contributo alimentare a favore del coniuge dipende anche dalla quantificazione degli alimenti per i figli, il coniuge per i propri alimenti deve formulare delle conclusioni principali e subordinate; queste ultime possono anche andare al di là delle conclusioni principali.

Nel caso concreto, tenuto conto che i figli sono stati affidati al padre, la moglie avrebbe dovuto formulare le proprie richieste subordinate entro la data dell'udienza di discussione. Solo nell'ipotesi in cui le parti sono concordi sull'affidamento dei figli e che il giudice non è dello stesso avviso allora occorre dare alle parti la possibilità di pronunciarsi nuovamente sulle conclusioni economiche.

Da notare che in ambito di misure a protezione dell'unione coniugale e in ambito cautelare per il contributo di mantenimento a favore del coniuge si applica la massima inquisitoria sociale, mentre nel merito di una procedura di separazione coniugale o di divorzio si applica la massima dispositiva. Nessuna distinzione sussiste per contro per i figli, laddove indipendentemente dalla procedura si applica sempre la massima inquisitoria pura e semplice. Va da sé che le prove possono servire al giudice per quantificare anche gli alimenti a favore del coniuge, ma egli rimane comunque vincolato dalle conclusioni delle parti in merito all'ammontare richiesto.

Sull'obbligo di cifrare le pretese in sede di appello cfr. DTF 137 III 617 (tradotto in francese in JdT 2014 II 187).

Data creazione: 16 ottobre 2014
Data modifica: 16 ottobre 2014

Valutazione del reddito di un indipendente - prelevamenti privati

Caso 333, 16 maggio 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Come si calcola il reddito di un lavoratore indipendente? Come vengono considerati gli eventuali prelevamenti privati?

In una sentenza del 26 febbraio 2014, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, entrambi di cittadinanza straniera, si sono sposati a Vevey nel 2011. Dal matrimonio non sono nati figli. Ciascun coniuge è già genitore di figli nati da precedenti matrimoni. I coniugi si sono definitivamente separati nell'agosto 2013.
Dal gennaio 2011 il marito ha ripreso un'attività indipendente. Per l'anno 2012 dalla sua contabilità si evince un utile di ca. CHF 42'000.00. L'autorità cantonale ha per contro considerato un reddito mensile di CHF 12'000.00. Su tale base il giudice ha stabilito gli alimenti a favore della moglie nell'ambito di una procedura di misure a protezione dell'unione coniugale. Dopo la via del ricorso a livello cantonale, il marito si è rivolto al Tribunale federale con un ricorso in materia civile, contestando tra l'altro di dovere alimenti alla moglie.

Il reddito di un lavoratore indipendente si calcola tenendo in considerazione l'utile netto, vale a dire la differenza tra i ricavi e i costi. In caso di redditi variabili nel tempo, occorre prendere in considerazione il risultato di più anni (sentenza TF 5A_246/2009 del 22 marzo 2010, consid. 3.1; sentenza TF 5A_687/2011 del 17 aprile 2012, consid. 5.1.1); più il risultato varia negli anni e più occorre prendere in considerazione un periodo più lungo (sentenza TF 5A_246/2009 già citato, consid. 3.1. e riferimenti).
Se le allegazioni relativamente all'importo del reddito non sono verosimili e le prove assunte non convincono, i prelevamenti privati permettono di determinare il tenore di vita dell'interessato e questo elemento può allora essere utile per fissare il contributo di mantenimento dovuto (sentenza TF 5A_246/2009 già citata, consid. 3.1). Per sovvenire ai suoi bisogni correnti, un indipendente di regola effettua dei prelevamenti privati regolari durante tutto l'esercizio contabile, anticipando così l'utile netto che risulterà poi dai conti alla fine del periodo di riferimento. Prelevamenti inferiori all'utile permettono la creazione di riserve, mentre prelevamenti superiori implicano lo scioglimento di riserve; non si può ritenere che il reddito dell'indipendente sia diminuito se egli ha effettuato prelevamenti inferiori all'utile netto, ma non si può neppure affermare che il suo reddito non è diminuito, paragonando due esercizi contabili, semplicemente se, indipendentemente dagli utili conseguiti, i prelevamenti privati sono comparabili (sentenza TF 5P.330/2006 del 12 marzo 2007, consid. 3.3).
La determinazione del reddito di un indipendente può essere effettuata sia riferendosi all'utile netto, sia ai prelevamenti privati, ma i due criteri si escludono l'un l'altro: non si può concludere che il reddito di un indipendente sia costituito dall'utile netto sommato ai prelevamenti privati (sentenza TF 5A_259/2012 del 14 novembre 2012, consid. 4).

Nel caso concreto i giudici cantonali hanno scelto il metodo di calcolo del reddito del marito, indipendente, in base ai suoi prelevamenti privati, siccome la contabilità è stata considerata un documento interno della ditta non verificato dall'ufficio di revisione, ciò che il Tribunale federale ha giudicato corretto. Dato che il conto privato del marito era alimentato con CHF 12'000.00 mensili, questo è stato l'importo considerato quale suo reddito.

Data creazione: 16 maggio 2014
Data modifica: 16 maggio 2014

Trascuranza degli obblighi di mantenimento - possibilità economica effettiva del coniuge debitore

Caso 331, 16 aprile 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Quando il coniuge che non adempie l'obbligo alimentare deciso dal giudice civile può essere punito penalmente per il reato di trascuranza degli obblighi di mantenimento se versa in difficoltà economiche?

In una sentenza del 29 luglio 2013 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Si può rimproverare all'autore di avere violato il suo obbligo alimentare solo se aveava i mezzi per adempierlo o avrebbe potuto averli.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Con decisione del 31 maggio 2012 l'ex marito è stato ritenuto colpevole del reato di trascuranza degli obblighi di mantenimento ex art. 217 CP, siccome per il periodo da novembre 2008 a settembre 2011 non avea versato alla ex moglie alimenti per CHF 7'500.00 mensili.

L'art. 217 cpv. 1 CP prevede che chiunque non presta gli alimenti o i sussidi che gli sono imposti dal diritto di famiglia, benché abbia o possa avere i mezzi per farlo, è punito, a querela di parte, con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria.
Il giudice penale è vincolato dal contributo alimentare stabilito dal giudice civile (DTF 106 IV 36; sentenza TF 6B_264/2011 del 19 luglio 2011, consid. 2.1.3). Per contro il fatto di sapere quali siano i mezzi finanziari che potrebbe avere il debitore all'alimento deve essere deciso dal giudice penale: egli deve stabilire concretamente la situazione finanziaria del debitore, rispettivamente quella che avrebbe potuto avere facendo gli sforzi che possono essere da lui ragionevolmente pretesi.
Da un punto di vista oggettivo, l'obbligo alimentare è violato quando il debitore non versa integralmente e tempestivamente il contributo alimentare che deve in virtù del diritto di famiglia. Per contro si può rimproverare all'autore di avere violato il suo obbligo alimentare solo se aveva i mezzi per adempierlo o avrebbe potuto averli (ad es. se non ha i mezzi per pagare, ma non coglie le occasioni di guadagno che gli vengono offerte e che avrebbe potuto accettare).
Nel caso concreto la pena è stata di 120 aliquote giornliere di CHF 1'000.00.

Da notare che nella sentenza TF 6B_573/2013 del 1° ottobre 2013 il Tribunale federale ha ricordato che per poter valutare i mezzi finanziari a disposizione del debitore alimentare, il giudice penale deve agire per analogia con la determinazione del minimo esistenziale ai sensi dell'art. 93 LEF. Se lo stipendio del debitore è variabile ed è a volte al di sotto del minimo esistenziale, ciò implica la possibilità di compensare la differenza di quanto non pagato con le eccedenze degli altri periodi. Si può dunque considerare che il debitore ha avuto i mezzi per adempiere al proprio obbligo alimentare solo se l'importo disponibile non serva a coprire il minimo esistenziale dei mesi precedenti.

Nella sentenza TF 6B_608/2014 del 6 gennaio 2015 il Tribunale federale ha affrontato la conseguenza della deduzione dai contributi alimentari degli interessi ipotecari, dei costi della scuola, dell’assicurazione cassa malati e di altre diverse spese relative al minore mediante pagamento direttamente al terzo, ma non autorizzato dal beneficiario dell’alimento. Punibilità di chi esegue il pagamento in maniera diversa rispetto a quanto previsto dal giudice civile (DTF 106 IV 36). Nel caso concreto punibilità per il fatto che né il giudice civile, né la parte beneficiaria hanno acconsentito alla compensazione (salvo per il pagamento degli interessi ipotecari).

Data creazione: 16 aprile 2014
Data modifica: 14 giugno 2015

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