2003

Presupposti per l'esclusione della suddivisione delle prestazioni di uscita

Caso 94, 15 dicembre 2003 << caso precedente | caso successivo >>

In quali casi la legge permette di derogare al principio secondo cui la prestazione di libero passaggio acquisita durante il matrimonio da ciascun coniuge va divisa in ragione di metà ciascuno?

In una sentenza del 6 giugno 2003* il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Secondo l'art. 122 CC se un coniuge o ambedue sono affiliati a un istituto di previdenza professionale e se non è sopraggiunto alcun caso d'assicurazione, ogni coniuge ha diritto alla metà della prestazione d'uscita dell'altro calcolata per la durata del matrimonio secondo le disposizioni della legge del 17 dicembre 1993 sul libero passaggio.
L'art. 123 cpv. 2 CC indica che il giudice può rifiutare in tutto o in parte la divisione ove appaia manifestamente iniqua dal profilo della liquidazione del regime dei beni oppure della situazione economica dei coniugi dopo il divorzio.
Il fatto che un coniuge non abbia versato dei contributi di cassa pensioni relativamente al proprio reddito accessorio non permette di derogare al principio del riparto per metà sopra indicato; se tramite questo reddito sono stati effettuati dei risparmi, gli stessi costituiscono acquisti e verranno dunque divisi con il regime matrimoniale; se sono stati utilizzati per la famiglia, allora entrambi i coniugi ne hanno già beneficiato.
Altri aspetti non rilevanti sono se uno dei due coniugi si sia astenuto dallo svolgere un'attività lavorativa a tempo pieno durante il matrimonio (sia essa durante la vita comune o dopo la separazione di fatto).
Nell'ambito dell'applicazione dell'art. 123 cpv. 2 CC è per contro importante valutare la capacità di guadagno dei coniugi dopo il divorzio, segnatamente quella del coniuge che avrà diritto ad una parte della prestazione di uscita dell'altro.
Nel caso concreto la moglie, madre dei tre figli della coppia (oltre ad un quarto di ca. un anno nato da un'altra relazione) di cui ha l'affidamento, lavora a tempo parziale (80%): La sentenza ribadisce che non si può pretendere che estenda la sua capacità lavorativa fintanto che il figlio comune più piccolo (di 7 anni) non avrà compiuto 16 anni (cfr. caso-55 e referenze). Visto che per ca. 10 anni la moglie non sarà costretta ad estendere la propria attività lavorativa e che il marito non è stato condannato a pagarle un contributo post divorzio tendente anche a compensare la perdita pensionistica (20% su 10 anni di lavoro), si giustifica derogare alla suddivisione a metà delle rispettive prestazioni di libero passaggio che davano un saldo a favore del marito.

Per inciso faccio notare che ancora una volta il Tribunale federale (cfr. anche caso-92) relativamente alla possibilità del coniuge affidatario di svolgere un'attività lavorativa (o estenderla) non considera i figli nati da una relazione adulterina. Infatti, se nel caso-92 il Tribunale federale, oltre a non aver riconosciuto alimenti al figlio della moglie nato da una relazione adulterina, neppure l'ha considerato relativamente alla capacità della moglie di poter svolgere un'attività lavorativa, anche nel caso che qui ci occupa il figlio della moglie di ca. un anno nato da un'altra relazione non viene considerato, laddove viene indicato che la moglie non può essere costretta ad estendere la propria attività lavorativa fintanto che il figlio comune più piccolo (di 7 anni) non avrà compiuto 16 anni.



* Sentenza pubblicata in DTF 129 III 577 e pubblicata anche su FAMPRA 4/2003, pag. 901 (con commento).

Data creazione: 15 dicembre 2003
Data modifica: 9 aprile 2009

Costi per l'esercizio del diritto di visita

Caso 93, 1 dicembre 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Chi si assume i costi per l'esercizio del diritto di visita?

In una sentenza* del 23 dicembre 2002 l'Obergericht del Canton Lucerna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Di fronte al principio secondo cui le spese del diritto di visita sono assunte dal genitore che lo esercita, per cui quello non affidatario, si possono fare alcune osservazioni.
Innanzi tutto non si tratta di un principio assoluto, ma l'assunzione o meno di determinate spese dipende dalle circostanze concrete.
I costi contemplati nella massima di cui sopra comprendono p. es. i costi di trasferta (segnatamente laddove le residenze dei genitori non sono prossime); non per contro i costi ordinari relativi al diritto di visita, come ad es. le spese inerenti a un diritto di visita usuale, come i costi di una bibita o il biglietto di un cinema, spese che durante lo svolgimento del diritto di visita sono di principio a carico del genitore non affidatario (cfr. I CCA sentenza del 17.10.2001 11.2001.79).
Altro aspetto da ritenere è che se i maggiori costi del diritto di visita sono dovuti al fatto che il genitore che ha la custodia dei bambini si trasferisce con i medesimi in un altro luogo, ad es. in un antro Cantone o all'estero, ciò non significa che debba anche subire le ripercussioni finanziarie dei maggiori oneri di trasferta del genitore non affidatario; infatti la giurisprudenza ha già avuto modo di precisare che non si può subordinare l'affidamento del figlio alla condizione che la madre risieda in una determinata regione (cfr. caso-013; DTF 101 II 200) e dunque i maggiori costi dovranno essere ripartiti a dipendenza delle condizioni finanziarie (come indica la massima sopra riportata) di regola a prescindere dalle ragioni che conducono il coniuge affidatario a liberamente stabilirsi con la prole altrove.



* Sentenza la cui massima è pubblicata in FAMPRA 4/2003, pag. 957.
Sul tema cfr. anche sentenza 5P.17/2006/viz

 

In FamPra 3/2015 è pubblicata una sentenza del Kntonsgericht Luzern dalla quale risulta che ln occasione dell’esercizio del diritto di visita, il passaggio da un genitore all’altro avviene idealmente con il figlio che viene portato dal genitore presso il quale si trova all’altro.

Data creazione: 1 dicembre 2003
Data modifica: 29 novembre 2015

Contributo alimentare a favore di un figlio nato da una relazione della moglie con un altro uomo

Caso 92, 17 novembre 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Il marito ha l'obbligo di versare un contributo di mantenimento a favore di un figlio nato da una relazione della moglie con un altro uomo?

In una sentenza del 22 maggio 2003 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Non vi è nessun obbligo diretto del marito al mantenimento di un figlio nato da una relazione extraconiugale della moglie.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza in questione, resa nell'ambito di un ricorso di diritto pubblico, per cui limitata per gran parte al solo giudizio di arbitrarietà, indica tra le altre considerazioni che non vi è nessun obbligo diretto del marito al mantenimento di un figlio nato da una relazione della moglie durante il matrimonio con un altro uomo.
La sentenza riporta altre considerazioni interessanti, segnatamente relative al divieto della reformatio in peius e al termine adeguato entro il quale la moglie deve riprendere un'attività lavorativa.
Tuttavia ritengo importante una riflessione in merito alla situazione del bambino nato dalla relazione extraconiugale della madre. Il concetto secondo cui non vi è nessun obbligo diretto del marito al mantenimento di un figlio nato da una relazione della moglie durante il matrimonio con un altro uomo scaturisce da un senso di giustizia nei confronti del marito, che vede la propria moglie diventare madre di un figlio nato da una relazione adulterina.
D'altra parte, se ci si domanda se sia salvaguardato il senso di giustizia del bambino, segnatamente quello di avere un adeguato mantenimento, si potrebbe obiettare che il bambino si trova per un certo periodo - ossia fintanto che la paternità del marito non sia disconosciuta e il padre biologico possa essere chiamato a rispondere dei suoi obblighi riconoscendo il figlio o con un'azione di paternità - in un "vuoto di responsabilità paterna"; in altre parole, se riteniamo corretto, giusto, non obbligare il marito a contribuire al mantenimento diretto del bambino, altrettanto corretto e giusto sarebbe obbligare il padre biologico a contribuire, laddove, naturalmente, non lo facesse.
Ma ciò è improponibile fintanto che la paternità non sia stata disconosciuta, vale a dire fino al momento in cui il Giudice civile avrà pronunciato una sentenza di disconoscimento di paternità, cresciuta in giudicato. Ma i tempi di una tale causa, pur veloci che siano, implicano un periodo in cui il bambino si trova privato del necessario supporto finanziario da parte di una figura paterna. Il padre giuridico (marito della madre) non può essere obbligato a contribuire al suo mantenimento (è ciò che dice la sentenza che ci occupa) e il padre naturale non sarà riconosciuto giuridicamente tale (con i relativi diritti e obblighi) fintanto che il marito non sarà disconosciuto della sua presunta paternità. E in questo lasso di tempo chi ha la responsabilità finanziaria del bambino? Naturalmente la madre e ... lo Stato, se le risorse finanziarie della madre non sono sufficienti, soluzione questa che tuttavia lascia perplessi.


* Sentenza pubblicata in DTF 129 III 417.

Data creazione: 17 novembre 2003
Data modifica: 29 aprile 2009

Appello - effetto sospensivo per le procedure di protezione dell'unione coniugale

Caso 91, 3 novembre 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Nell'ambito delle procedure di protezione dell'unione coniugale il ricorso in appello ha effetto sospensivo?

In un decreto presidenziale del 15 ottobre 2003 la Prima Camera Civile del Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Non vi è motivo per trattare le misure di protezione dell'unione coniugale diversamente dalle misure provvisionali nelle cause di separazione o di divorzio (art. 137 CC), cui in sede di appello l'effetto sospensivo è negato per legge (art. 310 cpv. 4 lett. a CPC).

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Secondo l'art. 310 cpv. 4 lett. a CPC sono provvisoriamente esecutive senza cauzione e senza espressa menzione nella sentenza le misure provvisionali giusta l’art. 137 CC. La giurisprudenza ha avuto modo di precisare in merito che non è arbitraria la norma che non consente al Presidente della Camera Civile, alla quale è proposto ricorso contro una decisione del Pretore sulle misure provvisionali secondo l'art. 137 CC, di sospendere gli effetti in attesa del giudizio di appello.
La base legale relativamente all'effetto sospensivo dell'appello contro una decisone pretorile di protezione dell'unione coniugale (art. 171 CC e segg.) è data dall'art. 310 cpv. 4 lett. b CPC. Il Presidente della Prima Camera Civile del Tribunale d'appello ha tuttavia precisato che la questione deve essere trattata alla stregua della giurisprudenza relativa all'art. 310 cpv. 4 lett. a CPC, per cui neppure in quest'ambito si può chiedere l'effetto sospensivo e il giudizio di protezione dell'unione coniugale è immediatamente esecutivo.

* Decreto non pubblicato.

Per la portata di questa giurisprudenza dopo il 1° gennaio 2011 (data di entrata in vigore del codice di diritto processuale svizzero) cfr. caso-276.

Data creazione: 3 novembre 2003
Data modifica: 14 dicembre 2011

Contributo alimentare per i figli - spese straordinarie

Caso 90, 13 ottobre 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Cosa accade se una volta fissato il contributo di mantenimento a favore dei figli subentrano spese straordinarie impreviste?

In una sentenza del 31 marzo 2003 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

I contributi speciali mirano a soddisfare dei bisogni specifici, limitati nel tempo, che non sono stati presi in considerazione al momento della fissazione del contributo ordinario di mantenimento e che comportano un onere finanziario che esso non è in grado di coprire.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nella sentenza in esame il Tribunale federale indica a quali condizioni è possibile l'applicazione dell'art. 286 cpv. 3 CC, secondo cui "Il giudice può obbligare i genitori a versare un contributo speciale allorché lo richiedano bisogni straordinari e imprevisti del figlio".
Dal momento in cui il Giudice si deve occupare della fissazione dei contributi di mantenimento per i figli - ossia ad es. nell'ambito di un divorzio, di una procedura di protezione dell'unione coniugale, di una procedura provvisionale, ecc. -, la commisurazione deve tenere in considerazione i parametri dell'art. 285 cpv. 1 CC, secondo cui "Il contributo per il mantenimento deve essere commisurato ai bisogni del figlio, alla situazione sociale e alle possibilità dei genitori, e tener conto inoltre della sostanza e dei redditi del figlio, come pure della partecipazione del genitore che non ha la custodia del figlio alle cure di costui". Ciò non significa che eventuali spese straordinarie, già conosciute o prevedibili al momento della fissazione dell'alimento, non devono essere considerate nell'ambito di questo articolo: devono essere per contro espressamente indicate (ad es. nel caso in cui un bambino ha dei bisogni medici particolari, necessita una dieta speciale dispendiosa, ecc.); nel caso in cui tali spese non siano menzionate espressamente, saranno considerate comprese nel contributo di mantenimento fissato dal Giudice e non sarà possibile chiedere una modifica dell'alimento posteriormente, proprio perché tali costi erano già noti al momento della fissazione del contributo alimentare.
Se per contro, in un secondo momento, il minore necessita di interventi particolari per bisogni straordinari (ad es. correzioni dentarie o particolari misure scolastiche temporanee: cfr. FF N. 1,Vol. I, 9 gennaio 1996, versione italiana pag. 177), per cui per bisogni specifici e limitati nel tempo, che non potevano essere presi in considerazione al momento della fissazione del contributo di mantenimento e che necessitano di un apporto finanziario che il contributo alimentare previsto non può coprire, il Giudice può allora costringere i genitori a versare un contributo speciale (art. 286 cpv. 3 CC), tenuto conto di tutte le circostanze economiche.
Tuttavia, se si tratta di spese straordinarie per bisogni specifici non prevedibili, di una certa importanza, ma non temporanei, bensì duraturi, allora sarà applicabile l'art. 286 cpv. 2 CC, secondo cui: "Se le circostanze siano notevolmente mutate, il giudice, ad istanza di un genitore o del figlio, modifica o toglie il contributo".

Concretamente, facendo degli esempi:

  • Se il Giudice, nell'ambito della commisurazione del contributo di mantenimento, prevede che un genitore debba far fronte a tutte le spese dentarie, ortodentistiche, di occhiali, spese non coperte dalla cassa malati, siamo in presenza di un'applicazione dell'art. 285 cpv. 1 CC.
  • Se si tratta dell'apparecchio per i denti, spesa non prevedibile al momento della fissazione del contributo di mantenimento, siamo in presenza di un'applicazione dell'art. 286 cpv. 3 CC.
  • Se si tratta di cure mediche onerose, non coperte dalla cassa malati, durature, ma prevedibili al momento della fissazione del contributo di mantenimento, siamo in presenza di un'applicazione dell'art. 285 cpv. 1 CC; se non erano prevedibili a quell'epoca, di un applicazione dell'art. 286 cpv. 2 CC.

* Sentenza pubblicata in FAMPRA 3/2003, pag. 728; sentenza non pubblicata nella Raccolta Ufficiale, ma pubblicata sul sito internet del Tribunale federale: 5C.240/2002.

Sentenza non pubblicata.

Data creazione: 13 ottobre 2003
Data modifica: 29 aprile 2009

Contributo alimentare - indennità di disoccupazione

Caso 89, 15 settembre 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Quanto è decisivo l'aver perso il diritto alle indennità di disoccupazione nel calcolo dei contributi alimentari?

In una sentenza del 14 agosto 2003 il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Il solo fatto di aver rispettato eventuali disposizioni dell'Ufficio disoccupazione non è sufficiente per rendere verosimile di aver intrapreso quanto si poteva ragionevolmente esigere per evitare una diminuzione delle entrate.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Con l'attuale diritto del divorzio, che consacra tra l'altro il principio dell'automantenimento nell'ambito dei contributi di mantenimento post divorzio (e a certe condizioni anche durante la procedura di divorzio), il coniuge più debole finanziariamente, che pretende alimenti dopo il divorzio, deve dimostrare di non essere in grado di automantenersi. Per portare questa prova non ci si deve accontentare di dimostrare di aver effettuato alcune ricerche di lavoro.
Nel caso di cui alla massima sopra riportata, il marito, già obbligato a versare un determinato contributo di mantenimento nell'ambito della procedura di misure di protezione coniugale, ha inoltrato un'istanza di modifica, facendo valere di non aver più diritto alle indennità di disoccupazione a seguito del loro esaurimento. Il Tribunale d'appello ha tuttavia precisato che il diritto di famiglia e l'assicurazione contro la disoccupazione perseguono scopi diversi e per i più il Giudice civile non è vincolato alle decisioni prese dall'autorità amministrativa, ciò che conduce a dire che il solo fatto di non aver più diritto alle indennità di disoccupazione non è un motivo sufficiente per far valere l'impossibilità di versare alimenti. Tale giurisprudenza riprende una prassi che il Tribunale d'appello aveva sancito già sotto l'egida del vecchio diritto, in vigore prima del 1° gennaio 2000 (cfr. RDAT 1999-I, N. 67, pag. 246). Sulla capacità lavorativa di una persona iscritta alla cassa di dioccupazione cfr. tuttavia sentenza TF 5A_406/2010, consid. 3.2.3.
Evidentemente di fronte a tale giurisprudenza, anche il coniuge finanziariamente più debole, che pretende alimenti (segnatamente dopo il divorzio) non potrà accontentarsi di affermare e provare che ha esaurito le indennità di disoccupazione, che quindi non trova lavoro e giustificare così la richiesta di alimenti.
Ricordiamo inoltre che determinante per quantificare il reddito di una persona è la valutazione del reddito ipotetico e non necessariamente quello reale, ossia quel reddito che la persona può conseguire dando prova di buona volontà, tenuto conto della sua formazione professionale, dell'età, del tempo a disposizione, dello stato di salute e del mercato del lavoro. Sul reddito ipotetico rimando al caso 59.

* Sentenza non pubblicata.

Preciso che con la sentenza TF 5A_724/2009 del 26 aprile 2010 il Tribunale federale ha indicato che la circostanza che il debitore del contributo di mantenimento riceva regolarmente e senza ritardo indennità giornaliere dall'assicurazione contro la disoccupazione è un indizio che egli intraprende gli sforzi da lui esigibili per la ricerca di una nuova occupazione; in queste circostanze non sarebbe dunque ammissibile un computo  al debitore del contributo di mantenimento di un reddito ipotetico giustificato con l'insufficiente impegno lavorativo.

Nella sentenza TF 5A_891/2013 del 12 marzo 2014 il Tribunale federale ha precisato che per un informatico 49enne che per alcuni anni ha percepito indennità di malattia e di disoccupazione, nonostante il percepimento di prestazioni assistenziali, la ripresa di un’attività lucrativa appare esigibile. Il percepimento di indennità giornaliere di disoccupazione complete costituisce sì un indizio che sia stato intrapreso tutto il necessario per il reperimento di un impiego, ma il giudice deve comunque verificare se l’imposizione di un reddito ipotetico sia esigibile.

Data creazione: 15 settembre 2003
Data modifica: 29 giugno 2015

Liquidazione del regime matrimoniale - stima dei beni

Caso 88, 1 settembre 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Nell'ambito della liquidazione del regime ordinario della partecipazione agli acquisti, il valore dei beni viene considerato a quale data? Cosa accade se nel frattempo vi sono ricavi o spese relativi a questi beni?

In una sentenza del 7 febbraio 2003 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Secondo l'art. 204 cpv. 2 CC, in caso di divorzio, separazione coniugale, nullità di matrimonio o separazione dei beni giudiziale, lo scioglimento del regime matrimoniale si ha per avvenuto il giorno della presentazione della relativa domanda in Pretura. L'art. 214 cpv. 1 CC indica che per il valore degli acquisti esistenti allo scioglimento del regime dei beni, è determinante il momento della liquidazione. Dalla data dello scioglimento del regime dei beni alla sua liquidazione può passare anche parecchio tempo a dipendenza di quanto dura la causa.
Dal momento in cui è presentata in Pretura la domanda di divorzio, separazione coniugale, nullità di matrimonio o separazione dei beni giudiziale, non può esservi la formazione di nuovi acquisti o aumenti dei medesimi che possano dar luogo ad una partecipazione al beneficio (DTF 123 III 289 e riferimenti), come pure non può esservi una modifica dei passivi della massa degli acquisti ed eventuali debiti sono considerati solo se nati anteriormente alla data dello scioglimento del regime matrimoniale ma saldati dopo.
Se l'uso, la perdita, le spese amministrative e i nuovi debiti sono di principio a carico solo del proprietario dei beni in questione, diversamente vanno considerati quei debiti contratti (anche dopo la data dello scioglimento del regime - art. 204 CC -, ma prima della liquidazione - art. 214 CC) per mantenere o migliorare il valore del bene facente parte della massa degli acquisti.
Relativamente ad un immobile facente parte della massa degli acquisti, non vano dunque considerati né il pagamento dei debiti ipotecari e delle spese amministrative, né il ricavato da pigioni incassate.
In sintesi si può dunque affermare che ricavi e oneri di un bene facente parte degli acquisti sono a favore, rispettivamente a carico del proprietario del bene in questione, mentre le spese affrontate per conservare il valore dell'oggetto o di miglioria vanno considerate nell'ambito della liquidazione del regime matrimoniale anche se contratte dopo la data determinante per lo scioglimento.
Evidenziamo anche che il conto acquisti di ciascun coniuge può subire delle modifiche di valore tra la data dello scioglimento del regime e la relativa liquidazione, siccome nel frattempo, ossia fino alla data della liquidazione del regime dei beni (data della sentenza: DTF 121 III 152 consid. 3a, pag. 14), il valore dei beni può aumentare o diminuire.
Da notare infine che se la valutazione del bene riguarda un'impresa di pertinenza di un coniuge, con attivi e passivi, allora per il calcolo del suo valore vanno considerati anche i debiti nati dopo l'inoltro del divorzio, dato che in questi casi la valutazione viene operata sull'unità economica e giuridica (DTF 125 III 1, consid. 4c, pag. 5 e DTF 121 III 152 consid. 3c e d, pag. 155).

* Sentenza pubblicata in FAMPRA 3/2003, pag. 651; sentenza non pubblicata nella Raccolta Ufficiale, ma pubblicata sul sito internet del Tribunale federale: 5C.229/2002.

Segnalo in merito al tema del valore e altri argomenti relativi all'impresa l'articolo di Margareta Baddeley, L'entreprise dans le contexte du droit matrimonial, in FamPra 2/2009, pag. 289 e segg.

Data creazione: 1 settembre 2003
Data modifica: 17 settembre 2009

Alimenti - computo del "bonus"

Caso 87, 18 agosto 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Nel calcolo del reddito va considerato anche il "bonus"? Anche se pagato in una forma diversa dal versamento in denaro?

In una sentenza del 4 aprile 2003 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza in questione indica che nel calcolo del reddito determinante per la fissazione dei contributi di mantenimento per il coniuge e i figli si deve di regola prendere in considerazione anche il versamento di eventuali "bonus". Questi "bonus", normalmente versati una volta l'anno, al termine del medesimo o nei mesi successivi del nuovo anno, fanno infatti parte del reddito, come pure il reddito accessorio nel caso di attività regolare e costante, la tredicesima mensilità e gratifiche, nonché le indennità forfetarie che eccedono il rimborso di spese effettivamente a carico del dipendente (cfr. in merito Emanuela Epiney-Colombo, in REP 1994, pag. 141 e referenze).
Il Tribunale federale ha precisato che si deve tenere in considerazione la corresponsione di "bonus" anche nel caso in cui il pagamento avviene diversamente che con il versamento in denaro, come ad es. con la consegna di azioni: anche in questi casi si tratta di importi imponibili fiscalmente (sentenza TF 2A.360/2001) che sottostanno alle trattenute sociali (art. 7 let. c RAVS, DTF 102 V 152, consid. 2, pag. 154/155).
Tutte queste modalità di pagamento del salario ricadono sotto gli art. 125 cpv. 2 cifra 5 CC (alimenti a favore del coniuge divorziato) e art. 285 cpv. 1 CC (alimenti a favore dei figli), per cui devono essere di principio considerate nel computo del reddito.
Naturalmente vanno in ogni caso ben chiarite le modalità di versamento: l'ammontare e il valore, la regolarità, se si tratta di importi di cui il destinatario può liberamente immediatamente disporre o solo di aspettative, ecc.
Non va poi dimenticato che occorre verificare se in passato tale "bonus" era consacrato al mantenimento della famiglia oppure costituiva un risparmio; infatti, in quest'ultimo caso, l'ammontare va ad accrescere il capitale e si deve piuttosto verificare in quale misura la sostanza possa essere considerata per il pagamento dei contributi alimentari.

* Massima della sentenza pubblicata in FAMPRA 3/2003, pag. 690; sentenza non pubblicata nella Raccolta Ufficiale, ma pubblicata sul sito internet del Tribunale federale: 5C.6/2003

Data creazione: 18 agosto 2003
Data modifica: 30 aprile 2009

Alimenti - computo delle imposte nel fabbisogno minimo

Caso 86, 4 agosto 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Nel calcolo del fabbisogno minimo dei coniugi deve essere considerata anche la posta relativa alle imposte correnti?

In una sentenza del 27 marzo 2003 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nel caso in cui i fabbisogni minimi della famiglia non sono coperti, la posta relativa alle imposte non può essere considerata.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

secondo la recente giurisprudenza del Tribunale federale in caso di risorse finanziarie ridotte, in cui le entrate della famiglia non sono sufficienti a coprire i rispettivi fabbisogni minimi di due economie domestiche separate, gli oneri fiscali correnti non possono essere computati nel fabbisogno minimo del coniuge debitore degli alimenti.
Tale giurisprudenza, criticata da parte della dottrina (cfr. RDT 3/4 giugno/agosto 2003, pag. 124-125, dove vengono indicati gli esempi delle fonti di dottrina che criticano la giurisprudenza in questione), è stata dunque confermata. Altre sentenze - pubblicate - sono: DTF 126 III 353 consid. 1a/aa, pag. 356; DTF 127 III 68 consid. 2b, pag. 70; DTF 127 III 289 consid. 2a/bb, pag. 292.
Si deve precisare che tale principio vale sia per il calcolo dei contributi di mantenimento per i figli, che per quelli per il coniuge, segnatamente nell'ambito di un divorzio.

 

* Sentenza pubblicata in FAMPRA 3/2003, pag. 677; sentenza non pubblicata nella Raccolta Ufficiale, ma pubblicata sul sito internet del Tribunale federale: 5C.282/2002 /min.

Data creazione: 4 agosto 2003
Data modifica: 30 aprile 2009

Alimenti dopo il divorzio - computo della sostanza

Caso 85, 21 luglio 2003 << caso precedente | caso successivo >>

In quale misura deve essere presa in considerazione la sostanza nella determinazione del contributo di mantenimento dopo il divorzio?

In una sentenza del 6 settembre 2002 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Se la sostanza è stata accumulata durante il matrimonio con uno scopo di previdenza è giustificato utilizzarla per garantire il mantenimento dei coniugi dopo il loro pensionamento.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel caso 084 ho segnalato anche la sentenza qui trattata, laddove appunto il Tribunale federale ha obbligato il marito a versare alla moglie una rendita vita natural durante per colmare la di lei lacuna pensionistica, obbligandolo tra l'altro ad intaccare la propria sostanza.
La sentenza in questione merita qualche approfondimento.

Prima di tutto il Tribunale federale ribadisce chiaramente i seguenti due principi:

  • quello del "clean break", secondo cui con il divorzio ciascun coniuge deve, nel limite del possibile, automantenersi, ossia acquistare la propria indipendenza economica e sovvenire autonomamente ai propri bisogni;
  • quello della solidarietà, che indica che dopo il divorzio entrambi i coniugi devono sopportare le conseguenze della ripartizione dei compiti concordata durante il matrimonio (art. 163 cpv. 2 CC).

Il Tribunale federale precisa dunque che la rendita è concepita in base alle necessità del coniuge creditore ed è basata sul concetto di debito mantenimento ("entretien convenable"). Sui criteri applicabili al principio, all'ammontare della rendita e alla sua durata rimanda all'art. 125 cpv. 2 CC e alla sentenza DTF 127 III 136, consid. 2a, pag. 138/139 e le relative numerose citazioni (v. anche caso 039).
Per calcolare il debito mantenimento ci si deve riferire al tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio (art. 125 cpv. 1 cifra 3 CC); se questo tenore di vita non può essere mantenuto a seguito dei maggiori costi di due economie domestiche separate, il coniuge creditore dell'alimento può allora pretendere di mantenere il medesimo tenore di vita goduto dall'altro coniuge.
Il tenore di vita determinante è quello dei coniugi al momento della separazione di fatto, a meno che il divorzio sia pronunciato dopo una lunga separazione: in questo caso si deve di regola considerare la loro situazione economica durante questa separazione.
L'ammontare del contributo di mantenimento dipende anche dalla sostanza di ciascun coniuge e in determinati casi si può pretendere che venga consumata per il mantenimento. In particolare se è stata risparmiata con lo scopo di previdenza per la vecchiaia, si deve ritenere giustificato utilizzarla a questo scopo.
Nel caso concreto al momento del divorzio, senza considerare la possibilità di consumo della sostanza, il coniuge creditore avrebbe una riduzione del proprio tenore di vita del 40%, ciò che risulta essere incompatibile con i criteri dell'art.125 cpv. 2 CC; il coniuge debitore degli alimenti è medico indipendente e non ha costituito alcun secondo pilastro, per cui i risparmi accumulati durante il matrimonio vanno considerati quali beni con lo scopo di previdenza; orbene, se il regime dei beni fosse quello ordinario della partecipazione agli acquisti, ognuno dei coniugi riceverebbe una somma analoga a titolo di liquidazione del regime matrimoniale (per cui la parità di trattamento sarebbe garantita), mentre se il regime matrimoniale fosse, come nel caso concreto è, in particolare quello della separazione dei beni allora solo uno dei due coniugi conserverebbe tutto o buona parte dei beni risparmiati a scopo previdenziale, per cui nei confronti del coniuge debitore (che ha conservato tali beni) si può esigere che intacchi la sua sostanza per contribuire al debito mantenimento dell'altro coniuge, ossia per garantire a quest'ultimo il mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio o durante il lungo periodo di separazione precedente il divorzio.

Sentenza pubblicata in DTF 129 III 7

Data creazione: 21 luglio 2003
Data modifica: 30 aprile 2009

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