Alimenti per il coniuge

Validità di un accordo prematrimoniale in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale

Caso 407, 1 agosto 2017 << caso precedente | caso successivo >>

E valido un accordo prematrimoniale in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?

In una sentenza del 24 aprile 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, cittadini germanici, abitavano nel Galles. Intenzionati a sposarsi, i due hanno stipulato il 14 novembre 1998 una convenzione in forma semplice (“agreement”), sottoponendola al diritto inglese e del Galles (“in accordance with the law of England and Wales”), per regolare il loro statuto nel caso in cui fosse intervenuta una separazione più lunga di tre mesi o fosse stato sciolto il matrimonio. Essi si sono sposati cinque giorni dopo, il 19 novembre 1998. Dalle loro nozze non sono nati figli. I coniugi si sono trasferiti in Svizzera nel maggio del 2008.
Il 19 dicembre 2013 la moglie si è rivolta al Pretore con un'istanza a protezione dell'unione coniugale, chiedendo di regolamentare la vita separata. Il marito ha proposto di respingere l’istanza. Statuendo il 12 marzo 2015 il Pretore ha accertato che i coniugi vivono separati dal 5 dicembre 2013 e ha regolamentato gli effetti accessori della separazione.
Contro la decisione appena citata il marito ha ricorso al Tribunale d’appello.
Litigioso rimane il contributo di manteni­mento per la moglie.

Durante il matrimonio i coniugi provvedono in comune, ciascuno nella misura delle proprie forze, al debito mantenimento della famiglia (art. 163 cpv. 1 CC). Essi si intendono sul loro contributo rispettivo, segnatamente circa le prestazioni pecuniarie, il governo della casa, la cura della prole o l'assistenza nella professione o nell'impresa dell'altro (art. 163 cpv. 2 CC). Se interviene una sospensione della comunione domestica, il giudice chiamato a fissare contributi di mantenimento per l'uno o per l'altro prende come punto di partenza l'intesa dei coniugi (espressa o tacita) sul riparto dei compiti e dei redditi durante la vita in comune, modificandola quanto occorre per tenere conto della nuova situa­zione dovuta all'esistenza di due economie domestiche distinte. I coniugi possono anche regolare anticipatamente la questione del mantenimento in caso di separazione. Accordi a tal fine sono leciti e, secondo dottrina, raccomandabili (Scheidungs­planung). Non soggiacciono a requisiti di forma e vincolano le parti (Meier, Les conventions matrimoniales hors régime matrimonial, collana gialla CFPG n. 17, Lugano 2015, pag. 17 n. 30 e 32 seg.). Essi non impediscono che un coniuge adisca il giudice delle misure a protezione del­l'unione coniugale (art. 176 cpv. 1 n. 1 CC) o, eventualmente, il giudice dei provvedimenti cautelari in una causa di divorzio (art. 276 cpv. 1 CPC). Il coniuge che intende sottrarsi alla convenzione deve addurre tuttavia fatti nuovi e rendere verosimile che le circostanze sono mutate in modo durevole e significativo, o perché le previsioni dell'accordo si siano rivelate inesatte o perché esse non si siano avverate secondo le attese (Meier, op. cit., pag. 18 n. 34 e pag. 20 n. 37 con richiami).
 
A prescindere dal caso in cui un coniuge si avvalga di mutamenti rilevanti e duraturi intervenuti dopo la stipulazione dell'atto (ipotesi estranea alla fattispecie), la dottrina reputa che di fronte a una convenzione prematrimoniale contestata da una parte il giudice proceda come di fronte a una convenzione stipulata in corso di procedura, allorché un coniuge chieda l'omologazione dell'atto e l'altro vi si opponga. Se è convinto che le parti hanno concluso l'accordo di loro libera volontà e dopo matura riflessione, il giudice verifica di conseguenza se in materia di mantenimento la convenzione sia chiara e “non manifestamente inadeguata” (art. 279 cpv. 1 prima frase CPC; Meier, op. cit., pag. 29 n. 63 con numerosi richiami).
 
In concreto a un sommario esame non si riscontrano elementi per concludere già a livello di verosimiglianza che la convenzione prematrimoniale sia inefficace. Non può dirsi nem­meno che sul mantenimento dei coniugi dopo la separazione essa non sia chiara. Rimane da esaminare se al proposito essa non sia “manifestamente inadeguata”. Per dirimere la questione il giudice confronta la disciplina prevista nella convenzione con la sentenza ch'egli emanerebbe in mancanza di convenzione. Se la convenzione denota uno scarto immediatamente riconoscibile rispetto a quella che sarebbe la presumibile decisione senza che ciò appaia giustificato da considerazioni d'equità, sussiste manifesta inadeguatezza. L'inadeguatezza, comunque sia, dev'essere “manifesta”. L'omologazione dell'accordo va rifiutata, in altri termini, solo qualora si ravvisi una sproporzione evidente e un grande divario in merito alla pretesa di mantenimento che spetta al coniuge richiedente secondo la convenzione per rapporto alla pretesa che a quel coniuge spetterebbe secondo la legge.

Nel caso concreto, dedotta la pensione di CHF 750.00 mensili percepita dalla moglie, le poste del fabbisogno effettivo documentate da quest'ultima si riducono a CHF 4’840.00 mensili. Tale è il contributo alimentare che – verosimilmente – il giudice a protezione dell'unione coniugale avrebbe fissato per lei nella fattispecie se la convenzione non esistesse. La convenzione prematrimoniale comportando il versamento di CHF 4’230.00 mensili, non si può dire che tale somma sia “manifestamente inadeguata” (nel senso dell'art. 279 cpv. 1 CPC prima frase) rispetto alle previsioni di legge.

Data creazione: 1 agosto 2017
Data modifica: 1 agosto 2017

Esigibilità dell’estensione di un’attività lucrativa dopo il divorzio

Caso 406, 16 luglio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Dopo il divorzio, si può pretendere dal coniuge creditore alimentare, che ha già compiuto 50 anni, di perseguire l’indipendenza economica?

In una sentenza del 27 gennaio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, rispettivamente il marito di 57 anni e la moglie di 60 anni, si sono uniti in matrimonio nel 1984. Dal matrimonio sono nati due figli, nel 1985 e nel 1987, i quali hanno convissuto con i genitori fino alla loro separazione di fatto del dicembre 2009.
Il 14 novembre 2013 i coniugi hanno inoltrato una procedura comune di divorzio con accordo parziale. Con decisione del 25 marzo 2015 il giudice di prima istanza ha pronunciato il divorzio. La vertenza è stata portata dapprima al Tribunale d’appello e in seguito al Tribunale federale a seguito della contestazione del contributo alimentare muliebre.

Occorre verificare se si può pretendere dalla moglie un automantenimento dopo il divorzio, principio questo più forte rispetto al periodo durante il quale sono pendenti delle misure cautelari o una procedura di misure a protezione dell’unione coniugale (sentenza TF 5A_21/2012 del 3 maggio 2012, consid. 3.3). In questi due ultimi casi infatti il matrimonio è ancora in essere, così che il criterio dell’automantenimento dei coniugi risulta essere meno forte, mentre quello della salvaguardia del riparto dei ruoli avuto durante la vita comune va tutelato rispetto al periodo post divorzio; naturalmente in questi casi se non vi sono possibilità per una riconciliazione, ciò che in pratica risulta per la maggior parte dei casi, si può pretendere dal coniuge creditore alimentare che già dalla separazione intraprenda o aumenti l’attività lavorativa (DTF 128 III 65, conid. 4a; DTF 130 III 537, consid. 3.2; DTF 137 III 385, consid. 3.1). In sostanza con il divorzio ciascun coniuge deve di principio fare in modo di rendersi autonomo economicamente.

Nel caso concreto la regola secondo cui dal coniuge alimentare che ha già compiuto 45 anni non si possa pretendere che intraprenda un’attività lavorativa (DTF 115 II 6, consid. 5a; DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2) non ha alcuna portata, siccome questa regola si riferisce unicamente ai casi in cui il coniuge creditore non ha lavorato fino a quel momento, mentre per un’estensione dell’attività lavorativa questo principio non si applica. Inoltre oggi vi una chiara tendenza ad innalzare il limite di età dopo il quale non si può pretendere di riprendere un’attività lavorativa a 50 anni (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2; sentenza TF 5A_206/2010, consid. 5.3.2,  del 21 giugno 2010; sentenza TF 5A_909/2010, consid. 5.2.1, del 4 aprile 2011; sentenza TF 5A_340/2011, consid. 5.2.2, del 7 settembre 2011). L’asticella è ancora più alta, come nel caso concreto, quando si tratta di estendere un’attività lucrativa a tempo parziale esistente, poiché in età avanzata ciò è più semplice rispetto al rientro nel mondo del lavoro. Il Tribunale federale si è già espresso recentemente in tal senso correggendo una sentenza del Tribunale Cantonale argoviese, con cui quest’ultimo per una donna di 51 anni che già lavorava al 60% non ha preteso che estendesse la sua attività a tempo pieno dal momento in cui i figli sono divenuti maggiorenni, indipendentemente dal fatto che le condizioni economiche fossero sopra la media (sentenza TF 5A_474/2013, consid. 4.3, del 10 dicembre 2013). In un altro caso è stato preteso l’aumento dell’attività lavorativa per una donna di 54 anni che ha sempre lavorato a tempo parziale durante il matrimonio (sentenza TF 5A_206/2010, consid. 5, del 21 giugno 2010).

Nel caso concreto i figli sono già maggiorenni, il marito lavora con un salario basso e la moglie si è reinserita con successo nel mondo del lavoro. Dal momento in cui il Tribunale cantonale, per il tramite del suo potere di apprezzamento (DTF 127 III 136, consid. 3a; DTF 134 III 577, consid. 4), ha considerato che la moglie potesse aumentare l’attività lavorativa per lavorare a tempo pieno, partendo da una situazione di redditi bassi, ha agito conformemente al diritto.

Data creazione: 16 luglio 2017
Data modifica: 16 luglio 2017

Calcolo concreto dell’obbligo del consumo della sostanza dopo il pensionamento

Caso 404, 16 giugno 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In caso di divorzio, si può pretendere il consumo della sostanza per il computo degli alimenti dopo il pensionamento?

In una sentenza dell’11 maggio 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, entrambi nati nel 1960, si sono sposati nel 1986 e dal loro matrimonio sono nati due figli, ormai maggiorenni ed indipendenti. I coniugi si sono separati nel 2009. La procedura di divorzio è stata preceduta da quella di misure a tutela dell’unione coniugale. Il Giudice di prima sede ha pronunciato il divorzio nel 2015. Il marito è stato condannato a pagare un contributo di mantenimento a favore della moglie vita natural durante di CHF 7’220.00 mensili fino al pensionamento e di CHF 7’000.00 mensili dopo, vita natural durante, con deduzione al pensionamento delle rendite di I°, II° e III° pilastro della moglie. Contro la sentenza ha ricorso in appello il marito, chiedendo il decadimento alimentare dal 2025.

Il debito mantenimento della moglie dopo il pensionamento è stato accertato in CHF 8’875.00 mensili. La sua rendita AVS è stata prudenzialmente valutata in CHF 2’000.00 mensili, quella del II° pilastro in CHF 250.00 mensili e infine quella del III° pilastro di CHF 375.00 mensili. Di conseguenza da questi dati il debito mantenimento al pensionamento della moglie risulta scoperto di CHF 6’250.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 2’000.00 ./. CHF 250.00 ./. CHF 375.00).

Per quel che ne è della sostanza, se prima del pensionamento un coniuge divorziato non è tenuto - di norma - a consumare il proprio patrimonio per sovvenire a sé stesso qualora l’altro coniuge sia in grado di versargli un contributo alimentare senza erodere il proprio, dopo il pensionamento le cose cambiano, nel senso che il coniuge creditore può anche essere tenuto a usare averi personali (sentenza TF 5A_827/2010, consid. 5.2 del 13 ottobre 2011 e sentenza TF 5A_170/2016, consid. 4.3.5 del 1° settembre 2016; RTiD I-2005, consid. 4, pag. 776 con rinvii; I CCA 11.2014.22, consid. 8c, del 15 marzo 2016).

Orbene, nel caso concreto i coniugi hanno venduto l’abitazione coniugale e sommata ad altra sostanza di sua proprietà la moglie risulta titolare dell’importo complessivo di CHF 1’526’818.00; secondo il Tribunale d’appello in circostanze del genere si può ragionevolmente pretendere che dal pensionamento per far fronte al proprio debito mantenimento la moglie attinga al proprio capitale, ricavando su un arco di tempo valutabile attorno a 25 anni (aspettativa statistica di vita pari a 26.06: Stauffer/Schätzle/Weber, Barwerttafeln und Berechnungsprogramme/tables et programmes de capitalisation, 6a edizione, pag. 429, Tavola Z3) almeno CHF 4880.00 mensili.
Pertanto si può stimare che al pensionamento la moglie fruirà di entrate per complessivi CHF 7’505.00 mensili (CHF 2’000.00 + CHF 250.00 + CHF 375.00 + CHF 4’880.00) e per vedersi garantire il proprio debito mantenimento di CHF 8’875.00 mensili le mancheranno in conclusione CHF 1’370.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 7’505.00), importo che è stato messo a carico del marito, il quale verosimilmente potrà essere in misura di pagarlo, pur restando salva la possibilità per quest’ultimo di poter sempre chiedere una modifica del contributo alimentare ex art. 129 cpv. 1 CC.

Da notare che il Tribunale d’appello nei considerandi della decisione ha rilevato anche che per il calcolo del contributo di mantenimento ex art. 125 CC, in assenza di indicazioni più precise sul tenore di vita coniugale prima della separazione, gli accertamenti esperiti in procedura di misure a tutela dell’unione coniugale costituiscono pur sempre - nonostante la mera verosimiglianza - un punto di riferimento oggettivo (RTiD II-2004, consid. 4d, pag. 582, RTiD I-2005, pag. 778; I CCA 11.2009.179, consid. 10c, del 17 luglio 2013). Naturalmente qualora nella susseguente causa di divorzio simile tenore di vita sia litigioso, spetta al coniuge che si avvale di quei dati addurre gli elementi indispensabili per confermarli anche nel quadro di un pieno potere cognitivo (I CCA 11.2016.44, consid. 4b, del 19 ottobre 2016). In una causa di merito la verosimiglianza non è più sufficiente. Spetta pertanto al coniuge creditore del contributo alimentare dimostrare il tenore di vita sostenuto durante la comunione domestica. Poco importa che nella procedura di misure a tutela dell’unione coniugale il coniuge debitore non abbia contestato determinate voci di spesa: ciò non gli preclude la facoltà di muovere obiezioni alle medesime voci di spesa nella causa di divorzio.

Data creazione: 16 giugno 2017
Data modifica: 16 giugno 2017

A quali condizioni è possibile pretendere una liquidazione alimentare in capitale al posto di una rendita?

Caso 401, 1 maggio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In una sentenza dell’11 gennaio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti sono sposate nel 1985 ed hanno adottato il regime della separazione dei beni. Dal loro matrimonio sono nati quattro figli, ormai tutti maggiorenni.
Con sentenza del 6 dicembre 2010 il Tribunale di prima istanza ha pronunciato il divorzio e regolamentato le conseguenze accessorie. A livello alimentare il marito è stato condannato a versare alla moglie l’importo di CHF 1’300.00 mensili fino al di lei pensionamento ed una equa indennità ex art. 124 CC (n.d.r. articolo di legge ora modificato, dal 01.01.2017).
Contro tale decisione la moglie ha ricorso in seconda istanza e chiesto in via principale il versamento di una liquidazione in capitale ex art. 126 cpv. 2 CC di CHF 816’000.00 e in via subordinata un contributo alimentare mensile di CHF 4’000.00. Il Tribunale cantonale ha accolto solo parzialmente il ricorso, aumentando il contributo alimentare da CHF 1’300.00 a CHF 2’000.00 mensili, respingendo le altre richieste. La moglie ha quindi ricorso al Tribunale federale. A seguito di una domanda di revisione a livello cantonale la procedura dinanzi al Tribunale federale è stata sospesa, per poi essere ripresa ed evasa con decisione dell’11 gennaio 2017. L’unico argomento rimasto aperto è stato quello del contributo alimentare muliebre.

Giusta l’art. 126 CC, il giudice stabilisce il contributo di mantenimento sotto forma di una rendita e fissa l'inizio dell'obbligo di versamento; se lo giustificano circostanze particolari, invece della rendita il giudice può ordinare una liquidazione in capitale (cfr. sentenza TF 5A_507/2011 del 31 gennaio 2012, consid. 6.4) e può subordinare a determinate condizioni il contributo di mantenimento. Possono segnatamente consistere in “circostanze particolari” per una liquidazione in capitale un’importante distanza geografica tra i coniugi, il rischio costante di ritardo nel pagamento del contributo di mantenimento, ma non il solo fatto che il coniuge debitore disponga dei mezzi finanziari per poter effettuare tale versamento in capitale, neppure l’esistenza di tensioni tra i due coniugi e men che meno il rischio di premorienza di un coniuge (MANON SIMEONI, Droit matrimonial, Fond et procédure, Commentaire pratique,  in Bohnet/Guillod (éds), 2016, n° 20 ad art. 126 CC, con riferimenti).

Nel caso concreto la ricorrente ha sostenuto che il marito dispone di mezzi finanziari per poter liquidare la di lei pretesa alimentare mediante il versamento in capitale, ma abbiamo visto come il versamento in capitale presuppone anche che esistano circostanze particolari giustificanti, in modo eccezionale, un tale versamento. Il rischio di premorienza del marito non è sufficiente e l’ipotetica possibilità che il medesimo valuti di eventualmente partire per l’estero neppure, non essendo un elemento che possa essere considerato un fatto stabilito, né tanto meno imminente. Nel caso in cui il marito dovesse effettivamente trasferirsi in maniera definitiva in un paese lontano, la moglie dovrà dimostrare l’avvenuto allontanamento geografico e potrà chiedere una modifica della sentenza di divorzio con la richiesta di versamento del contributo di mantenimento mensile in forma di liquidazione in capitale.

Data creazione: 1 maggio 2017
Data modifica: 1 maggio 2017

Condizioni finanziarie particolarmente agiate, esigibilità del consumo della sostanza.

Caso 373, 16 febbraio 2016 << caso precedente | caso successivo >>

In caso di condizioni finanziarie particolarmente agiate, si può pretendere il consumo della sostanza per la commisurazione di un contributo alimentare tra coniugi in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?

In una sentenza del 29 settembre 2015 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati nel 2000 ed hanno adottato il regime della separazione dei beni; durante il matrimonio hanno avuto tre figli, rispettivamente del 2002, del 2006 e del 2008.
Da metà gennaio 2013 è intervenuta la separazione di fatto.
Durante la vita comune il tenore di vita dei coniugi era agiato. Non hanno esercitato alcuna attività lavorativa e il loro tenore di vita era assicurato dal loro patrimonio, segnatamente quello della moglie, stimato in più di CHF 20'000'000.00.
Con decisione del 1° dicembre 2014 il Giudice di prima istanza ha statuito delle misure a protezione dell’unione coniugale, stabilendo tra l’altro un contributo di mantenimento della moglie a favore del marito pari a CHF 14'500.00 mensili, importo poi ridotto dal Tribunale d’appello in CHF 6'500.00 mensili. Il marito ha inoltrato contro tale decisione ricorso in materia civile al Tribunale federale.

Di regola il Giudice delle misure a protezione dell’unione coniugale per fissare i contributi alimentari deve prendere in considerazione i redditi dei coniugi, reali o ipotetici, compreso il reddito della sostanza. Qualora i redditi sono sufficienti per il mantenimento dei coniugi, la sostanza non viene di regola considerata. In caso contrario, nulla si oppone al principio secondo cui il mantenimento va garantito con il consumo della sostanza, se del caso anche derivante da beni propri e ciò non solo per le procedure provvisionali, ma anche per quelle di merito (sentenza TF 5A_23/2014, consid 3.4.2 del 6 ottobre 2014; sentenza TF 5A_449/2008, consid. 3.3 del 15 settembre 2008).
A dipendenza della funzione e della composizione della sostanza, si può pretendere dal debitore alimentare – come anche dal creditore – il suo consumo. In particolare se è stata accumulata a fini previdenziali, si giustifica consumarla per il mantenimento relativo al periodo dopo il pensionamento. Di principio non va invece consumato il patrimonio che non può essere facilmente realizzato, che deriva da un’eredità o che è stato investito nell’abitazione (DTF 129 III 7, consid. 3.1.2, DTF 129 III 257, consid. 3.5 e altre).
Dipende dalle circostanze concrete determinare se e in quale misura il coniuge debitore dell’alimento debba intaccare la sua sostanza per il mantenimento corrente, in particolare il tenore di vita – che eventualmente occorre ridurre – l’ammontare della sostanza e la durata per la quale è chiesto il suo consumo (sentenza TF 5A_25/2015, consid. 3.2 del 5 maggio 2015 e altre). La giurisprudenza ha già deciso dei casi in cui al coniuge debitore, senza attività lavorativa, è stato fatto obbligo di consumare la sostanza per garantire al coniuge creditore la copertura del suo fabbisogno allargato (DTF 138 III 289, consid. 11.1.2) o il tenore di vita precedente (sentenza TF 5A_651/2011, consid. 6.1.3.2 in fine del 26 aprile 2012, non pubblicato nella sentenza DTF 138 III 374; cfr. anche sentenza TF 5A_55/2007, consid. 4.3, del 14 agosto 2007).

Nel caso concreto il marito è stato giudicato privo di redditi, con una sostanza di qualche centinaia di migliaia di franchi, a fronte di un fabbisogno di CHF 13'000.00 mensili, mentre la moglie con un reddito da sostanza insufficiente per coprire i bisogni della famiglia: la moglie stata dunque obbligata ad intaccare la sostanza, quest’ultima in gran parte derivante da una successione, ma l’importo di CHF 5'500'000.00 proveniente per contro da una donazione; tenuto conto che il totale delle sue liquidità (dedotti quindi gli investimenti immobiliari) è di CHF 6'000'000.00, è stato ritenuto adeguato imporle il consumo per il mantenimento del marito, ciò anche per il fatto che i coniugi, durante la vita comune, già intaccavano la sostanza per mantenere il loro elevato tenore di vita.
Orbene, in considerazione del principio di parità di trattamento, sia il coniuge debitore sia il coniuge creditore sono tenuti a intaccare la loro sostanza: nel caso concreto il Tribunale d’appello è incorso in una decisione arbitraria, pretendendo che l’ammontare del fabbisogno del marito di CHF 13'000.00 mensili fosse messo a carico di ciascuno di essi in ragione del 50%. Infatti la sostanza della moglie è notevolmente superiore a quella del marito e già durante la vita comune era la sua sostanza ad essere consumata. La causa è stata dunque ritornata dal Tribunale federale al Tribunale d’appello per una nuova decisione che prendesse in considerazione la sproporzione evidente tra la sostanza del marito rispetto a quella della moglie.

Data creazione: 16 febbraio 2016
Data modifica: 16 febbraio 2016

Alimenti che nascono dopo il pensionamento

Caso 370, 1 gennaio 2016 << caso precedente | caso successivo >>

E’ possibile pretendere dal coniuge debitore che cominci il versamento di un contributo alimentare dopo il pensionamento del coniuge beneficiario?

In una sentenza del 13 ottobre 2015 il Tribunale federale ha stabilito quanto segue:

L’impatto di un matrimonio che ha concretamente influito sulla vita dei coniugi (“lebensprägend”) può farsi sentire anche dopo il pensionamento, quando le risorse economiche si riducono. Un contributo alimentare può dunque anche nascere o aumentare a partire dalla data del pensionamento del coniuge creditore.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il marito è nato nel 1953, mentre la moglie 10 anni dopo, vale a dire nel 1963. Il matrimonio è del 1989 e i coniugi hanno avuto due figli, rispettivamente nel 1988 e nel 1991. La coppia si è separata nel 2011 e il Giudice di prima istanza ha pronunciato il divorzio nel 2014.
Dopo aver ricorso al Tribunale d’appello, dinanzi al Tribunale federale la moglie ha portato la richiesta del versamento di un contributo di mantenimento a partire dal 2017 (proprio pensionamento) fino al 2028 (pensionamento del marito).

Anche se l’art. 125 CC non prevede una limitazione temporale del contributo alimentare in caso di divorzio, nella maggior parte dei casi l’alimento termina o si riduce al momento del pensionamento del coniuge debitore, siccome di regola a quel momento le risorse economiche del coniuge debitore si riducono e quando entrambi i coniugi vanno in pensione spesso dispongono di situazioni finanziarie equivalenti.
Se al pensionamento il coniuge creditore non può far fronte al suo debito mantenimento, può tuttavia pretendere di ricevere un contributo alimentare da parte dell’altro coniuge attivo professionalmente fino al pensionamento di quest’ultimo.

Nel caso concreto il matrimonio ha influito concretamente sulla vita della coppia (“lebensprägend”), pertanto il coniuge creditore può prevalersi della protezione della fiducia di mantenere la situazione creatasi con il matrimonio e di conseguenza il coniuge in pensione deve anche poter contare sul mantenimento da parte del coniuge non ancora pensionato. Il fatto che la moglie abbia potuto garantirsi il debito mantenimento con le proprie risorse fino al pensionamento non le preclude la possibilità di beneficiare di un mantenimento a partire dal proprio pensionamento.

Ricordiamo come il Tribunale federale abbia già affermato che il contributo di mantenimento fra coniugi non cessa necessariamente al pensionamento (DTF 132 III 593, conid. 7.2) e può durare anche oltre, se il miglioramento della situazione finanziaria del coniuge ceditore non è immaginabile e le risorse del coniuge debitore lo permettono (DTF 132 III 593, consid. 7.2 e riferimenti; sentenza TF 5A_113/2015, consid. 6.2.1, del 3 luglio 2015; sentenza TF 5A_124/2007, consid. 2.2, del 19 settembre 2007). Sempre il Tribunale federale ha già precisato che esiste la possibilità di prevedere già allo stadio della pronuncia del divorzio l’adattamento del contributo alimentare verso l’alto o verso il basso a dipendenza dei cambiamenti prevedibili della situazione patrimoniale dei coniugi (sentenza TF 5A_664/2007, consid. 4.1, del 23 aprile 2008; sentenza TF 5A_57/2007, consid. 7.1, del 16 agosto 2007; sentenza TF 5C.84/2006, consid. 4.3, del 29 settembre 2006). Il contributo alimentare può dunque anche nascere all’avversarsi di un termine sospensivo in concomitanza con una diminuzione prevedibile della situazione finanziaria del coniuge creditore, come ad es. il suo pensionamento. In applicazione dell’art. 126 cpv. 1 CC il Giudice può d’altra parte fissare il contributo alimentare ad una data posteriore a quella relativa alla crescita in giudicato della sentenza di divorzio. Ciò accade ad es. quando il coniuge creditore non beneficia di una previdenza professionale sufficiente (v. anche sentenza TF 5A_249/2007, del 12 marzo 2008).

Nel caso concreto il Tribunale federale, accogliendo il ricorso della moglie, ha considerato che il marito fosse in grado di corrispondere un adeguato contributo alimentare alla moglie fino al di lui pensionamento.

Data creazione: 1 gennaio 2016
Data modifica: 13 marzo 2016

Reddito imputabile ad un coniuge parzialmente invalido

Caso 360, 16 luglio 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Il reddito imputabile ad un coniuge creditore riconosciuto parzialmente invalido corrisponde alla capacità lucrativa residua accertata dall’Assicurazione Invalidità?

In una sentenza del 19 agosto 2014 il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Il reddito imputabile a un coniuge creditore riconosciuto parzialmente invalido non corrisponde necessariamente alla capacità lucrativa residua accertata dall’Assicurazione Invalidità, che ha carattere teorico.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, rispettivamente del 1958 (il marito) e del 1965 (la moglie), si sono sposati il 22 giugno 1993. Dal matrimonio sono nati due figli, il 2 luglio 1993 e il 12 dicembre 2000. In seguito a un incidente della circolazione avvenuto nel 2002 il marito è rimasto invalido al 70% e percepisce prestazioni di invalidità. La moglie è anch'essa invalida (65%) a causa del citato infortunio e riceve rendite di invalidità. Da allora essa non esercita più alcuna attività lucrativa.
I coniugi si sono separati nell'agosto del 2011.

Il 14 ottobre 2011 la moglie si è rivolta al Pretore con un'istanza a protezione dell'unione coniugale.
Statuendo il 15 maggio 2012, il Pretore ha tra l'altro fissato un contributo alimentare indicizzato per la moglie dal 1° novembre 2011.
Contro la decisione appena citata il marito è insorto al Tribunale d'appello per ottenere la riduzione del contributo alimentare per la moglie.

Nella fattispecie la moglie risulta avere lavorato regolarmente come cameriera sin nel 1989 anche dopo il matrimonio (benché non sia chiaro con quale grado d'occupazione), da ultimo coadiuvando il marito, gestore dell'osteria situata nello stabile in cui si trovava l'abitazione familiare. Sta di fatto che dopo il 2003, in esito al citato infortunio stradale del 17 agosto 2002 che ha visto coinvolto anche il marito, essa non ha più svolto alcuna attività lucrativa. Già precedentemente inabile al lavoro, la moglie è stata riconosciuta invalida al 65% dal luglio del 2004.

Tutto quanto si può esigere da lei sarebbe quindi – secondo il marito – un'attività al 35% compatibile con le sue capacità e possibilità.

Se è vero che l'Assicurazione Invalidità ha valutato il grado d'incapacità lucrativa della moglie nel 65%, non si deve dimenticare nemmeno, però, che secondo l'art. 16 LPGA (Legge federale sulla parte generale del diritto delle assicurazioni sociali) il grado d'invalidità prescinde dalla concreta situazione dell'impiego sul mercato del lavoro (DTF 134 V 71 consid. 4.2.1). Sapere se una persona invalida sia concretamente collocabile compete all'assicurazione contro la disoccupazione. L'Assicurazione Invalidità esamina solo se quella persona sia in grado di sfruttare economicamente la propria forza lavoro residua in un mercato (astratto) nel quale vi sia corrispondenza tra posti disponibili e offerta d'impiego. I criteri per la definizione di un reddito ipotetico sono altri.

Nel caso concreto non si deve trascurare che al momento della separazione la moglie aveva 45 anni compiuti e che a quell'età un coniuge rimasto lontano per molto tempo dal mondo del lavoro non si presume più potersi reinserire in una professione (DTF 137 III 108 consid. 4.2.2.2 con rinvii). Spettava dunque all'appellante rendere verosimile in che modo la moglie potesse mettere a frutto la sua capacità lucrativa residua nel caso specifico. Occorre indicare quali possibilità d'impiego si prospettino concretamente ad una donna di oltre 45 anni con disturbi psichici che la rendano invalida al 65% (per tacere del fatto che simili turbe sono soggette a recrudescenze). Il marito non ha dimostrato nulla di tutto ciò e pertanto il suo appello è stato respinto.
 

Data creazione: 16 luglio 2015
Data modifica: 16 luglio 2015

Validità di un accordo alimentare non omologato dal Giudice - modifica e intervento successivo del Giudice

Caso 356, 15 maggio 2015 << caso precedente | caso successivo >>

E' valido un accordo tra coniugi, per sé e per i figli minorenni, seppur non omologato dal Giudice?

In una sentenza del 25 febbraio 2015 il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono uniti in matrimonio nel 1993; dalla loro unione è nato un figlio nel 1994. I coniugi si sono separati nel 2003. Dalla data della separazione il marito ha versato di sua iniziativa, d'intesa con la moglie, un contributo alimentare di CHF 2'850.00 mensili per quest'ultima e uno di CHF 1'350.00 mensili per il figlio.
Nel 2007 i coniugi hanno inoltrato presso la Pretura competente un'istanza di divorzio con accordo parziale.
Nel 2011 l'Assicurazione Invalidità ha riconosciuto alla moglie una rendita intera. A seguito di ciò il marito in data 23 gennaio 2012 si è rivolto al Pretore chiedendo in via cautelare la riduzione dei contributi alimentari per moglie e figlio retroattivamente dal 2007. Il Pretore ha respinto l'istanza cautelare e confermato i contributi alimentari per moglie e figlio precedentemente stabiliti per accordo diretto tra le parti. Il marito ha impugnato il decreto cautelare (e anche la sentenza di divorzio nel frattempo emanata, merito di cui non ci occuperemo nel presente caso).

Il Tribunale d'appello ha ritenuto pacifico che le parti hanno concordato in occasione della separazione di fatto i contributi di mantenimento provvisori per moglie e figlio. Un simile accordo è stato riconosciuto valido anche senza approvazione del Giudice quantunque comprendesse anche il mantenimento del figlio minorenne. Analogamente, del resto, un'intesa raggiunta dai coniugi sull'assetto provvisionale nell'ambito di una causa di divorzio è considerata valida anche senza ratifica del Giudice, per lo meno nella misura in cui non metta a repentaglio il bene di figli minorenni (cfr. RTiD II-2008, sentenza 22c, pag. 647; sentenza I CCA 11.2008.63, consid. 10, del 26 febbraio 2010).
Il Tribunale d'appello precisa comunque che l'esistenza di un accordo non omologato sull'assetto della vita separata non impedisce a un coniuge di adire il giudice successivamente, postulandone l'omologazione, ciò che permette di ottenere un titolo esecutivo per il rigetto definitivo dell'opposizione.
Inoltre il coniuge che desidera un'altra regolamentazione può rivolgersi al giudice delle misure a tutela dell'unione coniugale o dei provvedimenti cautelari nella causa di divorzio, chiedendogli di statuire sull'assetto litigioso. Il Giudice deciderà allora tenendo conto di quelle che erano le basi dell'accordo e dei cambiamenti intervenuti nel frattempo, quand'anche non siano mutamenti rilevanti e duraturi, come si richiede per contro per modificare misure a protezione dell'unione coniugale o provvedimenti cautelari (cfr. RTiD I-2005, N. 49c, pag. 767; I CCA 11.2009.72, consid. 5, del 20 dicembre 2012). In tal caso il contributo di mantenimento è fissato solo per il futuro e non anche per l'anno precedente l'istanza. Un contributo di mantenimento previsto in una convenzione fra i coniugi vincola dunque le parti sin dalla sua firma, anche senza l'approvazione del Giudice, pur soggiacendo all'art. 27 CC in materia di protezione della personalità. Così, per principio, una modifica dell'accordo può intervenire solo per errori o vizi del consenso oppure in virtù della clausola rebus sic stantibus, applicabile anche agli obblighi di mantenimento (DTF 122 III 98, consid. 3a).

Periodo 2007 - 22.01.2012
Nel caso concreto l'appellante non ha invocato né un vizio del consenso, né gli estremi di un errore, né la clausola rebus sic stantibus. Ha chiesto sin dall'inizio al Pretore di statuire in via cautelare nella causa di divorzio e quindi il Giudice è stato chiamato così a decidere sui contributi provvisionali tenendo conto di quelle che erano - come detto - le basi dell'accordo e dei cambiamenti intervenuti nel frattempo. Circa i cambiamenti intervenuti nel frattempo risulta la decisione dell'assicurazione invalidità con la quale la moglie è stata messa a beneficio di una rendita completa sin dal 2007 e con essa prevista anche una rendita completiva per il figlio.
Orbene, l'ottenimento di tale rendita costituisce un mutamento straordinario, imprevisto, durevole e indipendente dalla volontà delle parti al momento in cui si sono accordate sull'assetto alimentare relativo alla vita separata. Tuttavia l'appellante non ha invocato né un vizio del consenso, né l'errore, né la clausola rebus sic stantibus e non ha preteso che in seguito all'ottenimento della rendita AI da parte della moglie si sia venuto a creare uno squilibrio tale da rendere l'esecuzione dell'accordo contraria alle regole della buona fede (DTF 135 III 9, consid. 2.4; DTF 128 III 432, consid. 3c; DTF 127 III 304, consid. 5b). Egli non ha lamentato in particolare, che il versamento del contributo alimentare fosse divenuto per lui insopportabile o che il suo fabbisogno minimo non fosse più garantito. Detto ciò non vi sarebbero motivi per giustificare l'accoglimento dell'appello, se non che i coniugi avevano però pattuito che "in caso di decisione di prestazioni AI erogate alla moglie i contributi da parte del marito sarebbero stati ridotti", per cui il Pretore doveva prendere in considerazione - come per contro non ha fatto - tale volontà delle parti. Se poi è vero che non è dato sapere come fosse stato fissato allora il contributo alimentare a favore della moglie (e del figlio), non consta però, né la moglie lo ha preteso, che la stessa abbia formulato condizioni o riserve, in particolare sul tenore di vita sostenuto durante la comunione domestica.
Il Tribunale d'appello è giunto alla conclusione che in origine i coniugi si sono semplicemente intesi sul contributo alimentare e che la moglie si è accomodata di tale importo. Quindi, la moglie non può rimettere in discussione la cifra in seguito, tanto meno (anche per lei) in difetto di nuove circostanze e senza invocare alcun errore o vizio del consenso. Il Tribunale d'appello ha anche escluso l'applicabilità del calcolo delle eccedenze, escludendo altresì che si potesse ridiscutere con effetto retroattivo l'entità degli alimenti pattuiti.

Visto quanto precede il Tribunale d'appello ha accolto (invero parzialmente) il ricorso del marito, indicando che è legittimo dedurre dal contributo di mantenimento muliebre precedentemente pattuito dai coniugi l'ammontare della rendita AI percepita dalla moglie a partire dalla sua erogazione (2007).

Per quanto riguarda il figlio, il Tribunale d'appello ha per contro ricordato l'applicabilità del principio inquisitorio illimitato (DTF 128 III 413, in alto) e quindi ha ritenuto doveroso verificare l'adeguatezza del contributo di mantenimento pattuito dai genitori dopo la separazione. Per calcolare il relativo ammontare ha fatto, come di consueto, riferimento alle tabelle di Zurigo e ha tolto l'assegno famigliare (DTF 137 III 64, consid. 4.2.3 e 4.3.2) nonché l'ammontare della rendita completiva AI (art. 285 cpv. 2 CC e art. 285 cpv. 2 bis CC; sentenza TF 5A_207/2009 del 21 ottobre 2009, con rinvii). Il contributo alimentare versato dal padre è stato ritenuto inadeguato e quindi adeguato.

Periodo dal 23.01.2012
La situazione dopo il 23 gennaio 2012, quando il marito ha chiesto al Pretore di fissare gli alimenti per moglie e figlio in via cautelare, è diversa. Come già indicato, se vi è disaccordo sugli accordi presi internamente, entrambi i coniugi possono rivolgersi al Giudice delle misure a protezione dell'unione coniugale o dei provvedimenti cautelari nella causa di divorzio perché sia regolato l'assetto della vita separata e ciò senza alcuna necessità di dover giustificare una modifica delle circostanze.
Come già indicato, nulla si sa sugli elementi di reddito e di fabbisogno in base ai quali è stato fissato il contributo di mantenimento in quell'accordo. Se manca qualsiasi dato, non rimane altro che far capo al metodo adottato dal Tribunale d'appello per determinare di regola i contributi alimentari in costanza di matrimonio, vale a dire il calcolo delle eccedenze. Quindi i Giudici del Tribunale d'appello hanno preso le cifre sulle entrate e uscite dei coniugi e in base al calcolo delle eccedenze hanno stabilito, dalla data di introduzione dell'istanza cautelare, i contributi alimentari, giungendo alla conclusione che, nel caso concreto, quanto stabilito dal Pretore fosse corretto.

Data creazione: 15 maggio 2015
Data modifica: 14 febbraio 2016

Età assoluta determinante per non dover estendere l'attività lavorativa? Potere di apprezzamento dei giudici cantonali

Caso 346, 16 dicembre 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Ad un coniuge di 52 anni, che i cinque anni precedenti lavorava al 50%, può essere imputata un'attività lavorativa a tempo pieno?

In una sentenza del 27 agosto 2014 il Tribunale federale ha stabilito quanto segue:

Rientra nel potere di apprezzamento dei giudici cantonali del divorzio prevedere che ad una donna di 52 anni andrà computata un'attività lavorativa a tempo pieno, vista la sua attività a tempo parziale (50%) nei 5 anni precedenti.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, il marito del 1963 e la moglie del 1967, si sono sposati il 4 ottobre 2003; dalla loro unione è nata una figlia nel 2004.
Il 28 marzo 2008 il tribunale competente ha reso una decisione in ambito di misure a protezione dell'unione coniugale. Il 26 agosto 2013 è stato pronunciato il divorzio; oltre a ciò il giudice ha statuito sulle conseguenze accessorie, affidando la figlia alla madre, mantenendo congiunta l'autorità parentale, prevedendo un determinato diritto di visita e alimenti per figlia e moglie. In particolare per la moglie il giudice ha astretto il marito a pagarle un contributo di mantenimento mensile di CHF 3'000.00 fino al febbraio 2020.
La moglie ha ricorso contro tale decisione e il marito è stato successivamente astretto a pagare i seguenti alimenti a favore della moglie: CHF 6'500.00 mensili fino a marzo 2015, CHF 4'900.00 mensili fino a marzo 2020 e successivamente CHF 1'000.00 mensili vita natural durante.
Il marito ha ricorso al Tribunale federale: il suo gravame è stato respinto.

La sentenza del Tribunale federale ricorda i criteri di diritto applicabili per la determinazione del contributo di mantenimento a favore del coniuge dopo il divorzio (art. 125 CC), precisando che la questione alimentare può essere rivista dall'Alta corte se i giudici cantonali hanno abusato del proprio apprezzamento (consid. 3.1 e cfr. anche sentenza DTF 127 III 136, consid.  3a).

Il Tribunale federale ha altresì ricordato la giurisprudenza che prevede l'obbligo del genitore affidatario di riprendere una attività lavorativa a tempo parziale dai 10 anni del figlio minore e a tempo pieno dal compimento dei 16 anni del figlio minore (nel caso concreto dell'unica figlia): cfr. sentenza DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2 e sentenza DTF 115 II 6, consid. 3c. Ha evidenziato che questi criteri non sono regole rigide, ma linee direttrici da valutare a dipendenza di ogni caso concreto, tenuto conto segnatamente di ciò che i coniugi hanno convenuto durante la vita comune (sentenza TF 5A_70/2013 dell'11 giugno 2013, consid. 5.1; sentenza TF 5A_6/2009 del 30 aprile 2009, consid. 2.2) o le loro capacità economiche.

Nel caso concreto il Tribunale federale ha ritenuto rientrare nel largo potere di apprezzamento dei giudici cantonali (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2 e DTF 134 III 577, consid. 4) le motivazioni di questi ultimi secondo cui, vista la giurisprudenza citata e le capacità finanziarie dei coniugi, alla moglie andava computata un'attività lavorativa a metà tempo dal compimento dell'undicesimo anno di età della figlia (figlia unica per la quale la madre non può contare neppure sull'aiuto di altri figli), dandole un tempo adeguato per reinserirsi nel mondo del lavoro dopo la pronuncia del divorzio; ha inoltre ritenuto corretta la considerazione secondo cui alla moglie andava computata un'attività lavorativa a tempo pieno dal 2020, nonostante l'età di 52 anni della stessa, dato che la sua età non sarà un ostacolo ad un'estensione dell'attività al 100%, visto che nei 5 anni precedenti avrà già lavorato a tempo parziale. Inoltre risulta dalla sentenza che la moglie, che ha terminato di lavorare alla nascita della figlia, ha una formazione professionale e il suo seppur fragile stato di salute non le impedirà di lavorare a tempo pieno.

Nella sentenza TF 5A_336/2015 del 3 marzo 2016 il Tribunale federale ha indicato che la regola del 10/16 anni si applica anche nei casi di genitori non coniugati.

Data creazione: 16 dicembre 2014
Data modifica: 4 marzo 2017

Convenzione di divorzio omologata - motivi di impugnazione, in particolare la manifesta inadeguatezza

Caso 344, 16 novembre 2014 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni un contributo alimentare a favore del coniuge previsto in una convenzione di divorzio, insufficiente a coprire il fabbisogno minimo del coniuge creditore, può essere omologato con la sentenza di divorzio?

In una sentenza del 5 agosto 2014 il Tribunale federale ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati il 22 marzo 1996; il medesimo anno dalla loro unione è nato un figlio, oggi ormai maggiorenne; vivono separati di fatto dal 12 marzo 2008. L'8 maggio 2012 il marito ha inoltrato una procedura unilaterale di divorzio. All'udienza del 4 febbraio 2013 le parti si sono accordate per il divorzio e hanno chiesto l'omologazione della convenzione sulle le relative conseguenze accessorie. La convenzione prevede tra i vari punti un obbligo contributivo del marito a favore della moglie di CHF 1'000.00 dal 1° marzo al 31 dicembre 2013 e in seguito di CHF 800.00 fino al 30 giugno 2014. La convenzione è stata omologata dal giudice del divorzio. Contro tale decisione ha ricorso la moglie dapprima in appello e in seguito al Tribunale federale. Entrambi i ricorsi sono stati respinti.

L'art. 279 CPC, che riprende in sostanza il vecchio art. 140 CC, prevede in particolare che il giudice omologa la convenzione sulle conseguenze del divorzio quando si sia convinto che i coniugi l'abbiano conclusa di loro libera volontà e dopo matura riflessione e che la medesima sia chiara, completa e non manifestamente inadeguata. Come rammentato nel caso 134 le condizioni contenute in questa norma sono cinque: a) la matura riflessione dei coniugi, b) la loro libera volontà, c) la chiarezza della convenzione, d) la sua completezza e che e) la stessa non sia manifestamente inadeguata. L'omologazione della convenzione può essere impugnata per violazione dell'art. 279 cpv. 1 CPC e non solo per vizi del consenso, come è il per contro caso per la decisione sulla pronuncia del divorzio stesso (art. 289 CPC) (cfr. sentenza TF 5A_187/2013 del 4 ottobre 2013; Denis Tappy, in Code de procédure civile commenté, Basilea 2011, N. 15-16 ad art. 289 CPC).

Una delle condizioni da esaminare da parte del giudice si riferisce al fatto che la convenzione non deve risultare manifestamente inadeguata. La ricorrente sostiene a tal proposito che non percepisce alcuna entrata, salvo le prestazioni assistenziali, ed ha un ammanco di CHF 2'921.00 mensili, mentre il marito, che ha un reddito di CHF 8'700.00 mensili, ha una disponibilità, dedotto il suo fabbisogno, di CHF 2'395.00 mensili: tra i due coniugi risulta dunque una grande disparità finanziaria.

Per valutare se una convenzione di divorzio non sia "manifestamente inadeguata" occorre paragonarla al giudizio che sarebbe stato reso dal giudice senza l'accordo. Se la soluzione adottata in convenzione presenta una differenza immediatamente riconoscibile rispetto ad un'eventuale decisione giudiziaria e che si discosta dalla regolamentazione legale senza che sia giustificato da considerazioni di equità, allora deve essere qualificata come "manifestamente inadeguata" (cfr. anche sentenze TF 5C.163/2006, consid. 4.1 del 3 novembre 2006 e 5C.270/2004 consid. 5.4.2 del 14 luglio 2005). Come per la lesione (art. 21 CO) occorre una sproporzione manifesta tra ciò che è attribuito a ciascun coniuge; il giudice conserva un ampio margine di apprezzamento (cfr. sentenza TF 5A_599/2007 del 2 ottobre 2008 e caso-228); occorre infatti evitare la ratifica di convenzioni "leonine" o che privano in modo rilevante dei beni. Solo una differenza importante rispetto alla soluzione legale può portare il giudice a rifiutare l'omologazione della convenzione.

Nel caso concreto gli esigui contributi alimentari previsti nella convenzione a favore della moglie non permettono la copertura del suo fabbisogno minimo. La convenzione non può tuttavia essere qualificata come "manifestamente inadeguata", dato che il principio stesso del versamento di un contributo alimentare poteva essere oggetto di discussione. La moglie ha lavorato per quasi tutto il matrimonio, che risale al 1996, in qualità di laboratorista medico; solo nel 2006, quando ha perso il lavoro per motivi di ristrutturazione del datore di lavoro, ha cessato di esercitare un'attività lavorativa. Durante il matrimonio ha anche mantenuto il marito per svariati anni e gli ha finanziato una formazione professionale. L'accordo sul riparto dei ruoli dei coniugi non prevedeva che la moglie sarebbe stata a casa a prendersi cura del figlio e che il marito avrebbe garantito il mantenimento della famiglia. A queste condizioni non si può ritenere che il matrimonio abbia influito concretamente sulla situazione della moglie, nel senso che al momento della separazione di fatto, nel marzo 2008 - o almeno al termine della sua formazione nello sviluppo duraturo, che doveva terminare nell'autunno 2008 - non sarebbe stata in grado di ritrovare un'attività lavorativa che le permettesse di far fronte ai suoi bisogni.
Ammettendo che un contributo di mantenimento nel principio fosse dovuto, avrebbe potuto esserle concesso per una durata più lunga. La moglie ha tuttavia ottenuto in convenzione un contributo alimentare limitato nel tempo. La transazione ha lo scopo di mettere fine definitivamente al litigio e alle incertezze prevedendo delle concessioni reciproche (v. anche caso 334), ciò che è avvenuto nel caso concreto. L'ottenimento di un contributo alimentare fino al pensionamento non era una ipotesi scontata, tanto che una convenzione che preveda un contributo alimentare per una durata ridotta possa essere considerata manifestamente inadeguata, dal momento in cui si poteva prendere in considerazione che a termine la moglie potesse trovare un'attività che le permettesse di rendersi autonoma economicamente.
La ricorrente ha eccepito il fatto che le sue future prospettive di lavoro sono esigue, ma d'altra parte non ha sostenuto che il matrimonio fosse "lebensprägend". Eccezionalmente la fiducia di un coniuge, creata dall'altro, sulla continuazione del matrimonio e il mantenimento del riparto dei ruoli può essere tutelato anche nei casi in cui il matrimonio non ha avuto un impatto decisivo sulla capacità di guadagno dell'interessato (cfr. sentenza TF 5A_275/2009 consid. 2.2.2 del 25 novembre 2009 e sentenza TF 5C.169/2006 consid. 2.6 del 13 settembre 2006), ma nel caso concreto non vi è nessuna constatazione che giustifichi una tale eccezione (cfr. DTF 135 III 59, consid. 4.1).

Ora, in conclusione vale dunque la pena di evidenziare che anche nel caso in cui si sia in presenza di un matrimonio di lunga durata (in casu la vita comune è durata 12 anni) e un coniuge si trovi in assistenza, non necessariamente si giustifica prevedere un contributo di mantenimento duraturo a suo favore. Ancora una volta tutte le circostanze concrete del caso vanno accuratamente esaminate.

Data creazione: 16 novembre 2014
Data modifica: 16 novembre 2014

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