2011

Divorzio e versamento del contributo di mantenimento anche dopo l'età AVS del coniuge debitore

Caso 277, 31 dicembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

In caso di divorzio, il coniuge debitore deve continuare a versare il contributo alimentare anche dopo il proprio pensionamento?

In una sentenza del 14 novembre 2011 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La moglie è nata nel 1963, mentre il marito nel 1950. Si sono sposati nel 1985, hanno avuto tre figli e dal 2006 vivono separati; nel 2010 è stato pronunciato il divorzio. La moglie, di formazione parrucchiera, si è presa cura durante il matrimonio dei tre figli e della casa e solo dal 2004 ha iniziato un'attività a tempo parziale, mentre il marito ha lavorato a tempo pieno, ciò che ha continuato a fare anche dopo il divorzio.

I Giudici cantonali hanno stabilito che il marito dovesse alla moglie un contributo alimentare non solo fino al proprio pensionamento, ma anche oltre, ossia fino al di lei pensionamento, anche se in misura ridotta rispetto al periodo precedente.
Il marito ha ricorso al Tribunale federale contestando di dovere un contributo alimentare alla moglie anche dopo il proprio pensionamento.

Controverso è dunque il periodo alimentare tra il 2015 (pensionamento del marito) e il 2027 (pensionamento della moglie).

Nella sentenza oggetto del presente caso il Tribunale federale ha rammentato il metodo di calcolo degli alimenti a favore dell'ex coniuge nel caso di matrimonio "lebensprägend" (cfr. anche sentenza DTF 137 III 102, consid. 4.2, pag. 106 e segg. e caso-266). Ha chiaramente definito il matrimonio del caso concreto come "lebensprägend".

Ha poi precisato che in questi casi, nella misura in cui il coniuge creditore non riesce a sopperire totalmente o in parte al fabbisogno di cui ha diritto, il coniuge debitore può essere astretto a sopperire a tale lacuna alimentare tenuto conto delle proprie possibilità contributive, considerato che il contributo alimentare va versato senza limiti temporali. E' vero che di regola dopo il pensionamento le risorse economiche sono minori e non permettono di mantenere in essere l'alimento precedentemente calcolato.
Inoltre il principio secondo cui in caso di matrimoni "lebensprägend" entrambi i coniugi hanno diritto di mantenere lo stesso tenore di vita porta frequentemente la prassi a limitare all'età pensionistica AVS del coniuge debitore il versamento del contributo alimentare (v. DTF 132 III 593, consid. 7.2, pag. 595 e seg., con riferimenti; sentenza TF 5A_288/2008 del 27 agosto 2008, consid. 5.6 e sentenza TF 5A_508/2007 del 3 giugno 2008, consid. 4.1). Tuttavia questa prassi non può essere considerata un principio assoluto ed esistono pertanto casi in cui anche dopo il pensionamento del coniuge debitore vi sia spazio per un contributo alimentare.

Da notare, quale dettaglio trattato nella sentenza al consid. 9.3, il fatto che occorrerà prendere in considerazione le spese future per il calcolo del contributo alimentare, tra cui i costi della salute i quali saranno maggiori con il passare dell'età; a questo proposito si può far riferimento alle statistiche sui costi del sistema della sanità (cfr. le statistiche della Confederazione).

Data creazione: 31 dicembre 2011
Data modifica: 10 gennaio 2012

Nessun effetto sospensivo di una decisione di misure a protezione dell'unione coniugale

Caso 276, 16 dicembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

Gli effetti di una decisione di misure a protezione dell'unione coniugale sono sospesi in caso di ricorso?

In una sentenza del 30 settembre 2011 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel caso-91 è stata trattata a questione dell'effetto sospensivo in caso di ricorso contro una decisione di misure a protezione dell'unione coniugale; a quel momento erano ancora in vigore i codici di diritto processuale cantonali.

Con l'entrata in vigore del nuovo Codice di diritto processuale svizzero il Tribunale d'appello di Lugano aveva inaugurato una giurisprudenza secondo la quale un ricorso contro una decisione di misure di protezione dell'unione coniugale doveva forzatamente beneficiare dell'effetto sospensivo. Invero tale giurisprudenza è apparsa subito criticabile, dato che il nuovo codice di diritto processuale svizzero non sembrava stravolgere sull'argomento la giurisprudenza in essere fino al 31 dicembre 2010.
Orbene, con la sentenza di cui al presente caso, il Tribunale federale ha sgombrato il campo da ogni dubbio, indicando esplicitamente che un ricorso in appello non ha effetto sospensivo quando ha per oggetto delle decisioni provvisionali (art. 315 cpv. 4 let. b CPC-CH) e le misure a protezione dell'unione coniugale, così come pure le misure provvisionali rese in procedura di divorzio, costituiscono delle misure provvisionali ai sensi dell'art. 315 cpv. 4 let. b e cpv. 5 CPC-CH. In questo senso si è pure espresso, ad es. il Tribunale d'appello del Cantone di Basilea-Città nella sentenze ZB.2011.12 del 12 luglio 2011 in FamPra 4/2011, N. 62.

Secondo l'art. 315 cpv. 5 CPC-CH l'esecuzione di provvedimenti cautelari può essere eccezionalmente sospesa se la parte interessata rischia di subire un pregiudizio difficilmente riparabile; qualora l'autorità di ricorso dovesse essere adita con una richiesta di effetto sospensivo, occorre essere particolarmente prudenti e la decisione di prima istanza va modificata solo in casi eccezionali.

Nel caso concreto è interessante notare come il Tribunale federale abbia indicato come la sentenza della Corte europea relativa ad un caso in Germania in cui ad un padre non coniugato era stata negata la possibilità di esercitare congiuntamente alla madre l'autorità parentale (cfr. caso-278) non sia applicabile all'art. 133 CC, facendo riferimento alle sentenze TF 5A_420/2010 dell'11 agosto 2011, consid. 3* e TF 5A_72/2011 del 22 giugno 2011, consid. 2.2.2.

* "dans le droit suisse du divorce, en tant que père marié, le recourant peut non seulement prétendre que l'autorité parentale lui soit attribuée mais il est aussi sur pied d'égalité avec la mère. L'art. 133 al. 1 CC ne donne en effet pas la préférence à un parent plutôt qu'à l'autre. La mère ne dispose par ailleurs d'aucun privilège en raison de son sexe; elle n'a aucun droit de véto en la matière et, contrairement à ce que prévoit la législation allemande pour les parents non mariés, ainsi qu'il en était question dans l'affaire Zaunegger, un juge est appelé à trancher la question en se fondant sur l'intérêt de l'enfant (art. 133 al. 2 CC; DTF 117 II 353 consid. 3, DTF 115 II 206, consid. 4a, DTF 114 II 200, consid. 5)".

Data creazione: 16 dicembre 2011
Data modifica: 23 gennaio 2012

Curatela educativa - condizioni

Caso 275, 1 dicembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

Quando si giustifica l'istituzione di una curatela educativa?

In una sentenza del 31 maggio 2011 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Una curatela educativa si giustifica quando lo sviluppo del minore sia messo in pericolo, senza che delle misure meno incisive siano efficaci.

 

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Con il presente commento faccio astrazione del caso concreto, limitandomi a richiamare alcuni principi alla base dell'istituzione di una curatela educativa.

L'art. 308 CC prevede che se le circostanze lo richiedono, l’autorità tutoria nomina al figlio un curatore, perché consigli ed aiuti i genitori nella sua cura; l’autorità tutoria può conferire al curatore speciali poteri, segnatamente la rappresentanza del figlio per salvaguardarne il diritto al mantenimento o diritti d’altra natura e la vigilanza delle relazioni personali; l’autorità parentale può essere corrispondentemente limitata.

Dalla normativa sopra citata si evince subito che la competenza per decidere una curatela educativa spetta all'autorità tutoria e non al giudice; quest'ultimo può tuttavia sollecitare l'autorità tutoria nella nomina di un curatore educativo, segnatamente laddove il giudice si trovi a dirimere una vertenza famigliare di separazione o di divorzio.

La curatela educativa, prevista all'art. 308 cpv. 1 CC, costituisce una misura di protezione del figlio (art. 307 CC), che permette all'autorità tutoria, se le circostanze lo impongono, di nominare al minore un curatore che assista i suoi genitori con consigli e sostegni nella cura del figlio. La curatela educativa va oltre alla designazione di una persona o di un ufficio idoneo che abbia diritto di controllo e informazione (art. 307 cpv. 3 CC) (DTF 108 II 372, consid. 1). La curatela educativa presuppone che lo sviluppo del figlio sia messo in pericolo (DTF 108 II 372, consid. 1), che questo pericolo non possa essere evitato dai genitori medesimi (art. 307 cpv. 1 CC), neppure con delle misure più contenute previste all'art. art. 307 CC (principio della sussidiarietà) e che l'intervento attivo di un consigliere appaia appropriato per raggiungere lo scopo voluto (principio dell'adeguatezza). Il principio della proporzionalità è il punto centrale delle misure a protezione del figlio e la misura deve essere atta a raggiungere lo scopo della protezione che ci si è prefissi ed è necessaria (principio della proporzionalità). La decisione prenderà in considerazione tutte le circostanze del caso, non solo dal punto di vista giuridico, ma anche in funzione degli aspetti sociali, medici ed educativi della situazione e della costellazione familiare.

Data creazione: 1 dicembre 2011
Data modifica: 1 dicembre 2011

Domanda di revisione di una sentenza del Tribunale federale per violazione della CEDU

Caso 274, 16 novembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni si può ottenere la revisione di una sentenza del Tribunale federale per violazione della Convenzione del 4 novembre 1950 per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)?

In una sentenza del 26 maggio 2011 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel caso concreto il Tribunale federale aveva pronunciato in precedenza una sentenza con la quale aveva fatto ordine alla madre di far rientrare suo figlio minorenne nel paese dal quale qualche anno prima erano partiti per recarsi in Svizzera senza il consenso del padre e del Tribunale estero (sentenza del Tribunale federale 5A_285/2007 del 16 agosto 2007).
A seguito di un ricorso presentato dalla madre e dal figlio, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha indicato che nell'eventualità di esecuzione della sentenza del Tribunale federale del 16 agosto 2007 vi sarebbe stata la violazione dell'art. 8 CEDU (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali)
Tenuto conto di tale decisione, i ricorrenti si sono nuovamente rivolti al Tribunale federale chiedendo la revisione della sentenza del 16 agosto 2007.

La Corte europea dei diritti dell'uomo non ha la possibilità di annullare o riformare le sentenze dei tribunali degli Stati e può unicamente dichiarare che sono contrarie alla CEDU e condannare lo Stato ad un risarcimento (DTF 125 III 185, consid. 2).

L'art. 122 LTF (Legge sul Tribunale federale) prevede che revisione di una sentenza del Tribunale federale per violazione della CEDU può essere domandata se:

a) la Corte europea dei diritti dell’uomo ha constatato in una sentenza definitiva che la CEDU o i suoi protocolli sono stati violati;

b) un’indennità non è atta a compensare le conseguenze della violazione; e

c) la revisione è necessaria per rimediare alla violazione.

Nel caso concreto la Corte europea dei diritti dell'uomo ha indicato che vi sarebbe violazione dell'art. 8 CEDU qualora fosse eseguita la sentenza del Tribunale federale del 16 agosto 2007; ha dunque ritenuto che la sentenza appena citata fosse basata su una base legale sufficiente, ma, tenuto conto degli sviluppi successivi, ponendosi al momento dell'eventuale esecuzione della decisione, ha constatato che un ritorno del minore nel precedente paese non sarebbe benefico per il medesimo, il quale viveva ormai in svizzera da cinque anni e d'altra parte erano anche dubbie le capacità educative del padre (che vive nel paese di origine), oltre al fatto che con un rientro nel paese originario della madre, il solo genitore di riferimento per il bambino, non erano escluse delle procedure penali con possibile carcere a suo riguardo.

Orbene, il Tribunale federale ha lasciato indecisa la questione a sapere se la condizione dell'art. 122 let. a) LTF fosse adempiuta, dato che la Corte europea dei diritti dell'uomo non ha indicato che la sentenza del Tribunale federale del 16 agosto 2007 fosse infondata quando è stata pronunciata, considerando semmai che l'esecuzione di tale decisione costituiva una violazione dell'art. 8 CEDU.
Infatti in ogni caso il Tribunale federale nella successiva sentenza oggetto del presente caso ha indicato l'assenza della sussistenza delle condizioni dell'art. 122 let. c) LTF; La violazione della CEDU non impone necessariamente la revisione della decisione impugnata davanti alla Corte europea, essendo tale revisione un mezzo di impugnazione straordinario, nel senso che se esiste un'altra via ordinaria che permetta di rimediare, tale via deve essere scelta prioritariamente (DTF 137 I 86, consid. 3, sentenza TF 1F_1/2007 del 30 luglio 2007, consid. 3.2).

Secondo la legge federale del 21 dicembre 2007 sul rapimento internazionale dei minori e sulle Convenzioni dell’Aia sulla protezione dei minori e degli adulti (LF-RMA), una modifica duratura delle circostanze a partire dal momento in cui è stata adottata la decisione di ritorno, come ad es. l'integrazione del bambino nel nuovo contesto, nonché l'evoluzione della situazione famigliare di un genitore - argomenti ripresi dalla sentenza della Corte europea -, deve essere invocata nell'ambito di una domanda di modifica della decisione ai sensi dell'art. 13 LF-RMA.
Di conseguenza, esistendo nel caso concreto una via di diritto ordinaria che permetta di ottenere una situazione conforme alla sentenza della Corte europea, la via della revisione della sentenza del Tribunale federale del 16 agosto 2007 è esclusa.

Data creazione: 16 novembre 2011
Data modifica: 16 novembre 2011

Averi di 3° pilastro, valore e computo nella liquidazione del regime matrimoniale

Caso 273, 1 novembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

Come vengono considerati gli averi del 3° pilastro nell'ambito della liquidazione del regime matrimoniale? Quale è il loro valore determinante?

In una sentenza del 25 agosto 2010 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel caso concreto i coniugi si sono sposati il 16 febbraio 1981 senza concludere alcun contratto relativamente al regime matrimoniale. Durante il matrimonio uno dei coniugi ha accumulato degli averi di previdenza vincolata (due conti bancari e un'assicurazione vita) finanziati tramite acquisti. In occasione della separazione del 2002, i coniugi hanno deciso di adottare il regime della separazione dei beni (il 5 luglio 2002), riservando in particolare la liquidazione degli averi di 3° pilastro vincolato al momento della liquidazione del regime matrimoniale.
Il 27 gennaio 2006 il marito ha inoltrato una procedura di divorzio unilaterale. Il divorzio è stato pronunciato il 12 dicembre 2007.

Ricordiamo innanzi tutto che l'art. 204 cpv. 1 CC prevede che il regime dei beni è sciolto tra l'altro allorquando sia convenuto un altro regime. L'art. 214 cpv. 1 CC indica per contro che per il valore degli acquisti esistenti allo scioglimento del regime dei beni è determinante il momento della liquidazione. Abbiamo dunque due momenti determinanti: il primo che permette di attestare i beni esistenti e il secondo concernente il loro valore.

Il Tribunale federale ha inoltre in passato già precisato che dopo lo scioglimento del regime matrimoniale non possono più essere creati nuovi acquisti , né aumentati quelli esistenti; tanto meno può modificarsi il conto passivi della massa degli acquisti (DTF 136 III 209, consid. 5.2).

Tali principi vanno applicati anche agli averi di previdenza individuale vincolata.

La previdenza individuale vincolata - sia che si tratti di contratti speciali d’assicurazione di capitale e di rendite sulla vita o in caso di invalidità o di decesso, sia che si tratti di contratti speciali di risparmio conclusi con fondazioni bancarie  (art. 1. cpv. 2 e 3 OPP3) - deve essere divisa secondo le normative del regime matrimoniale a cui i coniugi sottostanno (DTF 129 III 257 consid. 3.2 e riferimenti).
Se è in essere tra i coniugi il regime matrimoniale ordinario della partecipazione agli acquisti, la previdenza vincolata costituisce un elemento del patrimonio del coniuge e, come tale, fa parte della sua massa dei beni propri o degli acquisti (DTF 125 III 1 consid. 3 DTF 121 III 152, consid. 3a).
I redditi di capitali di previdenza vincolata successivi allo scioglimento del regime matrimoniale (art. 204 CC) non modificano il valore (art. 214 CC) della massa patrimoniale (acquisti o beni propri) a cui appartengono.
Gli interessi di un conto bancario o di un'assicurazione vita che maturano dopo lo scioglimento del regime matrimoniale non aumentano il valore da dividere del bene.
D'altra parte se dei premi sono stati pagati per l'assicurazione vita dopo la data determinante per lo scioglimento del regime matrimoniale, il valore di riscatto della polizza sarà superiore, ma per la liquidazione del regime matrimoniale non si dovrà tener conto di tale aumento. Per contro, fluttuazioni di valore intervenute tra la data dello scioglimento del regime matrimoniale e la data della relativa liquidazione devono essere prese in considerazione per calcolare il valore del bene (DTF 136 III 209, consid. 5.2).
Inoltre si dovrà anche considerare in quale misura l'onere fiscale latente deve essere preso in considerazione per la valutazione del valore del bene, ossia nel caso concreto relativamente agli averi di previdenza individuale vincolata (sentenza TF 5A_673/2007 del 24 aprile 2008 consid. 3.6.3).

Nella fattispecie del presente caso, la polizza di previdenza individuale vincolata e gli averi bancari vincolati sono degli acquisti e come tali il loro valore va calcolato al momento del passaggio dal regime matrimoniale ordinario a quello della separazione dei beni (5 luglio 2002).

Altro argomento è la modalità di liquidazione di una pretesa relativa ad esempio ad una polizza di previdenza individuale vincolata. L'art. 4 cpv. 3 OPP3, prima frase, prevede che in caso di scioglimento del regime matrimoniale per cause diverse dal decesso, tutti o parte dei diritti alle prestazioni di vecchiaia possono essere ceduti dall’intestatario della previdenza al coniuge o essere assegnati a quest’ultimo dal giudice.
L'art. 4 cpv. 3 OPP3 prevede unicamente una modalità di pagamento, ma non permette al Giudice di decidere diversamente qualora il debitore della pretesa desidera saldarla in altro modo. Tenuto conto che di principio per la liquidazione del regime matrimoniale il versamento avviene a contanti, il Giudice non può imporre la modalità dell'art. 4 cpv. 3 OPP3 se il coniuge debitore dispone di risorse in denaro liquido sufficienti per far fronte al pagamento delle pretese della controparte.

Data creazione: 1 novembre 2011
Data modifica: 29 novembre 2011

Alimenti durante il matrimonio: applicabilità dell'art. 163 CC o 125 CC?

Caso 272, 16 ottobre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

Nell'ambito di misure a tutela dell'unione coniugale o pendente una procedura cautelare di divorzio, per il calcolo degli alimenti a favore del coniuge occorre riferirsi all'art. 163 CC o all'art. 125 CC?

In alcune sentenze, tra cui una del 26 luglio 2011 e un'altra del 9 agosto 2011, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel caso-250 era stato fatto riferimento alla questione a sapere se durante una procedura di misure a tutela dell'unione coniugale (ma anche cautelare di divorzio) si potesse mettere in discussione l'applicabilità del cosiddetto "calcolo delle eccedenze" nei casi in cui il matrimonio non fosse "lebensprägend".

Il caso concreto sgombra il campo da ogni dubbio in merito, nel senso che il Giudice delle misure a tutela dell'unione coniugale e il Giudice delle misure cautelari pendente una procedura di divorzio non devono risolvere il quesito di merito a sapere se il matrimonio ha influito concretamente sulla vita matrimoniale ("lebensprägend"). Durante il matrimonio anche qualora non si possa più contare con una ripresa della vita comune, ossia una riconciliazione, la causa dell'obbligazione alimentare resta l'art. 163 CC (DTF 130 III 537, consid. 3.2); ai sensi di tale norma i coniugi provvedono in comune, ciascuno nella misura delle sue forze, al debito mantenimento della famiglia; essi s’intendono sul loro contributo rispettivo; in tale ambito, tengono conto dei bisogni dell’unione coniugale e della loro situazione personale. Il Giudice deve partire dalla convenzione, espressa o tacita, conclusa dai coniugi in merito ai rispettivi compiti e le reciproche risorse. Deve prendere in considerazione che in caso di sospensione della vita comune l'art. 163 CC, vale a dire il debito mantenimento della famiglia, impone a ciascun coniuge di partecipare, a seconda delle proprie possibilità, ai costi supplementari generati dalla vita separata. Può dunque accadere che il Giudice debba anche modificare l'accordo tra i coniugi relativo alla loro vita comune, adattandolo ai fatti nuovi. E' in questo senso che va intesa la sentenza pubblicata in DTF 128 III 65, la quale indica che nell'ambito dell'art. 163 CC i criteri applicabili dopo il divorzio (art. 125 CC) relativamente alla fissazione del contributo alimentare tra ex coniugi sono presi in considerazione  in particolare per valutare la ripresa di un'attività professionale da parte di un coniuge (v. anche sentenza TF 5A_122/2011 del 9 giugno 2011, consid. 4). Il Giudice deve quindi esaminare, visti i fatti nuovi (determinati dalla separazione), se e in quale misura si possa pretendere da un coniuge - che si vede sgravato dal suo obbligo di prendersi cura del menage familiare a seguito della separazione - che investa la sua forza lavorativa in altro modo, riprendendo o estendendo la propria attività lavorativa. In effetti in questi casi se la riconciliazione - e di conseguenza la ripresa del riparto dei ruoli precedentemente in essere, non è né ricercata, né ipotizzabile - lo scopo dell'indipendenza economica dei coniugi - segnatamente del coniuge che non esercitava alcuna attività lavorativa, o la svolgeva solo a tempo parziale - acquisisce d'importanza. Ciò vale sia in ambito di misure a tutela dell'unione coniugale, qualora non si possa più contare seriamente in una riconciliazione, sia nell'ambito di una procedura cautelare durante la procedura di divorzio, dove la rottura del vincolo coniugale è molto verosimile (DTF 130 III 537, consid. 3.2).
Il concetto di merito, a sapere se il matrimonio è stato o meno "lebensprägend", è assolutamente irrilevante e non va affrontato né dal Giudice delle misure a tutela dell'unione coniugale, né dal Giudice delle misure cautelari del divorzio.

Data creazione: 16 ottobre 2011
Data modifica: 27 dicembre 2011

Autorizzazione ad utilizzare i redditi e la sostanza dei figli minorenni

Caso 271, 30 settembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni i genitori possono utilizzare redditi e sostanza del figlio minorenne?

In una sentenza del 6 luglio 2011 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Tenuto conto che i genitori devono provvedere al mantenimento del figlio, incluse le spese d’educazione e formazione e delle misure prese a sua tutela, nonché del fatto che hanno il diritto e il dovere di amministrare la sostanza del figlio finché è soggetto alla loro autorità, solo a certe condizioni i genitori possono utilizzare i redditi e la sostanza dei figli minorenni.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel caso concreto siamo in presenza di una madre vedova che ha richiesto all'autorità tutoria di poter prelevare annualmente dal conto del figlio minorenne l'importo di CHF 15'000.00 per potere in particolare pagare le spese future ed eventuali del figlio studente di 15 anni, senza dover continuamente chiedere l'autorizzazione ogni anno all'autorità tutoria. La richiesta è stata respinta.

Ai sensi dell'art. 276 cpv. 1 CC i genitori devono provvedere al mantenimento del figlio, incluse le spese d’educazione e formazione e delle misure prese a sua tutela. I genitori hanno anche il diritto e il dovere di amministrare la sostanza del figlio finché è soggetto alla loro autorità (art. 318 CC). L'art. 319 cpv. 1 CC indica che i genitori possono impiegare i redditi della sostanza del figlio segnatamente per il suo mantenimento. Se i bisogni correnti del figlio lo esigono, i genitori possono anche attingere ai versamenti a tacitazione, risarcimenti e analoghe prestazioni di pertinenza del medesimo (art. 320 cpv. 1 CC). Sono questi i beni che corrispondono all'espressione "altri mezzi" di cui all'art. 276 cpv. 3 CC ("i genitori sono liberati dall’obbligo di mantenimento nella misura in cui si possa ragionevolmente pretendere che il figlio vi provveda da sé con il provento del suo lavoro o con altri mezzi"), vale a dire i mezzi che hanno quale scopo specifico di sostituire il mantenimento, come ad es. le rendite per orfani o gli assegni familiari. Se questi "altri mezzi" o altri beni liberi del figlio - come liberalità ai sensi dell'art. 321 CC, o beni ereditati ai sensi dell'art. 322 CC, oppure il provento dal lavoro e l'assegno professionale (art. 323 CC) - sopperiscono integralmente ai suoi bisogni, i genitori sono allora liberati dal loro obbligo di mantenimento (art. 276 cpv. 3 CC; DTF 123 III 161, consid. 4a).
Per contro i genitori in principio non possono utilizzare la sostanza del figlio salvo quella relativa all'art. 320 cpv. 1 CC ("Versamenti a tacitazione, risarcimenti e analoghe prestazioni"); in questo senso l'amministrazione della sostanza del figlio è puramente conservativa.
La regola appena citata, dell'intangibilità della sostanza del figlio, ha tuttavia delle eccezioni; ai sensi dell'art. 320 cpv. 2 CC, se necessario per provvedere alle spese di mantenimento, educazione o istruzione, l’autorità tutoria può permettere ai genitori di attingere in misura determinata anche alla rimanente sostanza del figlio. Le condizioni alla base dell'art. 320 cpv. 2 CC sono da un lato la necessità di attingere dalla sostanza del figlio e dall'altro l'utilizzo del denaro per le spese di mantenimento, educazione o istruzione del medesimo. Il termine "necessità" si definisce in funzione dell'obbligo, già citato, dei genitori di provvedere con i propri mezzi al mantenimento del figlio (art. 276 cpv. 1 CC), tenuto conto che l'obbligo del figlio di provvedere al proprio mantenimento è sussidiario rispetto a quello dei genitori. In questo senso l'utilizzo degli altri beni menzionati all'art. 320 cpv. 1 CC ("Versamenti a tacitazione, risarcimenti e analoghe prestazioni"), seppur nell'interesse diretto del figlio, è da ritenersi un'eccezione: si attua dal momento in cui i genitori non hanno le risorse sufficienti per far fronte ai costi del mantenimento del figlio, totalmente o in parte. Inoltre le risorse proprie del figlio, ai sensi dell'art. 323 cpv. 1 CC, così come i beni specificatamente destinati, vista la loro natura, al suo mantenimento, ai sensi dell'art. 320 cpv. 1 CC, devono essere stati consumati prima che i genitori possano utilizzare la sostanza del figlio.
Per poter valutare la necessità di un prelevamento rispetto alla situazione finanziaria dei genitori, l'autorità tutoria deve essere messa al corrente del costo delle necessità correnti del figlio o del costo della spesa straordinaria, così come dell'oggetto di tale spesa. Se le condizioni previste all'art. 320 cpv. 2 CC sono adempiute, l'autorità tutoria  autorizza il prelevamento e ne fissa l'importo, così come pure l'eventuale frequenza del prelevamento e lo scopo.

Nel caso concreto l'istanza è stata respinta dato che è stata richiesta un'autorizzazione generale a prelevare un importo di CHF 15'000.00 annui sulla sostanza del figlio per spese straordinarie, future ed ipotetiche. La richiesta non adempiva la condizione della necessità prevista all'art. 320 cpv. 2 CC, tenuto conto che tale norma indica che la spesa deve riferirsi ad una necessità attuale e concreta, spesa che i genitori non sono in grado di coprire in mancanza di sufficienti risorse proprie.

Un'osservazione importante va fatta in merito alla prassi assai differenziata dei vari istituti bancari relativamente alla sostanza dei figli minorenni; nella realtà - per lo meno ticinese - si assiste a tutta una serie di prassi differenti e le più svariate: da istituti bancari che permettono il prelievo incondizionato del denaro di figli minorenni da parte dei genitori, ad altri che lo permettono tramite la presentazione dei giustificativi della spesa, ad altri ancora che per contro subordinano qualsivoglia richiesta all'autorizzazione dell'autorità tutoria. Orbene, ovviamente la prassi non deve andare contro le norme legali in materia e qualora i prelevamenti fossero erroneamente autorizzati la Banca rischia chiaramente un'azione di responsabilità, segnatamente se ciò cagionasse un danno al minore.

Data creazione: 30 settembre 2011
Data modifica: 30 settembre 2011

Momento determinante per calcolare l'esistenza degli acquisti e il loro valore

Caso 270, 15 settembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

In quale misura vengono considerati eventuali cambiamenti nella composizione del patrimonio concernenti un bene facente parte degli acquisti avvenuti dopo lo scioglimento del regime matrimoniale ? Quali sono i metodi di valutazione di un'impresa commerciale?

 

In una sentenza del 10 febbraio 2010 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza qui commentata tratta di argomenti relativi allo scioglimento e liquidazione del regime matrimoniale. Mi limiterò a riprendere alcuni passaggi che ritengo di particolare interesse.

Rammentiamo innanzi tutto che in caso di divorzio (o di separazione legale) l'art. 204 cpv. 2 CC prevede che lo scioglimento del regime matrimoniale si ha per avvenuto il giorno della presentazione dell’istanza (comune o unilaterale); l'art. 214 cpv. 1 CC precisa tuttavia che per il valore degli acquisti esistenti allo scioglimento del regime dei beni, è determinante il momento della liquidazione.

Dalla sentenza del Tribunale federale emerge in particolare che:

  • il calcolo della liquidazione del regime matrimoniale di regola non dovrebbe prendere in considerazione un debito contratto dopo lo scioglimento del regime matrimoniale  e in contropartita nell'ambito della liquidazione del regime matrimoniale si dovrebbe valutare il bene tenendo in considerazione il valore come se un eventuale investimento non avesse avuto luogo;
  • è di principio escluso che dei cambiamenti intervenuti sulla consistenza della sostanza dopo lo scioglimento del regime matrimoniale (art. 204 CC) possano influire sulla relativa liquidazione (art. 214 CC): una volta sciolto il regime matrimoniale non possono più esserci nuovi acquisti da suddividere tra i coniugi, siano essi da annoverare negli attivi o nei passivi (DTF 135 III 241, consid. 4.1, pag. 243);
  • esistono delle eccezioni a tale principio: una di queste eccezioni si trova nell'ambito della valutazione delle ditte o imprese (sentenza TF 5C.229/2002, consid. 3.2, del 7 febbraio 2003 e sentenza TF 5C.3/2004, cosid 5.4.2. del 14 aprile 2004), ma anche nei casi in cui vi siano dei debiti contratti dopo lo scioglimento del regime matrimoniale, ma prima della relativa liquidazione, per migliorare o conservare un bene facente parte degli acquisti, se hanno prodotto un controvalore sui medesimi: ciò non vale se i debiti contratti rappresentano unicamente una compensazione per l'uso del bene (in particolare sono state respinte le censure del coniuge il quale riteneva che occorresse prendere in considerazione qualsiasi investimento, anche in assenza di un aumento di valore del bene: di particolare interesse sono i consid. 5.4.1 e 5.4.2 della sentenza: quest'ultimo considerando fa riferimento in particolare all'eventualità di applicare l'art. 165 cpv. 2 CC - v. anche sentenza TF 5C.137/2001, consid. 3b/cc del 2 ottobre 2001);
  • anche le norme relative ai compensi variabili (art. 206 CC e art. 209 CC) non sono di regola più applicabili dopo lo scioglimento del regime matrimoniale: cfr. ad es. DTF 135 III 241, consid. 4.2, pag. 243 sui beni acquisiti in sostituzione (se un bene è alienato dopo lo scioglimento del regime dei beni fra coniugi, per la liquidazione di quest'ultimo risulta in linea di principio determinante il valore del bene al momento dell'alienazione e non quello dell'eventuale bene acquisito in sostituzione) e sentenza TF 5C.52/2006, consid. 2.4 del 30 maggio 2006 sulle presunzioni legali (nel quadro della liquidazione del regime dei beni gli averi patrimoniali esistenti al momento dello scioglimento del regime dei beni, ossia al momento della presentazione dell’istanza, sono distribuiti fra acquisti e beni propri; il destino susseguente di tali elementi patrimoniali di principio non è più atto a influenzare – fatta astrazione per poche eccezioni – la liquidazione del regime dei beni): è per questo motivo che è meglio non considerare debiti contratti dopo lo scioglimento del regime matrimoniale e, in contropartita, nell'ambito della liquidazione del regime matrimoniale conteggiare il valore del bene come se non avesse avuto luogo l'investimento.


Per quanto concerne la valutazione del valore, un'azienda commerciale deve essere valutata secondo i principi esistenti nell'ambito della relativa gestioe, tenendo in considerazione anche la variabile a sapere se l'attività sarà proseguita o verrà liquidata (differenza tra il valore di continuazione e il valore di liquidazionne - DTF 121 III 152, consid. 3c, pag. 155).

In tema di regime matrimoniale possono essere sintetizzati i seguenti principi:

  • il valore di reddito è da considerare in modo particolare qualora il titolare dell'azienda non ha intenzione di vendere la stessa ancora per un lungo periodo (DTF 125 III 1, consid. 5c, pag. 6 e segg.);
  • il valore in caso di continuazione dell'azienda di regola tiene tuttavia in considerazione anche il valore patrimoniale, facendo una media ponderata con il valore di reddito;
  • si può far riferimento al solo valore di reddito in particolare qualora il valore patrimoniale e il valore di reddito, segnatamente per le piccole e medie aziende,  differiscono in modo sostanziale tanto che l'azienda non potrà sicuramente conseguire degli utili ragionevoli partendo unicamente dagli attivi immobiliari e la continuazione dell'attività è fuori discussione (cfr. in particolare sentenza TF 4C.363/2000 consid. 2c del 3 aprile 2001);
  • il valore patrimoniale è in ogni caso ammesso come valore minimo per la valutazione, nel senso che, salvo casi del tutto eccezionali (come ad es. nel caso in cui un'azienda debba essere proseguita per motivi legali o analoghi), non verrà ammessa una valutazione sul valore di reddito qualora questo fosse inferiore a quello di liquidazione;
  • il metodo cosiddetto "Discounted Cash Flow", orientato sull'utile aziendale, non è considerato attendibile soprattutto per le medie e piccole aziende: per questi casi è preferibile usare il metodo cosiddetto "pratico", in cui il valore di reddito è considerato due volte rispetto il valore patrimoniale, secondo la seguente formula: (1 x valore patrimoniale + [2 x valore di reddito]) : 3;
  • al momento della valutazione di un'azienda occorre prendere in considerazione anche gli attivi e passivi nati dopo lo scioglimento del regime matrimoniale (v. eccezione citata sopra, con i riferimenti giurisprudenziali, oltre alla sentenza TF 5P.82/2004, consid. 2.2.2 del 7 ottobre 2004 e la sentenza TF 5C.201/2005, consid. 2.2 del 2 marzo 2006).

Data creazione: 15 settembre 2011
Data modifica: 16 settembre 2011

Divisione del ricavato della vendita di un bene in comproprietà in caso di separazione dei beni

Caso 269, 1 settembre 2011 << caso precedente | caso successivo >>

In caso di separazione dei beni, se un bene immobile intestato in comproprietà tra i coniugi viene venduto nell'ambito della procedura di divorzio, il ricavato è necessariamente suddiviso in ragione di metà per parte?

In una sentenza del 5 gennaio 2011, il Tribunale federale di Losana ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I fatti rilevanti sono riassuntivamente i seguenti:

  • matrimonio del 6 febbraio 1970;
  • atto di separazione dei beni del 26 gennaio 1970 (quindi valido dall'inizio del matrimonio);
  • acquisto il 1° settembre 1998 di un fondo (casa d'abitazione su tre piani) intestato in ragione di metà ciascuno: prezzo d'acquisto di CHF 1'070'000.00 finanziato con CHF 340'000.00 di fondi propri della moglie, CHF 530'000.00 di ipoteca solidale da parte di entrambi i coniugi e CHF 200'000.00 con un credito del venditore garantito da cartella ipotecaria: quest'ultimo debito è stato rimborsato il 12 dicembre 2001 per il tramite di un altro identico debito contratto dal solo marito presso una banca e messa in pegno della propria previdenza professionale;
  • separazione di fatto dal luglio 2006;
  • entrambi i coniugi hanno promosso una procedura unilaterale di divorzio giunta a sentenza il 3 settembre 2009.

Premesso che la moglie aveva chiesto l'attribuzione in piena proprietà del fondo ex art. 251 CC, ma non ha dimostrato di avere i necessari mezzi per pagare la parte di pertinenza del marito e assumersi i debiti ipotecari, occorre procedere alla divisione ai sensi dell'art. 651 cpv. 2 CC. Nel caso concreto il Tribunale federale ha indicato la correttezza della vendita agli incanti pubblici e ha precisato che per il calcolo dell'indennità dovuta a ciascun coniuge occorre determinare chi abbia finanziato l'acquisto del bene. A questo proposito l'iscrizione a registro fondiario non dà alcuna indicazione utile (sentenza TF 5A_87/2010 del 5 maggio 2010, consid 3.1). Se solo un coniuge ha finanziato l'acquisto con mezzi propri, l'altro coniuge gli è debitore della sua parte di metà di tale importo (sentenza TF 5C.56/2004 del 13 agosto 2004, consid. 4), che in qualche modo gli è stato anticipato.

Nel caso concreto la moglie ha finanziato l'acquisto del fondo con un importo di CHF 340'000.00, per cui il marito le è debitore di CHF 170'000.00; per calcolare le reciproche pretese dei coniugi sul ricavato della vendita del fondo occorre dunque ripartire il ricavato netto della vendita e in seguito la moglie può esigere dal marito il rimborso della metà del suo investimento: si giustifica dunque prelevare l'importo di CHF 170'000.00 dalla sua quota parte (o in alternativa che l'intero investimento della moglie - CHF 340'000.00 - le sia integralmente restituito prima della divisione). Questa procedura non pregiudica in nessun modo l'uguaglianza delle quote parti che presume l'art. 646 cpv. 2 CC.

Ai sensi dell'art. 649 CC le spese d’amministrazione, le imposte ed altri aggravi derivanti dalla comproprietà (come ad es. il rimborso di interessi ipotecari e ammortamenti del capitale - cfr. DTF 119 II 330, consid. 7a; DTF 119 II 404, consid. 4; sentenza TF 5A_222/2010 del 30 giugno 2010, consid. 5.1), o che incombono alla cosa comune, sono sopportati dai comproprietari in proporzione delle loro quote, salvo patto contrario; il comproprietario che ha sopportato più della sua parte di tali spese può chiederne compenso agli altri nella stessa proporzione.

Nel caso concreto dopo la separazione di fatto del 2006 la moglie ha fatto fronte al pagamento integrale degli interessi ipotecari per un importo di CHF 70'000.00, oltre a far fronte al pagamento di CHF 7'000.00 di interessi relativi al debito bancario; per contro CHF 14'000.00 sono stati pagati dal solo marito; di conseguenza la moglie ha pagato CHF 63'000.00 supplementari rispetto al marito e quest'ultimo le è dunque debitore di CHF 31'500.00 sulla sua parte (per il calcolo si può anche dedurre l'intero importo di CHF 63'000.00 prima di procedere alla divisione del ricavato netto della vendita, dato che il risultato finale è identico).

Da notare che l'art. 649 CC contempla anche le spese di amministrazione, le imposte e gli altri oneri risultanti dalla comproprietà pagati dei coniugi dalla pronuncia della sentenza impugnata e quelli che verranno pagati in seguito fino alla vendita del fondo, per cui questi oneri dovranno essere assunti dai coniugi in ragione di metà ciascuno.

Data creazione: 1 settembre 2011
Data modifica: 1 settembre 2011

Rendita a favore del partner superstite

Caso 268, 1 agosto 2011 << caso precedente | caso successivo >>

E' lecita la decisione da parte di una fondazione di libero passaggio di modificare il regolamento sopprimendo un diritto originariamente concesso nell'ambito di una rendita a favore del partner superstite?

In una sentenza del 28 febbraio 2011 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La fattispecie è riassuntivamente la seguente:

  • A. e B. convivono da svariati anni.
  • A. è a beneficio di una rendita pensionistica anticipata dal 1° gennaio 2006.
  • Il 19 novembre 2007 il Consiglio di fondazione dell'istituto previdenziale ha modificato il proprio regolamento introducendo un nuovo articolo con cui viene regolamentata la rendita a favore del partner superstite.
  • Il 1° gennaio 2009 il regolamento è stato modificato e il diritto alla rendita a favore del partner superstite limitato, tanto che per la presente fattispecie al momento del decesso non vi sarà alcun diritto da parte del partner superstite.

Innanzi tutto va detto che il fatto che crea il diritto alla rendita è il decesso dell'assicurato; il diritto applicabile è dunque quello esistente al momento in cui viene resa la decisione (in casu, non sussistendo il decesso dell'assicurato, al momento in cui è stata resa la decisione di constatazione dell'eventuale diritto), ossia le norme vigenti al momento della nascita del diritto a prestazioni.

Secondo la giurisprudenza il regolamento di un istituto previdenziale, regolante gli aspetti previdenziali della previdenza più estesa, può essere modificato unilateralmente dall'istituto previdenziale se ciò gli è riservato in una norma accettata dall'assicurato - esplicitamente o per atti concludenti - al momento della stipulazione del contratto previdenziale (DTF 130 V 18, consid. 3.3, pag. 29; DTF 127 V 252, consid. 3b, pag. 255; DTF 117 V 221, consid. 4, pag. 225). Una modifica degli statuti o del regolamento di un istituto di previdenza è di principio ammissibile se la nuova regolamentazione è conforme alla legge, non è arbitraria, non conduce ad una ineguaglianza di trattamento tra assicurati e non pregiudica i loro diritti acquisiti (DTF 121 V 97, consid. 1b, pag. 101; sentenza TF 9C_140/2009 del 2 novembre 2009, consid. 4.2).

Nel caso concreto il regolamento dell'istituto previdenziale prevede che il Consiglio di fondazione possa in ogni momento modificare il regolamento stesso, ciò che costituisce una base legale sufficiente per una modifica del regolamento a patto che le condizioni poste dalla giurisprudenza siano adempiute (v. sopra DTF 121 V 97, consid. 1b).
D'altra parte una semplice aspettativa di rendita la quale, come nel caso concreto, può essere modificata unilateralmente dall'istituto previdenziale, non costituisce di regola un diritto acquisito, dato che non sussiste un titolo giuridico che permetta di opporsi ad un suo eventuale cambiamento in caso di modifiche legali (DTF 117 V 229, consid. 5b, pag. 235)o

Il Tribunale federale, oltre a trattare altre censure, si sofferma anche su quella dei ricorrenti relativa ad una pretesa disparità di trattamento, contraria all'art. 8 cpv. 2 della Costituzione federale (Cst.), da un lato tra coppie sposate e unioni regitrate e dall'altro tra coppie conviventi.

Innanzi tutto il Tribunale federale ricorda che questo differente trattamento trova il suo fondamento nell'idea che i conviventi eterosessuali hanno la possibilità di sposarsi e di considerare il matrimonio come istituzione uniforme per le coppie eterosessuali (cfr. Messaggio 29 novembre 2002 del Consiglio federale relativo alla Legge sull'unione domestica registrata delle persone di coppie omosessuali, FF 2003 1213 cifra 1.6.3).
Poi, sempre a mente del Tribunale federale - il quale evidenzia che l'obbligo legale di mantenimento è proprio dei coniugi e dei partner registrati (coppie omosessuali) mentre tra conviventi eterosessuali tale obbligo ha unicamente una base contrattuale o morale - l'art. 8 Cst., che vieta le discriminazioni, indica che nessuno può essere discriminato, in particolare a causa dell’origine, della razza, del sesso, dell’età, della lingua, della posizione sociale, del modo di vita, delle convinzioni religiose, filosofiche o politiche, e di menomazioni fisiche, mentali o psichiche ... , ma non prevede per contro esplicitamente le coppie conviventi, giustificando così che è perfettamente legittimo far differenza tra loro e i coniugi, nonché le coppie omosessuali registrate, le quali posso contare sul proseguimento di un mantenimento in caso di decesso dell'altro coniuge/partner registrato.

Data creazione: 1 agosto 2011
Data modifica: 1 agosto 2011

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