Abitazione familiare

Consenso del coniuge alla messa a pegno dell'abitazione famigliare

Caso 395, 1 febbraio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Quando occorre il consenso del coniuge per gravare di un'ipoteca l'abitazione famigliare?

In una sentenza del 10 novembre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La Banca promuove un’esecuzione in via di realizzazione del pegno nei confronti di una debitrice; il precetto esecutivo viene notificato anche al marito, il quale non aveva dato il consenso alla messa a pegno del fondo, costituente abitazione coniugale. A seguito dell’opposizione sollevata dai coniugi al precetto esecutivo, la Banca ha inoltrato al Giudice un’istanza di rigetto provvisorio dell’opposizione, istanza che viene accolta in prima sede e confermata dall’autorità superiore cantonale. I coniugi hanno dunque ricorso al Tribunale federale.

Ai sensi dell’art. 153 cpv. 2 let. b. LEF il precetto esecutivo è notificato anche al coniuge del debitore se il fondo pignorato costituisce abitazione familiare (art. 169 CC); ciò permette al coniuge di acquisire la qualità di coescusso, con la possibilità di contestare la messa a pegno se non vi è stato il suo consenso ai sensi dell’art. 169 cpv. 1 CC. Giusta tale norma, un coniuge non può, senza l'esplicito consenso dell'altro, limitare con dei negozi giuridici i diritti inerenti all'abitazione famigliare. L’assenza di tale consenso rende nullo (nullità assoluta) l’atto in questione: in presenza di costituzione di pegni immobiliari a dipendenza delle circostanze il consenso del coniuge può essere necessario. Orbene, dato che il senso della norma è di proteggere l’uso dell’abitazione coniugale, secondo il Tribunale federale in caso di pegno immobiliare occorre verificare se esista un rischio oggettivamente importante che si possa arrivare alla vendita in tempi brevi oppure se l’unico obiettivo di chi costituisce il pegno sembra quello di eludere l’art. 169 CC o si sia in presenza di un abuso di diritto.

Seguendo la dottrina dominante il Tribunale federale ritiene che il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo. La frazione di 2/3 non è tuttavia necessariamente determinante: il consenso coniugale è ad es. ancora necessario se è palese che la situazione finanziaria del coniuge debitore non gli permetterà di far fronte al pagamento degli oneri ipotecari o anche quando l’abitazione coniugale si trovi in pericolo per qualche motivo legato al credito ipotecario: ciò è ad es. il caso quando il coniuge debitore non può o non può più rimborsare il debito o concludere un altro contratto ipotecario in caso di disdetta da parte del creditore del contratto ipotecario. Lo stesso vale se il coniuge proprietario, che ha l’intenzione di provocare la messa in vendita del fondo, non sottoscrive una nuova ipoteca e non paga gli interessi ipotecari, lasciando che la banca disdica il credito e arrivi alla realizzazione del pegno.

Nel caso concreto il Tribunale federale ha considerato che anche se il coniuge non aveva dato il suo consenso alla messa a pegno del fondo che costituisce abitazione coniugale, i coniugi non hanno dimostrato che l’onere ipotecario superava i 2/3 del valore venale (commerciale). Il ricorso è stato pertanto respinto.

Data creazione: 1 febbraio 2017
Data modifica: 1 febbraio 2017

Attribuzione in uso pendente causa dell'abitazione coniugale

Caso 348, 16 gennaio 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Quali sono i criteri e i passi da esaminare per decidere l'attribuzione in uso pendente causa dell'abitazione coniugale in caso di disaccordo delle parti?

In una sentenza del 9 settembre 2014 il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

il giudice pondera i contrapposti interessi delle parti facendo capo al proprio potere d'apprezzamento, in modo da giungere alla soluzione più adeguata tenendo conto delle circostanze del caso specifico. Il ragionamento da seguire fa fatto in due fasi.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti si sono sposate l'8 settembre 2007. A quel tempo il marito aveva già tre figli, rispettivamente due nati nel 1993 e 1995 da un precedente matrimonio e un terzo, nel 2003, nato da un'altra relazione. Gli sposi inoltre hanno avuto un figlio comune del 2006 e dalle loro nozze è nato un altro figlio nel 2008.
Il marito ha lavorato al 70% fino al dicembre del 2008 per poi dedicarsi esclusivamente all'amministrazione dei propri immobili a reddito. La moglie ha smesso ogni attività lucrativa già alla nascita del primo figlio, prima di sposarsi. I coniugi hanno avuto quale ultimo domicilio comune un'abitazione appartenente al marito.
Con decreto cautelare del 5 maggio 2010 il Pretore ha autorizzato i coniugi a vivere separati, ha assegnato l'abitazione coniugale alla moglie, ha permesso al marito di ritirare i propri effetti personali con eventuali mobili e suppellettili in esubero rispetto alle necessità di moglie e figli, ordinando al medesimo di lasciare l'abitazione entro 20 giorni. Il 17 maggio 2010 il marito si è trasferito in un appartamento  insieme con i due figli del primo matrimonio.
Statuendo con sentenza del 22 giugno 2012, il Pretore ha autorizzato i coniugi a vivere separati dal 17 maggio 2010, ha attribuito l'abitazione coniugale alla moglie, ha autorizzato il marito a prelevare i suoi effetti personali con eventuali mobili e suppellettili in esubero rispetto alle necessità di moglie e figli, confermando l'assetto cautelare decretato il 5 maggio 2010.
il marito ha presentato appello contro tale decisione.

Qui di seguito sono riassunti i criteri adottato dalla giurisprudenza alla base della decisione di attribuzione in uso, pendente causa, dell'abitazione coniugale.
I criteri che disciplinano giusta l'art. 176 cpv. 1 n. 2 CC l'attribuzione di un alloggio coniugale pendente causa ove le parti non trovino un accordo sono stati riassunti dalla Prima Camera Civile del Tribunale d'appello di Lugano (I CCA) in RtiD I-2009 pag. 623 n. 19c, con richiami (v. anche caso 225); identici principi figurano nella sentenza del Tribunale federale, sentenza TF 5A_298/2014 del 24 luglio 2014, consid. 3.3.2 con rinvii. La giurisprudenza ha precisato, ancora più recentemente, che a tal fine il giudice pondera i contrapposti interessi delle parti facendo capo al proprio potere d'apprezzamento, in modo da giungere alla soluzione più adeguata tenendo conto delle circostanze del caso specifico. Il ragionamento da seguire, a doppio stadio, è il seguente.

  • in primo luogo il giudice esamina a chi l'abitazione coniugale sia più utile. Ciò implica l'attribuzione dell'alloggio al coniuge che ne trae oggettivamente il maggior beneficio in vista delle proprie esigenze concrete. Sotto questo profilo vanno considerati anche gli interessi di un figlio che, affidato ad uno dei due genitori, deve poter rimanere per quanto possibile nel suo ambiente domestico quale luogo degli affetti, delle propensioni e delle consuetudini di vita. Vanno considerati altresì gli interessi professionali o personali del coniuge medesimo, ove questi eserciti – ad esempio – la propria attività nello stabile, oppure ove l'alloggio sia stato sistemato appositamente – ad esem­pio – in funzione dello stato di salute di lui;
     
  • in secondo luogo, nel caso in cui il criterio di assegnazione appena enunciato non dia risultati chiari, il giudice valuta a quale coniuge possa più ragionevolmente imporsi un trasloco, ponderate tutte le circostanze concrete. In tale ambito entra in considerazione – segnatamente – lo stato di salute o l'età avanzata di uno dei coniugi che, per quanto non viva in un immobile sistemato in funzione delle sue precipue esigenze, sopporterebbe con difficoltà un trasferimento, come pure lo stretto legame – ad esempio di natura affettiva – che un coniuge intrattiene con il luogo di domicilio. Motivi di carattere economico non sono invece determinanti, a meno che le risorse finanziarie non permettano ai coniugi di conservare l'abitazione.

Se nemmeno il secondo criterio dà risultati chiari, il giudice tiene conto dello statuto del fondo e attribuisce l'abitazione al coniuge che ne è proprietario o che beneficia di diritti d'uso sull'alloggio (metodologia esposta nella sentenza del Tribunale federale 5A_416/2012 del 13 settembre 2012, consid. 5.1.2 con numerosi rimandi).

Nel caso conceto il pretore ha così esaminato – in primo luogo – a chi l'abitazione coniugale fosse più utile, attribuendo l'uso dello stabile alla parte che ne poteva trarre oggettivamente il maggior beneficio in vista delle proprie esigenze concrete. Prioritariamente ha considerato perciò gli interessi dei figli minorenni comuni che, affidati alla madre, erano legittimamente interessati a rimanere per quanto possibile nel loro ambiente domestico quale luogo degli affetti, delle propensioni e delle consuetudini di vita.
Nell'appello il ricorrente ha fatto valere che l'abitazione coniugale sarebbe stata più confacente ai propri interessi rispetto all'appartamento da lui preso in locazione poco lontano, ma non spiega perché tale interesse sarebbe preminente: orbene, ciò basta per legittimare il Pretore a concludere il ragionamento al primo stadio, respingendo senz'altro la rivendicazione del ricorrente.

Data creazione: 16 gennaio 2015
Data modifica: 12 luglio 2015

Abitazione familiare (o coniugale)

Caso 248, 1 ottobre 2010 << caso precedente | caso successivo >>

Fino a quando può essere considerata tale un'abitazione familiare (o coniugale)?

In una sentenza del 22 febbraio 2010 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

L'art. 169 CC cessa di esplicare i suoi effetti quando il coniuge beneficiario di questa protezione lascia l'abitazione familiare in modo definitivo o per una durata indeterminata di propria iniziativa o per ordine del giudice. Per ammettere che il coniuge abbia lasciato definitivamente l'abitazione familiare, il giudice deve fondarsi su indizi seri.

 

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Secondo l'art. 169 CC un coniuge non può, senza l’esplicito consenso dell’altro, disdire un contratto di locazione, alienare la casa o l’appartamento familiare o limitare con altri negozi giuridici i diritti inerenti all’abitazione familiare. Tuttavia il coniuge che non può procurarsi questo consenso, o cui il consenso è negato senza valido motivo, può ricorrere al Giudice.
L'abitazione famigliare costituisce il luogo che adempie la funzione di alloggio e che risulta essere il centro della vita familiare. Il carattere di abitazione familiare continua ad essere tale fintanto che dura il matrimonio, anche se i coniugi sono separati di fatto o in procedura di divorzio. E' proprio per questi casi che acquisisce valore la protezione legale dell'art. 169 CC, la cui ratio legis è di evitare che in presenza di tensioni coniugali o per leggerezza il coniuge titolare di diritti sull'abitazione familiaire ne disponga unilateralmente se ciò causa delle particolari difficoltà all'altro coniuge (DTF 114 II 396, consid. 5a).
In certi casi l'abitazione perde la sua qualifica di familiare e di conseguenza anche la protezione datale dall'art. 169 CC. Ciò è in particolare il caso qualora vi sia tra i coniugi una separazione coniugale (art. 117 CC e art. 118 CC), così come pure nei casi di abbandono di comune accordo da parte dei coniugi dell'abitazione familiare, o quando il coniuge protetto dalla norma dell'art. 169 CC lascia definitivamente l'abitazione o la lascia per una durata indeterminata su sua iniziativa o per ordine del Giudice.
Per la qualifica di abitazione familiare non è rilevante la durata del matrimonio (breve o lunga), come neppure la presenza o meno di figli, nonché il regime matrimoniale scelto. L'alloggio provvisorio di un coniuge presso terzi in vista di poter occupare l'abitazione familiare non fa perdere alla medesima questa qualifica.

Sul tema v. anche caso-004.

Data creazione: 1 ottobre 2010
Data modifica: 1 ottobre 2010

Criteri per l'attribuzione dell'abitazione coniugale

Caso 225, 17 settembre 2009 << caso precedente | caso successivo >>

Quali sono i criteri da considerare per l'attribuzione in uso dell'abitazione coniugale nell'ambito di misure a protezione dell'unione coniugale?

In una sentenza del 26 agosto 2008* il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Decisivo è il criterio dell’opportunità, ovvero l’interesse del coniuge al quale l’abitazione sia più utile, indipendentemente dai diritti che derivano dalla proprietà, dalla liquidazione del regime dei beni o da relazioni contrattuali.

Sentenza pubblicata in RTiD I 2009, N. 19c.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nell'indicare l'opportunità della decisione, il Tribunale d'appello di Lugano fa riferimento alla sentenza del Tribunale federale pubblicata in DTF 120 II 3, consid. 2c. Ha poi precisato che importa così la presenza dei figli, ma sono di rilievo anche motivi di salute o professionali (SCHWANDER, in: Basler Kommentar, ZGB I, 3a edizione, n. 7 ad art. 176 CC). Non prevalgono invece i diritti personali o reali che un coniuge possiede sull’alloggio, salvo qualora egli invochi un interesse preponderante connesso all’età, allo stato di salute o all’esercizio dell’attività professionale (HAUSHEER/REUSSER/GEISER in: Berner Kommentar, edizione 1999, n. 30 ad art. 176 CC; STETTLER/GERMANI, Droit civil: effets généraux du mariage, art. 159-180 CC, 2a edizione pag. 246 n. 378).

Segnalo di particolare interesse la pubblicazione di Patrick Blaser/Maryam Kohler-Vaudaux, Le sort du logement de la famille et du logement commun en cas de désunion, in FamPra 1/2009, pag. 339 e segg.

Data creazione: 17 settembre 2009
Data modifica: 17 settembre 2009

Abitazione familiare (coniugale) - vendita durante la procedura di divorzio

Caso 4, 1 gennaio 2000 << caso precedente | caso successivo >>

Di quale protezione gode l'abitazione familiare? Fino a quando?

In una sentenza del 14 aprile 1998* il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Mi pare corretto che la legge preveda la protezione della cosiddetta "abitazione coniugale o familiare" e mi sembra altrettanto necessario che la stessa non finisca dal momento in cui i coniugi sono semplicemente separati di fatto (vale a dire di regola durante la procedura di divorzio), dato che è soprattutto importante garantire ai figli lo stesso ambiente dove hanno vissuto fino alla separazione dei propri genitori. Ma fino a quando varrà tale protezione?
Con l'estratto della sentenza sopra citata appare chiaro come i nostri Tribunali siano alquanto restii nel togliere la protezione prevista dalla legge per l'abitazione familiare, o meglio a togliere la protezione per la parte di famiglia che rimane a vivere presso tale abitazione. Infatti la legge prevede che non è possibile vendere l'appartamento o la casa coniugale senza il consenso del coniuge che lo occupa (di regola moglie, con i figli), a prescindere dal fatto che magari sia solo il marito ad essere proprietario della casa.
Il problema è però da esaminare dal profilo degli abusi che può generare tale soluzione. A mio giudizio, dinanzi ad una moglie che abita con i figli nell'abitazione coniugale e che nel contempo sta cercando seriamente un compratore per la stessa, la protezione prevista dall'art. 169 CC dovrebbe decadere, siccome risulta sufficientemente dimostrato che la moglie ha perso l'interesse di rimanere presso tale abitazione. Tuttavia è anche vero che non è solo la moglie che va protetta, ma anche e soprattutto i figli, tanto è vero che si parla frequentemente di abitazione famigliare e non solo coniugale.

* Sentenza pubblicata in REP 1998, N. 24.

Data creazione: 1 gennaio 2000
Data modifica: 19 aprile 2009

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