2017

Calcolo concreto dell’obbligo del consumo della sostanza dopo il pensionamento

Caso 404, 16 giugno 2017 << caso precedente

In caso di divorzio, si può pretendere il consumo della sostanza per il computo degli alimenti dopo il pensionamento?

In una sentenza dell’11 maggio 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, entrambi nati nel 1960, si sono sposati nel 1986 e dal loro matrimonio sono nati due figli, ormai maggiorenni ed indipendenti. I coniugi si sono separati nel 2009. La procedura di divorzio è stata preceduta da quella di misure a tutela dell’unione coniugale. Il Giudice di prima sede ha pronunciato il divorzio nel 2015. Il marito è stato condannato a pagare un contributo di mantenimento a favore della moglie vita natural durante di CHF 7’220.00 mensili fino al pensionamento e di CHF 7’000.00 mensili dopo, vita natural durante, con deduzione al pensionamento delle rendite di I°, II° e III° pilastro della moglie. Contro la sentenza ha ricorso in appello il marito, chiedendo il decadimento alimentare dal 2025.

Il debito mantenimento della moglie dopo il pensionamento è stato accertato in CHF 8’875.00 mensili. La sua rendita AVS è stata prudenzialmente valutata in CHF 2’000.00 mensili, quella del II° pilastro in CHF 250.00 mensili e infine quella del III° pilastro di CHF 375.00 mensili. Di conseguenza da questi dati il debito mantenimento al pensionamento della moglie risulta scoperto di CHF 6’250.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 2’000.00 ./. CHF 250.00 ./. CHF 375.00).

Per quel che ne è della sostanza, se prima del pensionamento un coniuge divorziato non è tenuto - di norma - a consumare il proprio patrimonio per sovvenire a sé stesso qualora l’altro coniuge sia in grado di versargli un contributo alimentare senza erodere il proprio, dopo il pensionamento le cose cambiano, nel senso che il coniuge creditore può anche essere tenuto a usare averi personali (sentenza TF 5A_827/2010, consid. 5.2 del 13 ottobre 2011 e sentenza TF 5A_170/2016, consid. 4.3.5 del 1° settembre 2016; RTiD I-2005, consid. 4, pag. 776 con rinvii; I CCA 11.2014.22, consid. 8c, del 15 marzo 2016).

Orbene, nel caso concreto i coniugi hanno venduto l’abitazione coniugale e sommata ad altra sostanza di sua proprietà la moglie risulta titolare dell’importo complessivo di CHF 1’526’818.00; secondo il Tribunale d’appello in circostanze del genere si può ragionevolmente pretendere che dal pensionamento per far fronte al proprio debito mantenimento la moglie attinga al proprio capitale, ricavando su un arco di tempo valutabile attorno a 25 anni (aspettativa statistica di vita pari a 26.06: Stauffer/Schätzle/Weber, Barwerttafeln und Berechnungsprogramme/tables et programmes de capitalisation, 6a edizione, pag. 429, Tavola Z3) almeno CHF 4880.00 mensili.
Pertanto si può stimare che al pensionamento la moglie fruirà di entrate per complessivi CHF 7’505.00 mensili (CHF 2’000.00 + CHF 250.00 + CHF 375.00 + CHF 4’880.00) e per vedersi garantire il proprio debito mantenimento di CHF 8’875.00 mensili le mancheranno in conclusione CHF 1’370.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 7’505.00), importo che è stato messo a carico del marito, il quale verosimilmente potrà essere in misura di pagarlo, pur restando salva la possibilità per quest’ultimo di poter sempre chiedere una modifica del contributo alimentare ex art. 129 cpv. 1 CC.

Da notare che il Tribunale d’appello nei considerandi della decisione ha rilevato anche che per il calcolo del contributo di mantenimento ex art. 125 CC, in assenza di indicazioni più precise sul tenore di vita coniugale prima della separazione, gli accertamenti esperiti in procedura di misure a tutela dell’unione coniugale costituiscono pur sempre - nonostante la mera verosimiglianza - un punto di riferimento oggettivo (RTiD II-2004, consid. 4d, pag. 582, RTiD I-2005, pag. 778; I CCA 11.2009.179, consid. 10c, del 17 luglio 2013). Naturalmente qualora nella susseguente causa di divorzio simile tenore di vita sia litigioso, spetta al coniuge che si avvale di quei dati addurre gli elementi indispensabili per confermarli anche nel quadro di un pieno potere cognitivo (I CCA 11.2016.44, consid. 4b, del 19 ottobre 2016). In una causa di merito la verosimiglianza non è più sufficiente. Spetta pertanto al coniuge creditore del contributo alimentare dimostrare il tenore di vita sostenuto durante la comunione domestica. Poco importa che nella procedura di misure a tutela dell’unione coniugale il coniuge debitore non abbia contestato determinate voci di spesa: ciò non gli preclude la facoltà di muovere obiezioni alle medesime voci di spesa nella causa di divorzio.

Data creazione: 16 giugno 2017
Data modifica: 16 giugno 2017

Alimenti per i figli, calcolo con il contributo di accudimento

Caso 403, 1 giugno 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Come si calcola il contributo di accudimento nell’ambito della commisurazione degli alimenti per i figli minorenni?

In una sentenza del 3 febbraio 2017 il Kantonsgericht del Canton Zugo ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il 3 maggio 2013 è stata accertata giudizialmente la paternità di un bambino nato il 30 giugno 2011. A carico del padre è stato fissato un contributo di mantenimento a favore del figlio di CHF 300.00 mensili dal 1° maggio 2013. Il 15 giugno 2016 la madre, previa procedura di conciliazione obbligatoria, ha avviato una procedura di modifica del contributo alimentare, chiedendone un aumento. La causa è in seguito approdata Kantonsgericht (di Zugo).

Il 1° gennaio 2017 è entrata in vigore la modifica legislativa relativa alla commisurazione del contributo di mantenimento a favore dei figli minorenni, equiparando la posizione di quelli nati all’interno di un matrimonio con quelli nati fuori da un matrimonio. Il nuovo diritto si applica anche alle cause pendenti fino a decisione del Tribunale Cantonale, pertanto alla presente fattispecie si applica il nuovo diritto. Mentre il fabbisogno in denaro cresce con l’incremento dell’età, il contributo di accudimento si riduce sulla base della riduzione del bisogno di accudimento con l’avanzamento dell’età. Di conseguenza, per la commisurazione del contributo di mantenimento devono essere determinate diverse fasi. La legge non ha previsto il metodo di calcolo concreto. Fino al 31 dicembre 2016 le tabelle di Zurigo erano un possibile criterio di calcolo, pur adattate al singolo caso. Nulla impedisce di considerare tali tabelle, adeguate dal 2017 al nuovo diritto, anche a partire dal 1° gennaio 2017, ma occorre d’altra parte capire quali possono essere i bisogni concreti di un bambino, nel caso concreto di 5 anni, nonché il tenore di vita e le possibilità economiche dei genitori (cfr. sentenza TF 5A_462/2010, consid. 4.2., del 24 ottobre 2011, considerando non pubblicato nella sentenza DTF 137 III 586 e sentenza TF 5A_671/2014, consid. 5.1, del 5 giugno 2015). Occorre poi considerare delle ipotesi per il futuro, ad es. sull’ipotetico reddito futuro dei genitori (cfr. sentenza TF 5A_579/2011, consid. 2.1., del 27 settembre 2011).

La ricorrente ritiene corretto far riferimento alle tabelle di Zurigo, mentre il padre del minore accenna, ma solo in un primo tempo, al metodo secondo la percentuale di stipendio del genitore (dal 10% al 15% del reddito per ciascun figlio). Orbene, dal 1° gennaio 2017 il metodo di calcolo secondo la percentuale dello stipendio del genitore è da abbandonare definitivamente: d’altra parte il Canton Zugo (e anche il Canton Ticino, n.d.r.) non lo applicava. Pertanto, secondo il Tribunale cantonale di Zugo, con il nuovo diritto si può far riferimento ancora alle Tabelle di Zurigo (ed è ciò che farà verosimilmente anche il Canton Ticino, n.d.r.).

Per il contributo di custodia, entrambe le parti concordano che occorre considerarlo al 100% fino all’inizio delle scuole elementari, al 50% successivamente fino all’inizio delle scuole medie e dopo pari allo 0%.
Nel caso concreto le scalarità del contributo di mantenimento dovranno essere le seguenti:

  • dal 1° gennaio 2017 fino all’inizio delle scuole elementari;
  • dall’inizio delle scuole elementari fino al pensionamento del padre (fine gennaio 2024);
  • dal 1° febbraio 2024 all’inizio delle scuole medie;
  • successivamente fino almeno ai 18 anni e anche oltre fino al termine della prima formazione condotta in tempi regolari.

Secondo le tabelle di Zurigo edite al 1° gennaio 2017 un bambino di 5 anni ha un costo di CHF 1’031.00 mensili + assegni famigliari (in seguito “AF”). La madre non svolge alcuna attività lavorativa ed è a carico dell’assistenza pubblica, per cui il contributo di mantenimento in denaro, così come pure il contributo di custodia, sono a carico del padre. Per calcolare il contributo di custodia occorre considerare i costi del fabbisogno minimo della madre, ciò che corrisponde al minimo esistenziale allargato del diritto di famiglia, tra cui l’importo base del minimo esistenziale di CHF 1’350.00, i costi di alloggio (dedotti quelli per il figlio) di CHF 1’265.00 (CHF 1’750.00 ./. CHF 485.00 quota parte del figlio), il premio di cassa malati di CHF 350.00, le imposte di CHF 100.00 (anche se va detto che se la madre è in assistenza non pagherà imposte, n.d.r.) e le ev. spese di comunicazione e di trasporto (nel caso concreto CHF 0.00) per un totale di CHF 3’065.00 mensili.
D’altra parte occorre tuttavia verificare se il padre ha la disponibilità economica di pagare l’importo di CHF 1’031.00 mensili otre AF di CHF 200.00 di parte in denaro + CHF 3’065.00 di contributo di custodia, per un totale di CHF 4’296.00. Il suo reddito è stato calcolato in CHF 8’300.00 mensili + AF, mentre il suo fabbisogno allargato del diritto di famiglia in CHF 4’519.00 mensili, di cui CHF 1’200.00 di minimo esistenziale, CHF 1’800.00 di pigione, CHF 338.00 di cassa malati, CHF 220.00 per ulteriori costi di salute, CHF 61.00 di spese di comunicazione, CHF 200.00 di spese di trasporto e CHF 700.00 di imposte. Quindi mensilmente il padre ha un’eccedenza pari a ca. CHF 4’000.00 (AF compresi) e questa eccedenza è quanto egli deve mettere a disposizione per il mantenimento del figlio, ritenuto che il contributo in denaro pari a CHF 1’031.00 + AF è prioritario rispetto al contributo di custodia. Pertanto il padre è stato obbligato al pagamento del mantenimento del figlio a partire dal 1° gennaio 2017 fino all’inizio delle scuole elementari pari a CHF 1’031.00 + AF, così come al pagamento di CHF 2’769.00 mensili di contributo di custodia, ritenuto che per quest’ultimo si constata dunque un ammanco di CHF 296.00 mensili (cfr. art. 301a let. c CPC).
Dall’inizio delle scuole elementari fino al 31 gennaio 2014 (pensionamento del padre) l’importo in denaro previsto dalle tabelle di Zurigo è di CHF 1’281.00 + AF; ritenuto che a partire da questa età si può pretendere che la madre svolga un’attività 50%, si devono considerare dei costi di custodia pari a CHF 300.00 mensili. L’importo totale degli alimenti di CHF 1’581.00 + AF va pagato - come era previsto secondo il diritto in essere fino al 31 dicembre 2016 - dai genitori in proporzione alle rispettive disponibilità (reddito dedotto il fabbisogno).
La madre, in base alle statistiche citate dal Tribunale cantonale, avrebbe una potenzialità di reddito del 50% (pari a CHF 1’500.00 mensili) e pertanto il contributo di custodia ammonterebbe a CHF 1’533.00 mensili, cifra che le permetterebbe di coprire appena il proprio fabbisogno minimo, senza che si possa pretendere dalla medesima una partecipazione in denaro. Relativamente al contributo di custodia le parti concordano che dall’inizio delle scuole elementari alla madre vada considerata un’attività lavorativa al 50%. Il contributo di custodia ammonta dunque a CHF 1’533.00 mensili, ritenuto che la riduzione del contributo di custodia deve essere considerato forfettariamente in percentuale (50% di CHF 3’065.00), indipendentemente dal redito effettivo. Pertanto, dall’inizio delle scuole elementari (7 anni, agosto 2018) fino al 31 agosto 2024, il contributo di mantenimento ammonta a CHF 3’314.00 mensili (CHF 1’581.00 di contributo in denaro, oltre a CHF 200.00 mensili di AF e CHF 1’533.00 mensili di contributo di custodia). Ancora una volta occorre valutare se il padre sia in grado di pagare tale cifra. Orbene, il suo reddito è sempre di CHF 8’300.00 mensili, mentre il suo fabbisogno è stato ritenuto in CHF 4’669.00 mensili, con un’eccedenza (disponibilità del padre) di CHF 3’831.00 mensili (compresi AF), per cui egli è in grado di pagare l’ammontare di CHF 3’114.00 + AF, di cui CHF 1’581.00 + AF di contributo in denaro e CHF 1’533.00 mensili di contributo di custodia.
Il successivo periodo si riferisce a quello dal 1° febbraio 2024 (pensionamento del padre), fino all’inizio delle scuole medie del figlio (previsto per agosto 2024), momento in cui il contributo di custodia viene a cadere. L’ammontare del contributo alimentare ammonterà sempre a CHF 3’314.00 mensili, ma le entrate del padre si saranno riotte: egli beneficerà di una rendita AVS di CHF 2’350.00 mensili e una rendita completava per figli pari a CHF 940.00 mensili. Egli percepirà anche una rendita pensionistica di CHF 2’017.00 mensili, senza alcuna rendita completava per figli. L’ammontare complessivo delle sue entrate dal 1° febbraio 2014 sarà dunque di CHF 5’307.00 mensili complessivi. Con l’età pensionistica il suo fabbisogno sarà tuttavia ridotto a CHF 4’300.00 mensili, ciò che gli permetterà di avere un’eccedenza (disponibilità) pari a CHF 1’000.00 mensili ca., ciò che dovrà mettere a disposizione per il mantenimento del figlio e comporterà un ammanco sul contributo in denaro di CHF 781.00 mensili (CHF 1’781.00 ./. CHF 1’000.00) e sul contributo di custodia di CHF 1’533.00 mensili. Egli dovrà pagare la rendita completava AVS (CHF 940.00 mensili) e ulteriori CHF 60.00 mensili per arrivare a CHF 1’000.00 mensili.
L’ultimo periodo va dall’inizio delle scuole medie (agosto 2024) fino ai 18 anni di età, rispettivamente fino al termine regolare di una prima formazione del figlio. In questa fase l’ammontare del fabbisogno del figlio secondo le tabelle di Zurigo ammonta a CHF 1’581.00 + AF mensili. Vista l’età del figlio non vi sono altri costi da aggiungere. Il fabbisogno va coperto da entrambi i genitori. Dall’inizio delle scuole medie va pretesa dalla madre un’attività lavorativa a tempo pieno e non può più essere riconosciuto alcun contributo di custodia. Nonostante l’attività lavorativa a tempo pieno della madre il reddito di CHF 3’000.00 mensili non coprirà tuttavia il suo fabbisogno. D’altra parte l’eccedenza del padre per tale periodo, abbiamo visto, ammonterà a CHF 1’000.00 mensili, ed è questo l’importo che andrà destinato al mantenimento del figlio.


La sentenza cantonale di cui sopra merita almeno due considerazioni sintetiche:

  • viene abbassata l’età a partire dalla quale si può pretendere da parte del genitore affidatario un’attività lavorativa al 50%, rispettivamente al 100%. Se prima si parlava dei 10/16 anni, oggi si ritengono i 6 o 7/11 anni (cfr. caso 055 e DTF 115 II 6);
  • le spese che copre il contributo di custodia sono quelle pari al fabbisogno minimo allargato del diritto di famiglia del genitore affidatario.

 

Da notare che il Kantonsgericht del Canton San Gallo ha recentemente deciso di adottare il seguente metodo: il contributo di custodia ammonterebbe ad un importo forfetario di CHF 2’800.00 mensili per una custodia al 100% (CHF 2’600.00 se la famiglia vive in campagna), ciò che corrisponderebbe ai costi medi di un’economia domestica; la regola dei 10/16 anni di età del figlio minore per poter pretendere dal genitore affidatario un’attività lavorativa dapprima al 50% e poi al 100% andrebbe modificata e applicata la seguente regola: fino al 6° anni di età nessuna attività lavorativa, dopo fino al 12° anno di età un’attività lavorativa al 35% e in seguito fino al 16° anno di età del 55%, per poi da tale età decadere la possibilità di calcolare il contributo di custodia. Tale contributo di custodia sarebbe dunque di CHF 2’800.00 mensili fino al 6° anno di età del figlio minore, di CHF 1’820.00 (65% di CHF 2’800.00) dal 6° al 12° anno di età e di CHF 1’260.00 (45% di CHF 2’800.00) dal 12° al 16° anno di età: cfr. sentenza del 15 maggio 2017 del Kantonsgericht del Canton San Gallo, FO.2016.5.

Data creazione: 1 giugno 2017
Data modifica: 9 giugno 2017

A quali condizioni un bene immobile in comproprietà può essere attribuito con il divorzio ad un solo coniuge?

Caso 402, 16 maggio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In una sentenza del 20 maggio 2016 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti si sono sposate il 12 agosto 1994 dopo avere adottato il regime della separazione dei beni. Dal matrimonio è nato un figlio, il 23 dicembre 2000. I coniugi vivono separati dal maggio del 2008, quando il marito ha lasciato l'abitazione coniugale, comproprietà dei coniugi in ragione di un mezzo ciascuno, per trasferirsi in un appartamento. Il figlio è rimasto a vivere con la madre. Tale assetto è poi stato ratificato dal Pretore in un accordo dei coniugi nell’ambito di una procedura di misure a tutela dell’unione coniugale.
Il 21 giugno 2010 il marito ha promosso azione di divorzio, chiedendo in particolare l'assegnazione in proprietà esclusiva dell'abitazione coniugale, proponendo l'affidamento del figlio alla madre. Nella sua risposta del 25 ottobre 2010 la moglie ha aderito al principio del divorzio, ma ha rivendicato l'attribuzione in proprietà esclusiva dell'abitazione coniugale e l'affidamento del figlio.

Statuendo l'11 dicembre 2013, il Pretore ha pronunciato il divorzio, ha assegnato la proprietà esclusiva dell'immobile al marito, tenuto a versare alla moglie un conguaglio di CHF 50’000.00.

Contro la sentenza appena citata la moglie ha ricorso con un appello del 24 gennaio 2014 allo scopo di ottenere la riforma del giudizio impugnato nel senso di vedersi assegnare l'immobile in proprietà esclusiva dietro versamento al marito di CHF 50’000.00.

In prima sede il Pretore ha ravvisato un interesse preponderante del marito all'attribuzione dell'immobile per il fatto di avere dimostrato investimenti maggiori rispetto a quelli della moglie nell'acquisto e nella costruzione.

Qui di seguito il riassunto dei considerandi.

Secondo l'appellante il marito non ha sostanziato un interesse preponderante all'attribuzione della casa. Rileva che egli ha lasciato l'abitazione coniugale nel 2009 e che da allora, insieme con il figlio, essa ha “intessuto una convivenza che perdura”. A suo parere l'interesse preponderante non va esaminato dal solo punto di vista finanziario, ma anche da quello affettivo.

L'art. 205 cpv. 2 CC prevede che se un bene è in comproprietà, il coniuge che provi d'avere un interesse preponderante può, oltre alle altre misure legali, chiedere che tale bene gli sia attribuito per intero contro compenso all'altro coniuge; decisivo è che il richiedente possa valersi, senza riguardo ai motivi, di un'intensa relazione con il bene litigioso. Il giudice pondera gli interessi dei coniugi secondo equità, nell'ambito del suo potere d'apprezzamento (sentenza TF 5A_283/2011 del 29 agosto 2011, consid. 2.3 con riferimento a DTF 119 II 199 in: FamPra.ch 2011 pag. 969). Possono risultare preponderanti interessi professionali o commerciali, affettivi o di salute (Hausheer/Aebi-Müller in: Basler Kommentar, ZGB I, 5ª edizione, n. 15 ad. art. 205; Steinauer in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 18 ad art. 205). Un'attribuzione giusta l'art. 205 cpv. 2 CC, ad ogni modo, non presuppone solo un interesse preponderante, ma anche la possibilità di indennizzare l'altro coniuge. Ove ciò non sia possibile, il coniuge in questione non può pretendere che il bene gli sia attribuito in proprietà esclusiva (sentenza TF 5A_557/2015 del 1° febbraio 2016, consid. 3.2 con rinvii; sentenza TF 5C.325/2001 del 4 marzo 2002, consid. 4 in: ZBGR 84/2003 pag. 124; Hausheer/Aebi-Müller, op. cit., n. 17 ad art. 205 CC; Hausheer/Reusser/Geiser in: Berner Kommentar, edizione 1992, n. 49 ad art. 205 CC; v. anche: I CCA, sentenza inc. 11.2009.170 del 23 gennaio 2012, consid. 5d).
 
L'appellante ha contestato di non essere in grado di indennizzare il marito nel caso in cui le sia attribuito il bene in proprietà esclusiva.

Orbene, dall’istruttoria risulta che nel caso in cui le fosse attribuito il bene in proprietà esclusiva anche la moglie sarebbe in grado di indennizzare l'altro comproprietario.

L'appellante non ha addotto per contro alcun interesse professionale o commerciale all'attribuzio­ne della casa, né essa consta avere assunto un ruolo decisivo nella compravendita dell'immobile né il fondo risulta costituire un suo apporto nel matrimonio. Per converso, l'appellante allude – di scorcio – all'interesse del figlio ad abitare nella casa in cui è cresciuto.

Trattandosi di un alloggio familiare, in effetti, nella valutazione dell'interesse preponderante giusta l'art. 205 cpv. 2 CC quello del genitore cui in esito al divorzio siano affidati i figli ancora in età scolastica è un criterio pertinente (DTF 119 II 199 consid. 2 con rinvio; sentenza TF 5A_557/2015 del 1° feb­braio 2016, consid. 3.2 con riferimenti; Hausheer/ Aebi-Müller, op. cit., n. 16 ad art. 205 CC; Steinauer, op. cit., n. 18 ad art. 205; Steck in: FamKom­mentar Scheidung, vol. I, 2ª edizione, n. 11 ad art. 205 CC).

Premesso ciò, nel caso in esame entrambi i comproprietari possono vantare un interesse “preponderante”. Il marito di ordine finanziario, avendo finanziato l'acquisto del fondo per circa il 30%. La moglie (e il figlio) di carattere affettivo, avendo vissuto entrambi per un quindicennio della loro esistenza nell’abitazione finanche dalla nascita. Per un verso quindi il marito è legittimamente interes­sato a ricuperare il proprio investimento e il controvalore della sua quota di comproprietà, per altro verso la moglie e il figlio sono legittimamente interessati a conservare la testimonianza di quindici anni della loro vita quale luogo degli affetti, delle propensioni e delle loro consuetudini. Senza dimenticare che l'appellante intende continuare ad abitare nella casa, mentre il marito, pur non scartando l'ipotesi di tornare a viverci, non ha escluso l'eventualità di alienare l’immobile.

In frangenti siffatti, tutto ponderato, l'interesse affettivo dell'appellante (e del figlio) è stato ritenuto prevalere su quello meramente econo­mico del marito, sempre che questi non risulti pregiudicato nelle sue aspettative pecuniarie.
                             
L'appello su questo punto è stato dunque accolto, nel senso che la comproprietà è stata sciolta mediante attribuzione dell'intero fondo in proprietà esclusiva alla moglie, con l’obbligo di versare al marito, entro 30 gior­ni dal passaggio in giudicato della sentenza, un’indennità, poi quantificata in misura maggiore rispetto a quanto offerto dalla stessa, vale a dire di CHF 300’000.00. Il dispositivo della sentenza, munito dell'attestazione di passaggio in giudicato, vale quale titolo per l'iscrizione del trasferimento di proprietà alla moglie nel registro fondiario. Alla richiesta di iscrizione è stata imposta la prova dell'avvenuto pagamento dell'indennità di CHF 300’000.00 al marito e dell'intervenuto svincolo del medesimo dal debito ipotecario presso la Banca, oppure la prova della completa estinzione di tale debito.

Data creazione: 16 maggio 2017
Data modifica: 16 maggio 2017

A quali condizioni è possibile pretendere una liquidazione alimentare in capitale al posto di una rendita?

Caso 401, 1 maggio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In una sentenza dell’11 gennaio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti sono sposate nel 1985 ed hanno adottato il regime della separazione dei beni. Dal loro matrimonio sono nati quattro figli, ormai tutti maggiorenni.
Con sentenza del 6 dicembre 2010 il Tribunale di prima istanza ha pronunciato il divorzio e regolamentato le conseguenze accessorie. A livello alimentare il marito è stato condannato a versare alla moglie l’importo di CHF 1’300.00 mensili fino al di lei pensionamento ed una equa indennità ex art. 124 CC (n.d.r. articolo di legge ora modificato, dal 01.01.2017).
Contro tale decisione la moglie ha ricorso in seconda istanza e chiesto in via principale il versamento di una liquidazione in capitale ex art. 126 cpv. 2 CC di CHF 816’000.00 e in via subordinata un contributo alimentare mensile di CHF 4’000.00. Il Tribunale cantonale ha accolto solo parzialmente il ricorso, aumentando il contributo alimentare da CHF 1’300.00 a CHF 2’000.00 mensili, respingendo le altre richieste. La moglie ha quindi ricorso al Tribunale federale. A seguito di una domanda di revisione a livello cantonale la procedura dinanzi al Tribunale federale è stata sospesa, per poi essere ripresa ed evasa con decisione dell’11 gennaio 2017. L’unico argomento rimasto aperto è stato quello del contributo alimentare muliebre.

Giusta l’art. 126 CC, il giudice stabilisce il contributo di mantenimento sotto forma di una rendita e fissa l'inizio dell'obbligo di versamento; se lo giustificano circostanze particolari, invece della rendita il giudice può ordinare una liquidazione in capitale (cfr. sentenza TF 5A_507/2011 del 31 gennaio 2012, consid. 6.4) e può subordinare a determinate condizioni il contributo di mantenimento. Possono segnatamente consistere in “circostanze particolari” per una liquidazione in capitale un’importante distanza geografica tra i coniugi, il rischio costante di ritardo nel pagamento del contributo di mantenimento, ma non il solo fatto che il coniuge debitore disponga dei mezzi finanziari per poter effettuare tale versamento in capitale, neppure l’esistenza di tensioni tra i due coniugi e men che meno il rischio di premorienza di un coniuge (MANON SIMEONI, Droit matrimonial, Fond et procédure, Commentaire pratique,  in Bohnet/Guillod (éds), 2016, n° 20 ad art. 126 CC, con riferimenti).

Nel caso concreto la ricorrente ha sostenuto che il marito dispone di mezzi finanziari per poter liquidare la di lei pretesa alimentare mediante il versamento in capitale, ma abbiamo visto come il versamento in capitale presuppone anche che esistano circostanze particolari giustificanti, in modo eccezionale, un tale versamento. Il rischio di premorienza del marito non è sufficiente e l’ipotetica possibilità che il medesimo valuti di eventualmente partire per l’estero neppure, non essendo un elemento che possa essere considerato un fatto stabilito, né tanto meno imminente. Nel caso in cui il marito dovesse effettivamente trasferirsi in maniera definitiva in un paese lontano, la moglie dovrà dimostrare l’avvenuto allontanamento geografico e potrà chiedere una modifica della sentenza di divorzio con la richiesta di versamento del contributo di mantenimento mensile in forma di liquidazione in capitale.

Data creazione: 1 maggio 2017
Data modifica: 1 maggio 2017

Contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne che convive con un genitore

Caso 400, 16 aprile 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Come viene considerato il fatto che un figlio maggiorenne continua a vivere presso un genitore per il calcolo del contributo di mantenimento a suo favore?

In una sentenza dell’11 gennaio 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Prestazioni in natura come vitto, abiti da lavoro ecc. vanno dedotti dal minimo d'esistenza in proporzione al loro valore: le spese di alimentazione incidono almeno nella misura del 42% sul minimo esistenziale del diritto esecutivo.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Con sentenza del 28 febbraio 2007 il primo Giudice ha pronunciato il divorzio tra i coniugi, ha affidato i figli allora minorenni alla madre, ha regolato il diritto di visita paterno e ha condannato quest’ultimo – tra l'altro – a versare determinati contributi alimentari.

Il 2 agosto 2014, divenuto nel frattempo maggiorenne, uno dei due figli ha cominciato un apprendistato triennale come operatore sociosanitario. Sollecitata invano una partecipazione finanziaria del padre, egli ha chiesto il 19 agosto 2014 in prime sede che il padre fosse obbligato a erogargli in via cautelare un contributo alimentare di CHF 2’065.00 mensili e il padre si è opposto.

Statuendo con decreto cautelare del 23 gennaio 2015, il primo Giudice ha parzialmente accolto l'istanza, nel senso che ha condannato il padre a versare al figlio un contributo alimentare di CHF 315.00 mensili dal 1° agosto 2014 al 31 luglio 2015, di CHF 225.00 mensili dal 1° agosto 2015 al 31 luglio 2016 e di CHF 135.00 mensili dal 1° agosto 2016 al 31 luglio 2017.

Contro la decisione appena citata il padre è insorto al Tribunale d’appello con un ricorso del 5 febbraio 2015 per ottenere che l'istanza cautelare fosse integralmente respinta.

Orbene, nel decreto cautelare impugnato il primo Giudice ha calcolato il fabbisogno minimo del figlio in CHF 1’564.90 mensili (minimo esistenziale del diritto esecutivo CHF 1’200.00, pasti fuori casa CHF 173.35, premio della cassa malati CHF 107.55, spese di trasferta CHF 84.00) per rapporto al guadagno di lui come apprendista di CHF 1’248.00 mensili netti il primo anno di tirocinio, CHF 1’339.00 mensili netti il secondo anno e CHF 1’430.00 mensili netti il terzo. Quanto al padre, il primo Giudice ha determinato il fabbisogno minimo di lui in CHF 2’551.68 mensili a fronte di un reddito da attività lucrativa di CHF 5’685.00 mensili.
Posto ciò, il Pretore ha reputato che il padre fosse senz'altro in grado di versare al figlio quanto manca per sopperire al fabbisogno minimo di lui, ovvero CHF 315.00 mensili dal 1° agosto 2014 al 31 luglio 2015, CHF 225.00 mensili dal 1° agosto 2015 al 31 luglio 2016 e CHF 135.00 mensili dal 1° agosto 2016 al 31 luglio 2017.

Nell’appello il padre dichiara di non contestare che l'apprendistato triennale seguito dal figlio sia una “formazione adeguata”, ma secondo l'appellante il fabbisogno minimo del figlio calcolato dal primo Giudice in CHF 1’564.90 mensili risulterebbe eccessivo, poiché il figlio vive con la madre, non ha alcun onere di alloggio e fruisce di vitto gratuito.

A ragione il primo Giudice ha ricordato intanto che il fabbisogno minimo di un figlio maggiorenne si determina, nel Cantone Ticino, in base alle indicazioni diramate dalla Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d'appello quale autorità di vigilanza (FU 68/2009 del 28 agosto 2009 pag. 6292; Rep. 1995 pag. 153 n. 28; I CCA, sentenza inc. 11.2015.35 del 28 dicembre 2016, consid. 5c). Tali direttive dispongono che ‟prestazioni in natura come vitto, abiti da lavoro ecc. vanno dedotti dal minimo d'esistenza in proporzione al loro valore: per il vitto nella misura del 50% dell'importo base mensile” (cifra V n. 1). La giurisprudenza ha già avuto modo di rilevare del resto che le spese di alimentazione incidono almeno nella misura del 42% sul minimo esistenziale del diritto esecutivo (RtiD I-2008 pag. 1084 n. 64c). Quindi la madre risulta farsi carico delle cene senza riscuotere alcun corrispettivo. Di ciò occorreva tenere conto ai fini del giudizio, ciò che il primo Giudice non ha fatto.
L'ammanco registrato dal figlio appare dunque ampiamente compensato dalle cene che la madre offre gratuitamente e pertanto l’appello del padre è stato accolto e l’istanza del figlio di conseguenza respinta.

Data creazione: 16 aprile 2017
Data modifica: 16 aprile 2017

Modifica di una convenzione di misure a protezione dell’unione coniugale

Caso 399, 1 aprile 2017 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni è possibile ottenere una modifica di una transazione giudiziaria nell’ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?

in una sentenza del 26 maggio 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Per la possibilità di modifica delle misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale o di provvedimenti cautelari emanati in procedura di divorzio che si fondano su una convenzione valgono le medesime restrizioni previste dalla giurisprudenza per le convenzioni di divorzio.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nell’ambito di una procedura di misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale i coniugi hanno sottoscritto ad all’udienza del 26 novembre 2013 un accordo relativamente all’ammontare dei contributi di mantenimento di un coniuge a favore dell’altro e a favore dei figli. Durante la successiva procedura di divorzio, il 31 luglio 2014 il marito ha chiesto la modifica delle misure cautelari (il precedente accordo raggiunto nell’ambito della procedura delle misure a tutela - o protezione - dell’unione coniugale) a seguito di pretesi fatti nuovi.
La vertenza ha seguito la via ricorsuale cantonale e ed è giunta fino al Tribunale federale, il quale nella sentenza oggetto del presente caso si è pronunciato in merito alle condizioni necessarie per permettere la modifica dei contributi alimentari oggetto di una precedente transazione.

Un accordo permette alle parti di tenere in considerazione le incertezze fattuali e di evitare di esaminare la loro portata giuridica. Le condizioni applicabili per modificare una convenzione di divorzio (sentenza TF 5A_688/2013 e sentenza TF 5A_187/2013) sono analogamente applicabili per la modifica degli accordi cautelari o delle transazioni raggiunte nell’ambito di procedure di misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale.

Una richiesta di modifica deve basarsi di regola sull’esistenza di vizi del contratto, vale a dire errore (art. 23 CO e segg.), dolo (art. 28 CO) o timore ragionevole (art. 29 CO e segg.). L’errore è essenziale quando le parti si sono basate su una fattispecie determinata  che si è rivelata successivamente errata o se una parte ha ritenuto per errore, noto alla controparte, un determinato fatto come stabilito. Le altre possibilità per correggere una decisione contenente una condizione che tuttavia non si è realizzata (cfr. art. 268 cpv. 1 CPC) non sono pertinenti. Una parte non può invocare un errore su un aspetto incerto e che è stato oggetto della transazione. Ammettere il contrario permetterebbe alle parti di successivamente rimettere in discussione un accordo che per contro si era voluto transigere in modo definitivo (DTF 130 III 49, consid. 1.2).

Nel caso concreto la parte ricorrente fa valere la censura secondo cui l’autorità cantonale avrebbe valutato erroneamente il suo reddito relativo all’anno 2014, indicando segnatamente che l’avrebbe quantificato in CHF 4’600.00 mensili al posto di CHF 4’000.00 mensili. Su questa censura il Tribunale federale evidenzia che al momento della transazione giudiziaria conclusa nell’ambito delle misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale, vale a dire nel 2013, le parti avevano definito una proiezione futura della percentuale di lavoro del marito tra il 40% e il 60%. Quindi il salario futuro del marito era un fatto incerto e non poteva dunque essere rimesso in discussione in futuro. In ogni caso il marito non ha neppure sollevato l’ipotesi dell’esistenza di un errore essenziale.

 

Sul tema della modifica delle misure a tutela dell'unione coniugale durante la procedura di divorzio cfr. anche caso 288.

Data creazione: 1 aprile 2017
Data modifica: 1 aprile 2017

Obbligo della vita separata dei coniugi e procedura di divorzio

Caso 398, 16 marzo 2017 << caso precedente | caso successivo >>

I coniugi per divorziare devono preliminarmente vivere separati?

in una sentenza del 19 settembre 2016 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nessuna norma prescrive che un'istanza comune di divorzio presupponga la vita separata dei coniugi. Pendente la causa di divorzio ogni coniuge ha diritto e non l’obbligo di sospendere la comunione domestica per la durata della procedura.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il 1° marzo 2016 i coniugi hanno introdotto un'istanza comune di divorzio con intesa totale. Fra i documenti giustificativi annessi alla convenzione si trovano i due contratti di locazione: quello del marito e quello della moglie. Il Giudice, reputando non chiara l'intervenuta sospensione della comunione domestica, ha assegnato ai coniugi un termine per produrre la documentazione attestante due domicili separati, segnatamente il “certificato di domicilio aggiornato” del marito. Accertato che la documentazione richiesta non era stata prodotta il Giudice ha emanato una decisione di non entrata in materia, dichiarando irricevibile l'istanza comune di divorzio.
Il marito ha impugnato la decisione al Tribunale d’appello. Egli fa valere, nell'appello, di avere adeguatamente documentato il suo domicilio separato producendo il contratto di locazione relativo all'appartamento da lui appigionato.

Secondo il Tribunale d’appello la questione in effetti non si dirime con un “certificato di domicilio aggiornato”. L'autorità comunale può attestare solo l'esistenza di un domicilio amministrativo (o “politico”), il quale non va confuso con il domicilio civile degli art. 23 segg. CC. Mal si comprende dunque l'insistenza del primo giudice affinché il marito comprovasse con documenti la sua residenza anagrafica.
Il primo giudice ha sostenuto che indagare sul domicilio del marito è necessario per accertare un domicilio diverso da quello della moglie, “considerato come condizione imprescindibile dell'omologazione di una convenzione sulle conseguenze accessorie del divorzio è l'avvenuta sospensione della comunione domestica, giacché l'esame sull'adeguatezza dell'accordo può essere validamente esperito ed ha un senso unicamente se la vita separata (che la convenzione intende, appunto, regolare) è effettivamente e già da un certo tempo in essere”. Secondo il Tribunale d’appello simile argomentazione non solo è erronea, ma addirittura contraria al diritto federale. Nessuna norma prescrive infatti che un'istanza comune di divorzio presupponga la vita separata dei coniugi, men che meno “da un certo tempo”. Vale semmai il contrario, ovvero che pendente la causa di divorzio ogni coniuge ha diritto di sospendere la comunione domestica per la durata della procedura (art. 275 CPC). Non è tuttavia un obbligo. I coniugi che instano per il divorzio senza essersi ancora separati sono rimessi alla loro responsabilità per quanto attiene alla definizione dei rispettivi fabbisogni e non spetta al giudice imporre loro di dividersi.
Il Tribunale d’appello ha dunque giudicato che il primo giudice è caduto in un diniego di giustizia, la sua decisione è stata così annullata e gli atti sono stati ritornati in prima sede perché riprendesse l'esame dell'istanza comune di divorzio.

Data creazione: 16 marzo 2017
Data modifica: 16 marzo 2017

Instaurazione della custodia alternata - condizioni

Caso 397, 1 marzo 2017 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni il Giudice deve valutare l’opportunità di instaurare una custodia alternata?

In una sentenza del 15 dicembre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono uniti in matrimonio nel mese di maggio 1997 e dalla loro unione è nata una figlia nel 2007. E’ seguita la separazione il 4 dicembre 2015, momento in cui la moglie ha lasciato il domicilio coniugale.
Il 18 dicembre 2015 il marito ha inoltrato una procedura di misure a tutela dell’unione coniugale e chiesto segnatamente l’affidamento della figlia. Il 24 dicembre 2015 la moglie ha inoltrato a sua volta un’istanza tendente all’affidamento a sé della figlia.
Con decisione dell’8 febbraio 2016 il primo Giudice ha affidato la figlia al padre, con un ampio diritto di visita alla madre. Quest’ultima ha ricorso al Tribunale d’appello.
Con sentenza del 29 aprile 2016 il Tribunale d’appello ha respinto il ricorso della madre e stabilito d’ufficio un sistema di custodia alternata: la figlia sarebbe stata con un genitore da domenica alle ore 18.30 fino a mercoledì all’uscita di scuola e da mercoledì all’uscita di scuola fino a venerdì alle ore 18.30 con l’altro genitore, per poi ritornare dal primo genitore da venerdì alle 18.30 fino a domenica alle 18.30 e così via, alternativamente tra i genitori.
La moglie ha ricorso al Tribunale federale.

Anche se l’autorità parentale congiunta è ormai la regola e comprende il diritto di determinare il luogo di residenza del figlio (art. 296 cpv. 2 CC e art. 301a cpv. 1 CC; DTF 142 III 56, consid. 3; DTF 142 III 1, consid. 3.3 e riferimenti), la stessa non implica necessariamente l’instaurazione di una custodia alternata (sentenza TF 5A_266/2015, consid. 4.2.2.1, del 24 giugno 2015; sentenza TF 5A_46/2015, consid. 4.4.3, del 26 maggio 2015). Il giudice deve esaminare, nonostante ed indipendentemente dell’accordo genitoriale quanto alla custodia alternata, se quest’ultima è possibile imporla ed è compatibile con il bene del figlio (DTF 142 III 617, consid. 3.2.3; DTF 142 III 612, consid. 4.2; sentenza TF 5A_527/2015, consid. 4, del 6 ottobre 2015).
Quando il giudice deve decidere a quale genitore attribuire la custodia, deve valutare, sulla base della situazione di fatto in essere, nonché di quella esistente prima della separazione, se l’instaurazione di una custodia alternata è effettivamente in grado di preservare il bene del figlio. A tal fine il giudice deve innanzi tutto esaminare se ciascun genitore dispone delle capacità educative, le quali devono essere presenti in ognuno di essi per potersi prendere in considerazione l’instaurazione di una custodia alternata, così come la sussistenza di una buona capacità e volontà dei genitori di comunicare e cooperare, tenuto conto delle misure organizzative e della trasmissione regolare delle informazioni che necessita questo tipo di custodia. Un conflitto marcato e continuo tra i genitori su questioni relative al figlio lascia presagire delle future difficoltà di collaborazione e avrà di regola come conseguenza l’esposizione del figlio in maniera ricorrente ad una situazione conflittuale, ciò che appare contrario al suo interesse (DTF 142 III 617, consid. 3.2.3). Se entrambi i genitori dispongono delle capacità educative, il Giudice deve in un secondo tempo considerare gli altri criteri pertinenti per la valutazione per attribuzione della custodia del figli. Tra questi criteri essenziali all’esame, entrano in linea di conto la situazione geografica e la distanza che separa le abitazioni dei due genitori, la capacità e la volontà di ciascun genitore di favorire i contatti tra l’altro genitore e il figlio, la stabilità che può portare al figlio il mantenimento della situazione anteriore - in tal senso segnatamente una custodia alternata sarà instaurata più facilmente se i  due genitori si occupavano alternativamente del figlio già prima della separazione -, la possibilità per ciascun genitore di occuparsi personalmente del figlio, l’età di quest’ultimo e la sua appartenenza ad una fratria o ad un contesto sociale, così come pure il desiderio del figlio relativamente alla propria presa a carico, anche se il bambino non dispone ancora della capacità di discernimento a tal riguardo. Tutti questi criteri sono tra di loro interdipendenti e la loro importanza varia in funzione del caso concreto (sentenza TF 5A_450/2016, consid. 4.3.1 e sentenze citate, del 4 ottobre 2016, DTF 142 III 617, consid. 3.2.3). Se il Giudice giunge alla conclusione che una custodia alternata non è nell’interesse del bambino, dovrà allora determinare a quale genitore attribuire la custodia, considerando, essenzialmente, gli stessi criteri di valutazione e valutando, in più, la capacità di ciascun genitore di favorire i contatti tra il figlio e l’altro genitore (DTF 142 III 617, consid. 3.2.4).

Nel caso concreto nessuno dei due genitori ha chiesto la custodia alternata, ma il Tribunale d’appello ha comunque ritenuto che un equilibrio nella presa a carico del figlio giustificasse di imporre la custodia alternata tra i coniugi.
Secondo il Tribunale federale, nel caso di importante e persistente conflittualità genitoriale su questioni riguardanti il figlio, come è il caso nella presente fattispecie, laddove ci sono stati tre episodi di violenza fisica finiti davanti all’autorità penale, l’instaurazione di una custodia alternata lascia presagire delle future difficoltà di collaborazione. L’instaurazione della custodia alternata suppone a priori, concretamente, l’implicazione dei genitori e la possibilità di comunicare relativamente al figlio. L’attribuzione della custodia alternata è esclusa se il trasferimento della custodia non può essere gestito. L’instaurazione di una custodia alternata, secondo le modalità previste nel caso concreto, che prevedono un trasferimento da un genitore all’altro tre volte la settimana, avrà la conseguenza di esporre in maniera ricorrente il figlio ad una situazione conflittuale ad ogni trasferimento della custodia, ciò che non appare proprio ad attenuare gli effetti del conflitto di lealtà in cui si trova, al contrario di ciò che ha ritenuto la corte cantonale, che vedeva nella custodia alternata un mezzo per preservare il figlio dal conflitto genitoriale.
Il Tribunale d’appello è dunque caduto nell’arbitrio; inoltre la fattispecie accertata non comporta nessuna constatazione relativa alla situazione effettivamente vissuta dal figlio, al suo sviluppo dopo la separazione, all’ampiezza del conflitto di lealtà in cui si trova e ai suoi desideri in merito alla sua custodia. La figlia, che aveva ormai 9 anni al momento della decisione dei Giudici cantonali, pertanto, di principio capace di esprimersi su questo punto, non è stata ascoltata in proposito. Sulla base di un’accertamento fattuale estremamente sommario quanto all’interesse superiore della figlia, l’autorità cantonale non si è fondata su constatazioni pertinenti per poter statuire sulla custodia parentale. In assenza di fatti sufficienti rispetto al criterio fondamentale del bene del minore, la causa è stata rinviata all’autorità cantonale affinché sia completata la fattispecie, per poi statuire nuovamente sull’attribuzione della custodia, alla luce dei criteri menzionati dal Tribunale federale.


La sentenza oggetto del presente caso, nonostante sia stata deliberata in seduta pubblica, non sarà oggetto di pubblicazione sulla raccolta ufficiale. Tuttavia merita alcune brevi riflessioni.

Innanzi tutto ricordiamo come dal 1° gennaio 2017 è stato introdotto il nuovo art. 298 cpv. 2ter CC, che prevede che in caso di esercizio congiunto dell'autorità parentale, ad istanza di uno dei genitori o del figlio il giudice valuta se, per il bene del figlio, sia opportuno disporre la custodia alternata. In merito il Consiglio federale ha rinunciato ad ancorare il principio della custodia alternata nella legge. Con tale normativa il legislatore sembra voler andare comunque oltre la giurisprudenza del Tribunale federale secondo cui la custodia alternata è solo una delle modalità di custodia. Ciò potrebbe voler dire che di fronte a genitori con capacità educative equivalenti la soluzione della custodia alternata dovrebbe essere privilegiata rispetto ad altre soluzioni, se naturalmente effettivamente praticabile.

Inoltre occorre chinarsi sulla questione a sapere se un Giudice possa instaurare una custodia alternata nonostante né i genitori, né il figlio glielo abbiano chiesto. L’art. 298 cpv. 2ter CC sembrerebbe permettere ciò solo se vi sia la richiesta da parte di uno (o entrambi) i genitori o del figlio. Invero nella sentenza oggetto del presente caso il Tribunale federale non ha di principio negato la possibilità per il giudice di istituire d’ufficio la custodia alternata, dato che ha accolto il ricorso della madre per altre ragioni, per cui se ne può concludere che la massima ufficiale permetta (ma non obblighi) il giudice a valutare tale soluzione indipendentemente dalle richieste dei genitori o del figlio. Certo è che se è richiesta, va in ogni caso valutata.

Data creazione: 1 marzo 2017
Data modifica: 1 marzo 2017

Tassazione dei coniugi, partenza del marito per l’estero

Caso 396, 16 febbraio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Quando i coniugi vanno tassati separatamente qualora uno di essi si sia trasferito all’estero, mentre l’altro abbia continuato ad abitare in Svizzera?

In una sentenza de 3 marzo 2016, la Camera di Diritto Tributario del Tribunale d’appello del Cantone Ticino ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi sono sposati dal 1980 ed hanno ha stabilito il loro domicilio in Svizzera. Il 31 ottobre 2010 il marito ha annunciato la sua partenza per l’estero. L’allora rappresentante dei contribuenti ha comunicato con scritto del 19 maggio 2014 all'Ufficio di tassazione che in seguito al trasferimento del marito all’estero, i coniugi avevano “deciso di vivere separati di fatto senza decisione giudiziaria”. Il marito si è inoltre impegnato a garantire alla moglie i fondi necessari per mantenere lo stesso stile di vita.
Notificando alla moglie la tassazione 2012, con decisione del 5 giugno 2014, l’Ufficio di tassazione ha commisurato un reddito imponibile superiore rispetto a quanto dichiarato, aggiungendo un reddito d’altra fonte e spiegando che si trattava di “prestazioni valutabili in denaro o reddito d’altra fonte stabiliti per insufficienza di disponibilità finanziaria”. La contribuente ha contestato l’imposizione di altri redditi oltre a quanto dichiarato, ma l’Ufficio di tassazione ha confermato la propria decisione. Così la moglie ha presentato appello alla Camera di diritto Tributario.

Secondo l’art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT, il reddito e la sostanza di coniugi non separati legalmente o di fatto sono cumulati, qualunque sia il regime dei beni. In caso di divorzio o di separazione legale o di fatto, per contro, ogni coniuge è tassato individualmente per tutto il periodo fiscale. Secondo la Circolare n. 30 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni del 21 dicembre 2010, i criteri determinanti per procedere ad una tassazione indipendente dei coniugi che vivono separati sono i seguenti:

  • assenza di un’abitazione coniugale (art. 162 CC), sospensione della comunione domestica (art. 175 CC), esistenza di un domicilio proprio per ogni coniuge (art. 23 CC);
  • non esiste più una comunione economica per l’abitazione e il mantenimento;
  • in pubblico la coppia non si presenta più unita;
  • la separazione deve essere duratura (almeno un anno) oppure terminare con lo scioglimento del matrimonio.

Il Tribunale federale ha stabilito che i presupposti menzionati sono cumulativi e che in ogni caso deve esservi stata la sospensione della comunione domestica ed i mezzi finanziari non devono più essere impiegati in comune (sentenza TF 2A.432/2004 del 16 dicembre 2004 consid. 3.2; v. anche sentenza TF 2A.458/2006 del 18 dicembre 2006 consid. 3.1). La prova dell’adempimento delle condizioni per una tassazione separata è a carico del contribuente.

Venendo al caso in esame, la situazione familiare ed economica dei coniugi è stata considerata tutt’altro che chiara. Infatti a dire dell’Autorità di tassazione esisterebbe tutt’oggi una comunione economica malgrado la “separazione di fatto” dovuta all’obbligo del marito di risiedere all’estero per motivi professionali. Quest’ultimo rientrerebbe sovente in Ticino e la separazione solo provvisoria.

Il fatto che un contribuente annunci all’autorità comunale di aver trasferito il proprio domicilio altrove non ha alcun effetto immediato sull’assoggettamento fiscale. Secondo la giurisprudenza il domicilio di una persona si trova nel luogo in cui è situato, di fatto, il centro dei suoi interessi vitali. Esso si determina in base all’insieme delle circostanze oggettive ed esteriori, dalle quali si possono dedurre tali interessi, e non dai semplici desideri espressi dal contribuente. Il domicilio fiscale non può quindi essere scelto liberamente; una preferenza soltanto affettiva per un luogo piuttosto che per un altro non entra in considerazione (DTF 138 II 300). Se si trasferisce all’estero, il contribuente deve continuare a pagare l’imposta federale diretta fintantoché non provi di avere costituito un nuovo domicilio fiscale all’estero. Questo significa che l’esistenza di un nuovo domicilio o di una dimora all’estero (ciò che è equivalente sul piano dell’assoggettamento) sarà ammessa solo nel caso in cui l’interessato paghi delle imposte in quel luogo o ne sia esentato (sentenza TF 2A.475/2003 del 26 luglio 2004).
In applicazione analogica della regola generale prevista dall’art. 8 CC, nella procedura fiscale l’onere della prova è ripartito nel senso che l’autorità fiscale è tenuta a dimostrare l’esistenza di elementi che fondano o aumentano l’onere fiscale, mentre è a carico del contribuente la prova di quei fatti che concorrono ad escludere o a ridurre il debito verso l’erario (DTF 133 II 153 e DTF 121 II 257). Di principio, la prova del domicilio fiscale spetta quindi all’autorità di tassazione, trattandosi di un elemento costitutivo dell’imposta (art. 123 cpv. 1 LIFD).
Il contribuente ha un dovere di collaborazione (art. 124 segg. LIFD) che gli impone in particolare di dimostrare il trasferimento di domicilio. A tal fine non deve solo comprovare il definitivo scioglimento dei legami con il precedente domicilio, ma deve anche esporre le circostanze che hanno portato alla fondazione di un nuovo domicilio altrove (DTF 138 II 300 consid. 3.4; v. anche sentenza TF 2C_472/2010 del 18 gennaio 2011 consid. 2.2).

Nel caso concreto qualora il marito avesse mantenuto il proprio domicilio presso quello della moglie, la comunione domestica tra i coniugi risulterebbe pacifica. Ma anche qualora fosse resa verosimile l’esistenza di un nuovo domicilio all’estero, rispettivamente comprovata l’assenza di un domicilio in Svizzera, occorrerà comunque partire dal principio che i coniugi continuano a condurre una vita in comune, in considerazione del fatto che la tassazione separata dei coniugi è un’eccezione, che sottostà a precise condizioni cumulative, che nella presente fattispecie non sono tutte adempiute. La scala delle aliquote applicabile è conseguentemente quella più favorevole riservata ai contribuenti coniugati, così come richiesto dalla ricorrente. D’altra parte, contrariamente a quanto sembra sostenere nel gravame, si giustifica il cumulo dei fattori imponibili, sia che il marito abbia mantenuto il proprio domicilio fiscale nel comune svizzero, sia che lo abbia effettivamente trasferito all’estero. Certo, quando i coniugi sono domiciliati l’uno in Svizzera e l’altro all’estero, solo il primo è assoggettato illimitatamente in Svizzera. Fintanto che continuano ad avere una vita in comune, il coniuge domiciliato in Svizzera è tuttavia imposto sul proprio reddito all’aliquota corrispondente alla totalità dei loro redditi, applicando la scala delle aliquote riservata ai coniugi viventi in comunione domestica.

Spetterà all’autorità di tassazione determinare la situazione patrimoniale del marito, sia esso considerato residente nel Canton Ticino (ai fini del computo globale del reddito e della sostanza imponibili) oppure all’estero (ai fini del calcolo delle aliquote applicabili). A tal fine in virtù della massima ufficiale, l’autorità di tassazione potrà procedere a tutte le indagini che reputerà necessarie per provare la credibilità delle indicazioni dei contribuenti, mentre a questi ultimi è imposto l’obbligo di fare tutto il necessario per consentire una tassazione completa ed esatta (art. 200 LT; art. 126 cpv. 1 LIFD). In caso contrario l’autorità potrà procedere ad una stima dei redditi e della sostanza del marito, conformandosi agli indispensabili criteri di prudenza che devono sempre essere tenuti presenti in procedimenti del genere ma evitando nel contempo di scegliere, in caso di dubbio, la soluzione più favorevole al contribuente.

La decisione impugnata è stata annullata e gli atti rinviati all’Ufficio di tassazione perché emetta delle nuove decisioni motivate, dopo avere esperito gli accertamenti indicati sopra.

Data creazione: 16 febbraio 2017
Data modifica: 19 febbraio 2017

Consenso del coniuge alla messa a pegno dell'abitazione famigliare

Caso 395, 1 febbraio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Quando occorre il consenso del coniuge per gravare di un'ipoteca l'abitazione famigliare?

In una sentenza del 10 novembre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La Banca promuove un’esecuzione in via di realizzazione del pegno nei confronti di una debitrice; il precetto esecutivo viene notificato anche al marito, il quale non aveva dato il consenso alla messa a pegno del fondo, costituente abitazione coniugale. A seguito dell’opposizione sollevata dai coniugi al precetto esecutivo, la Banca ha inoltrato al Giudice un’istanza di rigetto provvisorio dell’opposizione, istanza che viene accolta in prima sede e confermata dall’autorità superiore cantonale. I coniugi hanno dunque ricorso al Tribunale federale.

Ai sensi dell’art. 153 cpv. 2 let. b. LEF il precetto esecutivo è notificato anche al coniuge del debitore se il fondo pignorato costituisce abitazione familiare (art. 169 CC); ciò permette al coniuge di acquisire la qualità di coescusso, con la possibilità di contestare la messa a pegno se non vi è stato il suo consenso ai sensi dell’art. 169 cpv. 1 CC. Giusta tale norma, un coniuge non può, senza l'esplicito consenso dell'altro, limitare con dei negozi giuridici i diritti inerenti all'abitazione famigliare. L’assenza di tale consenso rende nullo (nullità assoluta) l’atto in questione: in presenza di costituzione di pegni immobiliari a dipendenza delle circostanze il consenso del coniuge può essere necessario. Orbene, dato che il senso della norma è di proteggere l’uso dell’abitazione coniugale, secondo il Tribunale federale in caso di pegno immobiliare occorre verificare se esista un rischio oggettivamente importante che si possa arrivare alla vendita in tempi brevi oppure se l’unico obiettivo di chi costituisce il pegno sembra quello di eludere l’art. 169 CC o si sia in presenza di un abuso di diritto.

Seguendo la dottrina dominante il Tribunale federale ritiene che il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo. La frazione di 2/3 non è tuttavia necessariamente determinante: il consenso coniugale è ad es. ancora necessario se è palese che la situazione finanziaria del coniuge debitore non gli permetterà di far fronte al pagamento degli oneri ipotecari o anche quando l’abitazione coniugale si trovi in pericolo per qualche motivo legato al credito ipotecario: ciò è ad es. il caso quando il coniuge debitore non può o non può più rimborsare il debito o concludere un altro contratto ipotecario in caso di disdetta da parte del creditore del contratto ipotecario. Lo stesso vale se il coniuge proprietario, che ha l’intenzione di provocare la messa in vendita del fondo, non sottoscrive una nuova ipoteca e non paga gli interessi ipotecari, lasciando che la banca disdica il credito e arrivi alla realizzazione del pegno.

Nel caso concreto il Tribunale federale ha considerato che anche se il coniuge non aveva dato il suo consenso alla messa a pegno del fondo che costituisce abitazione coniugale, i coniugi non hanno dimostrato che l’onere ipotecario superava i 2/3 del valore venale (commerciale). Il ricorso è stato pertanto respinto.

Data creazione: 1 febbraio 2017
Data modifica: 12 aprile 2017

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