2017

Richiesta di informazioni del coniuge divorziato nella procedura di modifica

Caso 408, 16 agosto 2017 << caso precedente

L’art. 170 CC risulta applicabile alla procedura di modifica della sentenza di divorzio?

In una sentenza del 23 febbraio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Se è vero che il diritto all’informazione ex art. 170 CC può durare anche dopo la pronuncia del divorzio, allorquando dev’essere ancora deciso il contributo di mantenimento, tale diritto non può più valere nell’ambito di una procedura di modifica della sentenza di divorzio.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza di divorzio risale al 5 marzo 2013 e con la medesima il Giudice ha astretto il marito a pagare un determinato contributo alimentare alla moglie. Il 6 ottobre 2015 l’ex marito adisce il Tribunale di prima istanza con un’istanza di informazioni sulle entrate della ex moglie da lei avute dal 01.01.2014, richiesta accolta in prima sede, confermata in sede di appello, ma respinta davanti al Tribunale federale.

Il Tribunale federale ha innanzi tutto esaminato l’eventuale applicabilità dell’obbligo di fornire informazioni di cui all’art. 170 CC. Ai sensi dell’art. 170 CC ciascun coniuge può esigere che l'altro lo informi su i suoi redditi, la sua sostanza e i suoi debiti. Se è vero che il diritto all’informazione ex art. 170 CC può durare anche dopo la pronuncia del divorzio, allorquando dev’essere ancora deciso il contributo di mantenimento, tale diritto non può più valere nell’ambito di una procedura di modifica della sentenza di divorzio, non essendo una conseguenza diretta dello scioglimento del divorzio, bensì trattandosi di una situazione post divorzio con un cambiamento rilevante e duraturo della situazione dell’ex coniuge debitore o creditore.
Ci si potrebbe chiedere se l’informazione possa essere ottenuta nell’ambito di una procedura cautelare di prova a futura memoria (art. 158 CPC). In quest’ambito il Tribunale federale ha precisato che la richiesta deve avere come oggetto l’assunzione di una prova: l’istanza deve essere sufficientemente chiara per permettere al Giudice ed alla parte avversa di capire quale mezzo di prova è richiesto in connessione con l’allegazione sui fatti esposti (art. 221 cpv. 1 let. e CPC). Per i documenti occorre descrivere precisamente il documento (tipo e contenuto). Nel caso concreto la richiesta dell’ex marito è stata formulata in modo generico e senza designare alcun mezzo di prova concreto che potesse essere assunto dal Giudice.

Visto quanto prendere, se ne conclude che l’art. 170 CC non è applicabile nell’ambito delle procedure di modifica delle sentenze di divorzio e una prova a futura memoria per essere ammissibile deve adempiere i requisiti previsti dall’art. 158 CPC.

Data creazione: 16 agosto 2017
Data modifica: 16 agosto 2017

Validità di un accordo prematrimoniale in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale

Caso 407, 1 agosto 2017 << caso precedente | caso successivo >>

E valido un accordo prematrimoniale in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?

In una sentenza del 24 aprile 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, cittadini germanici, abitavano nel Galles. Intenzionati a sposarsi, i due hanno stipulato il 14 novembre 1998 una convenzione in forma semplice (“agreement”), sottoponendola al diritto inglese e del Galles (“in accordance with the law of England and Wales”), per regolare il loro statuto nel caso in cui fosse intervenuta una separazione più lunga di tre mesi o fosse stato sciolto il matrimonio. Essi si sono sposati cinque giorni dopo, il 19 novembre 1998. Dalle loro nozze non sono nati figli. I coniugi si sono trasferiti in Svizzera nel maggio del 2008.
Il 19 dicembre 2013 la moglie si è rivolta al Pretore con un'istanza a protezione dell'unione coniugale, chiedendo di regolamentare la vita separata. Il marito ha proposto di respingere l’istanza. Statuendo il 12 marzo 2015 il Pretore ha accertato che i coniugi vivono separati dal 5 dicembre 2013 e ha regolamentato gli effetti accessori della separazione.
Contro la decisione appena citata il marito ha ricorso al Tribunale d’appello.
Litigioso rimane il contributo di manteni­mento per la moglie.

Durante il matrimonio i coniugi provvedono in comune, ciascuno nella misura delle proprie forze, al debito mantenimento della famiglia (art. 163 cpv. 1 CC). Essi si intendono sul loro contributo rispettivo, segnatamente circa le prestazioni pecuniarie, il governo della casa, la cura della prole o l'assistenza nella professione o nell'impresa dell'altro (art. 163 cpv. 2 CC). Se interviene una sospensione della comunione domestica, il giudice chiamato a fissare contributi di mantenimento per l'uno o per l'altro prende come punto di partenza l'intesa dei coniugi (espressa o tacita) sul riparto dei compiti e dei redditi durante la vita in comune, modificandola quanto occorre per tenere conto della nuova situa­zione dovuta all'esistenza di due economie domestiche distinte. I coniugi possono anche regolare anticipatamente la questione del mantenimento in caso di separazione. Accordi a tal fine sono leciti e, secondo dottrina, raccomandabili (Scheidungs­planung). Non soggiacciono a requisiti di forma e vincolano le parti (Meier, Les conventions matrimoniales hors régime matrimonial, collana gialla CFPG n. 17, Lugano 2015, pag. 17 n. 30 e 32 seg.). Essi non impediscono che un coniuge adisca il giudice delle misure a protezione del­l'unione coniugale (art. 176 cpv. 1 n. 1 CC) o, eventualmente, il giudice dei provvedimenti cautelari in una causa di divorzio (art. 276 cpv. 1 CPC). Il coniuge che intende sottrarsi alla convenzione deve addurre tuttavia fatti nuovi e rendere verosimile che le circostanze sono mutate in modo durevole e significativo, o perché le previsioni dell'accordo si siano rivelate inesatte o perché esse non si siano avverate secondo le attese (Meier, op. cit., pag. 18 n. 34 e pag. 20 n. 37 con richiami).
 
A prescindere dal caso in cui un coniuge si avvalga di mutamenti rilevanti e duraturi intervenuti dopo la stipulazione dell'atto (ipotesi estranea alla fattispecie), la dottrina reputa che di fronte a una convenzione prematrimoniale contestata da una parte il giudice proceda come di fronte a una convenzione stipulata in corso di procedura, allorché un coniuge chieda l'omologazione dell'atto e l'altro vi si opponga. Se è convinto che le parti hanno concluso l'accordo di loro libera volontà e dopo matura riflessione, il giudice verifica di conseguenza se in materia di mantenimento la convenzione sia chiara e “non manifestamente inadeguata” (art. 279 cpv. 1 prima frase CPC; Meier, op. cit., pag. 29 n. 63 con numerosi richiami).
 
In concreto a un sommario esame non si riscontrano elementi per concludere già a livello di verosimiglianza che la convenzione prematrimoniale sia inefficace. Non può dirsi nem­meno che sul mantenimento dei coniugi dopo la separazione essa non sia chiara. Rimane da esaminare se al proposito essa non sia “manifestamente inadeguata”. Per dirimere la questione il giudice confronta la disciplina prevista nella convenzione con la sentenza ch'egli emanerebbe in mancanza di convenzione. Se la convenzione denota uno scarto immediatamente riconoscibile rispetto a quella che sarebbe la presumibile decisione senza che ciò appaia giustificato da considerazioni d'equità, sussiste manifesta inadeguatezza. L'inadeguatezza, comunque sia, dev'essere “manifesta”. L'omologazione dell'accordo va rifiutata, in altri termini, solo qualora si ravvisi una sproporzione evidente e un grande divario in merito alla pretesa di mantenimento che spetta al coniuge richiedente secondo la convenzione per rapporto alla pretesa che a quel coniuge spetterebbe secondo la legge.

Nel caso concreto, dedotta la pensione di CHF 750.00 mensili percepita dalla moglie, le poste del fabbisogno effettivo documentate da quest'ultima si riducono a CHF 4’840.00 mensili. Tale è il contributo alimentare che – verosimilmente – il giudice a protezione dell'unione coniugale avrebbe fissato per lei nella fattispecie se la convenzione non esistesse. La convenzione prematrimoniale comportando il versamento di CHF 4’230.00 mensili, non si può dire che tale somma sia “manifestamente inadeguata” (nel senso dell'art. 279 cpv. 1 CPC prima frase) rispetto alle previsioni di legge.

Data creazione: 1 agosto 2017
Data modifica: 1 agosto 2017

Esigibilità dell’estensione di un’attività lucrativa dopo il divorzio

Caso 406, 16 luglio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Dopo il divorzio, si può pretendere dal coniuge creditore alimentare, che ha già compiuto 50 anni, di perseguire l’indipendenza economica?

In una sentenza del 27 gennaio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, rispettivamente il marito di 57 anni e la moglie di 60 anni, si sono uniti in matrimonio nel 1984. Dal matrimonio sono nati due figli, nel 1985 e nel 1987, i quali hanno convissuto con i genitori fino alla loro separazione di fatto del dicembre 2009.
Il 14 novembre 2013 i coniugi hanno inoltrato una procedura comune di divorzio con accordo parziale. Con decisione del 25 marzo 2015 il giudice di prima istanza ha pronunciato il divorzio. La vertenza è stata portata dapprima al Tribunale d’appello e in seguito al Tribunale federale a seguito della contestazione del contributo alimentare muliebre.

Occorre verificare se si può pretendere dalla moglie un automantenimento dopo il divorzio, principio questo più forte rispetto al periodo durante il quale sono pendenti delle misure cautelari o una procedura di misure a protezione dell’unione coniugale (sentenza TF 5A_21/2012 del 3 maggio 2012, consid. 3.3). In questi due ultimi casi infatti il matrimonio è ancora in essere, così che il criterio dell’automantenimento dei coniugi risulta essere meno forte, mentre quello della salvaguardia del riparto dei ruoli avuto durante la vita comune va tutelato rispetto al periodo post divorzio; naturalmente in questi casi se non vi sono possibilità per una riconciliazione, ciò che in pratica risulta per la maggior parte dei casi, si può pretendere dal coniuge creditore alimentare che già dalla separazione intraprenda o aumenti l’attività lavorativa (DTF 128 III 65, conid. 4a; DTF 130 III 537, consid. 3.2; DTF 137 III 385, consid. 3.1). In sostanza con il divorzio ciascun coniuge deve di principio fare in modo di rendersi autonomo economicamente.

Nel caso concreto la regola secondo cui dal coniuge alimentare che ha già compiuto 45 anni non si possa pretendere che intraprenda un’attività lavorativa (DTF 115 II 6, consid. 5a; DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2) non ha alcuna portata, siccome questa regola si riferisce unicamente ai casi in cui il coniuge creditore non ha lavorato fino a quel momento, mentre per un’estensione dell’attività lavorativa questo principio non si applica. Inoltre oggi vi una chiara tendenza ad innalzare il limite di età dopo il quale non si può pretendere di riprendere un’attività lavorativa a 50 anni (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2; sentenza TF 5A_206/2010, consid. 5.3.2,  del 21 giugno 2010; sentenza TF 5A_909/2010, consid. 5.2.1, del 4 aprile 2011; sentenza TF 5A_340/2011, consid. 5.2.2, del 7 settembre 2011). L’asticella è ancora più alta, come nel caso concreto, quando si tratta di estendere un’attività lucrativa a tempo parziale esistente, poiché in età avanzata ciò è più semplice rispetto al rientro nel mondo del lavoro. Il Tribunale federale si è già espresso recentemente in tal senso correggendo una sentenza del Tribunale Cantonale argoviese, con cui quest’ultimo per una donna di 51 anni che già lavorava al 60% non ha preteso che estendesse la sua attività a tempo pieno dal momento in cui i figli sono divenuti maggiorenni, indipendentemente dal fatto che le condizioni economiche fossero sopra la media (sentenza TF 5A_474/2013, consid. 4.3, del 10 dicembre 2013). In un altro caso è stato preteso l’aumento dell’attività lavorativa per una donna di 54 anni che ha sempre lavorato a tempo parziale durante il matrimonio (sentenza TF 5A_206/2010, consid. 5, del 21 giugno 2010).

Nel caso concreto i figli sono già maggiorenni, il marito lavora con un salario basso e la moglie si è reinserita con successo nel mondo del lavoro. Dal momento in cui il Tribunale cantonale, per il tramite del suo potere di apprezzamento (DTF 127 III 136, consid. 3a; DTF 134 III 577, consid. 4), ha considerato che la moglie potesse aumentare l’attività lavorativa per lavorare a tempo pieno, partendo da una situazione di redditi bassi, ha agito conformemente al diritto.

Data creazione: 16 luglio 2017
Data modifica: 16 luglio 2017

Applicazione concreta del calcolo delle indennità previste agli art. 165 cpv. 1 CC e art. 165 cpv. 2 CC

Caso 405, 1 luglio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni le indennità previste agli art. 165 cpv. 1 CC e art. 165 cpv. 2 CC sono applicabili e come vengono calcolate?

In una sentenza del 19 settembre 2016 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati a Lugano nel 1986, adottando il regime della separazione dei beni. Dal matrimonio sono nate due figlie, ormai maggiorenni. Le parti vivono separate di fatto dal 2005. Il 4 aprile 2007 il marito ha avviato la procedura di divorzio unilaterale. Esperita l’istruttoria, la sentenza è stata emanata il 22 settembre 2014. Il primo giudice ha tra l’altro ingiunto alla moglie di versare al marito CHF 100’000.00 con interessi in restituzione di un mutuo e CHF 70’000.00 con interessi a titolo di indennità fondata sull'art. 165 cpv. 2 CC. Contro tale sentenza la moglie è insorta al Tribunale d’appello.

Riguardo al mutuo di CHF 100’000.00 che il marito ha concesso alla moglie la moglie ha opposto in compensazione di avere eseguito in favore del coniuge tutta una serie di pagamenti dalle causali più disparate, quali ad es. la casa malati della famiglia, fatture di garage, orario del medico del marito, viaggi, vacanze, ristoranti, acquisti di vestiti, benzina, III° pilastro del marito, imposte di quest’ultimo, ecc. Il Pretore ha ritenuto tuttavia che nessuno di quei versamenti potesse essere compensato con il mutuo di CHF 100’000.00, trattandosi di spese che rientravano nell'ordinario mantenimento della famiglia (art. 163 CC).
Per quanto concerne l’importo di CHF 70’000.00 la moglie ha contestato l’adempimento delle condizioni alla base dell’art. 165 cpv. 1 CC.

Prestito di CHF 100’000.00
L’art. 165 cpv.  2 CC prevede de che il coniuge ha diritto ad una equa indennità qualora con il suo reddito o la sua sostanza, abbia contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevolmente superiore a quanto era tenuto. L'indennità dell'art. 165 cpv. 2 CC va definita sulla base degli accordi intercorsi fra i coniugi circa il riparto dei compiti assunto all'interno della coppia, in modo da valutare se il coniuge in questione abbia davvero contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevol­mente superiore a quanto era tenuto secondo gli accordi. Se non risultano accordi, l'eventuale indennità va determinata in base a criteri oggettivi, indipendentemente dal fatto che un coniuge si rendesse conto o no della partecipazione finanziaria “notevolmente” superiore prestata dall'altro rispetto agli obblighi imposti dal diritto matrimoniale. È necessario dunque valutare in ogni singolo caso la natura e l'entità del contributo pecuniario (o della collaborazione professionale) prestate da quel coniuge, confrontandole con le altre prestazioni fornite come contributo ordinario al mantenimento della famiglia. Per determinare un'equa indennità fondata sul­l'art. 165 cpv. 2 CC occorre conoscere quale era il fabbisogno ordinario della famiglia durante la vita in comune. Sapere se un coniuge abbia contribuito al fabbisogno familiare “in misura notevolmente superiore” rispetto a quanto sarebbe stato tenuto implica accertare, di conseguen­za, a quanto ammontasse mediamente il fabbisogno della famiglia nel caso specifico e in che modo tale fabbisogno fosse finanziato. Mancando un simile termine di riferimento, non è possibile stabilire se un coniuge abbia davvero contributo in misura superiore – né tanto meno notevolmente superiore – al dovuto.
Orbene, nel caso concreto il Tribunale d’appello ha rilevato che i dati sul fabbisogno minimo delle parti calcolato dal Pretore si riferiscono al periodo successivo la separazione di fatto e tutto si ignora sulla proporzione in cui durante la comunione domestica i coniugi sovvenzionassero il fabbisogno della famiglia. Il mero fatto di contribuire al sostentamento della famiglia non dà diritto di per sé a crediti compensativi, nemmeno se i coniugi vivono nella separazione dei beni, a meno che costoro si siano accordati in tal senso. Su questo punto l’appello è stato respinto.

Indennità di CHF 70’000.00
Il coniuge che ha collaborato alla professione o nell'impresa dell'altro in misura notevolmente superiore al contributo che gli incombe per il mantenimento della famiglia ha diritto a un'equa indennità (art. 165 cpv. 1 CC). La collaborazione del coniuge è “notevolmente superiore” quando equivale, in sostanza, al­l'esecuzione di compiti da parte di un lavoratore stipendiato (DTF 120 II 280 consid. 6a; sentenza TF 5A_642/2011 del 14 marzo 2012, consid. 4.2.1). L'indennità si giustifica soprattutto quando il coniuge che collabora nella professione dell'altro non partecipa ai benefici del lavoro di lui, in specie se i coniugi hanno adottato la separazione dei beni. I salari di categoria, comprese le quote delle assicurazioni sociali, costituiscono un punto di partenza, ma vanno commisurati alle circostanze concrete (I CCA 11.2012.37, consid. 8b con rinvii, del 13 ottobre 2014; sentenza TF 5A_642/2011, consid. 5.2, del 14 marzo 2012).
Un coniuge che, oltre a svolgere la propria attività lucrativa a tempo pieno, collabora per circa quattro ore la settimana sull'arco di dieci anni – come ha fatto il marito nel caso concreto – in mansioni amministrative o commerciali alla professio­ne dell'altro contribuisce al mantenimento della famiglia non solo in misura superiore, ma in misura notevolmente superiore a quanto gli impone l'art. 163 cpv. 1 CC. Diversamente da quanto si è visto per il contributo in denaro della moglie (art. 165 cpv. 2 CC), il quale non può essere definito “notevolmente superiore” agli obblighi derivanti dal matrimonio in mancanza di ogni termine di riferimento circa il reciproco finanziamento del fabbisogno familiare durante la vita in comune, per quanto riguarda la collaborazione professionale del marito il quadro è chiaro: tra il 1994 e il 2004 entrambi i coniugi hanno lavorato a tempo pieno, ma oltre all'attività a tempo pieno il primo ha fornito una prestazione lavorativa di circa quattro ore settimanali a sussidio dell’altro. Il Pretore ha ritenuto equo l'ammontare dell'indennità chiesta dal marito (CHF 70’000.00), rilevando che tale somma corrisponde a una retribuzione di CHF 35.00 orari (per 2000 ore di lavoro), ciò che il Tribunale d’appello ha ritenuto adeguato per il lavoro svolto dal marito; per di più, come ricorda il Pretore, il marito non profitta dei benefici del lavoro svolto partecipando alla liquidazione del regime matrimoniale, i coniugi avendo adottato la separazione dei beni.
Pertanto, anche su questo punto l’appello è stato respinto.

Data creazione: 1 luglio 2017
Data modifica: 1 luglio 2017

Calcolo concreto dell’obbligo del consumo della sostanza dopo il pensionamento

Caso 404, 16 giugno 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In caso di divorzio, si può pretendere il consumo della sostanza per il computo degli alimenti dopo il pensionamento?

In una sentenza dell’11 maggio 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, entrambi nati nel 1960, si sono sposati nel 1986 e dal loro matrimonio sono nati due figli, ormai maggiorenni ed indipendenti. I coniugi si sono separati nel 2009. La procedura di divorzio è stata preceduta da quella di misure a tutela dell’unione coniugale. Il Giudice di prima sede ha pronunciato il divorzio nel 2015. Il marito è stato condannato a pagare un contributo di mantenimento a favore della moglie vita natural durante di CHF 7’220.00 mensili fino al pensionamento e di CHF 7’000.00 mensili dopo, vita natural durante, con deduzione al pensionamento delle rendite di I°, II° e III° pilastro della moglie. Contro la sentenza ha ricorso in appello il marito, chiedendo il decadimento alimentare dal 2025.

Il debito mantenimento della moglie dopo il pensionamento è stato accertato in CHF 8’875.00 mensili. La sua rendita AVS è stata prudenzialmente valutata in CHF 2’000.00 mensili, quella del II° pilastro in CHF 250.00 mensili e infine quella del III° pilastro di CHF 375.00 mensili. Di conseguenza da questi dati il debito mantenimento al pensionamento della moglie risulta scoperto di CHF 6’250.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 2’000.00 ./. CHF 250.00 ./. CHF 375.00).

Per quel che ne è della sostanza, se prima del pensionamento un coniuge divorziato non è tenuto - di norma - a consumare il proprio patrimonio per sovvenire a sé stesso qualora l’altro coniuge sia in grado di versargli un contributo alimentare senza erodere il proprio, dopo il pensionamento le cose cambiano, nel senso che il coniuge creditore può anche essere tenuto a usare averi personali (sentenza TF 5A_827/2010, consid. 5.2 del 13 ottobre 2011 e sentenza TF 5A_170/2016, consid. 4.3.5 del 1° settembre 2016; RTiD I-2005, consid. 4, pag. 776 con rinvii; I CCA 11.2014.22, consid. 8c, del 15 marzo 2016).

Orbene, nel caso concreto i coniugi hanno venduto l’abitazione coniugale e sommata ad altra sostanza di sua proprietà la moglie risulta titolare dell’importo complessivo di CHF 1’526’818.00; secondo il Tribunale d’appello in circostanze del genere si può ragionevolmente pretendere che dal pensionamento per far fronte al proprio debito mantenimento la moglie attinga al proprio capitale, ricavando su un arco di tempo valutabile attorno a 25 anni (aspettativa statistica di vita pari a 26.06: Stauffer/Schätzle/Weber, Barwerttafeln und Berechnungsprogramme/tables et programmes de capitalisation, 6a edizione, pag. 429, Tavola Z3) almeno CHF 4880.00 mensili.
Pertanto si può stimare che al pensionamento la moglie fruirà di entrate per complessivi CHF 7’505.00 mensili (CHF 2’000.00 + CHF 250.00 + CHF 375.00 + CHF 4’880.00) e per vedersi garantire il proprio debito mantenimento di CHF 8’875.00 mensili le mancheranno in conclusione CHF 1’370.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 7’505.00), importo che è stato messo a carico del marito, il quale verosimilmente potrà essere in misura di pagarlo, pur restando salva la possibilità per quest’ultimo di poter sempre chiedere una modifica del contributo alimentare ex art. 129 cpv. 1 CC.

Da notare che il Tribunale d’appello nei considerandi della decisione ha rilevato anche che per il calcolo del contributo di mantenimento ex art. 125 CC, in assenza di indicazioni più precise sul tenore di vita coniugale prima della separazione, gli accertamenti esperiti in procedura di misure a tutela dell’unione coniugale costituiscono pur sempre - nonostante la mera verosimiglianza - un punto di riferimento oggettivo (RTiD II-2004, consid. 4d, pag. 582, RTiD I-2005, pag. 778; I CCA 11.2009.179, consid. 10c, del 17 luglio 2013). Naturalmente qualora nella susseguente causa di divorzio simile tenore di vita sia litigioso, spetta al coniuge che si avvale di quei dati addurre gli elementi indispensabili per confermarli anche nel quadro di un pieno potere cognitivo (I CCA 11.2016.44, consid. 4b, del 19 ottobre 2016). In una causa di merito la verosimiglianza non è più sufficiente. Spetta pertanto al coniuge creditore del contributo alimentare dimostrare il tenore di vita sostenuto durante la comunione domestica. Poco importa che nella procedura di misure a tutela dell’unione coniugale il coniuge debitore non abbia contestato determinate voci di spesa: ciò non gli preclude la facoltà di muovere obiezioni alle medesime voci di spesa nella causa di divorzio.

Data creazione: 16 giugno 2017
Data modifica: 16 giugno 2017

Alimenti per i figli, calcolo con il contributo di accudimento

Caso 403, 1 giugno 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Come si calcola il contributo di accudimento nell’ambito della commisurazione degli alimenti per i figli minorenni?

In una sentenza del 3 febbraio 2017 il Kantonsgericht del Canton Zugo ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il 3 maggio 2013 è stata accertata giudizialmente la paternità di un bambino nato il 30 giugno 2011. A carico del padre è stato fissato un contributo di mantenimento a favore del figlio di CHF 300.00 mensili dal 1° maggio 2013. Il 15 giugno 2016 la madre, previa procedura di conciliazione obbligatoria, ha avviato una procedura di modifica del contributo alimentare, chiedendone un aumento. La causa è in seguito approdata Kantonsgericht (di Zugo).

Il 1° gennaio 2017 è entrata in vigore la modifica legislativa relativa alla commisurazione del contributo di mantenimento a favore dei figli minorenni, equiparando la posizione di quelli nati all’interno di un matrimonio con quelli nati fuori da un matrimonio. Il nuovo diritto si applica anche alle cause pendenti fino a decisione del Tribunale Cantonale, pertanto alla presente fattispecie si applica il nuovo diritto. Mentre il fabbisogno in denaro cresce con l’incremento dell’età, il contributo di accudimento si riduce sulla base della riduzione del bisogno di accudimento con l’avanzamento dell’età. Di conseguenza, per la commisurazione del contributo di mantenimento devono essere determinate diverse fasi. La legge non ha previsto il metodo di calcolo concreto. Fino al 31 dicembre 2016 le tabelle di Zurigo erano un possibile criterio di calcolo, pur adattate al singolo caso. Nulla impedisce di considerare tali tabelle, adeguate dal 2017 al nuovo diritto, anche a partire dal 1° gennaio 2017, ma occorre d’altra parte capire quali possono essere i bisogni concreti di un bambino, nel caso concreto di 5 anni, nonché il tenore di vita e le possibilità economiche dei genitori (cfr. sentenza TF 5A_462/2010, consid. 4.2., del 24 ottobre 2011, considerando non pubblicato nella sentenza DTF 137 III 586 e sentenza TF 5A_671/2014, consid. 5.1, del 5 giugno 2015). Occorre poi considerare delle ipotesi per il futuro, ad es. sull’ipotetico reddito futuro dei genitori (cfr. sentenza TF 5A_579/2011, consid. 2.1., del 27 settembre 2011).

La ricorrente ritiene corretto far riferimento alle tabelle di Zurigo, mentre il padre del minore accenna, ma solo in un primo tempo, al metodo secondo la percentuale di stipendio del genitore (dal 10% al 15% del reddito per ciascun figlio). Orbene, dal 1° gennaio 2017 il metodo di calcolo secondo la percentuale dello stipendio del genitore è da abbandonare definitivamente: d’altra parte il Canton Zugo (e anche il Canton Ticino, n.d.r.) non lo applicava. Pertanto, secondo il Tribunale cantonale di Zugo, con il nuovo diritto si può far riferimento ancora alle Tabelle di Zurigo (ed è ciò che farà verosimilmente anche il Canton Ticino, n.d.r.).

Per il contributo di custodia, entrambe le parti concordano che occorre considerarlo al 100% fino all’inizio delle scuole elementari, al 50% successivamente fino all’inizio delle scuole medie e dopo pari allo 0%.
Nel caso concreto le scalarità del contributo di mantenimento dovranno essere le seguenti:

  • dal 1° gennaio 2017 fino all’inizio delle scuole elementari;
  • dall’inizio delle scuole elementari fino al pensionamento del padre (fine gennaio 2024);
  • dal 1° febbraio 2024 all’inizio delle scuole medie;
  • successivamente fino almeno ai 18 anni e anche oltre fino al termine della prima formazione condotta in tempi regolari.

Secondo le tabelle di Zurigo edite al 1° gennaio 2017 un bambino di 5 anni ha un costo di CHF 1’031.00 mensili + assegni famigliari (in seguito “AF”). La madre non svolge alcuna attività lavorativa ed è a carico dell’assistenza pubblica, per cui il contributo di mantenimento in denaro, così come pure il contributo di custodia, sono a carico del padre. Per calcolare il contributo di custodia occorre considerare i costi del fabbisogno minimo della madre, ciò che corrisponde al minimo esistenziale allargato del diritto di famiglia, tra cui l’importo base del minimo esistenziale di CHF 1’350.00, i costi di alloggio (dedotti quelli per il figlio) di CHF 1’265.00 (CHF 1’750.00 ./. CHF 485.00 quota parte del figlio), il premio di cassa malati di CHF 350.00, le imposte di CHF 100.00 (anche se va detto che se la madre è in assistenza non pagherà imposte, n.d.r.) e le ev. spese di comunicazione e di trasporto (nel caso concreto CHF 0.00) per un totale di CHF 3’065.00 mensili.
D’altra parte occorre tuttavia verificare se il padre ha la disponibilità economica di pagare l’importo di CHF 1’031.00 mensili otre AF di CHF 200.00 di parte in denaro + CHF 3’065.00 di contributo di custodia, per un totale di CHF 4’296.00. Il suo reddito è stato calcolato in CHF 8’300.00 mensili + AF, mentre il suo fabbisogno allargato del diritto di famiglia in CHF 4’519.00 mensili, di cui CHF 1’200.00 di minimo esistenziale, CHF 1’800.00 di pigione, CHF 338.00 di cassa malati, CHF 220.00 per ulteriori costi di salute, CHF 61.00 di spese di comunicazione, CHF 200.00 di spese di trasporto e CHF 700.00 di imposte. Quindi mensilmente il padre ha un’eccedenza pari a ca. CHF 4’000.00 (AF compresi) e questa eccedenza è quanto egli deve mettere a disposizione per il mantenimento del figlio, ritenuto che il contributo in denaro pari a CHF 1’031.00 + AF è prioritario rispetto al contributo di custodia. Pertanto il padre è stato obbligato al pagamento del mantenimento del figlio a partire dal 1° gennaio 2017 fino all’inizio delle scuole elementari pari a CHF 1’031.00 + AF, così come al pagamento di CHF 2’769.00 mensili di contributo di custodia, ritenuto che per quest’ultimo si constata dunque un ammanco di CHF 296.00 mensili (cfr. art. 301a let. c CPC).
Dall’inizio delle scuole elementari fino al 31 gennaio 2014 (pensionamento del padre) l’importo in denaro previsto dalle tabelle di Zurigo è di CHF 1’281.00 + AF; ritenuto che a partire da questa età si può pretendere che la madre svolga un’attività 50%, si devono considerare dei costi di custodia pari a CHF 300.00 mensili. L’importo totale degli alimenti di CHF 1’581.00 + AF va pagato - come era previsto secondo il diritto in essere fino al 31 dicembre 2016 - dai genitori in proporzione alle rispettive disponibilità (reddito dedotto il fabbisogno).
La madre, in base alle statistiche citate dal Tribunale cantonale, avrebbe una potenzialità di reddito del 50% (pari a CHF 1’500.00 mensili) e pertanto il contributo di custodia ammonterebbe a CHF 1’533.00 mensili, cifra che le permetterebbe di coprire appena il proprio fabbisogno minimo, senza che si possa pretendere dalla medesima una partecipazione in denaro. Relativamente al contributo di custodia le parti concordano che dall’inizio delle scuole elementari alla madre vada considerata un’attività lavorativa al 50%. Il contributo di custodia ammonta dunque a CHF 1’533.00 mensili, ritenuto che la riduzione del contributo di custodia deve essere considerato forfettariamente in percentuale (50% di CHF 3’065.00), indipendentemente dal redito effettivo. Pertanto, dall’inizio delle scuole elementari (7 anni, agosto 2018) fino al 31 agosto 2024, il contributo di mantenimento ammonta a CHF 3’314.00 mensili (CHF 1’581.00 di contributo in denaro, oltre a CHF 200.00 mensili di AF e CHF 1’533.00 mensili di contributo di custodia). Ancora una volta occorre valutare se il padre sia in grado di pagare tale cifra. Orbene, il suo reddito è sempre di CHF 8’300.00 mensili, mentre il suo fabbisogno è stato ritenuto in CHF 4’669.00 mensili, con un’eccedenza (disponibilità del padre) di CHF 3’831.00 mensili (compresi AF), per cui egli è in grado di pagare l’ammontare di CHF 3’114.00 + AF, di cui CHF 1’581.00 + AF di contributo in denaro e CHF 1’533.00 mensili di contributo di custodia.
Il successivo periodo si riferisce a quello dal 1° febbraio 2024 (pensionamento del padre), fino all’inizio delle scuole medie del figlio (previsto per agosto 2024), momento in cui il contributo di custodia viene a cadere. L’ammontare del contributo alimentare ammonterà sempre a CHF 3’314.00 mensili, ma le entrate del padre si saranno riotte: egli beneficerà di una rendita AVS di CHF 2’350.00 mensili e una rendita completava per figli pari a CHF 940.00 mensili. Egli percepirà anche una rendita pensionistica di CHF 2’017.00 mensili, senza alcuna rendita completava per figli. L’ammontare complessivo delle sue entrate dal 1° febbraio 2014 sarà dunque di CHF 5’307.00 mensili complessivi. Con l’età pensionistica il suo fabbisogno sarà tuttavia ridotto a CHF 4’300.00 mensili, ciò che gli permetterà di avere un’eccedenza (disponibilità) pari a CHF 1’000.00 mensili ca., ciò che dovrà mettere a disposizione per il mantenimento del figlio e comporterà un ammanco sul contributo in denaro di CHF 781.00 mensili (CHF 1’781.00 ./. CHF 1’000.00) e sul contributo di custodia di CHF 1’533.00 mensili. Egli dovrà pagare la rendita completava AVS (CHF 940.00 mensili) e ulteriori CHF 60.00 mensili per arrivare a CHF 1’000.00 mensili.
L’ultimo periodo va dall’inizio delle scuole medie (agosto 2024) fino ai 18 anni di età, rispettivamente fino al termine regolare di una prima formazione del figlio. In questa fase l’ammontare del fabbisogno del figlio secondo le tabelle di Zurigo ammonta a CHF 1’581.00 + AF mensili. Vista l’età del figlio non vi sono altri costi da aggiungere. Il fabbisogno va coperto da entrambi i genitori. Dall’inizio delle scuole medie va pretesa dalla madre un’attività lavorativa a tempo pieno e non può più essere riconosciuto alcun contributo di custodia. Nonostante l’attività lavorativa a tempo pieno della madre il reddito di CHF 3’000.00 mensili non coprirà tuttavia il suo fabbisogno. D’altra parte l’eccedenza del padre per tale periodo, abbiamo visto, ammonterà a CHF 1’000.00 mensili, ed è questo l’importo che andrà destinato al mantenimento del figlio.


La sentenza cantonale di cui sopra merita almeno due considerazioni sintetiche:

  • viene abbassata l’età a partire dalla quale si può pretendere da parte del genitore affidatario un’attività lavorativa al 50%, rispettivamente al 100%. Se prima si parlava dei 10/16 anni, oggi si ritengono i 6 o 7/11 anni (cfr. caso 055 e DTF 115 II 6);
  • le spese che copre il contributo di custodia sono quelle pari al fabbisogno minimo allargato del diritto di famiglia del genitore affidatario.

 

Da notare che il Kantonsgericht del Canton San Gallo ha recentemente deciso di adottare il seguente metodo: il contributo di custodia ammonterebbe ad un importo forfetario di CHF 2’800.00 mensili per una custodia al 100% (CHF 2’600.00 se la famiglia vive in campagna), ciò che corrisponderebbe ai costi medi di un’economia domestica; la regola dei 10/16 anni di età del figlio minore per poter pretendere dal genitore affidatario un’attività lavorativa dapprima al 50% e poi al 100% andrebbe modificata e applicata la seguente regola: fino al 6° anni di età nessuna attività lavorativa, dopo fino al 12° anno di età un’attività lavorativa al 35% e in seguito fino al 16° anno di età del 55%, per poi da tale età decadere la possibilità di calcolare il contributo di custodia. Tale contributo di custodia sarebbe dunque di CHF 2’800.00 mensili fino al 6° anno di età del figlio minore, di CHF 1’820.00 (65% di CHF 2’800.00) dal 6° al 12° anno di età e di CHF 1’260.00 (45% di CHF 2’800.00) dal 12° al 16° anno di età: cfr. sentenza del 15 maggio 2017 del Kantonsgericht del Canton San Gallo, FO.2016.5.

Sempre a livello cantonale occorre segnalare che il Kantonsgericht del Canton Lucerna nella sua sentenza del 9 maggio 2017 (LGVE 2017 II Nr. 4) ha considerato che il contributo di custodia corrisponde al fabbisogno minimo allargato del genitore affidatario e ha ritenuto non più applicabile la giurisprudenza del Tribunale federale che fa riferimento all’obbligo di lavorare per il genitore affidatario al 50% dal 10mo anno di età e al 100% dal 16esimo anno di età del figlio (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2), stabilendo per contro l’obbligo del 50% dal 7mo al 12mo anno di età, del 75% dal 12mo al 16mo anno di età del figlio e in seguito al 100%.

Il Kantonsgericht di Friburgo nella sua sentenza del 27 marzo 2017 (101 2016 317) ha anch’egli considerato l’ammontare del contributo di custodia pari alla copertura del fabbisogno minimo del genitore affidatario e pure rimesso in discussione il fatto che la giurisprudenza del Tribunale federale dei 10/16 anni per il compunto di un’attività lavorativa dapprima al 50% e poi al 100% del genitore affidatario (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2), facendo piuttosto riferimento al fatto che l’attività al 100% del genitore affidatario possa essere pretesa già dai 10 o 12 anni del figlio.

Data creazione: 1 giugno 2017
Data modifica: 13 agosto 2017

A quali condizioni un bene immobile in comproprietà può essere attribuito con il divorzio ad un solo coniuge?

Caso 402, 16 maggio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In una sentenza del 20 maggio 2016 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti si sono sposate il 12 agosto 1994 dopo avere adottato il regime della separazione dei beni. Dal matrimonio è nato un figlio, il 23 dicembre 2000. I coniugi vivono separati dal maggio del 2008, quando il marito ha lasciato l'abitazione coniugale, comproprietà dei coniugi in ragione di un mezzo ciascuno, per trasferirsi in un appartamento. Il figlio è rimasto a vivere con la madre. Tale assetto è poi stato ratificato dal Pretore in un accordo dei coniugi nell’ambito di una procedura di misure a tutela dell’unione coniugale.
Il 21 giugno 2010 il marito ha promosso azione di divorzio, chiedendo in particolare l'assegnazione in proprietà esclusiva dell'abitazione coniugale, proponendo l'affidamento del figlio alla madre. Nella sua risposta del 25 ottobre 2010 la moglie ha aderito al principio del divorzio, ma ha rivendicato l'attribuzione in proprietà esclusiva dell'abitazione coniugale e l'affidamento del figlio.

Statuendo l'11 dicembre 2013, il Pretore ha pronunciato il divorzio, ha assegnato la proprietà esclusiva dell'immobile al marito, tenuto a versare alla moglie un conguaglio di CHF 50’000.00.

Contro la sentenza appena citata la moglie ha ricorso con un appello del 24 gennaio 2014 allo scopo di ottenere la riforma del giudizio impugnato nel senso di vedersi assegnare l'immobile in proprietà esclusiva dietro versamento al marito di CHF 50’000.00.

In prima sede il Pretore ha ravvisato un interesse preponderante del marito all'attribuzione dell'immobile per il fatto di avere dimostrato investimenti maggiori rispetto a quelli della moglie nell'acquisto e nella costruzione.

Qui di seguito il riassunto dei considerandi.

Secondo l'appellante il marito non ha sostanziato un interesse preponderante all'attribuzione della casa. Rileva che egli ha lasciato l'abitazione coniugale nel 2009 e che da allora, insieme con il figlio, essa ha “intessuto una convivenza che perdura”. A suo parere l'interesse preponderante non va esaminato dal solo punto di vista finanziario, ma anche da quello affettivo.

L'art. 205 cpv. 2 CC prevede che se un bene è in comproprietà, il coniuge che provi d'avere un interesse preponderante può, oltre alle altre misure legali, chiedere che tale bene gli sia attribuito per intero contro compenso all'altro coniuge; decisivo è che il richiedente possa valersi, senza riguardo ai motivi, di un'intensa relazione con il bene litigioso. Il giudice pondera gli interessi dei coniugi secondo equità, nell'ambito del suo potere d'apprezzamento (sentenza TF 5A_283/2011 del 29 agosto 2011, consid. 2.3 con riferimento a DTF 119 II 199 in: FamPra.ch 2011 pag. 969). Possono risultare preponderanti interessi professionali o commerciali, affettivi o di salute (Hausheer/Aebi-Müller in: Basler Kommentar, ZGB I, 5ª edizione, n. 15 ad. art. 205; Steinauer in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 18 ad art. 205). Un'attribuzione giusta l'art. 205 cpv. 2 CC, ad ogni modo, non presuppone solo un interesse preponderante, ma anche la possibilità di indennizzare l'altro coniuge. Ove ciò non sia possibile, il coniuge in questione non può pretendere che il bene gli sia attribuito in proprietà esclusiva (sentenza TF 5A_557/2015 del 1° febbraio 2016, consid. 3.2 con rinvii; sentenza TF 5C.325/2001 del 4 marzo 2002, consid. 4 in: ZBGR 84/2003 pag. 124; Hausheer/Aebi-Müller, op. cit., n. 17 ad art. 205 CC; Hausheer/Reusser/Geiser in: Berner Kommentar, edizione 1992, n. 49 ad art. 205 CC; v. anche: I CCA, sentenza inc. 11.2009.170 del 23 gennaio 2012, consid. 5d).
 
L'appellante ha contestato di non essere in grado di indennizzare il marito nel caso in cui le sia attribuito il bene in proprietà esclusiva.

Orbene, dall’istruttoria risulta che nel caso in cui le fosse attribuito il bene in proprietà esclusiva anche la moglie sarebbe in grado di indennizzare l'altro comproprietario.

L'appellante non ha addotto per contro alcun interesse professionale o commerciale all'attribuzio­ne della casa, né essa consta avere assunto un ruolo decisivo nella compravendita dell'immobile né il fondo risulta costituire un suo apporto nel matrimonio. Per converso, l'appellante allude – di scorcio – all'interesse del figlio ad abitare nella casa in cui è cresciuto.

Trattandosi di un alloggio familiare, in effetti, nella valutazione dell'interesse preponderante giusta l'art. 205 cpv. 2 CC quello del genitore cui in esito al divorzio siano affidati i figli ancora in età scolastica è un criterio pertinente (DTF 119 II 199 consid. 2 con rinvio; sentenza TF 5A_557/2015 del 1° feb­braio 2016, consid. 3.2 con riferimenti; Hausheer/ Aebi-Müller, op. cit., n. 16 ad art. 205 CC; Steinauer, op. cit., n. 18 ad art. 205; Steck in: FamKom­mentar Scheidung, vol. I, 2ª edizione, n. 11 ad art. 205 CC).

Premesso ciò, nel caso in esame entrambi i comproprietari possono vantare un interesse “preponderante”. Il marito di ordine finanziario, avendo finanziato l'acquisto del fondo per circa il 30%. La moglie (e il figlio) di carattere affettivo, avendo vissuto entrambi per un quindicennio della loro esistenza nell’abitazione finanche dalla nascita. Per un verso quindi il marito è legittimamente interes­sato a ricuperare il proprio investimento e il controvalore della sua quota di comproprietà, per altro verso la moglie e il figlio sono legittimamente interessati a conservare la testimonianza di quindici anni della loro vita quale luogo degli affetti, delle propensioni e delle loro consuetudini. Senza dimenticare che l'appellante intende continuare ad abitare nella casa, mentre il marito, pur non scartando l'ipotesi di tornare a viverci, non ha escluso l'eventualità di alienare l’immobile.

In frangenti siffatti, tutto ponderato, l'interesse affettivo dell'appellante (e del figlio) è stato ritenuto prevalere su quello meramente econo­mico del marito, sempre che questi non risulti pregiudicato nelle sue aspettative pecuniarie.
                             
L'appello su questo punto è stato dunque accolto, nel senso che la comproprietà è stata sciolta mediante attribuzione dell'intero fondo in proprietà esclusiva alla moglie, con l’obbligo di versare al marito, entro 30 gior­ni dal passaggio in giudicato della sentenza, un’indennità, poi quantificata in misura maggiore rispetto a quanto offerto dalla stessa, vale a dire di CHF 300’000.00. Il dispositivo della sentenza, munito dell'attestazione di passaggio in giudicato, vale quale titolo per l'iscrizione del trasferimento di proprietà alla moglie nel registro fondiario. Alla richiesta di iscrizione è stata imposta la prova dell'avvenuto pagamento dell'indennità di CHF 300’000.00 al marito e dell'intervenuto svincolo del medesimo dal debito ipotecario presso la Banca, oppure la prova della completa estinzione di tale debito.

Data creazione: 16 maggio 2017
Data modifica: 16 maggio 2017

A quali condizioni è possibile pretendere una liquidazione alimentare in capitale al posto di una rendita?

Caso 401, 1 maggio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In una sentenza dell’11 gennaio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti sono sposate nel 1985 ed hanno adottato il regime della separazione dei beni. Dal loro matrimonio sono nati quattro figli, ormai tutti maggiorenni.
Con sentenza del 6 dicembre 2010 il Tribunale di prima istanza ha pronunciato il divorzio e regolamentato le conseguenze accessorie. A livello alimentare il marito è stato condannato a versare alla moglie l’importo di CHF 1’300.00 mensili fino al di lei pensionamento ed una equa indennità ex art. 124 CC (n.d.r. articolo di legge ora modificato, dal 01.01.2017).
Contro tale decisione la moglie ha ricorso in seconda istanza e chiesto in via principale il versamento di una liquidazione in capitale ex art. 126 cpv. 2 CC di CHF 816’000.00 e in via subordinata un contributo alimentare mensile di CHF 4’000.00. Il Tribunale cantonale ha accolto solo parzialmente il ricorso, aumentando il contributo alimentare da CHF 1’300.00 a CHF 2’000.00 mensili, respingendo le altre richieste. La moglie ha quindi ricorso al Tribunale federale. A seguito di una domanda di revisione a livello cantonale la procedura dinanzi al Tribunale federale è stata sospesa, per poi essere ripresa ed evasa con decisione dell’11 gennaio 2017. L’unico argomento rimasto aperto è stato quello del contributo alimentare muliebre.

Giusta l’art. 126 CC, il giudice stabilisce il contributo di mantenimento sotto forma di una rendita e fissa l'inizio dell'obbligo di versamento; se lo giustificano circostanze particolari, invece della rendita il giudice può ordinare una liquidazione in capitale (cfr. sentenza TF 5A_507/2011 del 31 gennaio 2012, consid. 6.4) e può subordinare a determinate condizioni il contributo di mantenimento. Possono segnatamente consistere in “circostanze particolari” per una liquidazione in capitale un’importante distanza geografica tra i coniugi, il rischio costante di ritardo nel pagamento del contributo di mantenimento, ma non il solo fatto che il coniuge debitore disponga dei mezzi finanziari per poter effettuare tale versamento in capitale, neppure l’esistenza di tensioni tra i due coniugi e men che meno il rischio di premorienza di un coniuge (MANON SIMEONI, Droit matrimonial, Fond et procédure, Commentaire pratique,  in Bohnet/Guillod (éds), 2016, n° 20 ad art. 126 CC, con riferimenti).

Nel caso concreto la ricorrente ha sostenuto che il marito dispone di mezzi finanziari per poter liquidare la di lei pretesa alimentare mediante il versamento in capitale, ma abbiamo visto come il versamento in capitale presuppone anche che esistano circostanze particolari giustificanti, in modo eccezionale, un tale versamento. Il rischio di premorienza del marito non è sufficiente e l’ipotetica possibilità che il medesimo valuti di eventualmente partire per l’estero neppure, non essendo un elemento che possa essere considerato un fatto stabilito, né tanto meno imminente. Nel caso in cui il marito dovesse effettivamente trasferirsi in maniera definitiva in un paese lontano, la moglie dovrà dimostrare l’avvenuto allontanamento geografico e potrà chiedere una modifica della sentenza di divorzio con la richiesta di versamento del contributo di mantenimento mensile in forma di liquidazione in capitale.

Data creazione: 1 maggio 2017
Data modifica: 1 maggio 2017

Contributo di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne che convive con un genitore

Caso 400, 16 aprile 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Come viene considerato il fatto che un figlio maggiorenne continua a vivere presso un genitore per il calcolo del contributo di mantenimento a suo favore?

In una sentenza dell’11 gennaio 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Prestazioni in natura come vitto, abiti da lavoro ecc. vanno dedotti dal minimo d'esistenza in proporzione al loro valore: le spese di alimentazione incidono almeno nella misura del 42% sul minimo esistenziale del diritto esecutivo.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Con sentenza del 28 febbraio 2007 il primo Giudice ha pronunciato il divorzio tra i coniugi, ha affidato i figli allora minorenni alla madre, ha regolato il diritto di visita paterno e ha condannato quest’ultimo – tra l'altro – a versare determinati contributi alimentari.

Il 2 agosto 2014, divenuto nel frattempo maggiorenne, uno dei due figli ha cominciato un apprendistato triennale come operatore sociosanitario. Sollecitata invano una partecipazione finanziaria del padre, egli ha chiesto il 19 agosto 2014 in prime sede che il padre fosse obbligato a erogargli in via cautelare un contributo alimentare di CHF 2’065.00 mensili e il padre si è opposto.

Statuendo con decreto cautelare del 23 gennaio 2015, il primo Giudice ha parzialmente accolto l'istanza, nel senso che ha condannato il padre a versare al figlio un contributo alimentare di CHF 315.00 mensili dal 1° agosto 2014 al 31 luglio 2015, di CHF 225.00 mensili dal 1° agosto 2015 al 31 luglio 2016 e di CHF 135.00 mensili dal 1° agosto 2016 al 31 luglio 2017.

Contro la decisione appena citata il padre è insorto al Tribunale d’appello con un ricorso del 5 febbraio 2015 per ottenere che l'istanza cautelare fosse integralmente respinta.

Orbene, nel decreto cautelare impugnato il primo Giudice ha calcolato il fabbisogno minimo del figlio in CHF 1’564.90 mensili (minimo esistenziale del diritto esecutivo CHF 1’200.00, pasti fuori casa CHF 173.35, premio della cassa malati CHF 107.55, spese di trasferta CHF 84.00) per rapporto al guadagno di lui come apprendista di CHF 1’248.00 mensili netti il primo anno di tirocinio, CHF 1’339.00 mensili netti il secondo anno e CHF 1’430.00 mensili netti il terzo. Quanto al padre, il primo Giudice ha determinato il fabbisogno minimo di lui in CHF 2’551.68 mensili a fronte di un reddito da attività lucrativa di CHF 5’685.00 mensili.
Posto ciò, il Pretore ha reputato che il padre fosse senz'altro in grado di versare al figlio quanto manca per sopperire al fabbisogno minimo di lui, ovvero CHF 315.00 mensili dal 1° agosto 2014 al 31 luglio 2015, CHF 225.00 mensili dal 1° agosto 2015 al 31 luglio 2016 e CHF 135.00 mensili dal 1° agosto 2016 al 31 luglio 2017.

Nell’appello il padre dichiara di non contestare che l'apprendistato triennale seguito dal figlio sia una “formazione adeguata”, ma secondo l'appellante il fabbisogno minimo del figlio calcolato dal primo Giudice in CHF 1’564.90 mensili risulterebbe eccessivo, poiché il figlio vive con la madre, non ha alcun onere di alloggio e fruisce di vitto gratuito.

A ragione il primo Giudice ha ricordato intanto che il fabbisogno minimo di un figlio maggiorenne si determina, nel Cantone Ticino, in base alle indicazioni diramate dalla Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d'appello quale autorità di vigilanza (FU 68/2009 del 28 agosto 2009 pag. 6292; Rep. 1995 pag. 153 n. 28; I CCA, sentenza inc. 11.2015.35 del 28 dicembre 2016, consid. 5c). Tali direttive dispongono che ‟prestazioni in natura come vitto, abiti da lavoro ecc. vanno dedotti dal minimo d'esistenza in proporzione al loro valore: per il vitto nella misura del 50% dell'importo base mensile” (cifra V n. 1). La giurisprudenza ha già avuto modo di rilevare del resto che le spese di alimentazione incidono almeno nella misura del 42% sul minimo esistenziale del diritto esecutivo (RtiD I-2008 pag. 1084 n. 64c). Quindi la madre risulta farsi carico delle cene senza riscuotere alcun corrispettivo. Di ciò occorreva tenere conto ai fini del giudizio, ciò che il primo Giudice non ha fatto.
L'ammanco registrato dal figlio appare dunque ampiamente compensato dalle cene che la madre offre gratuitamente e pertanto l’appello del padre è stato accolto e l’istanza del figlio di conseguenza respinta.

Data creazione: 16 aprile 2017
Data modifica: 16 aprile 2017

Modifica di una convenzione di misure a protezione dell’unione coniugale

Caso 399, 1 aprile 2017 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni è possibile ottenere una modifica di una transazione giudiziaria nell’ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?

in una sentenza del 26 maggio 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Per la possibilità di modifica delle misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale o di provvedimenti cautelari emanati in procedura di divorzio che si fondano su una convenzione valgono le medesime restrizioni previste dalla giurisprudenza per le convenzioni di divorzio.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nell’ambito di una procedura di misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale i coniugi hanno sottoscritto ad all’udienza del 26 novembre 2013 un accordo relativamente all’ammontare dei contributi di mantenimento di un coniuge a favore dell’altro e a favore dei figli. Durante la successiva procedura di divorzio, il 31 luglio 2014 il marito ha chiesto la modifica delle misure cautelari (il precedente accordo raggiunto nell’ambito della procedura delle misure a tutela - o protezione - dell’unione coniugale) a seguito di pretesi fatti nuovi.
La vertenza ha seguito la via ricorsuale cantonale e ed è giunta fino al Tribunale federale, il quale nella sentenza oggetto del presente caso si è pronunciato in merito alle condizioni necessarie per permettere la modifica dei contributi alimentari oggetto di una precedente transazione.

Un accordo permette alle parti di tenere in considerazione le incertezze fattuali e di evitare di esaminare la loro portata giuridica. Le condizioni applicabili per modificare una convenzione di divorzio (sentenza TF 5A_688/2013 e sentenza TF 5A_187/2013) sono analogamente applicabili per la modifica degli accordi cautelari o delle transazioni raggiunte nell’ambito di procedure di misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale.

Una richiesta di modifica deve basarsi di regola sull’esistenza di vizi del contratto, vale a dire errore (art. 23 CO e segg.), dolo (art. 28 CO) o timore ragionevole (art. 29 CO e segg.). L’errore è essenziale quando le parti si sono basate su una fattispecie determinata  che si è rivelata successivamente errata o se una parte ha ritenuto per errore, noto alla controparte, un determinato fatto come stabilito. Le altre possibilità per correggere una decisione contenente una condizione che tuttavia non si è realizzata (cfr. art. 268 cpv. 1 CPC) non sono pertinenti. Una parte non può invocare un errore su un aspetto incerto e che è stato oggetto della transazione. Ammettere il contrario permetterebbe alle parti di successivamente rimettere in discussione un accordo che per contro si era voluto transigere in modo definitivo (DTF 130 III 49, consid. 1.2).

Nel caso concreto la parte ricorrente fa valere la censura secondo cui l’autorità cantonale avrebbe valutato erroneamente il suo reddito relativo all’anno 2014, indicando segnatamente che l’avrebbe quantificato in CHF 4’600.00 mensili al posto di CHF 4’000.00 mensili. Su questa censura il Tribunale federale evidenzia che al momento della transazione giudiziaria conclusa nell’ambito delle misure a tutela (o protezione) dell’unione coniugale, vale a dire nel 2013, le parti avevano definito una proiezione futura della percentuale di lavoro del marito tra il 40% e il 60%. Quindi il salario futuro del marito era un fatto incerto e non poteva dunque essere rimesso in discussione in futuro. In ogni caso il marito non ha neppure sollevato l’ipotesi dell’esistenza di un errore essenziale.

 

Sul tema della modifica delle misure a tutela dell'unione coniugale durante la procedura di divorzio cfr. anche caso 288.

Data creazione: 1 aprile 2017
Data modifica: 1 aprile 2017

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