2017

Fatti nuovi che giustificano la modifica dell’autorità parentale esclusiva in autorità parentale congiunta

Caso 412, 16 ottobre 2017 << caso precedente

Quali sono le condizioni che giustificano l’accoglimento di una richiesta di autorità parentale congiunta partendo da una situazione in cui l’autorità parentale è esercitata da un solo genitore?

In una sentenza del 30 maggio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti sono genitori non coniugati di un figlio nato nel 2011 e si sono separate nel giugno 2014. Nel 2012 avevano sottoscritto un contratto di mantenimento allora approvato dall’autorità tutoria. In quell’occasione non vi è stata alcuna richiesta di modifica dell’autorità parentale, che già era ed è rimasta esercitata dalla sola madre. Il 10 dicembre 2015 il padre ha chiesto di poter esercitare l’autorità parentale congiunta, istanza a cui la madre si è opposta. In primo grado il padre ha ottenuto una decisione positiva per l’esercizio congiunto dell’autorità parentale, ma la decisione è stata in seguito riformata in appello. Il padre ha portato la questione dinanzi al Tribunale federale, tuttavia senza successo.

Il ricorrente invoca la violazione dell’art. 298d CC e dell’art. 12 cpv. 4 Titolo finale del CC.
L’art. 12 cpv. 4 Titolo finale del CC prevede che se all'entrata in vigore della modifica del 21 giugno 2013 (vale a dire il 1° luglio 2014, n.d.r.) l’autorità parentale spetta a un solo genitore, l'altro genitore può, entro un anno dall'entrata in vigore del nuovo diritto (ossia entro il 30 giugno 2015, n.d.r.), chiedere all'autorità competente di disporre l'autorità parentale congiunta. Al di là di questo termine ed in assenza dell’accordo dell’altro genitore detentore dell’autorità parentale (art. 298a CC), il richiedente l’autorità parentale congiunta dovrà basare la propria richiesta sulla presenza di fatti nuovi importanti ai sensi dell’art. 298d cpv. 1 CC. In applicazione dell’art. 298d CC, in vigore dal 1° luglio 2014, il cui tenore è simile a quanto prevede l’art. 134 cpv. 1 CC, ad istanza di un genitore, del figlio o d'ufficio, l'autorità di protezione dei minori modifica l'attribuzione dell'autorità parentale se fatti nuovi importanti lo esigono per tutelare il bene del figlio. La modifica dell’attribuzione dell’autorità parentale o di una delle sue componenti è subordinata a due condizioni: da un lato l’esistenza di fatti nuovi (ed importanti) e dall’altro che la modifica intervenga per il bene del minore. Anche se l’instaurazione dell’autorità parentale congiunta in sostituzione di quella esclusiva non dovrebbe dipendere da criteri di apprezzamento troppo restrittivi, il genitore privato fino a quel momento dell’autorità parentale che presenta la richiesta dopo la scadenza dell’anno di cui all’art. 12 cpv. 4 Titolo finale del CC deve dimostrare l’esistenza di fatti nuovi ed importanti che impongano per il bene del minore la rinuncia della prosecuzione dell’autorità parentale esclusiva.

Il padre ha fatto valere che la separazione con la madre costituiva un fatto nuovo tale da giustificare l’entrata in materia per una modifica dell’autorità parentale, da esclusiva a congiunta. Tuttavia i giudici cantonali e federali hanno respinto questa censura, dal momento in cui per i figli nati prima del 1° luglio 2014 la novità del fatto che giustifica la modifica dell’autorità parentale si valuta in base alla scadenza del termine di un anno previsto dall’art. 12 cpv. 4 Titolo finale del CC; dato che nel caso concreto la separazione tra le parti è precedente il 30 giugno 2015 manca con ciò l’adempimento della condizione della sussistenza del fatto nuovo prevista all’art. 298d cpv. 1 CC. Visto quanto precede, risulta inutile esaminare gli altri motivi evocati dal padre precedenti il 30 giugno 2015, anche se riguardano l’interesse del minore. Diverso è per contro l’esame dei fatti evocati dal padre e che sono posteriori al 30 giugno 2015 (ad es. la nascita di una sua seconda figlia e altro). Per questi fatti il ricorrente avrebbe dovuto tuttavia dimostrare che il bene del minore sarebbe attualmente compromesso dall’esercizio esclusivo dell’autorità parentale da parte della madre e che l’interesse del figlio sarebbe meglio preservato con un passaggio all’autorità parentale congiunta. In particolare il ricorrente non ha neppure asserito che la madre non proteggesse il figlio nella sua salute, sicurezza o condizioni educative, rispettivamente che la stessa con un suo agire o non agire metterebbe in pericolo lo sviluppo psicologico o educativo del figlio.

Il Tribunale federale conclude con il dire che quale genitore non detentore dell’autorità parentale il padre dovrà comunque essere informato dell’eventuale modifica del luogo di residenza del figlio (art. 301a cpv. 3 CC) ed essere informato ed ascoltato prima dell’adozione di decisioni importanti per lo sviluppo del figlio (art. 275a CC).

Data creazione: 16 ottobre 2017
Data modifica: 16 ottobre 2017

Legittimazione passiva per una causa di riduzione di alimenti anticipati dall’ente pubblico

Caso 411, 1 ottobre 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Quando l’ente pubblico anticipa i contributi di mantenimento secondo il diritto pubblico cantonale, chi deve convenire in causa il debitore qualora volesse far ridurre o sopprimere il suo obbligo alimentare?

In una sentenza del 6 marzo 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Il debitore che vuole far ridurre o sopprimere il suo obbligo di mantenimento deve convenire in giudizio contemporaneamente il figlio (rispettivamente il suo rappresentante) e l'ente pubblico che ha anticipato i contributi alimentari.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel 2006 è nata una figlia dalla relazione di genitori non sposati. L’obbligo alimentare del padre nei confronti della madre, pari a CHF 850.00 mensili, per il mantenimento della figlia, è stato deciso dal Tribunale il 3 giugno 2008. Ritenuto che il padre non faceva fronte ai propri obblighi alimentari, i Servizi Sociali del Cantone hanno anticipato l’importo nella misura di CHF 737.00 mensili. Il padre ha promosso un’azione giudiziaria per sopprimere il contributo di mantenimento, procedura diretta unicamente nei confronti della figlia. A livello cantonale il contributo di mantenimento è stato solo ridotto e pertanto il padre ha adito il Tribunale federale. Il suo ricorso è stato respinto.

Giusta l’art. 289 cpv. 2 CC la pretesa relativa ai contributi di mantenimento si trasmette con tutti i diritti all'ente pubblico se lo stesso provvede ad anticipare il mantenimento.  Si tratta di una surrogazione legale ai sensi dell’art. 166 CO (DTF 123 III 161, consid. 4b e riferimenti). La norma considera in particolare le prestazioni della pubblica assistenza e l’aiuto sociale, compreso gli anticipi; si riferisce sia alle prestazioni esigibili, sia a quelle già versate in passato (DTF 123 III 161 consid. 4). La cessione legale si estende anche ai crediti futuri, di cui è stato deciso che dovranno essere anticipati (DTF 137 III 193, consid. 3.6 e segg, in particolare consid. 3.8; sentenza TF 5A_634/2013, consid. 4.1, del 12 marzo 2014) ed il solo fatto che l’azione tendente alla soppressione o alla riduzione dell’obbligo contributivo concerne unicamente degli importi scaduti dopo l’introduzione della procedura di modifica/soppressione non fa decadere la legittimazione passiva della collettività pubblica. Se quest’ultima anticipa solo parte degli obblighi alimentari, sarà surrogata alle pretese unicamente per questa parte anticipata, per il resto il figlio conserva la qualità di creditore dei contributi alimentari dovuti dal padre alla madre. L’azione giudiziaria del genitore debitore del contributo alimentare deve essere diretta contro il figlio (o il suo rappresentante) e contro l’ente pubblico nella misura in cui quest’ultima è surrogata, in parte o per il tutto, nelle pretese del figlio per il contributo di mantenimento (sentenza TF 5A_634/2013 consid. 4.1 e 4.2); va precisato che se l’azione è stata diretta unicamente contro il figlio, solo la parte alimentare non anticipata dall’Ente pubblico può essere soggetta a riduzione o soppressione (v. in merito sentenza TF 5A_643/2016, consid. 3.4 del 21 giugno 2017, successiva alla sentenza qui commentata).
 

Data creazione: 1 ottobre 2017
Data modifica: 1 ottobre 2017

Obblighi alimentari e riduzione delle risorse reddituali in modo malevolo

Caso 410, 16 settembre 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Il coniuge debitore può ottenere una riduzione dei suoi obblighi alimentari qualora abbia ridotto le sue risorse reddituali in modo malevolo?

In una sentenza del 2 maggio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Se il coniuge debitore riduce in modo malevolo il proprio reddito, la riduzione del contributo alimentare a favore del (l’ex)coniuge è esclusa, anche se la perdita di guadagno risulta irrimediabile.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il 22 marzo 2013 il marito ha promosso un’azione unilaterale di divorzio. Pendente causa, con decisione giudiziaria del 1° maggio 2013, è stata regolamentata la vita separata e previsti in particolare determinati contributi alimentari a carico del marito. Nel corso della procedura egli ha chiesto la riduzione del contributo alimentare muliebre a seguito del fatto di essere rimasto senza lavoro. Le istanze cantonali hanno ridotto parzialmente il contributo alimentare a favore della moglie. La moglie ha dunque presentato ricorso al Tribunale federale ed il gravame è stato accolto.

La censura centrale è quella di valutare se sia giustificato ridurre il contributo alimentare nel caso in cui il debitore alimentare abbia volutamente ed in modo malevolo ridotto il proprio reddito.

Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale per calcolare i contributi alimentari occorre considerare il reddito effettivo del coniuge debitore. Se tuttavia le entrate non sono sufficienti per garantire le necessità dei coniugi, si può considerare un reddito ipotetico e ciò a condizione che possa essere ragionevolmente esatto e che sia possibile conseguirlo (DTF 137 III 118, consid. 2.3). Precedentemente il Tribunale federale considerava che se il debitore alimentare peggiorava in modo volontario e malevolo la propria situazione reddituale, non gli si poteva più computare un reddito ipotetico se non era in grado di conseguirlo (DTF 128 III 4).

Facendo un paragone con la giurisprudenza applicabile ai casi in cui è chiesta l’assistenza giudiziaria (aiuto che viene negato in caso di abuso di diritto), il Tribunale federale ha cambiato la propria prassi - per altro criticata da parte della dottrina - e previsto che qualora il coniuge debitore del contributo alimentare riduce il proprio reddito con l’intenzione di nuocere il creditore, la riduzione del contributo di mantenimento deve essere esclusa e ciò anche nel caso in cui  egli non sia più in grado di ricuperare la capacità reddituale precedente.

Nel caso concreto, nell’ambito del divorzio molto contenzioso, il marito aveva minacciato più volte di cessare il pagamento degli alimenti per privare la moglie dei mezzi finanziari e inoltre ha abbandonato un lavoro ben remunerato in qualità di direttore finanziario, subendo anche varie esecuzioni e una condanna per infrazioni all’integrità sessuale e fisica. Nonostante il suo datore di lavoro fosse a conoscenza di ciò, lo stesso aveva deciso di non licenziarlo, decisone presa invece dal marito. Anche se nella fattispecie sarà molto difficile per il marito ritrovare un lavoro con lo stesso reddito, in applicazione di questa nuova giurisprudenza il Tribunale federale ha respinto la richiesta di modificare l’ammontare del contributo alimentare visto il comportamento malevolo e quindi manifestamente abusivo del coniuge debitore.

Data creazione: 16 settembre 2017
Data modifica: 16 ottobre 2017

Cambiamento di competenza in corso di procedura nel caso di trasferimento di residenza del figlio all’estero

Caso 409, 1 settembre 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Cosa accade se il figlio cambia residenza in corso di procedura e si trasferisce con il genitore affidatario all’estero quando è presentato ricorso contro una decisione che non ha effetto sospensivo?

In una sentenza del 23 marzo 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti sono genitori di un figlio nato nel 2008 e non sono sposate. Dalla separazione dei genitori, avvenuta nel 2009, il figlio vive con la madre. Nel 2014 è stata concessa alle parti l’autorità parentale congiunta. La richiesta del padre dell’ottobre 2015 tendente ad ottenere la custodia alternata è stata respinta. Il 9 dicembre 2015 la madre ha chiesto di potersi trasferire con la figlia in Germania a partire dal 1° febbraio 2016, con una nuova regolamentazione delle relazioni personali padre-figlia. Il 27 gennaio 2016 l’Autorità Regionale di Protezione competente ha autorizzato il cambiamento di residenza della figlia, togliendo alla propria decisione il beneficio dell’effetto sospensivo. A seguito di ciò la madre si è trasferita a Bonn all’inizio del mese di febbraio 2016. Il padre ha ricorso contro tale decisione. Con sentenza del 23 giugno 2016 il Tribunale d’appello non è entrato nel merito del ricorso, ritenendosi incompetente, anche se con una motivazione sussidiaria ha precisato che nel merito l’avrebbe respinto. Il padre ha ricorso al Tribunale federale. Il ricorso è stato respinto.

Il tema di rilievo della sentenza oggetto del presente caso è il fatto di sapere se con il trasferimento all’estero della figlia unitamente alla madre quale genitrice affidataria il foro giuridico in Svizzera sia venuto meno. Per rispondere a tale domanda il Tribunale federale si è riferito alla Convenzione dell’Aia del 1996 concernente la competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l'esecuzione e la cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione dei minori. Secondo l’art. 5 cpv. 2 di tale legge in caso di trasferimento della residenza abituale del minore in un altro Stato contraente, sono competenti le autorità dello Stato di nuova abituale residenza, pertanto nel nostro caso con la partenza del figlio per la Germania la Svizzera ha perso la sua competenza internazionale. Tale norma prevede dunque esplicitamente un cambiamento di competenza a favore del Tribunale del luogo di residenza abituale del minore. La Convenzione del 1996 sopra citata rinuncia al principio della perpetuato fori. Il Tribunale federale ha in particolare respinto la censura paterna secondo cui vi sarebbe una violazione dei diritti fondamentali di procedura ed in particolare del diritto all’accesso al Giudice (art. 29a Cst. e art. 30 Cst.), così come pure la violazione del principio del diritto ad un processo equo ed al diritto di un ricorso effettivo (art. 13 CEDU); ma nonostante tutte queste censure il padre non ha chiesto l’effetto sospensivo della decisione cantonale: egli avrebbe potuto postulare la restituzione dell’effetto sospensivo in via urgente, così che se fosse stata accolta la sua richiesta avrebbe impedito l’immediata partenza della figlia alla volta della Germania e ciò gli avrebbe permesso di ricorrere contro la decisione dell’Autorità regionale di Protezione dinanzi ad un Giudice svizzero. Da notare che il Tribunale federale ha precisato che la domanda di effetto sospensivo va chiesta in via urgente, senza dover attendere il termine ordinario di ricorso, motivando brevemente la richiesta di effetto sospensivo e formulando in seguito le motivazioni di merito nel termine ordinario di ricorso.

La sentenza sopra citata non convince. L’effetto sospensivo può non esserci siccome negato dall’autorità decisionale o per legge; in quest’ultimo caso è così a livello di ricorso al Tribunale federale in materia civile, laddove l’effetto sospensivo non è dato, anche se lo si può domandare. Il solo fatto di non beneficiare dell’effetto sospensivo permette di mettere fine al litigio, senza che un secondo o terzo grado di giudizio possa esprimersi. I criteri alla base della concessione dell’effetto sospensivo sono in particolare quello di cercare di mantenere lo stato precedente delle cose fino a decisione definitiva. Ma allora, se il padre chiede la custodia del minore che è affidato alla madre e l’Autorità gli risponde negativamente, magari in modo classamenti arbitrario, al ricorso non verrebbe verosimilmente concesso l’effetto sospensivo, ciò che porterebbe a legittimare la decisione impugnata, dato che l’Autorità di ricorso non entrerebbe più nel merito per mancanza di competenza. E contro tale decisione non è certo possibile ricorrere all’estero, dove il minore ha acquisito la nuova residenza e ancora all’estero l’Autorità non entrerebbe nel merito di una richiesta di modifica basta sulla fattispecie precedente, mancando il presupposto della sussistenza di fatti nuovi.

Data creazione: 1 settembre 2017
Data modifica: 15 settembre 2017

Richiesta di informazioni del coniuge divorziato nella procedura di modifica

Caso 408, 16 agosto 2017 << caso precedente | caso successivo >>

L’art. 170 CC risulta applicabile alla procedura di modifica della sentenza di divorzio?

In una sentenza del 23 febbraio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Se è vero che il diritto all’informazione ex art. 170 CC può durare anche dopo la pronuncia del divorzio, allorquando dev’essere ancora deciso il contributo di mantenimento, tale diritto non può più valere nell’ambito di una procedura di modifica della sentenza di divorzio.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza di divorzio risale al 5 marzo 2013 e con la medesima il Giudice ha astretto il marito a pagare un determinato contributo alimentare alla moglie. Il 6 ottobre 2015 l’ex marito adisce il Tribunale di prima istanza con un’istanza di informazioni sulle entrate della ex moglie da lei avute dal 01.01.2014, richiesta accolta in prima sede, confermata in sede di appello, ma respinta davanti al Tribunale federale.

Il Tribunale federale ha innanzi tutto esaminato l’eventuale applicabilità dell’obbligo di fornire informazioni di cui all’art. 170 CC. Ai sensi dell’art. 170 CC ciascun coniuge può esigere che l'altro lo informi su i suoi redditi, la sua sostanza e i suoi debiti. Se è vero che il diritto all’informazione ex art. 170 CC può durare anche dopo la pronuncia del divorzio, allorquando dev’essere ancora deciso il contributo di mantenimento, tale diritto non può più valere nell’ambito di una procedura di modifica della sentenza di divorzio, non essendo una conseguenza diretta dello scioglimento del divorzio, bensì trattandosi di una situazione post divorzio con un cambiamento rilevante e duraturo della situazione dell’ex coniuge debitore o creditore.
Ci si potrebbe chiedere se l’informazione possa essere ottenuta nell’ambito di una procedura cautelare di prova a futura memoria (art. 158 CPC). In quest’ambito il Tribunale federale ha precisato che la richiesta deve avere come oggetto l’assunzione di una prova: l’istanza deve essere sufficientemente chiara per permettere al Giudice ed alla parte avversa di capire quale mezzo di prova è richiesto in connessione con l’allegazione sui fatti esposti (art. 221 cpv. 1 let. e CPC). Per i documenti occorre descrivere precisamente il documento (tipo e contenuto). Nel caso concreto la richiesta dell’ex marito è stata formulata in modo generico e senza designare alcun mezzo di prova concreto che potesse essere assunto dal Giudice.

Visto quanto prendere, se ne conclude che l’art. 170 CC non è applicabile nell’ambito delle procedure di modifica delle sentenze di divorzio e una prova a futura memoria per essere ammissibile deve adempiere i requisiti previsti dall’art. 158 CPC.

Data creazione: 16 agosto 2017
Data modifica: 16 agosto 2017

Validità di un accordo prematrimoniale in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale

Caso 407, 1 agosto 2017 << caso precedente | caso successivo >>

E valido un accordo prematrimoniale in ambito di misure a protezione dell’unione coniugale?

In una sentenza del 24 aprile 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, cittadini germanici, abitavano nel Galles. Intenzionati a sposarsi, i due hanno stipulato il 14 novembre 1998 una convenzione in forma semplice (“agreement”), sottoponendola al diritto inglese e del Galles (“in accordance with the law of England and Wales”), per regolare il loro statuto nel caso in cui fosse intervenuta una separazione più lunga di tre mesi o fosse stato sciolto il matrimonio. Essi si sono sposati cinque giorni dopo, il 19 novembre 1998. Dalle loro nozze non sono nati figli. I coniugi si sono trasferiti in Svizzera nel maggio del 2008.
Il 19 dicembre 2013 la moglie si è rivolta al Pretore con un'istanza a protezione dell'unione coniugale, chiedendo di regolamentare la vita separata. Il marito ha proposto di respingere l’istanza. Statuendo il 12 marzo 2015 il Pretore ha accertato che i coniugi vivono separati dal 5 dicembre 2013 e ha regolamentato gli effetti accessori della separazione.
Contro la decisione appena citata il marito ha ricorso al Tribunale d’appello.
Litigioso rimane il contributo di manteni­mento per la moglie.

Durante il matrimonio i coniugi provvedono in comune, ciascuno nella misura delle proprie forze, al debito mantenimento della famiglia (art. 163 cpv. 1 CC). Essi si intendono sul loro contributo rispettivo, segnatamente circa le prestazioni pecuniarie, il governo della casa, la cura della prole o l'assistenza nella professione o nell'impresa dell'altro (art. 163 cpv. 2 CC). Se interviene una sospensione della comunione domestica, il giudice chiamato a fissare contributi di mantenimento per l'uno o per l'altro prende come punto di partenza l'intesa dei coniugi (espressa o tacita) sul riparto dei compiti e dei redditi durante la vita in comune, modificandola quanto occorre per tenere conto della nuova situa­zione dovuta all'esistenza di due economie domestiche distinte. I coniugi possono anche regolare anticipatamente la questione del mantenimento in caso di separazione. Accordi a tal fine sono leciti e, secondo dottrina, raccomandabili (Scheidungs­planung). Non soggiacciono a requisiti di forma e vincolano le parti (Meier, Les conventions matrimoniales hors régime matrimonial, collana gialla CFPG n. 17, Lugano 2015, pag. 17 n. 30 e 32 seg.). Essi non impediscono che un coniuge adisca il giudice delle misure a protezione del­l'unione coniugale (art. 176 cpv. 1 n. 1 CC) o, eventualmente, il giudice dei provvedimenti cautelari in una causa di divorzio (art. 276 cpv. 1 CPC). Il coniuge che intende sottrarsi alla convenzione deve addurre tuttavia fatti nuovi e rendere verosimile che le circostanze sono mutate in modo durevole e significativo, o perché le previsioni dell'accordo si siano rivelate inesatte o perché esse non si siano avverate secondo le attese (Meier, op. cit., pag. 18 n. 34 e pag. 20 n. 37 con richiami).
 
A prescindere dal caso in cui un coniuge si avvalga di mutamenti rilevanti e duraturi intervenuti dopo la stipulazione dell'atto (ipotesi estranea alla fattispecie), la dottrina reputa che di fronte a una convenzione prematrimoniale contestata da una parte il giudice proceda come di fronte a una convenzione stipulata in corso di procedura, allorché un coniuge chieda l'omologazione dell'atto e l'altro vi si opponga. Se è convinto che le parti hanno concluso l'accordo di loro libera volontà e dopo matura riflessione, il giudice verifica di conseguenza se in materia di mantenimento la convenzione sia chiara e “non manifestamente inadeguata” (art. 279 cpv. 1 prima frase CPC; Meier, op. cit., pag. 29 n. 63 con numerosi richiami).
 
In concreto a un sommario esame non si riscontrano elementi per concludere già a livello di verosimiglianza che la convenzione prematrimoniale sia inefficace. Non può dirsi nem­meno che sul mantenimento dei coniugi dopo la separazione essa non sia chiara. Rimane da esaminare se al proposito essa non sia “manifestamente inadeguata”. Per dirimere la questione il giudice confronta la disciplina prevista nella convenzione con la sentenza ch'egli emanerebbe in mancanza di convenzione. Se la convenzione denota uno scarto immediatamente riconoscibile rispetto a quella che sarebbe la presumibile decisione senza che ciò appaia giustificato da considerazioni d'equità, sussiste manifesta inadeguatezza. L'inadeguatezza, comunque sia, dev'essere “manifesta”. L'omologazione dell'accordo va rifiutata, in altri termini, solo qualora si ravvisi una sproporzione evidente e un grande divario in merito alla pretesa di mantenimento che spetta al coniuge richiedente secondo la convenzione per rapporto alla pretesa che a quel coniuge spetterebbe secondo la legge.

Nel caso concreto, dedotta la pensione di CHF 750.00 mensili percepita dalla moglie, le poste del fabbisogno effettivo documentate da quest'ultima si riducono a CHF 4’840.00 mensili. Tale è il contributo alimentare che – verosimilmente – il giudice a protezione dell'unione coniugale avrebbe fissato per lei nella fattispecie se la convenzione non esistesse. La convenzione prematrimoniale comportando il versamento di CHF 4’230.00 mensili, non si può dire che tale somma sia “manifestamente inadeguata” (nel senso dell'art. 279 cpv. 1 CPC prima frase) rispetto alle previsioni di legge.

Data creazione: 1 agosto 2017
Data modifica: 1 agosto 2017

Esigibilità dell’estensione di un’attività lucrativa dopo il divorzio

Caso 406, 16 luglio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Dopo il divorzio, si può pretendere dal coniuge creditore alimentare, che ha già compiuto 50 anni, di perseguire l’indipendenza economica?

In una sentenza del 27 gennaio 2017 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, rispettivamente il marito di 57 anni e la moglie di 60 anni, si sono uniti in matrimonio nel 1984. Dal matrimonio sono nati due figli, nel 1985 e nel 1987, i quali hanno convissuto con i genitori fino alla loro separazione di fatto del dicembre 2009.
Il 14 novembre 2013 i coniugi hanno inoltrato una procedura comune di divorzio con accordo parziale. Con decisione del 25 marzo 2015 il giudice di prima istanza ha pronunciato il divorzio. La vertenza è stata portata dapprima al Tribunale d’appello e in seguito al Tribunale federale a seguito della contestazione del contributo alimentare muliebre.

Occorre verificare se si può pretendere dalla moglie un automantenimento dopo il divorzio, principio questo più forte rispetto al periodo durante il quale sono pendenti delle misure cautelari o una procedura di misure a protezione dell’unione coniugale (sentenza TF 5A_21/2012 del 3 maggio 2012, consid. 3.3). In questi due ultimi casi infatti il matrimonio è ancora in essere, così che il criterio dell’automantenimento dei coniugi risulta essere meno forte, mentre quello della salvaguardia del riparto dei ruoli avuto durante la vita comune va tutelato rispetto al periodo post divorzio; naturalmente in questi casi se non vi sono possibilità per una riconciliazione, ciò che in pratica risulta per la maggior parte dei casi, si può pretendere dal coniuge creditore alimentare che già dalla separazione intraprenda o aumenti l’attività lavorativa (DTF 128 III 65, conid. 4a; DTF 130 III 537, consid. 3.2; DTF 137 III 385, consid. 3.1). In sostanza con il divorzio ciascun coniuge deve di principio fare in modo di rendersi autonomo economicamente.

Nel caso concreto la regola secondo cui dal coniuge alimentare che ha già compiuto 45 anni non si possa pretendere che intraprenda un’attività lavorativa (DTF 115 II 6, consid. 5a; DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2) non ha alcuna portata, siccome questa regola si riferisce unicamente ai casi in cui il coniuge creditore non ha lavorato fino a quel momento, mentre per un’estensione dell’attività lavorativa questo principio non si applica. Inoltre oggi vi una chiara tendenza ad innalzare il limite di età dopo il quale non si può pretendere di riprendere un’attività lavorativa a 50 anni (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2; sentenza TF 5A_206/2010, consid. 5.3.2,  del 21 giugno 2010; sentenza TF 5A_909/2010, consid. 5.2.1, del 4 aprile 2011; sentenza TF 5A_340/2011, consid. 5.2.2, del 7 settembre 2011). L’asticella è ancora più alta, come nel caso concreto, quando si tratta di estendere un’attività lucrativa a tempo parziale esistente, poiché in età avanzata ciò è più semplice rispetto al rientro nel mondo del lavoro. Il Tribunale federale si è già espresso recentemente in tal senso correggendo una sentenza del Tribunale Cantonale argoviese, con cui quest’ultimo per una donna di 51 anni che già lavorava al 60% non ha preteso che estendesse la sua attività a tempo pieno dal momento in cui i figli sono divenuti maggiorenni, indipendentemente dal fatto che le condizioni economiche fossero sopra la media (sentenza TF 5A_474/2013, consid. 4.3, del 10 dicembre 2013). In un altro caso è stato preteso l’aumento dell’attività lavorativa per una donna di 54 anni che ha sempre lavorato a tempo parziale durante il matrimonio (sentenza TF 5A_206/2010, consid. 5, del 21 giugno 2010).

Nel caso concreto i figli sono già maggiorenni, il marito lavora con un salario basso e la moglie si è reinserita con successo nel mondo del lavoro. Dal momento in cui il Tribunale cantonale, per il tramite del suo potere di apprezzamento (DTF 127 III 136, consid. 3a; DTF 134 III 577, consid. 4), ha considerato che la moglie potesse aumentare l’attività lavorativa per lavorare a tempo pieno, partendo da una situazione di redditi bassi, ha agito conformemente al diritto.

Data creazione: 16 luglio 2017
Data modifica: 16 luglio 2017

Applicazione concreta del calcolo delle indennità previste agli art. 165 cpv. 1 CC e art. 165 cpv. 2 CC

Caso 405, 1 luglio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni le indennità previste agli art. 165 cpv. 1 CC e art. 165 cpv. 2 CC sono applicabili e come vengono calcolate?

In una sentenza del 19 settembre 2016 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati a Lugano nel 1986, adottando il regime della separazione dei beni. Dal matrimonio sono nate due figlie, ormai maggiorenni. Le parti vivono separate di fatto dal 2005. Il 4 aprile 2007 il marito ha avviato la procedura di divorzio unilaterale. Esperita l’istruttoria, la sentenza è stata emanata il 22 settembre 2014. Il primo giudice ha tra l’altro ingiunto alla moglie di versare al marito CHF 100’000.00 con interessi in restituzione di un mutuo e CHF 70’000.00 con interessi a titolo di indennità fondata sull'art. 165 cpv. 2 CC. Contro tale sentenza la moglie è insorta al Tribunale d’appello.

Riguardo al mutuo di CHF 100’000.00 che il marito ha concesso alla moglie la moglie ha opposto in compensazione di avere eseguito in favore del coniuge tutta una serie di pagamenti dalle causali più disparate, quali ad es. la casa malati della famiglia, fatture di garage, orario del medico del marito, viaggi, vacanze, ristoranti, acquisti di vestiti, benzina, III° pilastro del marito, imposte di quest’ultimo, ecc. Il Pretore ha ritenuto tuttavia che nessuno di quei versamenti potesse essere compensato con il mutuo di CHF 100’000.00, trattandosi di spese che rientravano nell'ordinario mantenimento della famiglia (art. 163 CC).
Per quanto concerne l’importo di CHF 70’000.00 la moglie ha contestato l’adempimento delle condizioni alla base dell’art. 165 cpv. 1 CC.

Prestito di CHF 100’000.00
L’art. 165 cpv.  2 CC prevede de che il coniuge ha diritto ad una equa indennità qualora con il suo reddito o la sua sostanza, abbia contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevolmente superiore a quanto era tenuto. L'indennità dell'art. 165 cpv. 2 CC va definita sulla base degli accordi intercorsi fra i coniugi circa il riparto dei compiti assunto all'interno della coppia, in modo da valutare se il coniuge in questione abbia davvero contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevol­mente superiore a quanto era tenuto secondo gli accordi. Se non risultano accordi, l'eventuale indennità va determinata in base a criteri oggettivi, indipendentemente dal fatto che un coniuge si rendesse conto o no della partecipazione finanziaria “notevolmente” superiore prestata dall'altro rispetto agli obblighi imposti dal diritto matrimoniale. È necessario dunque valutare in ogni singolo caso la natura e l'entità del contributo pecuniario (o della collaborazione professionale) prestate da quel coniuge, confrontandole con le altre prestazioni fornite come contributo ordinario al mantenimento della famiglia. Per determinare un'equa indennità fondata sul­l'art. 165 cpv. 2 CC occorre conoscere quale era il fabbisogno ordinario della famiglia durante la vita in comune. Sapere se un coniuge abbia contribuito al fabbisogno familiare “in misura notevolmente superiore” rispetto a quanto sarebbe stato tenuto implica accertare, di conseguen­za, a quanto ammontasse mediamente il fabbisogno della famiglia nel caso specifico e in che modo tale fabbisogno fosse finanziato. Mancando un simile termine di riferimento, non è possibile stabilire se un coniuge abbia davvero contributo in misura superiore – né tanto meno notevolmente superiore – al dovuto.
Orbene, nel caso concreto il Tribunale d’appello ha rilevato che i dati sul fabbisogno minimo delle parti calcolato dal Pretore si riferiscono al periodo successivo la separazione di fatto e tutto si ignora sulla proporzione in cui durante la comunione domestica i coniugi sovvenzionassero il fabbisogno della famiglia. Il mero fatto di contribuire al sostentamento della famiglia non dà diritto di per sé a crediti compensativi, nemmeno se i coniugi vivono nella separazione dei beni, a meno che costoro si siano accordati in tal senso. Su questo punto l’appello è stato respinto.

Indennità di CHF 70’000.00
Il coniuge che ha collaborato alla professione o nell'impresa dell'altro in misura notevolmente superiore al contributo che gli incombe per il mantenimento della famiglia ha diritto a un'equa indennità (art. 165 cpv. 1 CC). La collaborazione del coniuge è “notevolmente superiore” quando equivale, in sostanza, al­l'esecuzione di compiti da parte di un lavoratore stipendiato (DTF 120 II 280 consid. 6a; sentenza TF 5A_642/2011 del 14 marzo 2012, consid. 4.2.1). L'indennità si giustifica soprattutto quando il coniuge che collabora nella professione dell'altro non partecipa ai benefici del lavoro di lui, in specie se i coniugi hanno adottato la separazione dei beni. I salari di categoria, comprese le quote delle assicurazioni sociali, costituiscono un punto di partenza, ma vanno commisurati alle circostanze concrete (I CCA 11.2012.37, consid. 8b con rinvii, del 13 ottobre 2014; sentenza TF 5A_642/2011, consid. 5.2, del 14 marzo 2012).
Un coniuge che, oltre a svolgere la propria attività lucrativa a tempo pieno, collabora per circa quattro ore la settimana sull'arco di dieci anni – come ha fatto il marito nel caso concreto – in mansioni amministrative o commerciali alla professio­ne dell'altro contribuisce al mantenimento della famiglia non solo in misura superiore, ma in misura notevolmente superiore a quanto gli impone l'art. 163 cpv. 1 CC. Diversamente da quanto si è visto per il contributo in denaro della moglie (art. 165 cpv. 2 CC), il quale non può essere definito “notevolmente superiore” agli obblighi derivanti dal matrimonio in mancanza di ogni termine di riferimento circa il reciproco finanziamento del fabbisogno familiare durante la vita in comune, per quanto riguarda la collaborazione professionale del marito il quadro è chiaro: tra il 1994 e il 2004 entrambi i coniugi hanno lavorato a tempo pieno, ma oltre all'attività a tempo pieno il primo ha fornito una prestazione lavorativa di circa quattro ore settimanali a sussidio dell’altro. Il Pretore ha ritenuto equo l'ammontare dell'indennità chiesta dal marito (CHF 70’000.00), rilevando che tale somma corrisponde a una retribuzione di CHF 35.00 orari (per 2000 ore di lavoro), ciò che il Tribunale d’appello ha ritenuto adeguato per il lavoro svolto dal marito; per di più, come ricorda il Pretore, il marito non profitta dei benefici del lavoro svolto partecipando alla liquidazione del regime matrimoniale, i coniugi avendo adottato la separazione dei beni.
Pertanto, anche su questo punto l’appello è stato respinto.

Data creazione: 1 luglio 2017
Data modifica: 1 luglio 2017

Calcolo concreto dell’obbligo del consumo della sostanza dopo il pensionamento

Caso 404, 16 giugno 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In caso di divorzio, si può pretendere il consumo della sostanza per il computo degli alimenti dopo il pensionamento?

In una sentenza dell’11 maggio 2017 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, entrambi nati nel 1960, si sono sposati nel 1986 e dal loro matrimonio sono nati due figli, ormai maggiorenni ed indipendenti. I coniugi si sono separati nel 2009. La procedura di divorzio è stata preceduta da quella di misure a tutela dell’unione coniugale. Il Giudice di prima sede ha pronunciato il divorzio nel 2015. Il marito è stato condannato a pagare un contributo di mantenimento a favore della moglie vita natural durante di CHF 7’220.00 mensili fino al pensionamento e di CHF 7’000.00 mensili dopo, vita natural durante, con deduzione al pensionamento delle rendite di I°, II° e III° pilastro della moglie. Contro la sentenza ha ricorso in appello il marito, chiedendo il decadimento alimentare dal 2025.

Il debito mantenimento della moglie dopo il pensionamento è stato accertato in CHF 8’875.00 mensili. La sua rendita AVS è stata prudenzialmente valutata in CHF 2’000.00 mensili, quella del II° pilastro in CHF 250.00 mensili e infine quella del III° pilastro di CHF 375.00 mensili. Di conseguenza da questi dati il debito mantenimento al pensionamento della moglie risulta scoperto di CHF 6’250.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 2’000.00 ./. CHF 250.00 ./. CHF 375.00).

Per quel che ne è della sostanza, se prima del pensionamento un coniuge divorziato non è tenuto - di norma - a consumare il proprio patrimonio per sovvenire a sé stesso qualora l’altro coniuge sia in grado di versargli un contributo alimentare senza erodere il proprio, dopo il pensionamento le cose cambiano, nel senso che il coniuge creditore può anche essere tenuto a usare averi personali (sentenza TF 5A_827/2010, consid. 5.2 del 13 ottobre 2011 e sentenza TF 5A_170/2016, consid. 4.3.5 del 1° settembre 2016; RTiD I-2005, consid. 4, pag. 776 con rinvii; I CCA 11.2014.22, consid. 8c, del 15 marzo 2016).

Orbene, nel caso concreto i coniugi hanno venduto l’abitazione coniugale e sommata ad altra sostanza di sua proprietà la moglie risulta titolare dell’importo complessivo di CHF 1’526’818.00; secondo il Tribunale d’appello in circostanze del genere si può ragionevolmente pretendere che dal pensionamento per far fronte al proprio debito mantenimento la moglie attinga al proprio capitale, ricavando su un arco di tempo valutabile attorno a 25 anni (aspettativa statistica di vita pari a 26.06: Stauffer/Schätzle/Weber, Barwerttafeln und Berechnungsprogramme/tables et programmes de capitalisation, 6a edizione, pag. 429, Tavola Z3) almeno CHF 4880.00 mensili.
Pertanto si può stimare che al pensionamento la moglie fruirà di entrate per complessivi CHF 7’505.00 mensili (CHF 2’000.00 + CHF 250.00 + CHF 375.00 + CHF 4’880.00) e per vedersi garantire il proprio debito mantenimento di CHF 8’875.00 mensili le mancheranno in conclusione CHF 1’370.00 mensili (CHF 8’875.00 ./. CHF 7’505.00), importo che è stato messo a carico del marito, il quale verosimilmente potrà essere in misura di pagarlo, pur restando salva la possibilità per quest’ultimo di poter sempre chiedere una modifica del contributo alimentare ex art. 129 cpv. 1 CC.

Da notare che il Tribunale d’appello nei considerandi della decisione ha rilevato anche che per il calcolo del contributo di mantenimento ex art. 125 CC, in assenza di indicazioni più precise sul tenore di vita coniugale prima della separazione, gli accertamenti esperiti in procedura di misure a tutela dell’unione coniugale costituiscono pur sempre - nonostante la mera verosimiglianza - un punto di riferimento oggettivo (RTiD II-2004, consid. 4d, pag. 582, RTiD I-2005, pag. 778; I CCA 11.2009.179, consid. 10c, del 17 luglio 2013). Naturalmente qualora nella susseguente causa di divorzio simile tenore di vita sia litigioso, spetta al coniuge che si avvale di quei dati addurre gli elementi indispensabili per confermarli anche nel quadro di un pieno potere cognitivo (I CCA 11.2016.44, consid. 4b, del 19 ottobre 2016). In una causa di merito la verosimiglianza non è più sufficiente. Spetta pertanto al coniuge creditore del contributo alimentare dimostrare il tenore di vita sostenuto durante la comunione domestica. Poco importa che nella procedura di misure a tutela dell’unione coniugale il coniuge debitore non abbia contestato determinate voci di spesa: ciò non gli preclude la facoltà di muovere obiezioni alle medesime voci di spesa nella causa di divorzio.

Data creazione: 16 giugno 2017
Data modifica: 16 giugno 2017

Alimenti per i figli, calcolo con il contributo di accudimento

Caso 403, 1 giugno 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Come si calcola il contributo di accudimento nell’ambito della commisurazione degli alimenti per i figli minorenni?

In una sentenza del 3 febbraio 2017 il Kantonsgericht del Canton Zugo ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il 3 maggio 2013 è stata accertata giudizialmente la paternità di un bambino nato il 30 giugno 2011. A carico del padre è stato fissato un contributo di mantenimento a favore del figlio di CHF 300.00 mensili dal 1° maggio 2013. Il 15 giugno 2016 la madre, previa procedura di conciliazione obbligatoria, ha avviato una procedura di modifica del contributo alimentare, chiedendone un aumento. La causa è in seguito approdata Kantonsgericht (di Zugo).

Il 1° gennaio 2017 è entrata in vigore la modifica legislativa relativa alla commisurazione del contributo di mantenimento a favore dei figli minorenni, equiparando la posizione di quelli nati all’interno di un matrimonio con quelli nati fuori da un matrimonio. Il nuovo diritto si applica anche alle cause pendenti fino a decisione del Tribunale Cantonale, pertanto alla presente fattispecie si applica il nuovo diritto. Mentre il fabbisogno in denaro cresce con l’incremento dell’età, il contributo di accudimento si riduce sulla base della riduzione del bisogno di accudimento con l’avanzamento dell’età. Di conseguenza, per la commisurazione del contributo di mantenimento devono essere determinate diverse fasi. La legge non ha previsto il metodo di calcolo concreto. Fino al 31 dicembre 2016 le tabelle di Zurigo erano un possibile criterio di calcolo, pur adattate al singolo caso. Nulla impedisce di considerare tali tabelle, adeguate dal 2017 al nuovo diritto, anche a partire dal 1° gennaio 2017, ma occorre d’altra parte capire quali possono essere i bisogni concreti di un bambino, nel caso concreto di 5 anni, nonché il tenore di vita e le possibilità economiche dei genitori (cfr. sentenza TF 5A_462/2010, consid. 4.2., del 24 ottobre 2011, considerando non pubblicato nella sentenza DTF 137 III 586 e sentenza TF 5A_671/2014, consid. 5.1, del 5 giugno 2015). Occorre poi considerare delle ipotesi per il futuro, ad es. sull’ipotetico reddito futuro dei genitori (cfr. sentenza TF 5A_579/2011, consid. 2.1., del 27 settembre 2011).

La ricorrente ritiene corretto far riferimento alle tabelle di Zurigo, mentre il padre del minore accenna, ma solo in un primo tempo, al metodo secondo la percentuale di stipendio del genitore (dal 10% al 15% del reddito per ciascun figlio). Orbene, dal 1° gennaio 2017 il metodo di calcolo secondo la percentuale dello stipendio del genitore è da abbandonare definitivamente: d’altra parte il Canton Zugo (e anche il Canton Ticino, n.d.r.) non lo applicava. Pertanto, secondo il Tribunale cantonale di Zugo, con il nuovo diritto si può far riferimento ancora alle Tabelle di Zurigo (ed è ciò che farà verosimilmente anche il Canton Ticino, n.d.r.).

Per il contributo di custodia, entrambe le parti concordano che occorre considerarlo al 100% fino all’inizio delle scuole elementari, al 50% successivamente fino all’inizio delle scuole medie e dopo pari allo 0%.
Nel caso concreto le scalarità del contributo di mantenimento dovranno essere le seguenti:

  • dal 1° gennaio 2017 fino all’inizio delle scuole elementari;
  • dall’inizio delle scuole elementari fino al pensionamento del padre (fine gennaio 2024);
  • dal 1° febbraio 2024 all’inizio delle scuole medie;
  • successivamente fino almeno ai 18 anni e anche oltre fino al termine della prima formazione condotta in tempi regolari.

Secondo le tabelle di Zurigo edite al 1° gennaio 2017 un bambino di 5 anni ha un costo di CHF 1’031.00 mensili + assegni famigliari (in seguito “AF”). La madre non svolge alcuna attività lavorativa ed è a carico dell’assistenza pubblica, per cui il contributo di mantenimento in denaro, così come pure il contributo di custodia, sono a carico del padre. Per calcolare il contributo di custodia occorre considerare i costi del fabbisogno minimo della madre, ciò che corrisponde al minimo esistenziale allargato del diritto di famiglia, tra cui l’importo base del minimo esistenziale di CHF 1’350.00, i costi di alloggio (dedotti quelli per il figlio) di CHF 1’265.00 (CHF 1’750.00 ./. CHF 485.00 quota parte del figlio), il premio di cassa malati di CHF 350.00, le imposte di CHF 100.00 (anche se va detto che se la madre è in assistenza non pagherà imposte, n.d.r.) e le ev. spese di comunicazione e di trasporto (nel caso concreto CHF 0.00) per un totale di CHF 3’065.00 mensili.
D’altra parte occorre tuttavia verificare se il padre ha la disponibilità economica di pagare l’importo di CHF 1’031.00 mensili otre AF di CHF 200.00 di parte in denaro + CHF 3’065.00 di contributo di custodia, per un totale di CHF 4’296.00. Il suo reddito è stato calcolato in CHF 8’300.00 mensili + AF, mentre il suo fabbisogno allargato del diritto di famiglia in CHF 4’519.00 mensili, di cui CHF 1’200.00 di minimo esistenziale, CHF 1’800.00 di pigione, CHF 338.00 di cassa malati, CHF 220.00 per ulteriori costi di salute, CHF 61.00 di spese di comunicazione, CHF 200.00 di spese di trasporto e CHF 700.00 di imposte. Quindi mensilmente il padre ha un’eccedenza pari a ca. CHF 4’000.00 (AF compresi) e questa eccedenza è quanto egli deve mettere a disposizione per il mantenimento del figlio, ritenuto che il contributo in denaro pari a CHF 1’031.00 + AF è prioritario rispetto al contributo di custodia. Pertanto il padre è stato obbligato al pagamento del mantenimento del figlio a partire dal 1° gennaio 2017 fino all’inizio delle scuole elementari pari a CHF 1’031.00 + AF, così come al pagamento di CHF 2’769.00 mensili di contributo di custodia, ritenuto che per quest’ultimo si constata dunque un ammanco di CHF 296.00 mensili (cfr. art. 301a let. c CPC).
Dall’inizio delle scuole elementari fino al 31 gennaio 2014 (pensionamento del padre) l’importo in denaro previsto dalle tabelle di Zurigo è di CHF 1’281.00 + AF; ritenuto che a partire da questa età si può pretendere che la madre svolga un’attività 50%, si devono considerare dei costi di custodia pari a CHF 300.00 mensili. L’importo totale degli alimenti di CHF 1’581.00 + AF va pagato - come era previsto secondo il diritto in essere fino al 31 dicembre 2016 - dai genitori in proporzione alle rispettive disponibilità (reddito dedotto il fabbisogno).
La madre, in base alle statistiche citate dal Tribunale cantonale, avrebbe una potenzialità di reddito del 50% (pari a CHF 1’500.00 mensili) e pertanto il contributo di custodia ammonterebbe a CHF 1’533.00 mensili, cifra che le permetterebbe di coprire appena il proprio fabbisogno minimo, senza che si possa pretendere dalla medesima una partecipazione in denaro. Relativamente al contributo di custodia le parti concordano che dall’inizio delle scuole elementari alla madre vada considerata un’attività lavorativa al 50%. Il contributo di custodia ammonta dunque a CHF 1’533.00 mensili, ritenuto che la riduzione del contributo di custodia deve essere considerato forfettariamente in percentuale (50% di CHF 3’065.00), indipendentemente dal redito effettivo. Pertanto, dall’inizio delle scuole elementari (7 anni, agosto 2018) fino al 31 agosto 2024, il contributo di mantenimento ammonta a CHF 3’314.00 mensili (CHF 1’581.00 di contributo in denaro, oltre a CHF 200.00 mensili di AF e CHF 1’533.00 mensili di contributo di custodia). Ancora una volta occorre valutare se il padre sia in grado di pagare tale cifra. Orbene, il suo reddito è sempre di CHF 8’300.00 mensili, mentre il suo fabbisogno è stato ritenuto in CHF 4’669.00 mensili, con un’eccedenza (disponibilità del padre) di CHF 3’831.00 mensili (compresi AF), per cui egli è in grado di pagare l’ammontare di CHF 3’114.00 + AF, di cui CHF 1’581.00 + AF di contributo in denaro e CHF 1’533.00 mensili di contributo di custodia.
Il successivo periodo si riferisce a quello dal 1° febbraio 2024 (pensionamento del padre), fino all’inizio delle scuole medie del figlio (previsto per agosto 2024), momento in cui il contributo di custodia viene a cadere. L’ammontare del contributo alimentare ammonterà sempre a CHF 3’314.00 mensili, ma le entrate del padre si saranno riotte: egli beneficerà di una rendita AVS di CHF 2’350.00 mensili e una rendita completava per figli pari a CHF 940.00 mensili. Egli percepirà anche una rendita pensionistica di CHF 2’017.00 mensili, senza alcuna rendita completava per figli. L’ammontare complessivo delle sue entrate dal 1° febbraio 2014 sarà dunque di CHF 5’307.00 mensili complessivi. Con l’età pensionistica il suo fabbisogno sarà tuttavia ridotto a CHF 4’300.00 mensili, ciò che gli permetterà di avere un’eccedenza (disponibilità) pari a CHF 1’000.00 mensili ca., ciò che dovrà mettere a disposizione per il mantenimento del figlio e comporterà un ammanco sul contributo in denaro di CHF 781.00 mensili (CHF 1’781.00 ./. CHF 1’000.00) e sul contributo di custodia di CHF 1’533.00 mensili. Egli dovrà pagare la rendita completava AVS (CHF 940.00 mensili) e ulteriori CHF 60.00 mensili per arrivare a CHF 1’000.00 mensili.
L’ultimo periodo va dall’inizio delle scuole medie (agosto 2024) fino ai 18 anni di età, rispettivamente fino al termine regolare di una prima formazione del figlio. In questa fase l’ammontare del fabbisogno del figlio secondo le tabelle di Zurigo ammonta a CHF 1’581.00 + AF mensili. Vista l’età del figlio non vi sono altri costi da aggiungere. Il fabbisogno va coperto da entrambi i genitori. Dall’inizio delle scuole medie va pretesa dalla madre un’attività lavorativa a tempo pieno e non può più essere riconosciuto alcun contributo di custodia. Nonostante l’attività lavorativa a tempo pieno della madre il reddito di CHF 3’000.00 mensili non coprirà tuttavia il suo fabbisogno. D’altra parte l’eccedenza del padre per tale periodo, abbiamo visto, ammonterà a CHF 1’000.00 mensili, ed è questo l’importo che andrà destinato al mantenimento del figlio.


La sentenza cantonale di cui sopra merita almeno due considerazioni sintetiche:

  • viene abbassata l’età a partire dalla quale si può pretendere da parte del genitore affidatario un’attività lavorativa al 50%, rispettivamente al 100%. Se prima si parlava dei 10/16 anni, oggi si ritengono i 6 o 7/11 anni (cfr. caso 055 e DTF 115 II 6);
  • le spese che copre il contributo di custodia sono quelle pari al fabbisogno minimo allargato del diritto di famiglia del genitore affidatario.

 

Da notare che il Kantonsgericht del Canton San Gallo ha recentemente deciso di adottare il seguente metodo: il contributo di custodia ammonterebbe ad un importo forfetario di CHF 2’800.00 mensili per una custodia al 100% (CHF 2’600.00 se la famiglia vive in campagna), ciò che corrisponderebbe ai costi medi di un’economia domestica; la regola dei 10/16 anni di età del figlio minore per poter pretendere dal genitore affidatario un’attività lavorativa dapprima al 50% e poi al 100% andrebbe modificata e applicata la seguente regola: fino al 6° anni di età nessuna attività lavorativa, dopo fino al 12° anno di età un’attività lavorativa al 35% e in seguito fino al 16° anno di età del 55%, per poi da tale età decadere la possibilità di calcolare il contributo di custodia. Tale contributo di custodia sarebbe dunque di CHF 2’800.00 mensili fino al 6° anno di età del figlio minore, di CHF 1’820.00 (65% di CHF 2’800.00) dal 6° al 12° anno di età e di CHF 1’260.00 (45% di CHF 2’800.00) dal 12° al 16° anno di età: cfr. sentenza del 15 maggio 2017 del Kantonsgericht del Canton San Gallo, FO.2016.5.

Sempre a livello cantonale occorre segnalare che il Kantonsgericht del Canton Lucerna nella sua sentenza del 9 maggio 2017 (LGVE 2017 II Nr. 4) ha considerato che il contributo di custodia corrisponde al fabbisogno minimo allargato del genitore affidatario e ha ritenuto non più applicabile la giurisprudenza del Tribunale federale che fa riferimento all’obbligo di lavorare per il genitore affidatario al 50% dal 10mo anno di età e al 100% dal 16esimo anno di età del figlio (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2), stabilendo per contro l’obbligo del 50% dal 7mo al 12mo anno di età, del 75% dal 12mo al 16mo anno di età del figlio e in seguito al 100%.

Il Kantonsgericht di Friburgo nella sua sentenza del 27 marzo 2017 (101 2016 317) ha anch’egli considerato l’ammontare del contributo di custodia pari alla copertura del fabbisogno minimo del genitore affidatario e pure rimesso in discussione il fatto che la giurisprudenza del Tribunale federale dei 10/16 anni per il compunto di un’attività lavorativa dapprima al 50% e poi al 100% del genitore affidatario (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2), facendo piuttosto riferimento al fatto che l’attività al 100% del genitore affidatario possa essere pretesa già dai 10 o 12 anni del figlio.

Data creazione: 1 giugno 2017
Data modifica: 13 agosto 2017

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