Altri aspetti finanziari

Quale è la data determinante per la divisione della cassa pensioni nel caso in cui la procedura di divorzio era già pendente al 01.01.2017?

Caso 415, 1 dicembre 2017 << caso precedente | caso successivo >>

In una sentenza del 22 settembre 2017 la Prima Camera Civile del Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Ai fini del giudizio è determinante per entrambi i coniugi, in materia di previdenza professionale, il giorno in cui la petizione di divorzio è stata introdotta e ciò anche nel caso in cui l’introduzione risalga ad un periodo precedente l’entrata in vigore della nuova legge del 01.01.2017.

Sentenza I CCA 11.2015.92

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati nel 1983. Dal matrimonio non sono nati figli. Il marito lavora in Banca, mentre la moglie è venditrice.
Il 10 dicembre 2012 il marito ha inoltrato una petizione unilaterale di divorzio; tra le sue domande vi è la richiesta di suddivisione degli averi previdenziali accumulati dai coniugi durante il matrimonio. Il 18 febbraio 2013 alla moglie è stata riconosciuta una mezza rendita AI retroattivamente dal 1° marzo 2010. Il 3 marzo 2014 anche la Cassa pensioni della moglie le ha riconosciuto una mezza rendita di invalidità retroattivamente dal 2 ottobre 2013.
Il 29 settembre 2015 il Pretore ha pronunciato il divorzio e regolamentato le relative conseguenze accessorie. Il marito è stato segnatamente obbligato a versare alla moglie l’importo di CHF 104’510.20 su un ordinario conto di risparmio a titolo di conguaglio previdenziale.
Contro tale sentenza è insorto il marito al Tribunale d’appello. Dapprima egli ha chiesto, tra l’altro, di fissare in CHF 500.00 mensili l’indennità dovuta alla moglie a titolo di previdenza professionale e postulando subordinatamente che l’indennità di CHF 104’510.20 fosse messa a carico della Fondazione di previdenza della Banca, da accreditare su un conto di libero passaggio della moglie. Tenuto conto dell’entrata in vigore al 1° gennaio 2017 della nuova legge sulla regolamentazione della divisione della prestazione di libero passaggio in caso di divorzio e segnatamente visto l’art. 407b cpv. 2 CPC il marito ha modificato le proprie richieste di giudizio ed ha limitato la propria proposta ad un versamento da parte della sua cassa pensioni su un conto di libero passaggio della moglie dell’importo di CHF 85’365.17.

Ai sensi dell’art. 407b cpv. 2 CPC, le parti possono presentare nuove conclusioni sulle questioni toccate dal cambiamento del diritto applicabile. Per tale motivo il ricorrente ha legittimamente postulato le sue nuove richieste in materia di previdenza professionale.

Il Pretore aveva calcolato l’importo di CHF 104’510.20 a carico del marito e a favore della moglie in base all’allora applicabile art. 124 CC. Il marito nel suo gravame indica che con il nuovo diritto fa stato l’ammontare delle rispettive prestazioni d’uscita alla data di inoltro della procedura di divorzio, vale a dire al 10 dicembre 2012 ed in quella data il marito risultava aver accumulato una prestazione di uscita di CHF 250’317.35 (invero la valuta era del 30 novembre 2012) e la moglie di CHF 79’587.00 (invero la valuta era del 1° gennaio 2013), pertanto fatte le debite compensazioni l’importo da lui dovuto era di CHF 85’365.17 (CHF 250’317.35 - CHF 79’587.00 = CHF 170’730.35 : 2 = CHF 85’365.17).

Il 1° gennaio 2017 è entrata in vigore la modifica del Codice Civile Svizzero sul conguaglio della previdenza in caso di divorzio e la nuova legge prevede il conguaglio dei diritti alla previdenza acquisiti durante il matrimonio anche nel caso in cui uno dei coniugi percepisca già una rendita di invalidità o di vecchiaia al momento in cui è promossa l’azione di divorzio (per quanto non abbia ancora raggiunto l’età del pensionamento: art. 124 CC). Inoltre essa dispone il conguaglio delle prestazioni acquisiste dalla celebrazione del matrimonio fino al momento in cui è promossa la causa di divorzio (art. 122 CC) e non più fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza. Dal profilo processuale è decisivo così il momento della litispendenza secondo l’art. 62 CPC. Il nuovo diritto è applicabile anche alle cause pendenti al momento della sua entrata in vigore (art. 7dbis tit. fin. CC, art. 407b cpv. 1 CPC).

Nel caso concreto il Tribunale d’appello ha dato ragione al marito appellante, il quale sosteneva che ai fini del giudizio fosse determinante per entrambi i coniugi il giorno in cui la petizione di divorzio è stata introdotta, vale a dire il 10 dicembre 2012. A quel momento la moglie non era ancora stata ancora dichiarata invalida dal suo istituto previdenziale, il quale le ha riconosciuto il diritto ad una mezza rendita unicamente il 3 marzo 2014, che se retroattivamente dal 2 ottobre 2013. D’altra parte è ininfluente un caso di previdenza che si verifica durante la causa di divorzio (cfr. Grütter, Der neue Vorsorgeausgleich im Überblick, in: FamPra.ch 2017, pag. 133). Pertanto nel caso concreto il riparto delle prestazioni di uscita fra i coniugi è stato effettuato secondo la regola ordinaria dell’art. 123 cpv. 1 CC (divisione a metà delle prestazioni acquisite) e non secondo la norma particolare dell’art. 124 cpv. 1 CC (che disciplina l’eventualità in cui sia già sopraggiunto un caso di previdenza).

Il Tribunale d’appello - invero senza neppure porsi una domanda se non fosse il caso di ritenere determinante la data della divisione all’entrata in vigore del nuovo diritto, vale a dire al 1° gennaio 2017 - ha accolto la censura del marito e ritenuto i dati previdenziali dei coniugi “sufficientemente vicini alla data del 10 dicembre 2012” per accogliere la richiesta di conguaglio di CHF 85’365.17 in favore della moglie, così come calcolato dal marito. D’altra parte risultano anche agli atti le rispettive dichiarazioni di attuabilità dei due istituti previdenziali, pertanto il ricorso del marito su tale specifico punto è stato accolto.

La sentenza è cantonale e alla data di pubblicazione del presente caso (01.12.2017) a chi scrive non è ancora nota alcuna giurisprudenza del Tribunale federale in materia.

Data creazione: 1 dicembre 2017
Data modifica: 1 dicembre 2017

Applicazione concreta del calcolo delle indennità previste agli art. 165 cpv. 1 CC e art. 165 cpv. 2 CC

Caso 405, 1 luglio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni le indennità previste agli art. 165 cpv. 1 CC e art. 165 cpv. 2 CC sono applicabili e come vengono calcolate?

In una sentenza del 19 settembre 2016 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati a Lugano nel 1986, adottando il regime della separazione dei beni. Dal matrimonio sono nate due figlie, ormai maggiorenni. Le parti vivono separate di fatto dal 2005. Il 4 aprile 2007 il marito ha avviato la procedura di divorzio unilaterale. Esperita l’istruttoria, la sentenza è stata emanata il 22 settembre 2014. Il primo giudice ha tra l’altro ingiunto alla moglie di versare al marito CHF 100’000.00 con interessi in restituzione di un mutuo e CHF 70’000.00 con interessi a titolo di indennità fondata sull'art. 165 cpv. 2 CC. Contro tale sentenza la moglie è insorta al Tribunale d’appello.

Riguardo al mutuo di CHF 100’000.00 che il marito ha concesso alla moglie la moglie ha opposto in compensazione di avere eseguito in favore del coniuge tutta una serie di pagamenti dalle causali più disparate, quali ad es. la casa malati della famiglia, fatture di garage, orario del medico del marito, viaggi, vacanze, ristoranti, acquisti di vestiti, benzina, III° pilastro del marito, imposte di quest’ultimo, ecc. Il Pretore ha ritenuto tuttavia che nessuno di quei versamenti potesse essere compensato con il mutuo di CHF 100’000.00, trattandosi di spese che rientravano nell'ordinario mantenimento della famiglia (art. 163 CC).
Per quanto concerne l’importo di CHF 70’000.00 la moglie ha contestato l’adempimento delle condizioni alla base dell’art. 165 cpv. 1 CC.

Prestito di CHF 100’000.00
L’art. 165 cpv.  2 CC prevede de che il coniuge ha diritto ad una equa indennità qualora con il suo reddito o la sua sostanza, abbia contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevolmente superiore a quanto era tenuto. L'indennità dell'art. 165 cpv. 2 CC va definita sulla base degli accordi intercorsi fra i coniugi circa il riparto dei compiti assunto all'interno della coppia, in modo da valutare se il coniuge in questione abbia davvero contribuito al mantenimento della famiglia in misura notevol­mente superiore a quanto era tenuto secondo gli accordi. Se non risultano accordi, l'eventuale indennità va determinata in base a criteri oggettivi, indipendentemente dal fatto che un coniuge si rendesse conto o no della partecipazione finanziaria “notevolmente” superiore prestata dall'altro rispetto agli obblighi imposti dal diritto matrimoniale. È necessario dunque valutare in ogni singolo caso la natura e l'entità del contributo pecuniario (o della collaborazione professionale) prestate da quel coniuge, confrontandole con le altre prestazioni fornite come contributo ordinario al mantenimento della famiglia. Per determinare un'equa indennità fondata sul­l'art. 165 cpv. 2 CC occorre conoscere quale era il fabbisogno ordinario della famiglia durante la vita in comune. Sapere se un coniuge abbia contribuito al fabbisogno familiare “in misura notevolmente superiore” rispetto a quanto sarebbe stato tenuto implica accertare, di conseguen­za, a quanto ammontasse mediamente il fabbisogno della famiglia nel caso specifico e in che modo tale fabbisogno fosse finanziato. Mancando un simile termine di riferimento, non è possibile stabilire se un coniuge abbia davvero contributo in misura superiore – né tanto meno notevolmente superiore – al dovuto.
Orbene, nel caso concreto il Tribunale d’appello ha rilevato che i dati sul fabbisogno minimo delle parti calcolato dal Pretore si riferiscono al periodo successivo la separazione di fatto e tutto si ignora sulla proporzione in cui durante la comunione domestica i coniugi sovvenzionassero il fabbisogno della famiglia. Il mero fatto di contribuire al sostentamento della famiglia non dà diritto di per sé a crediti compensativi, nemmeno se i coniugi vivono nella separazione dei beni, a meno che costoro si siano accordati in tal senso. Su questo punto l’appello è stato respinto.

Indennità di CHF 70’000.00
Il coniuge che ha collaborato alla professione o nell'impresa dell'altro in misura notevolmente superiore al contributo che gli incombe per il mantenimento della famiglia ha diritto a un'equa indennità (art. 165 cpv. 1 CC). La collaborazione del coniuge è “notevolmente superiore” quando equivale, in sostanza, al­l'esecuzione di compiti da parte di un lavoratore stipendiato (DTF 120 II 280 consid. 6a; sentenza TF 5A_642/2011 del 14 marzo 2012, consid. 4.2.1). L'indennità si giustifica soprattutto quando il coniuge che collabora nella professione dell'altro non partecipa ai benefici del lavoro di lui, in specie se i coniugi hanno adottato la separazione dei beni. I salari di categoria, comprese le quote delle assicurazioni sociali, costituiscono un punto di partenza, ma vanno commisurati alle circostanze concrete (I CCA 11.2012.37, consid. 8b con rinvii, del 13 ottobre 2014; sentenza TF 5A_642/2011, consid. 5.2, del 14 marzo 2012).
Un coniuge che, oltre a svolgere la propria attività lucrativa a tempo pieno, collabora per circa quattro ore la settimana sull'arco di dieci anni – come ha fatto il marito nel caso concreto – in mansioni amministrative o commerciali alla professio­ne dell'altro contribuisce al mantenimento della famiglia non solo in misura superiore, ma in misura notevolmente superiore a quanto gli impone l'art. 163 cpv. 1 CC. Diversamente da quanto si è visto per il contributo in denaro della moglie (art. 165 cpv. 2 CC), il quale non può essere definito “notevolmente superiore” agli obblighi derivanti dal matrimonio in mancanza di ogni termine di riferimento circa il reciproco finanziamento del fabbisogno familiare durante la vita in comune, per quanto riguarda la collaborazione professionale del marito il quadro è chiaro: tra il 1994 e il 2004 entrambi i coniugi hanno lavorato a tempo pieno, ma oltre all'attività a tempo pieno il primo ha fornito una prestazione lavorativa di circa quattro ore settimanali a sussidio dell’altro. Il Pretore ha ritenuto equo l'ammontare dell'indennità chiesta dal marito (CHF 70’000.00), rilevando che tale somma corrisponde a una retribuzione di CHF 35.00 orari (per 2000 ore di lavoro), ciò che il Tribunale d’appello ha ritenuto adeguato per il lavoro svolto dal marito; per di più, come ricorda il Pretore, il marito non profitta dei benefici del lavoro svolto partecipando alla liquidazione del regime matrimoniale, i coniugi avendo adottato la separazione dei beni.
Pertanto, anche su questo punto l’appello è stato respinto.

Data creazione: 1 luglio 2017
Data modifica: 1 luglio 2017

Tassazione dei coniugi, partenza del marito per l’estero

Caso 396, 16 febbraio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Quando i coniugi vanno tassati separatamente qualora uno di essi si sia trasferito all’estero, mentre l’altro abbia continuato ad abitare in Svizzera?

In una sentenza de 3 marzo 2016, la Camera di Diritto Tributario del Tribunale d’appello del Cantone Ticino ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi sono sposati dal 1980 ed hanno ha stabilito il loro domicilio in Svizzera. Il 31 ottobre 2010 il marito ha annunciato la sua partenza per l’estero. L’allora rappresentante dei contribuenti ha comunicato con scritto del 19 maggio 2014 all'Ufficio di tassazione che in seguito al trasferimento del marito all’estero, i coniugi avevano “deciso di vivere separati di fatto senza decisione giudiziaria”. Il marito si è inoltre impegnato a garantire alla moglie i fondi necessari per mantenere lo stesso stile di vita.
Notificando alla moglie la tassazione 2012, con decisione del 5 giugno 2014, l’Ufficio di tassazione ha commisurato un reddito imponibile superiore rispetto a quanto dichiarato, aggiungendo un reddito d’altra fonte e spiegando che si trattava di “prestazioni valutabili in denaro o reddito d’altra fonte stabiliti per insufficienza di disponibilità finanziaria”. La contribuente ha contestato l’imposizione di altri redditi oltre a quanto dichiarato, ma l’Ufficio di tassazione ha confermato la propria decisione. Così la moglie ha presentato appello alla Camera di diritto Tributario.

Secondo l’art. 9 cpv. 1 LIFD e 8 cpv. 1 LT, il reddito e la sostanza di coniugi non separati legalmente o di fatto sono cumulati, qualunque sia il regime dei beni. In caso di divorzio o di separazione legale o di fatto, per contro, ogni coniuge è tassato individualmente per tutto il periodo fiscale. Secondo la Circolare n. 30 dell’Amministrazione federale delle contribuzioni del 21 dicembre 2010, i criteri determinanti per procedere ad una tassazione indipendente dei coniugi che vivono separati sono i seguenti:

  • assenza di un’abitazione coniugale (art. 162 CC), sospensione della comunione domestica (art. 175 CC), esistenza di un domicilio proprio per ogni coniuge (art. 23 CC);
  • non esiste più una comunione economica per l’abitazione e il mantenimento;
  • in pubblico la coppia non si presenta più unita;
  • la separazione deve essere duratura (almeno un anno) oppure terminare con lo scioglimento del matrimonio.

Il Tribunale federale ha stabilito che i presupposti menzionati sono cumulativi e che in ogni caso deve esservi stata la sospensione della comunione domestica ed i mezzi finanziari non devono più essere impiegati in comune (sentenza TF 2A.432/2004 del 16 dicembre 2004 consid. 3.2; v. anche sentenza TF 2A.458/2006 del 18 dicembre 2006 consid. 3.1). La prova dell’adempimento delle condizioni per una tassazione separata è a carico del contribuente.

Venendo al caso in esame, la situazione familiare ed economica dei coniugi è stata considerata tutt’altro che chiara. Infatti a dire dell’Autorità di tassazione esisterebbe tutt’oggi una comunione economica malgrado la “separazione di fatto” dovuta all’obbligo del marito di risiedere all’estero per motivi professionali. Quest’ultimo rientrerebbe sovente in Ticino e la separazione solo provvisoria.

Il fatto che un contribuente annunci all’autorità comunale di aver trasferito il proprio domicilio altrove non ha alcun effetto immediato sull’assoggettamento fiscale. Secondo la giurisprudenza il domicilio di una persona si trova nel luogo in cui è situato, di fatto, il centro dei suoi interessi vitali. Esso si determina in base all’insieme delle circostanze oggettive ed esteriori, dalle quali si possono dedurre tali interessi, e non dai semplici desideri espressi dal contribuente. Il domicilio fiscale non può quindi essere scelto liberamente; una preferenza soltanto affettiva per un luogo piuttosto che per un altro non entra in considerazione (DTF 138 II 300). Se si trasferisce all’estero, il contribuente deve continuare a pagare l’imposta federale diretta fintantoché non provi di avere costituito un nuovo domicilio fiscale all’estero. Questo significa che l’esistenza di un nuovo domicilio o di una dimora all’estero (ciò che è equivalente sul piano dell’assoggettamento) sarà ammessa solo nel caso in cui l’interessato paghi delle imposte in quel luogo o ne sia esentato (sentenza TF 2A.475/2003 del 26 luglio 2004).
In applicazione analogica della regola generale prevista dall’art. 8 CC, nella procedura fiscale l’onere della prova è ripartito nel senso che l’autorità fiscale è tenuta a dimostrare l’esistenza di elementi che fondano o aumentano l’onere fiscale, mentre è a carico del contribuente la prova di quei fatti che concorrono ad escludere o a ridurre il debito verso l’erario (DTF 133 II 153 e DTF 121 II 257). Di principio, la prova del domicilio fiscale spetta quindi all’autorità di tassazione, trattandosi di un elemento costitutivo dell’imposta (art. 123 cpv. 1 LIFD).
Il contribuente ha un dovere di collaborazione (art. 124 segg. LIFD) che gli impone in particolare di dimostrare il trasferimento di domicilio. A tal fine non deve solo comprovare il definitivo scioglimento dei legami con il precedente domicilio, ma deve anche esporre le circostanze che hanno portato alla fondazione di un nuovo domicilio altrove (DTF 138 II 300 consid. 3.4; v. anche sentenza TF 2C_472/2010 del 18 gennaio 2011 consid. 2.2).

Nel caso concreto qualora il marito avesse mantenuto il proprio domicilio presso quello della moglie, la comunione domestica tra i coniugi risulterebbe pacifica. Ma anche qualora fosse resa verosimile l’esistenza di un nuovo domicilio all’estero, rispettivamente comprovata l’assenza di un domicilio in Svizzera, occorrerà comunque partire dal principio che i coniugi continuano a condurre una vita in comune, in considerazione del fatto che la tassazione separata dei coniugi è un’eccezione, che sottostà a precise condizioni cumulative, che nella presente fattispecie non sono tutte adempiute. La scala delle aliquote applicabile è conseguentemente quella più favorevole riservata ai contribuenti coniugati, così come richiesto dalla ricorrente. D’altra parte, contrariamente a quanto sembra sostenere nel gravame, si giustifica il cumulo dei fattori imponibili, sia che il marito abbia mantenuto il proprio domicilio fiscale nel comune svizzero, sia che lo abbia effettivamente trasferito all’estero. Certo, quando i coniugi sono domiciliati l’uno in Svizzera e l’altro all’estero, solo il primo è assoggettato illimitatamente in Svizzera. Fintanto che continuano ad avere una vita in comune, il coniuge domiciliato in Svizzera è tuttavia imposto sul proprio reddito all’aliquota corrispondente alla totalità dei loro redditi, applicando la scala delle aliquote riservata ai coniugi viventi in comunione domestica.

Spetterà all’autorità di tassazione determinare la situazione patrimoniale del marito, sia esso considerato residente nel Canton Ticino (ai fini del computo globale del reddito e della sostanza imponibili) oppure all’estero (ai fini del calcolo delle aliquote applicabili). A tal fine in virtù della massima ufficiale, l’autorità di tassazione potrà procedere a tutte le indagini che reputerà necessarie per provare la credibilità delle indicazioni dei contribuenti, mentre a questi ultimi è imposto l’obbligo di fare tutto il necessario per consentire una tassazione completa ed esatta (art. 200 LT; art. 126 cpv. 1 LIFD). In caso contrario l’autorità potrà procedere ad una stima dei redditi e della sostanza del marito, conformandosi agli indispensabili criteri di prudenza che devono sempre essere tenuti presenti in procedimenti del genere ma evitando nel contempo di scegliere, in caso di dubbio, la soluzione più favorevole al contribuente.

La decisione impugnata è stata annullata e gli atti rinviati all’Ufficio di tassazione perché emetta delle nuove decisioni motivate, dopo avere esperito gli accertamenti indicati sopra.

Data creazione: 16 febbraio 2017
Data modifica: 19 febbraio 2017

Consenso del coniuge alla messa a pegno dell'abitazione famigliare

Caso 395, 1 febbraio 2017 << caso precedente | caso successivo >>

Quando occorre il consenso del coniuge per gravare di un'ipoteca l'abitazione famigliare?

In una sentenza del 10 novembre 2016 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La Banca promuove un’esecuzione in via di realizzazione del pegno nei confronti di una debitrice; il precetto esecutivo viene notificato anche al marito, il quale non aveva dato il consenso alla messa a pegno del fondo, costituente abitazione coniugale. A seguito dell’opposizione sollevata dai coniugi al precetto esecutivo, la Banca ha inoltrato al Giudice un’istanza di rigetto provvisorio dell’opposizione, istanza che viene accolta in prima sede e confermata dall’autorità superiore cantonale. I coniugi hanno dunque ricorso al Tribunale federale.

Ai sensi dell’art. 153 cpv. 2 let. b. LEF il precetto esecutivo è notificato anche al coniuge del debitore se il fondo pignorato costituisce abitazione familiare (art. 169 CC); ciò permette al coniuge di acquisire la qualità di coescusso, con la possibilità di contestare la messa a pegno se non vi è stato il suo consenso ai sensi dell’art. 169 cpv. 1 CC. Giusta tale norma, un coniuge non può, senza l'esplicito consenso dell'altro, limitare con dei negozi giuridici i diritti inerenti all'abitazione famigliare. L’assenza di tale consenso rende nullo (nullità assoluta) l’atto in questione: in presenza di costituzione di pegni immobiliari a dipendenza delle circostanze il consenso del coniuge può essere necessario. Orbene, dato che il senso della norma è di proteggere l’uso dell’abitazione coniugale, secondo il Tribunale federale in caso di pegno immobiliare occorre verificare se esista un rischio oggettivamente importante che si possa arrivare alla vendita in tempi brevi oppure se l’unico obiettivo di chi costituisce il pegno sembra quello di eludere l’art. 169 CC o si sia in presenza di un abuso di diritto.

Seguendo la dottrina dominante il Tribunale federale ritiene che il consenso del coniuge è di regola necessario se l’onere ipotecario supera i 2/3 del valore venale del fondo. La frazione di 2/3 non è tuttavia necessariamente determinante: il consenso coniugale è ad es. ancora necessario se è palese che la situazione finanziaria del coniuge debitore non gli permetterà di far fronte al pagamento degli oneri ipotecari o anche quando l’abitazione coniugale si trovi in pericolo per qualche motivo legato al credito ipotecario: ciò è ad es. il caso quando il coniuge debitore non può o non può più rimborsare il debito o concludere un altro contratto ipotecario in caso di disdetta da parte del creditore del contratto ipotecario. Lo stesso vale se il coniuge proprietario, che ha l’intenzione di provocare la messa in vendita del fondo, non sottoscrive una nuova ipoteca e non paga gli interessi ipotecari, lasciando che la banca disdica il credito e arrivi alla realizzazione del pegno.

Nel caso concreto il Tribunale federale ha considerato che anche se il coniuge non aveva dato il suo consenso alla messa a pegno del fondo che costituisce abitazione coniugale, i coniugi non hanno dimostrato che l’onere ipotecario superava i 2/3 del valore venale (commerciale). Il ricorso è stato pertanto respinto.

Data creazione: 1 febbraio 2017
Data modifica: 12 aprile 2017

Società semplice – liquidazione dopo lo scioglimento del rapporto di concubinato

Caso 380, 1 giugno 2016 << caso precedente | caso successivo >>

Quali sono i diritti del convivente in caso di scioglimento della società semplice che tacitamente ha costituito con il suo partner?

In una sentenza del 25 novembre 2013, il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Le parti hanno vissuto in concubinato dal 1995 al settembre 2006. Nel corso degli anni 2005/2006 hanno edificato, facendo segnatamente capo al finanziamento concesso da una banca e ai prelevamenti effettuati da un conto di risparmio comune, una casa unifamiliare su un fondo acquistato nel 2001 dall’ex concubino.
Con azione giudiziaria del 28 settembre 2007 l’ex concubina ha convenuto in giudizio l’ex compagno per ottenere dallo scioglimento della società semplice costituita per la costruzione della predetta abitazione un determinato importo.
Il primo Giudice ha parzialmente accolto le richieste, mentre il Tribunale di appello di Lugano ha respinto la petizione, ma ha lasciato gli oneri ipotecari a carico dell’ex convivente.

Giusta l'art. 549 cpv. 1 CO se dedotti i debiti sociali, rimborsate ai singoli soci le anticipazioni e le spese e restituite le quote conferite, resta un avanzo, questo deve ripartirsi fra i soci come guadagno. Un socio può conferire la sua quota alla società semplice in proprietà (quoad dominium), in tal caso tutti i soci ne divengono proprietari in comune. Egli può invece mantenere la proprietà della sua quota, impegnandosi a destinarla ad un uso particolare (quoad sortem) o conferirne l'uso ai soci (quoad usum). In queste ultime due ipotesi, quando la società semplice viene sciolta, la quota è ripresa dal socio che ne è rimasto proprietario e la variazione del suo valore causata dall'attività della società semplice costituisce un guadagno o una perdita che va suddivisa fra i soci.

I Giudici d'appello hanno indicato che la ex convivente avrebbe unicamente potuto pretendere dall'altro socio la metà di un eventuale avanzo derivante dalla liquidazione di tutte le attività della società semplice e quindi, in concreto, da un eventuale maggior valore risultante dall'edificazione del fondo, rimasto intestato al convenuto e conferito quoad usum. Poiché l'operazione immobiliare aveva causato una perdita, che non è nemmeno stata compensata dal maggiore valore del conto comune, alla ex convivente non è stato riconosciuto alcunché.

Precisiamo che la ex convivente ha ricorso sino al Tribunale federale, il quale ha respinto il suo gravame (cfr. sentenza TF 4A_21/2014 del 7 gennaio 2015). La stessa aveva censurato ai Giudici di aver omesso di considerare la restituzione ai soci delle anticipazioni e delle quote conferite e aveva sostenuto di non dover sopportare eventuali perdite perché, essendo l’ex convivente rimasto proprietario della casa che aveva conferito quoad usum, gli aumenti o le diminuzioni di valore del fondo non sarebbero state rilevanti per la società. Ha ritenuto poi di avere diritto alla metà della liquidità investita dai soci nell'edificazione della casa, oltre alla metà di un mutuo concesso da entrambe le parti ad amici comuni.

Il Tribunale federale ha respinto le sue censure indicando che la variazione di valore del fondo conferito dall'ex convivente è stata causata dalla sua edificazione operata dalla società semplice, pertanto per questa ragione la ricorrente non poteva essere seguita quando ha sostenuto che tale modifica non la concerneva. La stessa ha poi misconosciuto l'ordine in cui avviene la liquidazione: prima di poter passare alla restituzione delle quote che non sono rimaste di proprietà dei singoli soci, occorre procedere al rimborso dei debiti sociali. Atteso che in concreto questi superavano gli attivi della società semplice, non è stato possibile restituire alla ricorrente il valore della sua quota.

Data creazione: 1 giugno 2016
Data modifica: 1 giugno 2016

Equa indennità – calcolo concreto – rendita

Caso 369, 16 dicembre 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Come si calcola l’equa indennità ex art. 124 CC nel caso in cui il coniuge debitore non sia in grado di effettuare il pagamento in capitale?

In una sentenza del 17 novembre 2014 il Tribunale d’appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati il 24 aprile 1981, dopo sette anni di vita in comune. Dal matrimonio non sono nati figli. I coniugi vivono separati dalla fine di febbraio del 2005. L'11 giugno 2007 il marito ha promosso azione di divorzio. Statuendo il 23 dicembre 2013, il Pretore ha pronunciato il divorzio e ha tra l’altro ordinato alla cassa pensione del marito di corrispondere alla moglie una prestazione in capitale di CHF 241’407.70. Contro la sentenza appena citata il marito è insorto a al Tribunale d’appello il 31 gennaio 2014 chiedendo la riduzione a CHF 133’333.00 dell'indennità dovuta alla moglie a titolo di “secondo pilastro” (da versare sotto forma di rendita nella misura di CHF 791.00 mensili vita natural durante).

Il Pretore ha accertato che in concreto un caso di previdenza è sopraggiunto per entrambi i coniugi. Il Pretore ha ritenuto di assegnare alla moglie un'indennità pari a un mezzo della prestazione di libero passaggio accumulata dal marito dal 24 aprile 1981 (data del matrimonio) fino al 30 giugno 2011 (data del prepensionamento), ovvero CHF 241’407.70. Ciò è stato giudicato dal Tribunale d’appello già di primo acchito ineseguibile, la prestazione di libero passaggio non potendo più essere suddivisa una volta intervenuto un caso di previdenza.

Se è già sopraggiunto – come in concreto – un caso di previdenza per uno dei coniugi o per entrambi o se le pretese in materia di previdenza professionale acquisite durante il matrimonio non possono essere divise per altri motivi, l'art. 124 cpv. 1 CC conferisce al coniuge cui spetterebbe la metà della prestazione d'uscita il diritto a “un'adeguata indennità”. Per definire tale indennità occorre partire dal principio per cui tutte le prestazioni acquisite dai coniugi in costanza di matrimonio vanno divise a metà e considerare tutti gli elementi che caratterizzano la situazione
economica di ambedue, a cominciare dalle esigenze previdenziali.
Si procede pertanto in due fasi: prima si calcola l'ammontare della prestazione d'uscita al momento del divorzio o al momento in cui è sopraggiunta l'impossibilità di dividere la prestazione medesima e poi si commisura tale somma alle concrete esigenze previdenziali delle parti (DTF 133 III 404 consid. 3.2).

Nella fattispecie è pacifico che il marito non dispone (più) di averi previdenziali. Decisivo è l’ammontare della prestazione d'uscita da lui acquisita al momento in cui è sopraggiunto l'evento previdenziale, cioè il pensionamento. A quel momento la prestazione da lui accumulata durante il matrimonio ammontava a CHF 482’815.55.
La questione è di sapere, quale “indennità adeguata” vada riconosciuta alla moglie giusta l'art. 124 cpv. 1 CC. Il matrimonio è stato senz'altro di lunga durata (32 anni). Quanto ai redditi, la moglie percepisce solo una rendita AVS di CHF 1'311.00 mensili, mentre il suo fabbisogno personale dopo il divorzio (“debito mantenimento” nel senso dell'art. 125 cpv. 1 CC) è di CHF 2'626.00 mensili, registrando così un ammanco di CHF 1'315.00. Quanto alla liquidazione che le spetta in esito allo scioglimento del regime dei beni, l'aspettativa non eccede apprezzabilmente CHF 61'000.00. Sul fronte dei risparmi, poi, l'interessata risulta pressoché senza risorse.
Quando al marito, è stato accertato che i suoi redditi sono di almeno CHF 4'130.00 a fronte di un fabbisogno personale di CHF 2'396.00 mensili, con dunque un agio di circa CHF 1'730.00 mensili. Dal profilo della sostanza, è vero che egli sarà tenuto a versare alla moglie circa CHF 61'000.00 in liquidazione del regime dei beni, ma è altrettanto vero però ch'egli possiede immobili, tra cui l'abitazione familiare stimata in CHF 211'200.00 (oltre a CHF 75'200.00 per il solo terreno), sia pur gravata di un'ipoteca di CHF 150'000.00, e un rustico stimato CHF 38'000.00, oltre ancora ad altre particelle e una spettanza nell'eredità materna, seppure in comunione con sette fratelli, con attivi di circa CHF 90'000.00 depositati.
E’ dunque indubbio che la situazione finanziaria del marito sia di gran lunga migliore rispetto a quella della moglie.

E’ d’altra parte vero che la moglie ha quasi sei anni più del marito, ma l'aspettativa di vita di lei (17.8 anni per una donna di 70 anni) per rapporto a quella dell'appellante (19.9 anni per un uomo di 64 anni) tempera notevolmente le conseguenze legate alla differenza d'età (cfr. statistica svizzera, Speranza di vita, tabelle).
Per integrare la rendita AVS fino a coprire il proprio fabbisogno tenendo conto della sua aspettativa di vita la moglie necessiterebbe di un capitale addirittura più alto della metà di quanto il marito ha accumulato durante il matrimonio (CHF 1'315.00 x 12 = CHF 15'780.00 annui per 17.8 anni = CHF 280'884.00) e secondo il Tribunale d’appello non si intravedono ragioni per scostarsi dal principio per cui l'“indennità adeguata” spettante alla moglie secondo l'art. 124 cpv. 1 CC debba ammontare alla metà di quanto accumulato dal marito in costanza di matrimonio, ossia a CHF 241’407.70.

Visto quanto precede, i Giudici hanno successivamente esaminato se il marito fosse in grado di versare l'indennità appena citata e in che modo. Orbene, un versamento di CHF 241’407.70 in capitale non può equamente essergli imposto, già per il fatto che non ha liquidità sufficiente e che non gli si può seriamente imporre di realizzare i propri immobili e cedere la propria spettanza nella successione materna.
In circostanze del genere non resta che far capo alla possibilità – sussidiaria – di una rendita, partendo dall'ammontare dell'indennità adeguata (nel senso dell'art. 124 cpv. 1 CC), che va convertita in rendita secondo i coefficienti della tavola n. 1 pubblicata da Stauffer/Schaetzle. La capitalizzazione deve avvenire secondo il coefficiente applicabile al marito, ossia a un uomo di 64 anni. Ora, partendo da un capitale di CHF 241’407.70, suddiviso per il coefficiente 13.65 (Stauffer/Schaetzle, Tables de capitalisation, 5ª edizione, tavola n. 1), si ottiene una rendita annua di CHF 17’685.55, pari a CHF 1'475.00 mensili (arrotondati). Si tratta di una somma che con la propria disponibilità di CHF 1'680.00 mensili il marito è senz'altro in grado di corrispondere.

Da notare che nel caso concreto la moglie aveva anche postulato un contributo di mantenimento per sé.
L'art. 125 cpv. 1 CC subordina lo stanziamento di un contributo alimentare dopo il divorzio alla condizione di non potersi pretendere che un coniuge provveda da sé al proprio debito mantenimento, “inclusa un'adeguata previdenza per la vecchiaia”.
In concreto la moglie percepisce una rendita AVS di CHF 1'311.00 mensili e se a ciò si aggiunge l’importo di CHF 1'475.00 mensili come “adeguata indennità” a norma dell'art. 124 cpv. 1 CC, la moglie disporrà dopo il divorzio di complessivi CHF 2'786.00 mensili che le consentiranno di finanziare il suo “debito mantenimento” di CHF 2'626.00 mensili, ciò che non lascia spazio a un contributo alimentare fondato sull'art. 125 cpv. 1 CC.

Evidenzio a questo proposto che nella sentenza TF 5A_296/2014 del 24 giugno 2015 (pubblicata in DTF 141 III 193), il Tribunale federale ha precisato che la divisione della previdenza professionale non serve solo a colmare le lacune previdenziali, ma può anche sostituire in tutto o in parte un contributo alimentare.

Nella sentenza TF 5A_201/2015 del 18 maggio 2015 il Tribunale federale ha precisato che all’art. 124 CC va attribuito un carattere di mantenimento quando per il coniuge avente diritto è già sopravvenuto un caso previdenziale. Nella misura in cui l’indennità serva al mantenimento, la forma della rendita è da privilegiare fortemente, soprattutto quando l’obbligato al versamento percepisca a sua volta la propria previdenza sotto forma di rendita e non sia in grado di versare prontamente l’indennità attingendo alla sostanza. A dipendenza delle circostanze, il fatto che una rendita non sia trasmissibile ereditariamente deve essere accettato dal beneficiario.
 

Data creazione: 16 dicembre 2015
Data modifica: 16 maggio 2016

Fisco: deduzioni sociali e periodo determinante a partire dal quale è possibile la deduzione degli alimenti

Caso 364, 1 ottobre 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Quale dei due coniugi può vedersi applicare a livello fiscale le deduzioni sociali per figli a carico? A partire da quando il coniuge debitore degli alimenti può dedurre fiscalmente gli alimenti?

In una sentenza del 26 novembre 2014 il Tribunale d'appello di Lugano, Camera di Diritto Tributario, ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel corso di un’udienza del 16 luglio 2012 i coniugi sono stati autorizzati a vivere separati. Le parti hanno stabilito che la separazione avesse effetto retroattivo a partire dal 1° aprile 2012. Hanno inoltre pattuito che l’abitazione coniugale fosse attribuita alla moglie, con la custodia dei due figli della coppia. In merito ai contributi di mantenimento per la moglie e i due figli, il marito si è impegnato a versare mensilmente determinati contributi alimentari.

Nella decisione di tassazione IC/IFD 2012, l’Ufficio di tassazione ha permesso alla sola moglie, coniuge beneficiario degli alimenti, di poter applicare la deduzione sociale per figli e non ha riconosciuto al marito la deduzione dei contributi per il mantenimento per i figli e per la moglie per l’intero anno fiscale, ma unicamente da luglio 2012, cioè a partire dal momento dell’udienza tenutasi davanti al Pretore.
Il marito/contribuente ha interposto reclamo.


Relativamente alla prima censura, vale a dire la mancata possibilità di vedersi riconosciuta la deduzione sociale per figli, il Tribunale d’appello ha fatto riferimento alla recente sentenza del Tribunale federale 2C_1145/2013 e 2C_1146/2013, consid. 5.2.1, del 20 settembre 2014, dove è stato indicato che vi sono regole che rientrano fra quelle semplificazioni e quegli schematismi che si riscontrano nel diritto tributario nell’interesse della praticabilità e che sono ammessi fintantoché non entrano in contrasto troppo forte con il principio di uguaglianza (sentenza cit., consid. 5.2.2). Il versamento della pensione alimentare costituisce uno spostamento di risorse: colui che riceve la pensione l’utilizza per i bisogni propri e dei figli in aggiunta alle sue risorse personali a cui la pensione è assimilata e sulla quale è imposto.
La conseguenza di ciò è che questo, e solo questo genitore, che sul piano fiscale provvede al sostentamento, rispettivamente alla parte essenziale del sostentamento, ha diritto alla deduzione sociale per i figli.
Ritenuto dunque che nel caso concreto i presupposti per ottenere la deduzione non erano adempiuti al 31 dicembre del periodo fiscale (31.12.2012), al marito non è stato riconosciuto il diritto, per quel periodo, alla deduzione sociale (integrale e tantomeno parziale) richiesta.

Con la seconda censura il ricorrente ha lamentato la mancata deduzione «degli alimenti prelevati in contanti dalla moglie o versati dal sottoscritto [il contribuente] nel periodo precedente al verbale di udienza». Si è riferito al fatto che, prima dell’udienza dinanzi al pretore, nella quale è stata autorizzata la separazione dei coniugi, ha sostenuto le spese di mantenimento dei figli e della consorte senza poter dedurre gli alimenti.
Nel caso concreto il verbale di udienza, datato 16 luglio 2012, prevede la separazione dei coniugi con effetto retroattivo al 1° aprile 2012. Visto il corto lasso di tempo trascorso tra la separazione di fatto e l’udienza dinanzi al pretore, il Tribunale d’appello ha ritenuto che si potesse accordare l’effetto retroattivo anche al versamento dei contributi per il mantenimento dei figli e della consorte, ma la deduzione è stata riconosciuta soltanto per l’ammontare stabilito dal verbale di udienza.
 

Data creazione: 1 ottobre 2015
Data modifica: 1 ottobre 2015

Pagamento della tassa sugli utili immobiliari - trasferimento di un coniuge altrove e differimento

Caso 361, 1 agosto 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Il fatto che un coniuge lasci per lungo tempo (tre anni) l'abitazione coniugale, ciò gli fa perdere il diritto di chiedere alla vendita di tale abitazione il differimento fiscale per l'acquisto di un'abitazione sostitutiva?

In una sentenza del 13 luglio 2015 il Tribunale d'appello (Camera di Diritto Tributario) di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi hanno acquistato un terreno a ed edificato una casa di abitazione, dove hanno trasferito il loro domicilio dal 1° giugno 2004. Il 7 luglio 2010 il marito si è trasferito altrove e successivamente in un appartamento da lui acquistato nel frattempo. La moglie ha per contro mantenuto il domicilio nella casa coniugale fino al 15 luglio 2013, vale a dire quando si è trasferita anch'essa in un appartamento da lei acquistato poco prima. Con contratto di compravendita del 18 giugno 2013, iscritto a Registro fondiario il 19 luglio 2013, i coniugi hanno venduto l'abitazione coniugale. Il 20 gennaio 2014 è stato pronunciato il loro divorzio.
Con l'inoltro della dichiarazione di imposta sugli utili immobiliari entrambi i coniugi, venditori, hanno chiesto il differimento di imposizione, argomentando che il ricavo della vendita fosse stato parzialmente reinvestito nell'acquisto di due appartamenti, divenute abitazioni primarie dei coniugi divorziati.
L'ufficio di tassazione ha accolto la domanda di differimento fiscale della moglie, negandola per contro al marito. Per quest'ultimo l'Ufficio di tassazione ha sostenuto che avendo egli trasferito il proprio domicilio il 6 luglio 2010 da quel momento la casa coniugale "non era più abitazione primaria del marito".

Contro tale decisione il marito ha interposto  dapprima reclamo, che è stato respinto con l'argomentazione secondo la quale dal momento in cui il reclamante aveva trasferito il domicilio in un altro comune l'abitazione coniugale non poteva più essere considerata primaria e pertanto non poteva essere ammesso il differimento per una vendita avvenuta dopo oltre tre anni.

Il marito ha dunque interposto ricorso alla Camera di diritto tributario del Tribunale d'appello, che è stato accolto.

L'art. 123 LT prevede che l’imposta sugli utili immobiliari ha per oggetto i guadagni realizzati con il trasferimento della proprietà di immobili o di parti di essi, che appartengono alla sostanza privata o aziendale del contribuente. L'art. 128 cpv. 1 LT precisa che l’utile imponibile corrisponde alla differenza tra il valore di alienazione e il valore di investimento (valore di acquisto e costi di investimento). L'art. 125 let. g) LT indica che  l'imposizione dell'utile immobiliare è differita in caso di alienazione di un’abitazione primaria (casa monofamiliare o appartamento) che ha servito durevolmente e esclusivamente all’uso personale del contribuente, a condizione che il ricavo sia destinato entro un termine di due anni all’acquisto o alla costruzione, in Svizzera, di un’abitazione sostitutiva adibita al medesimo scopo. Le condizioni cui la legge subordina il differimento dell'imposizione, in virtù dell'art. 125 let. g) LT, sono le seguenti:

a) l'acquisto di un'abitazione sostitutiva adibita al medesimo scopo: l'oggetto alienato e quello sostitutivo devono cioè fungere entrambi da abitazione personale;

b) l'uso personale deve essere esclusivo e durevole: l'abitazione alienata e quella acquistata non devono quindi essere locate a terzi o lasciate vuote, se non nei seguenti casi eccezionali:

  • l'esistenza di motivi estrinseci (nessuna offerta di acquisto nonostante sforzi per vendere, trasloco improvviso per ragioni professionali o di salute), ma non invece considerazioni di carattere finanziario, quali il rinvio della vendita per conseguire un prezzo migliore o per sfruttare l'incremento di valore;
  • la locazione con un contratto a termine di durata inferiore ad un anno, in particolare quando già al momdnto dell'inizio della locazione è nota la data della vendita, sicché si tratta di una semplice situazione transitoria; in casi eccezionali è ammessa una durata che supera l'anno, purché la durata dell'uso personale abbia comunque ecceduto quella della locazione;

c) deve trattarsi di abitazione primaria: è dunque escluso il differimento per le abitazioni secondarie e di vacanza;

d) limite temporale di due anni fra la vendita e l'acquisto o la costruzione dell'abitazione sostitutiva: si ammette tuttavia che il reinvestimento possa addirittura precedere la vendita;

e) il reinvestimento deve avvenire in Svizzera.

Nel caso concreto il marito ha trasferito altrove il proprio domicilio, essendo intervenuta la separazione dalla moglie, la quale invece ha continuato a risiedervi fino al momento della vendita. A tale proposito la prassi e la giurisprudenza di altri cantoni hanno già avuto modo di ammettere che il proprietario di un'abitazione familiare secondo l'art. 169 CC possa beneficiare dell'uso dell'immobile da parte del coniuge e dei figli, pur avendo egli stesso lasciato la casa anni prima.
Come risulta dagli atti, una procedura di divorzio era già stata promossa dal ricorrente nel 2010, ma la causa era poi stata stralciata per intervenuta perenzione processuale (prevista dall'allora Codice di Procedura Civile ticinese). Una seconda procedura di divorzio si è conclusa con la relativa pronuncia all'inizio del 2014.
In queste circosante è difficile negare che l'immobile appartenente ai coniugi sia rimasto abitazione coniugale fino alla vendita, intervenuta nel 2013, nonostante l'uscita del marito, il quale nel 2010 ha trasferito il proprio domicilio in un altro Comune. Anche nel suo caso, infatti, egli era impossibilitato a cedere a terzi l'uso della casa, che era abitata dalla moglie e dai figli. Durante il periodo di quasi tre anni, intercorso tra la separazione dalla moglie e la vendita della casa, pertanto, anche per il marito si deve ritenere che continuasse ad essere adempiuto il requisito dell'uso durevole, cui è subordinato il riconoscimento del differimento dell'imposizione per reinvestimento nell'abitazione.

Data creazione: 1 agosto 2015
Data modifica: 1 agosto 2015

Interessi di un debito tra coniugi – fideiussione solidale

Caso 357, 1 giugno 2015 << caso precedente | caso successivo >>

I debiti tra coniugi maturano interessi?

In una sentenza del 19 gennaio 2015 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Le norme sul diritto matrimoniale non indicano nulla in merito agli interessi relativamente ai debiti tra coniugi: occorre dunque applicare le regole della parte generale del Codice delle Obbligazioni

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati il 30 agosto 1991 e hanno concluso tre giorni dopo davanti ad un notaio un atto di separazione dei beni avente validità retroattiva al matrimonio. Durante il matrimonio la moglie ha contratto un debito presso una banca per l’esercizio di un’attività nella forma di ditta individuale. Il marito ha prestato fideiussione solidale. Nel 2004 la moglie è fallita e il 22 novembre 2004 il marito, quale fideiussore solidale, ha estinto l’intero debito di CHF 106'987.95, contraendo a sua volta un prestito.

Nell’ambito della procedura di divorzio il marito ha chiesto il rimborso alla moglie del debito limitatamente all’importo di CHF 53'089.00, con interessi dal 1° luglio 2004 per il fatto di essere intervenuto quale fideiussore. La moglie si è dichiarata d’accordo di rimborsare il debito, ma ha contestato di dovere un interesse.

Il Tribunale federale è stato chiamato a decidere se un debito tra coniugi matura interessi e se si a partire da quando. Va innanzi tutto premesso che il regime matrimoniale non ha alcun influsso né sull’esigibilità (scadenza) dei crediti, né sulla nascita dell’obbligazione e che si applicano dunque le norme generali di diritto, segnatamente del Codice delle Obbligazioni, per cui, nel caso concreto, occorre far riferimento alle norme sulla fideiussione e sulla mora del debitore della parte generale del Codice delle Obbligazioni.
Il fideiussore che non è stato rimborsato dal debitore principale, dal momento in cui il debito è scaduto può mettere in mora il debitore ai sensi dell’art. 102 CO. Il debitore in mora per il pagamento di una somma di denaro deve pagare gli interessi moratori del 5% all'anno, quand'anche gli interessi convenzionali fossero pattuiti in misura minore (art. 104 cpv. 1 CO). Tale norma è comunque di diritto dispositivo, per cui le parti possono convenire un tasso di interesse più alto o più basso (DTF 125 III 443 consid. 3d p. 448; DTF 117 V 349 consid. 3b p. 349); inoltre secondo l’art. 106 cpv. 1 CO, quando il danno patito dal creditore ecceda l'ammontare degli interessi moratori, il debitore è tenuto a risarcire anche questo danno, in quanto non provi che non gli incombe alcuna colpa.

Ora, nel caso concreto, quando il marito ha estinto il debito della moglie pagando alla Banca l’importo di CHF 106'987.95 egli, quale fideiussore, è surrogato nei diritti della Banca fino a concorrenza di tale importo a partire dal 22 novembre 2004.
Dai fatti accertati dal Tribunale cantonale non emerge se tra la moglie e la Banca fossero stati convenuti degli interessi remunerativi, per cui gli stessi – diritti accessori derivanti dalla surrogazione - non sono dovuti neppure al marito.
Per quanto riguarda gli interessi di ritardo – derivanti dalla mora del debitore - non emerge che i coniugi avessero convenuto qualcosa, per cui si deve ritenere applicabile il tasso di interesse del 5% ex art. 104 cpv. 1 CO; tuttavia sempre dai fatti accertati dal Tribunale cantonale nulla emerge sulla data a partire dalla quale la mora è in essere, pertanto il Tribunale federale ha ritornato l’incarto ai Giudici cantonali per una nuova decisione al riguardo (art. 107 cpv. 2 LTF).

Da notare che il Tribunale federale mette l’accento più volte sul fatto che tale giurisprudenza si applica in caso di regime di separazione dei beni (cfr. consid. 5.2.2 e 5.2.3), ma non si vede per quale motivo non debba applicarsi anche al regime matrimoniale ordinario della partecipazione agli acquisti.

Data creazione: 1 giugno 2015
Data modifica: 15 giugno 2015

Divisione degli averi previdenziali; versamento straordinario da parte del datore di lavoro a favore di un coniuge sul proprio conto previdenziale

Caso 355, 1 maggio 2015 << caso precedente | caso successivo >>

Come viene considerato ai fini della divisione della previdenza professionale in caso di divorzio il versamento straordinario di capitale da parte del datore di lavoro a favore di un coniuge sul proprio conto previdenziale?

In una sentenza del 20 febbraio 2014 il Tribunale Cantonale delle Assicurazioni di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Con sentenza 8 ottobre 2012 il Tribunale d’appello ha parzialmente accolto l’appello presentato da un coniuge avverso la sentenza 7 aprile 2011 con cui il Pretore ha pronunciato il divorzio e regolamentato le relative conseguenze accessorie. La prima Camera civile ha segnatamente riformato il giudizio pretorile nel senso di riconoscere alla moglie il diritto alla metà del capitale previdenziale accumulato dal marito durante il matrimonio con trasmissione degli atti, dopo crescita in giudicato del provvedimento, al Tribunale cantonale delle assicurazioni.

Giusta l’art. 22 cpv. 1 LFLP in caso di divorzio le prestazioni d'uscita acquisite durante il matrimonio sono divise conformemente agli art. 122 CC, art. 123 CC e agli art. 280 CPC e art. 281 CPC. Per l’art. 22 cpv. 2 LFLP la prestazione d'uscita da dividere corrisponde per ciascun coniuge alla differenza tra la prestazione d'uscita aumentata degli averi di libero passaggio esistenti al momento del divorzio e la prestazione d'uscita aumentata degli averi di libero passaggio esistenti al momento della celebrazione del matrimonio. Alla prestazione d'uscita e all'avere di libero passaggio esistenti al momento del matrimonio vanno aggiunti gli interessi dovuti al momento del divorzio. I pagamenti in contanti effettuati durante il matrimonio non sono computati.

Le prestazioni suscettibili di essere divise ai sensi degli art. 122 CC e art. 22 e segg. LFLP sono le pretese che derivano da un rapporto di previdenza sottomesso alla LFLP, così come i conti o le polizze di libero passaggio ai sensi della OLP. Si tratta quindi di prestazioni della previdenza professionale obbligatoria (pilastro 2A) e della previdenza più estesa (pilastro 2B). Non rientrano invece nel campo d’applicazione di suddette norme le prestazioni sia del primo (AVS) che del terzo pilastro (3A e 3B) (cfr. in particolare sentenza TF B 128/05 del 25 luglio 2006).

Presso l'istituto di previdenza dove è affiliato il marito durante il matrimonio, a seguito del passaggio dal sistema delle prestazioni a quello misto dei primati ed al fine di recuperare la prestazione di vecchiaia ideale secondo il vecchio sistema, sul conto previdenziale dell’ex marito è stato accreditato da parte dell’allora datore di lavoro un importo unico di CHF 41'916.85.

Litigiosa è la questione di sapere se il suddetto importo di CHF 41'916.85 accreditato sul conto previdenziale del marito nel luglio 2002 debba essere considerato (ed in che misura) prestazione divisibile acquisita durante il matrimonio.

L’art. 22 cpv. 3 LFLP – e quindi la distinzione secondo l’origine dei beni utilizzati per il versamento, ossia per il riacquisto con consecutivo aumento della prestazione d’uscita – si applica se il versamento è effettuato dall’assicurato (lavoratore), ritenuto che in tal caso il riacquisto realizzato con beni equivalenti ad acquisti nel regime matrimoniale legale rientra negli importi da dividere ex art. 122 CC e deve pertanto essere ripartito tra i coniugi in caso di divorzio. Nel caso concreto si tratta inequivocabilmente di versamento finanziato ed effettuato, in data 1. luglio 2002, dal datore di lavoro e non dall’assicurato medesimo, motivo per cui non torna applicabile l’art. 22 cpv. 3 LFLP.
La dottrina maggioritaria, come pure la giurisprudenza di alcuni Cantoni, ritiene che versamenti (sul conto previdenziale) effettuati dal datore di lavoro durante il matrimonio – ma anche accrediti, a seguito di guadagni straordinari, decisi ed eseguiti dall’istituto di previdenza durante il matrimonio (sentenza TFA B 18/01 del 14 maggio 2002) – a favore del lavoratore vanno interamente divisi in caso di divorzio.
L’intera considerazione, in dottrina e nella suevocata giurisprudenza cantonale, ai fini della divisione giusta gli art. 122 CC e art. 22 e segg. LFLP, quale capitale presente al momento del divorzio di un versamento effettuato durante il matrimonio non dal lavoratore, risulta d’altronde pure il criterio adottato nella prassi nel settore previdenziale e consiste nel non operare deduzione alcuna dall’avere presente al momento del divorzio in caso di versamenti di capitali che non costituiscono beni propri del lavoratore e che vengono versati dopo la celebrazione del matrimonio, anche se dipendenti da capitale accumulato prima del matrimonio.

Stante quanto precede, il Tribunale Cantonale delle Assicurazioni ha ritenuto che l’importo di CHF 41'916.85 debba essere considerato acquisito durante il matrimonio e debba quindi interamente essere fatto oggetto di divisione.

Data creazione: 1 maggio 2015
Data modifica: 4 maggio 2015

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