61c Art. 278 cpv. 2, 176 cpv. 1 n. 1 CC

Pubblicazione: Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2005, III. Diritto di famiglia


Reddito determinante del coniuge cui sono affidati figli minorenni - obbligo coniugale di adeguata assistenza verso figli avuti prima del matrimonio

L'assegno familiare di base e quello per giovani in formazione o per invalidi rientra nel reddito determinante del coniuge affidatario, non invece l'assegno integrativo né quello di prima infanzia (consid. 4).
Obbligo di mantenimento del patrigno nel caso in cui il figlio avuto dalla moglie prima del matrimonio viva nella comunione domestica, rispettivamente nel caso in cui non viva più nella comunione domestica, sospesa a norma dell'art. 137 cpv. 1 o 175 CC (consid. 8 e 9).
I CCA 30.8.2004 N. 11.2004.89


4. L’appellante sostiene anzitutto che alla moglie va imputato un reddito ipotetico uguale all’ultimo stipendio conseguito, ossia fr. 3150.- netti mensili, assegni familiari compresi. A tale entrata devono poi essere cumulati gli assegni integrativi per le figlie, che al momento del suo interrogatorio formale l’istante non risultava ancora percepire, ma il cui incasso andava ragionevolmente presunto. Ora, da quest’ultima argomentazione va subito sgombrato il campo. Mentre l’assegno di base e quello per giovani in formazione o per invalidi sono riconosciuti infatti a ogni genitore che svolge un’attività lucrativa dipendente, senza riguardo all’ammontare del reddito (art. 6 e art. 21 della legge), gli assegni integrativi sono meramente sussidiari, stanziati cioè nella sola misura in cui il reddito disponibile del genitore sia inferiore ai minimi previsti dalla legislazione sulle prestazioni complementari AVS/AI (art. 24 cpv. 1 lett. c della legge sugli assegni di famiglia: RL 6.4.1.1). L’importo dell’assegno, “incluso l’eventuale assegno di base nonché gli eventuali obblighi alimentari”, corrisponde in altri termini “alla differenza tra il reddito disponibile ai sensi della legislazione sulle prestazioni complementari AVS/AI e i limiti minimi” (art. 27 cpv. 1 della legge). Ciò vale anche per l’assegno di prima infanzia (art. 31 lett. c della legge). E per sapere se il reddito disponibile del genitore sia inferiore ai minimi previsti dalla legislazione sulle prestazioni complementari AVS/AI l’autorità deve conoscere anzitutto l’ammontare del contributo per il figlio. Prima, quindi, il giudice fissa il contributo per il figlio e poi l’autorità amministrativa decide se erogare assegni integrativi, rispettivamente di prima infanzia (analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2001.5 del 14 febbraio 2002, consid. 6).
[…]

8. I coniugi si devono vicendevole e adeguata assistenza nel mantenimento dei figli nati prima del matrimonio (art. 278 cpv. 2 CC). L’obbligo del patrigno – o della matrigna – discende dall’art. 159 cpv. 3 CC e sussiste nella misura in cui, per gli impegni che derivano dal matrimonio, il genitore non sia in grado di sopperire – o di sopperire appieno – al fabbisogno del proprio figlio. Ove quest’ultimo viva nella comunione domestica dei coniugi e la madre del bambino accudisca alle faccende di casa, il patrigno assolve il suo dovere di assistenza garantendo al ragazzo il fabbisogno che la moglie non può assicurare per il fatto di dedicarsi all’economia domestica, fermo restando che la madre deve riscuotere dal padre biologico adeguati contributi di mantenimento (art. 276 cpv. 2 e 285 cpv. 1 CC), deve far sì che il figlio riceva gli eventuali assegni familiari, oltre alle “rendite d’assicurazioni sociali e analoghe prestazioni” (art. 285 cpv. 2 CC), e deve attingere ai possibili redditi della sostanza del figlio (art. 319 cpv. 1 CC), come pure incassare versamenti a tacitazione, risarcimenti e analoghe prestazioni (art. 320 cpv. 1 CC). Il patrigno deve, in sostanza, finanziare quanto manca per coprire il fabbisogno del ragazzo, sopportando il rischio relativo al mancato incasso dei contributi alimentari dal padre biologico (DTF 120 II 288 in alto).
Dandosi sospensione della comunione domestica (art. 175 CC, rispettivamente art. 137 cpv. 1 CC), la moglie è liberata dal governo della casa per quanto riguarda il patrigno. Può dunque provvedere essa medesima – in tutto o in parte – al mantenimento del figlio (HEGNAUER in: Berner Kommentar, edizione 1997, n. 39 ad art. 278 CC con richiami), eventualmente dopo un congruo periodo per reinserirsi in una professione mai esercitata o non più esercitata da tempo. Quanto manca al debito sostentamento del figlio rientra nel fabbisogno minimo di lei (HAUSHEER/ SPYCHER, Handbuch des Unterhaltsrechts, Berna 1997, pag. 470 n. 08.90; SUSANNE BACHMANN, Die Regelung des Getrenntlebens nach Art. 176 und 179 ZGB sowie nach zürcherischem Verfahrensrecht, tesi, San Gallo 1995, pag. 106 seg.). Non è escluso che, dovendo sopperire al fabbisogno del figlio, essa non riesca a mantenere sé stessa. In tali circostanze subentra una volta ancora l’obbligo sussidiario del coniuge a norma dell’art. 278 cpv. 2 CC. Il fatto che la madre debba prestare cura e educazione al ragazzo non può invece essere opposto al patrigno come impedimento al lavoro, poiché la presenza del figlio non è una conseguenza del matrimonio. La regola secondo cui una donna con figli può essere tenuta a cominciare – o a ricuperare – un’attività lucrativa solo al momento in cui il figlio minorenne a lei affidato avrà raggiunto i 10 anni di età, mentre un’attività a tempo pieno potrà esserle imposta solo quando tale figlio avrà compiuto i 16 anni (DTF 115 II 10 consid. 3c e 11 consid. 5a; SJ 116/1994 pag. 91) vale solo per discendenti comuni.

9. Nella fattispecie il Segretario assessore, accertata la presenza di due figlie avute dalla moglie prima del matrimonio, ha conteggiato nel fabbisogno minimo di lei – come detto – una maggiorazione di fr. 370.- mensili per ogni figlia, pari all’entità della posta per cura e educazione prevista dalle raccomandazioni pubblicate nel 2003 dall’Ufficio della gioventù e dell’orientamento professionale del Canton Zurigo nell’ipotesi di due fratelli o sorelle in età compresa fra 7 e 12 anni. A tal fine il primo giudice si è ispirato alla giurisprudenza di questa Camera, secondo cui, qualora il figlio non viva nell’economia domestica del patrigno (o della matrigna) il genitore biologico è chiamato a fornire prestazioni pecuniarie. Egli deve quindi poter conseguire un reddito che gli permetta di contribuire al mantenimento del figlio (minorenne o, ricorrendo i presupposti dell’art. 277 cpv. 2 CC, maggiorenne). Nel caso in cui il figlio sia della moglie, in particolare, il patrigno adempie il suo dovere di assistenza verso la moglie esonerando quest’ultima – nella misura del necessario – dalla cura dell’economia domestica, oppure versando alla moglie il guadagno ch’essa conseguirebbe se fosse adeguatamente sgravata dalle mansioni di casa (I CCA, sentenza inc. 11.1999.19 del 28 dicembre 1999, consid. 5b, ripreso nella sentenza inc. 11.2003.121 del 3 maggio 2004, consid. 5).
La giurisprudenza testé evocata è corretta. Merita nondimeno una precisazione, nel senso che torna applicabile – appunto – qualora il figlio non viva nell’economia domestica comune, benché di tale economia domestica la madre continui a occuparsi (il che non osta a misure per la protezione dell’unione coniugale: art. 173 cpv. 1 e 2 CC). Verificandosi invece una sospensione della comunione domestica (art. 175, rispettivamente art. 137 cpv. 1 CC) – come nel caso specifico – la moglie è automaticamente liberata dal governo della casa per quanto riguarda il patrigno. Non avrebbe senso perciò che questi debba corrisponderle quanto essa potrebbe guadagnare trovandosi sgravata dalle mansioni domestiche, tale reddito potendo essere da lei effettivamente conseguito. In realtà, una volta sospesa la vita in comune, l’obbligo dell’art. 278 cpv. 2 CC si configura – per il patrigno – come il dovere di assistere finanziariamente la moglie nella misura in cui questa, dovendo sovvenire al fabbisogno del proprio figlio (dedotto il contributo alimentare del padre biologico, gli assegni familiari, le rendite di assicurazioni sociali e analoghe prestazioni, i redditi della sostanza del figlio, i versamenti a tacitazione, risarcimenti e analoghe prestazioni), non sia in grado di mantenere sé stessa. In concreto il primo giudice non avrebbe dovuto quindi inserire nel fabbisogno minimo della moglie il solo equivalente della spesa per la cura e l’educazione delle figlie, bensì tutto il fabbisogno in denaro delle figlie che rimaneva scoperto.

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