22c Art. 260a cpv. 1 n. 1 CC; 13 cpv. 1 lett. l) LOC; 13 cpv. 1 n. 3 LAC

Pubblicazione: Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2007, III. Diritto di famiglia


Riconoscimento di paternità: contestazione da parte del Comune di origine o di domicilio

Diritto dell'ente pubblico di contestare un riconoscimento di paternità nel Cantone Ticino.
Presupposto dell'autorizzazione a stare in lite del Municipio ed eccezioni.
Possibilità di sanatoria in caso di mancanza del presupposto.
Il Municipio del Comune di origine o di domicilio che contesta un riconoscimento di paternità non abbisogna dell'autorizzazione dell'assemblea o del consiglio comunale per stare in lite.
I CCA 14.9.2006 N. 11.2003.89


4. Giusta l’art. 260a cpv. 1 CC il riconoscimento di un rapporto di filiazione può essere contestato davanti al giudice, tra l’altro, dal Comune di origine o di domicilio dell’autore del riconoscimento. L’azione è diretta contro l’autore del riconoscimento e il figlio (art. 206a cpv. 3 CC). Dev’essere proposta entro un anno da quando l’attore ha avuto conoscenza del riconoscimento e del fatto che l’autore di esso non è il padre o che un terzo ha concubito con la madre al tempo del concepimento, ovvero dalla scoperta dell’errore o dalla cessazione della minaccia, in ogni caso però entro cinque anni dal riconoscimento (art. 260c cpv. 1 CC). Il termine è di perenzione, non di prescrizione (SCHWENZER in: Basler Kommentar, ZGB I, 2a edizione, n. 1 ad art. 260c). Spetta al diritto cantonale designare l’organo competente per esercitare l’azione. Il diritto cantonale può prevedere altresì che il Comune sia tenuto a promuovere causa a certe condizioni, così come può delegare il compito a un determinato organo, ad esempio il Procuratore pubblico (HEGNAUER in: Berner Kommentar, 4a edizione, n. 87 ad art. 260a CC). Nel Ticino il diritto di contestare un riconoscimento di paternità compete alla “municipalità locale” (art. 12 cpv. 1 n. 5 LAC) e alla “municipalità del luogo di attinenza” (art. 13 cpv. 1 n. 3 LAC). La “municipalità” del luogo di domicilio o del luogo di attinenza è abilitata anche – secondo i casi – a promuovere azione di nullità del matrimonio in virtù degli art. 105 e 106 CC (art. 8 cpv. 3 LAC), a instare per una dichiarazione di scomparsa a norma dell’art. 550 cpv. 1 CC (art. 13 cpv. 1 n. 4 LAC) e a essere convenuta in azioni di accertamento della filiazione qualora il padre sia morto e manchino ascendenti, discendenti e collaterali nel senso dell’art. 261 cpv. 2 CC (art. 12 cpv. 1 n. 6 LAC).

5. La questione è di sapere, nel caso in esame, se per contestare un riconoscimento di paternità la “municipalità” del luogo di domicilio o di attinenza debba essere autorizzata dal legislativo. L’art. 13 cpv. 1 lett. l LOC prevede in effetti che per intraprendere o stare in lite, transigere o compromettere un Municipio dev’essere autorizzato dall’assemblea comunale (rispettivamente dal consiglio comunale, ove esista: art. 42 cpv. 2 LOC), salvo nelle “procedure amministrative”. Dandosi controversie derivanti da deliberazioni fondate su norme del diritto pubblico, infatti, il Municipio è già tenuto per legge a eseguire le risoluzioni del legislativo (art. 106 lett. b LOC); può dunque adire autorità amministrative superiori o giudiziarie senza ulteriore autorizzazione (RATTI, Il Comune, vol. I, 2a edizione, pag. 150). Per contro, l’autorizzazione a stare in lite è necessaria nelle cause civili, ma non sempre. Intanto il regolamento comunale può prevedere una delega decisionale a favore del Municipio “sino a concorrenza di un importo determinato, avuto riguardo dell’importanza del bilancio del comune” (art. 13 cpv. 2 LOC). Inoltre, secondo giurisprudenza, non occorre autorizzazione a stare in lite ove si tratti di provvedimenti cautelari o di azioni possessorie (Rep. 1993 pag. 224 consid. 4, 1967 pag. 231), ove il giudice sia chiamato solo a statuire sul presupposto della giurisdizione (COCCHI/TREZZINI, CPC ticinese massimato e commentato, Lugano 2000, n. 41 ad art. 38), ove il Municipio postuli uno sfratto (Rep. 1994 pag. 374) o faccia eseguire una sentenza di condanna al pagamento di una somma di denaro (Rep. 1994 pag. 375 consid. II in fine).

6. L’autorizzazione a stare in lite, se occorre, legittima il Municipio a rappresentare il Comune. Costituisce dunque un presupposto processuale che va esaminato d’ufficio in ogni stadio di causa (art. 97 n. 4 CPC). E nel caso in cui manchi un presupposto processuale, l’atto compiuto va dichiarato nullo (art. 142 cpv. 1 lett. a CPC), rispettivamente la petizione va dichiarata irricevibile (art. 99 cpv. 2 CPC). La giurisprudenza ha già avuto modo di ricordare nondimeno che, potendosi sanare il difetto entro breve termine, “il giudice lo assegna” (art. 99 cpv. 3 CPC). Se l’autorizzazione a stare in lite può essere ricuperata sollecitamente, di conseguenza, il giudice assegna al Municipio un breve termine per produrla. L’eventualità che tale autorizzazione non sia preventiva poco importa: “può avere rilevanza […] per la posizione del Municipio e per le responsabilità nelle quali può incorrere se avvia una causa senza autorizzazione e non la ottiene a posteriori”, ma non riguarda la procedura civile (Rep. 1993 pag. 224 consid. 5). Qualora non ottemperi all’invito, in ogni modo, il Municipio vede – come detto – dichiarare nulli gli atti compiuti, rispettivamente dichiarare irricevibile la sua istanza o la sua petizione. Nell’ipotesi in cui sia convenuto, si vede invece precludere dalla lite (Rep. 2000 pag. 220 n. 38).

7. Dato quanto precede, è manifesto che in concreto il Pretore non poteva dichiarare nulla l’azione promossa dal Comune senza nemmeno avere considerato la possibilità di impartire un breve termine al Municipio per rimediare alla mancata autorizzazione a stare in lite. Rimane da sapere se nella fattispecie l’autorizzazione fosse davvero necessaria. Come si è visto, essa non occorre in caso di urgenza (provvedimenti cautelari o di azioni possessorie), in caso di procedimenti esecutivi (incasso di somme di denaro o sfratto) e nemmeno in una causa civile ordinaria, finché si tratti di accertare il presupposto processuale della giurisdizione (sopra, consid. 5). L’ipotesi dell’art. 260a cpv. 1 CC non rientra in nessuna di tali eccezioni. Se non che, una differenza specifica distingue l’azione promossa dal Municipio in virtù dell’art. 260a cpv. 1 CC – o delle altre norme menzionate al consid. 4 in fine – da una qualsiasi altra vertenza civile avviata in nome del Comune: il fatto che l’art. 13 cpv. 1 n. 3 LAC non abiliti semplicemente a procedere il Comune di attinenza, bensì la “municipalità del luogo di attinenza”. Al momento di promulgare l’art. 12 cpv. 1 n. 5 LAC (analogo all’art. 13 cpv. 1 n. 3 LAC) il Consiglio di Stato ha precisato del resto che la competenza a promuovere causa era conferita “alla municipalità del Comune di domicilio”, non al Comune in quanto tale (messaggio n. 2265 del 15 novembre 1977, in: Verbali del Gran Consiglio, sessione ordinaria autunnale 1977, vol. 1, pag. 236 a metà). Come il diritto di altri Cantoni delega la competenza per esercitare l’azione del Comune a un organo particolare (ad esempio il Procuratore pubblico), il diritto ticinese delega siffatta competenza al Municipio, chiamato a procedere per legge sotto propria responsabilità.

8. Nelle circostanze descritte poco giova che il legislatore ticinese abbia inteso mantenere l’autorizzazione a stare in lite nell’ambito della revisione totale della legge organica comunale del 1987 e abbia confermato tale scelta – contro l’opinione del Consiglio di Stato (messaggio del Consiglio di Stato n. 4671 del 27 agosto 1997, in: Verbali del Gran Consiglio 1998/99, vol. 5, pag. 3633) – anche dopo la nuova revisione parziale del 1997 (rapporto della Commissione della gestione n. 4671R del 27 agosto 1997 menzionato in: RATTI, op. cit., vol. IV, Losone 2003, pag. 79). Le disposizioni generali della legge organica comunale non influiscono, in effetti, sulle norme speciali degli art. 8, 12 o 13 LAC, emanate in applicazione del diritto federale. In accoglimento dell’appello, la sentenza impugnata deve quindi essere riformata con un decreto (art. 100 cpv. 1 CPC), il quale respinga la carenza di legittimazione del Municipio alla rappresentanza del Comune sollevata dai convenuti. E siccome il Municipio ha promosso causa validamente, va respinta anche la perenzione dell’art. 260c cpv. 1 CC. Gli atti vanno di conseguenza ritornati al Pretore non solo “perché proceda all’istruttoria e giudichi nel merito”, come chiede il Municipio, ma anzitutto perché indica l’udienza preliminare di merito, quella del 1° aprile 2003 essendo stata limitata alle contestazioni d’ordine (art. 181 cpv. 1 CPC).

CC 1907      RS 210
Codice civile svizzero, del 10 dicembre 1907

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