9c Art. 422 cpv. 1 CPC

Pubblicazione: Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2010 (III. Diritto di famiglia)


A che stadio del processo un coniuge deve quantificare il contributo di mantenimento chiesto dopo il divorzio?
Anche se la procedura di divorzio su richiesta comune con accordo parziale fa seguito a una procedura di divorzio originariamente promossa su richiesta unilaterale, il contributo di mantenimento chiesto dopo il divorzio va quantificato per quanto possibile sin dall’inizio della causa, nulla impedendo al richiedente di riservarne l’adeguamento alle risultanze istruttorie.
I CCA 21.10.2009 N. 11.2007.163


a) La questione legata al contributo di mantenimento che un coniuge deve all’altro dopo il divorzio non è disciplinata dal principio inquisitorio, né per diritto federale (cfr. SUTTER/FREIBURGHAUS, Kommentar zum neuen Scheidungsrecht, Zurigo 1999, n. 121 ad art. 125 CC; GLOOR/SPYCHER in: Basler Kommentar, ZGB I, 3a edizione, n. 43 ad art. 125), né secondo la procedura ticinese (che nulla contempla al riguardo). Incombe dunque al richiedente formulare la pretesa (da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2005.114 del 24 gennaio 2006, consid. 4a). E siccome si tratta di una pretesa pecuniaria, essa va per quanto possibile cifrata (VOGEL/SPÜHLER, Grundriss des Zivilprozessrechts, 8a edizione, pag. 188 n. 5 e 5a). A che stadio del processo ciò debba avvenire il diritto federale non precisa, limitandosi a disporre che in caso di divorzio su richiesta comune con accordo parziale «ogni coniuge inoltra le proprie conclusioni in merito alle conseguenze del divorzio sulle quali sussiste disaccordo» (art. 112 cpv. 3 prima frase CC). Il diritto ticinese prevede che ciò deve avvenire sin dall’inizio della causa (art. 422 cpv. 1 CPC). Poco importa che la procedura di divorzio su richiesta comune con accordo parziale faccia seguito a una procedura di divorzio originariamente promossa su richiesta unilaterale (art. 423 cpv. 3 CPC).

b) In concreto la moglie aveva, nella risposta del 24 agosto 2006 alla petizione del marito, lasciato in bianco l’ammontare del contributo alimentare preteso, sostenendo di non avere elementi sufficienti per determinarlo. Se non che, essa medesima riconosceva nel memoriale di presumere quanto guadagnasse l’attore (almeno fr. 5500.– mensili) e di essere certa che costui le dovesse un contributo di mantenimento. In simili circostanze non si vede perché in base al proprio fabbisogno essa non fosse in grado di definire la somma almeno per quanto possibile, nulla impedendole di riservarne l’adeguamento alle risultanze istruttorie (VOGEL/SPÜHLER, op. cit., pag. 189 n. 5e con riferimenti).

c) Sta di fatto che, comunque fosse, nella risposta la moglie ha avanzato – e motivato – la pretesa. Non era quindi preclusa dai suoi diritti (diversamente dal coniuge che non risponde a una petizione di divorzio nel termine dell’art. 169 cpv. 1 CPC; da ultimo: I CCA, sentenza inc. 11.2005.114 del 24 gennaio 2006, consid. 4a). Spettava al Pretore, in siffatte condizioni, fissare all’interessata «un termine non prorogabile di dieci giorni» per indicare la cifra (art. 422 cpv. 1 CPC). Il Pretore non avendo rilevato il difetto, toccava al marito farsi parte diligente e sollecitare il giudice a intervenire. Invece egli ha atteso pressoché un anno per censurare la mancanza, rinunciando finanche al dibattimento finale, nel cui ambito avrebbe potuto confrontarsi con l’importo indicato dalla moglie nel memoriale conclusivo. Lamentare in secondo grado un vizio di forma che si sarebbe potuto far sanare all’inizio del processo non è tuttavia ammissibile. L’appello si rivela così privo di consistenza.

 

CPC 1971      RL 3.3.2.1
Codice di procedura civile, del 17 febbraio 1971

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