4c Art. 163 cpv. 2, 176 cpv. 1 n. 1 CC

Pubblicazione: Estratto da Rivista ticinese di diritto I-2018 (III. Diritto di famiglia)


Protezione dell’unione coniugale – metodo di calcolo per la definizione dei contributi alimentari Liceità ed effetti di un’intesa dei coniugi sulla partecipazione al mantenimento della famiglia I CCA 23.5.2017 N. 11.2015.58


 

  1. La moglie censura anzitutto il metodo di calcolo adottato dal primo giudice per determinare il contributo litigioso in suo favore. A suo dire nel caso specifico non soccorrono gli estremi per scostarsi dal metodo abituale fondato sul riparto dell’eccedenza registrata dal bilancio familiare, nemmeno alla luce del precedente citato dal Pretore aggiunto (DTF 137 III 385). Ora, tale sentenza ricorda che, quand’anche non ci si possa più seriamente attendere dai coniugi una ripresa della vita in comune, il vicendevole obbligo di mantenimento continua a essere disciplinato dall’art. 163 CC. E l’art. 163 cpv. 2 CC prevede che durante la comunione domestica i coniugi «s’intendono sul loro contributo rispettivo, segnatamente circa le prestazioni pecuniarie, il governo della casa, la cura della prole o l’assistenza nella professione o nell’impresa dell’altro». Il giudice chiamato a fissare contributi di mantenimento giusta l’art. 176 cpv. 1 n. 1 CC prende quindi come punto di partenza l’intesa dei coniugi (espressa o tacita) sul riparto dei compiti e delle risorse durante la vita in comune, modificandola quanto occorre per tenere conto della nuova situazione, in specie delle spese supplementari dovute all’esistenza di due economie domestiche separate (DTF 137 III 387). In tale prospettiva egli non si scosta senza necessità da quanto i coniugi medesimi hanno pattuito. Al metodo di calcolo cui l’appellante accenna, in altri termini, si fa capo solo qualora i coniugi non abbiano disposto altrimenti.
  2. Nella fattispecie l’appellante non mette in dubbio che, dopo l’acquisto del­l’abitazione coniugale, il marito si sia limitato a pagare, fino al marzo del 2014, la metà delle spese inerenti all’immobile. Afferma tuttavia che ciò è avvenuto soltanto dal 2013, mentre in precedenza egli elargiva cospicui bonifici su un conto intestato a entrambi i coniugi presso la Banca X., accrediti che le permettevano di sopperire al proprio fabbisogno. Secondo interessata «gli accordi vigenti durante l’ultimo anno prima della richiesta di misure a protezione del­l’unione coniugale non possono essere considerati quali accordi presi dai coniugi durante la vita in comune». Inoltre – essa prosegue – tali accordi riguardavano soltanto la gestione dell’immobile, non il mantenimento della famiglia. Onde la richiesta di contributo alimentare con effetto retroattivo giusta l’art. 173 cpv. 3 CC, il marito avendola obbligata con il suo comportamento a consumare la propria sostanza e a ricorrere a prestiti di terzi, come pure all’aiuto economico del padre. A parere dell’appellante, in definitiva, la decisione impugnata, che limita il contributo di mantenimento del marito alla partecipazione ai costi del­l’abitazione coniugale senza considerare la copertura del fabbisogno di lei, offende il sentimento di giustizia e di equità.
  3. a) In realtà non è dato a divedere perché accordi intercorsi fra i coniugi durante l’ultimo anno precedente l’istanza a tutela dell’unione coniugale, quando la comunione domestica ancora sussisteva, sarebbero irrilevanti. Nemmeno l’appel­lante dà spiegazioni al proposito. La questione è di sapere, piuttosto, se nel caso specifico con quell’accordo i coniugi abbiano realmente raggiunto un’intesa sul mantenimento della famiglia o abbiano semplicemente regolato l’assunzione delle spese relative all’abitazione coniugale.
  4. b) Entro i limiti dell’art. 27 CC i coniugi sono liberi di definire la loro partecipazione al mantenimento della famiglia, così come di modificare accordi precedenti. Ogni forma di consenso è valida, compresa quella tacita che consiste nell’accomodarsi di un determinato assetto (Isenring/Kessler in: Basler Kommentar, ZGB I, 5a edizione, n. 33 e 36 ad art. 163). I coniugi possono prevedere altresì una ripartizione disuguale della loro partecipazione al sostentamento della famiglia, purché tale partecipazione garantisca il debito mantenimento di entrambi (Zeiter in: Handkommentar zum Schweizer Privatrecht, 2a edizione, n. 8 ad art. 163 CC). In concreto il Pretore aggiunto ha accertato (…) che, quanto meno dopo l’acquisto dell’abitazione coniugale, il marito pagava la metà dei costi correlati alla medesima, mentre la moglie copriva l’altra metà delle spese e finanziava il proprio fabbisogno attingendo alla sua sostanza personale o svolgendo piccoli lavori.
  5. c) Che l’assetto appena descritto sia stato effettivamente pattuito, fosse solo per atti concludenti, è possibile. Sta di fatto che esso non garantiva alla moglie la copertura del fabbisogno minimo. Senza reddito fisso, l’interessata non poteva contare su una sostanza che le permettesse di sovvenire durevolmente al proprio mantenimento. Dei fr. 90– ricavati dalla vendita di un’abitazione a Y., fr. 40000.– erano già stati versati al marito in acconto della quota a lui spettante per l’abitazione coniugale (versione della moglie) o, comunque sia, in restituzione di un finanziamento per l’acquisto dell’abitazione a Y. (versione del marito). Dei rimanenti fr. 50 000.–, una parte non meglio quantificata era stata usata per l’acquisto di mobili e suppellettili indispensabili dopo l’incendio della precedente abitazione coniugale a Z. Quanto alla somma di fr. 100 000.– ricevuta dalla moglie in donazione da un ex datore di lavoro, fr. 25 000.– sono confluiti nella prima rata del pagamento dell’abitazione coniugale. Inoltre essa ha dovuto farsi carico della metà dei costi del trapasso immobiliare, di fr. 35 000.–, come pure delle spese notarili, di fr. 15 000.–. Senza contare che, sempre per finanziare la sua quota dell’abitazione, essa ha contratto un debito di fr. 100 000.– nei confronti di un terzo.

Certo, l’appellante ha svolto «qualche lavoretto saltuario», ma ciò non le ha evitato di ricorrere all’aiuto finanziario del padre né dal far capo ad almeno un ulteriore prestito di terzi per fr. 4000.–. Con ogni verosimiglianza già nell’ul­timo anno della vita in comune, ma a maggior ragione dal momento in cui il marito ha smesso – contrariamente agli impegni – di pagare anche la sua quota di spese per l’abitazione coniugale (aprile del 2014), essa non aveva più quindi risorse sufficienti per provvedere a sé medesima. Quand’anche i coniugi si fossero intesi nel senso che durante la vita in comune il marito pagasse la metà dei costi correlati all’abitazione coniugale, mentre la moglie coprisse l’altra metà delle spese e finanziasse il proprio fabbisogno attingendo alla sua sostanza personale o svolgendo piccoli lavori, l’interessata non poteva consentire a un accordo del genere, che la riduceva all’indigenza. Nelle circostanze illustrate la decisione del primo giudice di limitare il contributo finanziario del marito alla metà dei costi dell’abitazione coniugale non resiste alla critica.

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