3c Art. 124a cpv. 1 e 2, 200 cpv. 3, 209 cpv. 1 CC

Pubblicazione: Estratto da Rivista Ticinese di Diritto I-2020 (III. Diritto di famiglia)


Liquidazione del regime della partecipazione agli acquisti e previdenza professionale dopo il divorzio qualora un coniuge percepisca già una rendita di vecchiaia o di invalidità Spese destinate alla famiglia, comprese quelle per la previdenza professionale, per il conseguimento del reddito o per il pagamento delle imposte si presumono finanziate con acquisti, non con beni propri. Si presume che i coniugi attingano a beni propri anzitutto per investimenti straordinari (consid. 6f e 6g). Gli acquisti di un coniuge non ottengono un diritto al compenso giusta l’art. 209 cpv. 1 CC per il solo fatto di avere finanziato gli interessi ipotecari di un debito gravante un bene proprio. Simili oneri, così come le spese per la manutenzione corrente di un bene proprio, sono a carico degli acquisti, quanto meno ove il bene proprio generi redditi sufficienti per coprire quei costi (consid. 7e). Se al momento in cui è introdotta una causa di divorzio un coniuge percepisce già una rendita d’invalidità e ha raggiunto l’età del pensionamento stabilita dal regolamento dell’istituto di previdenza, oppure percepisce una rendita di vecchiaia, il giudice divide la rendita secondo equità. A tal fine egli valuta l’adeguatezza del riparto a metà della parte di previdenza complessiva che può essere considerata come «acquisita durante il matrimonio» in funzione dell’età al momento delle nozze. Inoltre egli esamina, come secondo fattore di ponderazione, le esigenze previdenziali di entrambi i coniugi nel caso specifico (consid. 9b a 9h). I CCA 9.8.2018 N. 11.2016.103 (ricorso in materia civile del 20 settembre 2018 respinto dal Tribunale federale con sentenza 5A_788/2018 del 16 luglio 2019)


6. e) […] La questione è di sapere piuttosto, nel caso in esame, se beni di una determinata massa (acquisti) hanno contribuito alla compera, al miglioramento o alla conservazione di beni di un’altra massa (beni propri) secondo le previsioni dell’art. 209 cpv. 1 e 3 CC.
f) Individuare chi debba sopportare l’onere della prova per dimostrare che beni di una determinata massa hanno contribuito al pagamento di debiti o all’acquisizione di beni di un’altra, sicché la prima massa ha diritto a un compenso nei confronti della seconda (compenso corrispondente al valore nominale del contributo o a una partecipazione al maggior valore o al minor valore del bene in questione) è un interrogativo che va risolto in base al precetto dell’art. 8 CC. Secondo giurisprudenza, vige la presunzione di fatto per cui spese destinate alla famiglia, comprese quelle per la previdenza professionale, per il conseguimento del reddito o per il pagamento delle imposte sono generalmente finanziate con acquisti. Si presume inoltre che per coprire spese correnti dell’economia domestica i coniugi non attingano a beni propri, ma ricorrano a tali beni anzitutto per investimenti straordinari. Simili presunzioni di fatto agevolano, ma non invertono l’onere della prova. Per inficiarle è sufficiente che la controparte adduca una controprova idonea a insinuare nel giudice il dubbio che la presunzione naturale non si attagli al caso specifico (sentenza del Tribunale federale 5A_37/2011 del 1° settembre 2011 consid. 3.2.1, in: FamPra.ch 2012 pag. 168; più recentemente: sentenza 5A_892/2014 del 18 maggio 2015 consid. 2.1 e sentenza 5A_182/2017 del 2 febbraio 2018 consid. 3.3.2; analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2010.99 del 3 settembre 2013, consid. 5b; in dottrina: AEBI-MÜLLER/JETZER, Beweislast und Beweismass im Ehegüterrecht, in: AJP/PJA 2011 pag. 302 lett. a).
g) Nella fattispecie il marito ha estinto un debito ipotecario gravante un bene proprio. La presunzione naturale va nel senso che – come detto – un ammortamento del genere non suole avvenire con acquisti. Toccava dunque alla moglie dimostrare che egli avesse impiegato acquisti a quello scopo. In realtà essa non ha addotto il benché minimo elemento di prova, limitandosi a invocare l’art. 200 cpv. 3 CC, che non è di alcuna pertinenza. Ne segue che, contrariamente all’opinione del Pretore aggiunto, in concreto l’attrice non può pretendere di partecipare all’aumento di acquisti (nella prospettiva dell’art. 215 cpv. 1 CC). In proposito l’appello principale merita accoglimento.
7. e) […] È indiscutibile che negli anni il marito ha dovuto far fronte a oneri ipotecari e a spese di manutenzione ordinaria. Contrariamente a quanto opina il Pretore aggiunto, tuttavia, gli acquisti di un coniuge non si vedono riconoscere un diritto al compenso giusta l’art. 209 cpv. 1 CC per il solo fatto di avere coperto gli interessi ipotecari di un debito gravante un bene proprio (STEINAUER in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 31 ad art. 209 con rinvii; DESCHENAUX/STEINAUER/BADDELEY, Les effets du mariage, 3a edizione, pag. 734 n. 1287 con rimandi alla nota 50). Simili oneri, così come le spese per la manutenzione corrente di un bene proprio, sono infatti a carico degli acquisti, quanto meno ove il bene proprio generi redditi sufficienti per coprire quei costi (Nettoertragsmethode: DTF 135 III 342 consid. 2.3; DESCHENAUX/STEINAUER/ BADDELEY, op. cit., pag. 665 n. 1115a e nota 50 con rimandi; HAUSHEER/AEBI-MÜLLER in: Basler Kommentar, ZGB I, 5a edizione, n. 28 ad art. 209; HAUSHEER/REUSSER/GEISER in: Berner Kommentar, edizione 1992, n. 26 ad art. 209 CC). Nella fattispecie la moglie non ha mai asserito che le entrate correnti dalla locazione dei due appartamenti intestati al marito non fossero sufficienti per coprire gli oneri ipotecari e la manutenzione ordinaria dei medesimi. Agli atti non figurano dati, per altro, che inducano a desumere il contrario. Non si ravvisano dunque i presupposti perché l’attrice possa avanzare pretese in forza dell’art. 215 cpv. 1 CC relativamente al valore di tale fondo. Anche su questo punto l’appello principale si rivela provvisto di buon diritto.
[…]
9. […] b) L’art. 124 cpv. 1 vCC applicato dal Pretore aggiunto prevedeva che un’indennità adeguata era dovuta allorché fosse già sopraggiunto un caso di previdenza per uno dei coniugi o per entrambi ovvero allorché le pretese in materia di previdenza professionale acquisite durante il matrimonio non potessero essere divise per altri motivi. In condizioni del genere il riparto dei diritti alla previdenza acquisiti durante il matrimonio non era più possibile, di modo che il conguaglio era sostituito da un’adeguata indennità in forma di rendita o di capitale che il giudice fissava, tenendo conto delle circostanze del caso specifico. Tale stato di cose è mutato con l’entrata in vigore, il 1° gennaio 2017, della novella legislativa sul conguaglio della previdenza in caso di divorzio, del 19 giugno 2015 (RU 2014 pag. 2313). L’art. 124a cpv. 1 CC dispone ora che «se, al momento del promovimento della procedura di divorzio, un coniuge percepisce [già] una rendita d’invalidità e ha raggiunto l’età del pensionamento stabilita dal regolamento [dell’istituto di previdenza], oppure percepisce una rendita di vecchiaia, il giudice decide secondo equità sulla divisione della rendita. A tal fine, tiene conto in particolare della durata del matrimonio e dei bisogni di previdenza di entrambi i coniugi». Le pretese in materia di previdenza vanno ora divise, in altri termini, quand’anche al momento del divorzio un caso di previdenza sia già intervenuto, che si tratti di invalidità o di vecchiaia. Il versamento di un’indennità adeguata non entra più in linea di conto (FF 2013 pag. 4174 in fondo).
c) Il nuovo diritto è applicabile non solo alle cause nuove, ma anche alle cause pendenti dinanzi a un’autorità cantonale al momento della sua entrata in vigore (art. 7d cpv. 2 tit. fin. CC), i coniugi avendo la facoltà – da parte loro – di presentare nuove conclusioni sulle questioni toccate dal cambiamento del diritto applicabile (art. 407c cpv. 2 CPC). Anche se una causa di divorzio è stata promossa anteriormente al 1° gennaio 2017 (come nella fattispecie), quindi, le pretese in materia di previdenza vanno divise benché il coniuge in questione percepisca già una rendita di vecchiaia o di invalidità per avere raggiunto l’età ordinaria del pensionamento stabilita nel regolamento dell’istituto di previdenza. Diversamente da quanto avviene per una persona che diventi invalida prima del pensionamento, tuttavia, in tale ipotesi non è più possibile calcolare – né tanto meno dividere – una prestazione d’uscita. Il caso di previdenza si realizza definitivamente, infatti, con il raggiungimento dell’età di pensionamento. Occorre dividere perciò la rendita, nel senso che un coniuge si vede riconoscere una pretesa vitalizia a una parte della rendita della previdenza professionale percepita dall’altro. Tale pretesa sussiste indipendentemente dall’eventuale morte del coniuge debitore o da un eventuale nuovo matrimonio del coniuge creditore (FF 2013 pag. 4174 in alto).
d) Come debba procedere il giudice chiamato a dividere una rendita della previdenza professionale l’art. 124a cpv. 1 CC non precisa, limitandosi a prescrivere una decisione «secondo equità». Non sussiste dunque un modo di procedere fondato su un’unica soluzione matematicamente corretta. Il giudice deve determinare la parte della rendita da attribuire al coniuge creditore tenendo conto delle circostanze concrete e secondo il suo apprezzamento (FF 2013 pag. 4174 in fondo). Il principio rimane quello della divisione per metà dell’avere previdenziale risparmiato durante il matrimonio. Il riparto a metà dovrebbe rivelarsi adeguato per i matrimoni di lunga durata con impatto importante sulla situazione di reddito durante i quali è stata accumulata gran parte della previdenza, mentre può risultare inadeguato per matrimoni più brevi, celebrati un paio d’anni prima dell’età del pensionamento, nel qual caso il giudice divide solo una parte della rendita. Trattandosi di previdenza per la vecchiaia, la parte della previdenza complessiva che può essere considerata come «acquisita durante il matrimonio» in funzione dell’età al momento delle nozze è riassunta schematicamente, a titolo orientativo, in una tabella elaborata dal Consiglio federale, la quale tiene calcolo anche degli anni di matrimonio dopo l’età del pensionamento (FF 2013 pag. 4217).
e) Valutata l’adeguatezza o l’inadeguatezza del riparto a metà della parte di previdenza complessiva che può essere considerata come «acquisita durante il matrimonio» in funzione dell’età al momento delle nozze, il giudice deve esaminare – come secondo fattore di ponderazione – le esigenze previdenziali di entrambi i coniugi nel caso specifico. Dopo il raggiungimento dell’età di pensionamento cessa infatti, almeno di norma, l’accumulo di fondi della previdenza professionale e non possono più essere colmate lacune. Il solo fatto che un coniuge riceva una modesta rendita di vecchiaia non significa quindi, per ciò solo, che all’altro coniuge debba assegnarsi soltanto una minima parte della rendita, o niente del tutto. Oltre alle esigenze previdenziali delle parti il giudice può tenere conto anche di altri parametri, ma se deroga al riparto per metà in funzione di questi ultimi deve indicare quali parametri egli abbia considerato (FF 2013 pag. 4176 in alto).
f) Applicati entrambi i fattori di ponderazione, la parte di rendita attribuita da un coniuge all’altro dev’essere convertita in una pretesa vitalizia del creditore (art. 124a cpv. 2 prima frase CC). La rendita da dividere è stata calcolata infatti per l’assicurato ed è stata finanziata di conseguenza. In caso di morte dell’assicurato essa sarebbe sostituita da una rendita per superstiti, spesso sostanzialmente più esigua, mentre in virtù dell’art. 124a cpv. 1 CC il coniuge creditore acquisisce un diritto sul quale non influisce il decesso del coniuge assicurato. La rendita vitalizia è poi versata al beneficiario dall’istituto di previdenza del coniuge debitore o è trasferita nella sua previdenza (art. 124a cpv. 2 seconda frase CC). Il giudice comunica così all’istituto di previdenza la parte di rendita che dev’essere attribuita al coniuge creditore e l’istituto di previdenza comunica al giudice l’importo della parte di rendita convertita per quel coniuge (FF 2013 pag. 4176 a metà con esempi).
g) In concreto v’è da suddividere unicamente la rendita di vecchiaia (fr. 2019.– annui al presumibile passaggio in giudicato dell’attuale sentenza) che il marito percepisce a titolo di pensione, mentre l’attrice non dispone di alcuna previdenza professionale, non avendo svolto alcuna attività lucrativa durante il matrimonio. Ora, il convenuto si è sposato a 24 anni, ha raggiunto l’età del pensionamento a 65 anni, il 1° settembre 2009, e al momento in cui è stata promossa azione di divorzio, il 28 settembre 2012, aveva 68 anni. Il matrimonio è dunque durato a lungo e la previdenza per la vecchiaia del marito è stata accumulata durante l’unione. Non vi è motivo così – per quanto attiene al primo fattore di ponderazione – di scostarsi dal principio del riparto a metà né dalla divisione dell’intera previdenza, tutta acquisita nella fattispecie in costanza di matrimonio (si veda l’analogo esempio definito «situazione 1» in: FF 2013 pag. 4176). La citata tabella orientativa del Consiglio federale sulla «parte della rendita da dividere» (FF 2013 pag. 4217) conferma, del resto, che nella fattispecie si giustifica di ripartire l’intera previdenza (coefficiente superiore a 100).
h) Il secondo fattore di ponderazione, ovvero le esigenze previdenziali di entrambi i coniugi nella fattispecie (FF 2013 pag. 4175 a metà), non induce a una soluzione diversa. Che dopo l’età del pensionamento non possano più essere colmate lacune previdenziali ancora non significa – come si è visto – che si debba rinunciare a dividere la rendita percepita da un coniuge solo perché si tratta di una piccola rendita. È vero che nel caso specifico l’attrice si vede riconoscere una spettanza di fr. 245 000.– in liquidazione del regime dei beni, ma è altrettanto vero che quel capitale le servirà per finanziare il proprio fabbisogno minimo, come si illustrerà oltre. Né risulta che essa possa contare su altri cespiti d’entrata (tant’è che il Pretore aggiunto l’ha ammessa al beneficio del gratuito patrocinio). Quanto al marito, pur con la rendita di cassa pensione dimezzata egli riuscirà a coprire, finanche con qualche margine, il proprio fabbisogno minimo, mentre a tal fine l’attrice dovrà necessariamente erodere la propria sostanza. Non si ravvisano di conseguenza i presupposti per scostarsi dal principio della divisione a metà dell’avere previdenziale risparmiato dai coniugi durante il matrimonio, principio che deve guidare il giudice – come detto – anche nell’applicazione dell’art. 124a cpv. 1 CC (sopra, consid. d; FF 2013 pag. 4174 in fondo).

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