5c Art. 176 cpv. 1 n. 1 CC; 9 Cost.

Pubblicazione: Estratto da Rivista Ticinese di Diritto I-2020 (Diritto di famiglia)


Misure a tutela dell’unione coniugale – contributi di mantenimento retroattivi Violazione del divieto dell’arbitrio da parte dell’autorità cantonale per aver ritenuto che al giudice delle misure a tutela dell’unione coniugale non competa tenere conto, nella fissazione dei contributi di mantenimento dovuti retroattivamente, dei versamenti già effettuati dal debitore (consid. 3). TF 15.5.2019 N. 5A_595/2018


3. Controversa è la competenza del giudice delle misure a protezione dell’unione coniugale per operare una compensazione fra i contributi stabiliti a titolo retroattivo e gli importi già versati dal debitore. Incontestata è per contro rimasta la riduzione del contributo alimentare dovuto alla moglie.
3.1. Mentre il Pretore in prima istanza ha in un primo tempo calcolato il contributo «lordo» dovuto alla moglie e ai figli, per poi in un ulteriore punto del dispositivo determinare quanto il ricorrente dovesse ancora versare loro stanti i pagamenti già eseguiti, il Tribunale di appello si è limitato al primo passo, ovvero alla determinazione dei contributi, senza in alcun modo prendere in considerazione eventuali versamenti operati spontaneamente dal ricorrente in favore dei familiari. Esso ha motivato la propria decisione con l’impossibilità, per il giudice delle misure provvisionali ed in particolare del giudice delle misure a protezione dell’unione coniugale, di imporre in via definitiva il pagamento di una somma di denaro. Eventuali controversie legate al versamento di una determinata somma a titolo di arretrato alimentare o alla restituzione di alimenti versati in esubero andrebbero giudicate dal giudice ordinario in procedura ordinaria (o semplificata), per la quale il giudice delle misure a protezione dell’unione coniugale – che statuisce con rito meramente sommario (art. 271 lett. a CPC [RS 272]) – non avrebbe la competenza ratione materiae (v. art. 59 cpv. 2 lett. b e 60 CPC), nemmeno per attrazione, in ragione dell’art. 90 lett. b CPC.
3.2. Il ricorrente considera che il giudizio impugnato si fonda su un’applicazione arbitraria degli art. 176 e 173 cpv. 3 CC, nonché 90 e 59 CPC. Esso configurerebbe inoltre una reformatio in peius del giudizio di prima sede. Per l’essenziale, egli ritiene che i Giudici cantonali abbiano indebitamente sovrapposto – e trattato alla stessa stregua – due conclusioni di appello ben distinte: la pretesa creditoria di rimborso di contributi alimentari versati in eccesso da un lato (conclusione n. 4) e la determinazione del credito alimentare di moglie e figli in considerazione dei pagamenti da lui già effettuati dall’altra (conclusione n. 3). Con riferimento alla sentenza 5A_860/2011 dell’11 giugno 2012 consid. 6.3, a suo dire la determinazione precisa dei contributi dovuti a titolo retroattivo tenendo in considerazione quanto già pagato ricade chiaramente fra i compiti del giudice adito, tanto più che con la crescita in giudicato della sentenza di appello, l’opponente disporrebbe di un titolo di rigetto definitivo dell’opposizione per l’integralità degli alimenti a partire dal 1° giugno 2013.
3.3. 3.3.1. Secondo la dottrina, nell’ambito della fissazione dei contributi dovuti retroattivamente in pendenza di matrimonio (art. 173 CC) o per l’organizzazione della vita separata (art. 176 cpv. 1 n. 1 CC), il giudice preposto a tale calcolo deve effettivamente tener conto degli importi che il debitore ha già versato (v. gli autori citati alla DTF 135 III 315 consid. 2.4; nonché ROLF VETTERLI, in FammKommentar Scheidung, vol. I, 3a ed. 2017, n. 46 ad art. 176 CC; ISENRING/KESSLER, in Basler Kommentar, Zivilgesetzbuch, vol. I, 6a ed. 2018, n. 11 ad art. 173 CC). La giurisprudenza applica regolarmente questo principio, senza sentire il bisogno di enunciarlo esplicitamente (v. ad es. sentenze 5A_463/2014 dell’8 dicembre 2014 consid. 4; 5A_75/2018 del 18 dicembre 2018 consid. 1.2). Tant’è che, come rileva giustamente il ricorrente, la giurisprudenza ha potuto trarre dal principio suesposto che la decisione del giudice delle misure a protezione dell’unione coniugale che condanna al versamento di contributi di mantenimento retroattivi, riservando però i contributi già pagati, può costituire titolo di rigetto definitivo dell’opposizione (art. 80 LEF) unicamente quando essa permette di determinare in modo preciso – se del caso consultando la motivazione e documenti ai quali il giudice rimanda – l’importo da dedurre poiché già prestato (DTF 135 III 315 consid. 2.4); se una tale decisione fosse riconosciuta quale titolo di rigetto definitivo dell’opposizione per l’integralità dei contributi di mantenimento retroattivi, il debitore non potrebbe eccepire la compensazione con prestazioni fornite prima del giudizio invocato quale titolo (art. 81 LEF; DTF 135 III 315 consid. 2.5).
3.3.2. Diverso può per contro essere il discorso qualora il debitore alimentare non si limiti a chiedere al giudice di tenere in considerazione per un’eventuale compensazione quanto già versato, bensì si spinga a postulare la restituzione di un’eventuale eccedenza: questa, in effetti, esula da una regolamentazione del mantenimento a titolo provvisionale, e può ragionevolmente essere considerata quale pretesa creditoria a titolo indipendente, che il creditore potrà far valere con azione ordinaria oppure, date le circostanze, quale credito da definire nell’ambito dello scioglimento del regime matrimoniale (v. ad es. sentenza 5A_601/2014 dell’8 gennaio 2015 consid. 1 in fine). La questione può rimanere indecisa: in sede di conclusioni avanti al Tribunale federale, il ricorrente ha unicamente chiesto un riesame della decisione impugnata con riferimento alla propria conclusione di appello n. 3, tralasciando la propria conclusione n. 4.
3.3.3. Nel caso concreto, il Tribunale di appello ha pertanto effettivamente trattato secondo la stessa regola due fattispecie invece ben distinte. In particolare, decidendo come ha fatto, esso ha arbitrariamente dichiarato irricevibile la conclusione di appello n. 3 del ricorrente. La conclusione di appello n. 4, da quest’ultimo lasciata cadere in sede di ricorso in materia civile (supra consid. 3.3.2), non è qui attuale.
Le obiezioni dell’opponente sono prive di sostanza: da un lato, è evidentemente contrario agli atti affermare che il ricorrente abbia in appello unicamente chiesto la condanna della moglie al pagamento della somma di fr. 12 943.60 per contributi alimentari versati in eccesso; dall’altro, l’asserita integrazione di tale pretesa nel petitum della causa di divorzio promossa dal ricorrente avanti alla Pretura configura un inammissibile novum (art. 99 cpv. 1 LTF; DTF 133 III 393 consid. 3).
4. In accoglimento del ricorso, la cifra n. I/5 del dispositivo della sentenza impugnata va pertanto annullata e la causa va rinviata al Tribunale di appello affinché decida in merito alla conclusione di appello n. 3 del ricorrente (ricordato che l’ammontare «lordo» dei contributi alimentari per moglie e figli non è più litigioso). Ciò potrebbe influire sulla ripartizione delle spese processuali di prima istanza e delle spese processuali e ripetibili di seconda istanza, per cui la sentenza impugnata va annullata anche con riferimento alla stessa (cifre n. I/6 e n. II del dispositivo).

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