5c Art. 163 cpv. 1 CC; 276 CPC

Pubblicazione: RTiD II-2019 (III. Diritto di famiglia)


Divorzio – obbligo per un coniuge di riprendere o estendere l’attività lucrativa già in pendenza di causa Un coniuge che dopo la separazione si vede sgravato dal governo della casa e della famiglia può, compatibilmente con le circostanze concrete, vedersi obbligato a investire altrimenti la propria forza lavoro così liberatasi e a intraprendere o estendere in via cautelare un’attività lucrativa già pendente causa. I CCA 2.4.2019 N. 11.2017.104


4.  […] c)  Per fissare un contributo di mantenimento giusta l’art. 176 cpv. 1 n. 1 CC, applicabile anche ai provvedimenti cautelari nelle cause di divorzio (art. 276 cpv. 1 seconda frase CPC), il giudice si diparte da quanto i coniugi hanno concordato durante la vita in comune. Egli tiene conto poi del fatto che in caso di sospensione della comunione domestica l’art. 163 cpv. 1 CC, secondo cui i coniugi provvedono in comune, ciascuno nella misura delle sue forze, al debito mantenimento della famiglia, impone a ogni coniuge di partecipare, secondo le sue possibilità, ai costi supplementari causati da due economie domestiche separate, in specie riprendendo o aumentando la propria attività lucrativa. Il giudice esamina pertanto se e in quale misura, alla luce delle circostanze concrete, si possa esigere che il coniuge ormai sgravato dal governo della casa e della famiglia investa altrimenti la propria forza lavoro così liberatasi e intraprenda o estenda un’attività lucrativa, considerata in particolare la sua formazione professionale, la sua età e il suo stato di salute. Ciò può rendere necessario che si modifichi l’accordo sul ruolo assunto dai coniugi durante la vita in comune. Per contro il giudice dei provvedimenti cautelari non deve anticipare un sindacato di merito nella causa di divorzio, nemmeno sotto il profilo della verosimiglianza. Non è suo compito valutare, in specie, se il matrimonio ha o non ha influito concretamente sulla condizione finanziaria di un coniuge (DTF 137 III 386 consid. 3.1, confermato nella sentenza 5A_848/2017 del 15 maggio 2018 consid. 5.3).

d)  Per quel che è degli accordi intercorsi fra le parti durante la vita in comune, gli atti sono laconici. Da essi emerge unicamente che il marito lavorava a tempo pieno e che la moglie svolgeva già allora l’attività di cuoca all’80% per la scuola dell’infanzia di X. Dopo la separazione le parti hanno raggiunto una tacita intesa secondo cui il figlio sarebbe stato affidato al padre, mentre la madre avrebbe esercitato un diritto di visita dal venerdì sera fino al lunedì mattina ogni due settimane, come pure tutti i mercoledì dalle ore 11.30 fino all’allenamento di hockey (ore 18.00/18.30) e altri due pomeriggi la settimana (dalla fine della scuola fino all’inizio dell’allenamento), oltre che durante imprecisati periodi nelle vacanze scolastiche. Ora, confrontando le due situazioni si evince già a un sommario esame che, rispetto a quando viveva in comunione domestica, la moglie risulta sgravata dalla cura del figlio per due mezzi pomeriggi la settimana, non dovendosi essa più occupare di lui quando egli rincasa alle ore 16.00 dopo il lavoro.

e)  Nelle circostanze descritte occorre apprezzare se e in quale misura si possa esigere che la moglie impieghi altrimenti la forza lavoro così liberatasi ed estenda la propria attività lucrativa sull’arco di due pomeriggi la settimana, tenuto conto della sua formazione professionale, della sua età e del suo stato di salute. A un esame di apparenza non si scorgono motivi di età, di salute o di altra indole che le impediscano di mettere a profitto la propria potenzialità lucrativa durante quel lasso di tempo. Né essa fa valere estremi del genere, limitandosi ad asserire di non poter estendere la propria attività lavorativa per dover accudire al figlio, argomento che giustifica se mai – come si è appena visto – una maggiore attività lucrativa da parte sua, il figlio essendo affidato al padre.

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