9c Art. 404 cpv. 3 CC; 19 cpv. 2, 49 LPMA; 3 cpv. 3, 16 cpv. 3 ROPMA

Pubblicazione: RTiD II-2019 (III. Diritto di famiglia)


Condizioni per l’accollo all’ente pubblico, invece che all’interessato, della remunerazione del curatore – lacuna legale – indigenza ai sensi del diritto di protezione – patrimonio minimo intangibile  Esistenza di una lacuna propria nella normativa cantonale relativa al diritto di protezione, che non definisce in quali casi un curatelato può essere considerato indigente e, di conseguenza, a che condizioni il pagamento del compenso e delle spese del curatore debba essere messo a carico della collettività. Ispirandosi ai valori soglia previsti dalla maggior parte dei Cantoni e alle franchigie di patrimonio applicabili in ambito dell’aiuto sociale, la Camera di protezione ha pertanto fissato un minimo intangibile («riserva di soccorso») dell’importo di fr. 5000.– per persona sola, fr. 10 000.– per coppia (sposata o in unione domestica registrata, non in regime di separazione dei beni) e fr. 2500.– per ogni figlio minorenne al cui mantenimento provvede, limitata ad un massimo di fr. 12 500.– per nucleo familiare. Qualora la sostanza netta attestata dal rendiconto presentato dal curatore all’Autorità regionale di protezione sia inferiore a tali importi, la remunerazione del curatore dovrà essere presa a carico dello Stato. I costi della curatela potranno dunque essere sopportati dall’interessato solo nella misura in cui non intaccano le soglie in questione. CDP 15.11.2018 N. 9.2018.152


A.  Con decisione di conversione del 3 dicembre 2015 (ris. n. 242/513) l’Autorità di protezione A. (di seguito: Autorità di protezione) ha istituito in favore di X. una curatela di rappresentanza con amministrazione dei beni ai sensi degli art. 394 e 395 CC. Quale curatrice è stata nominata R.

B.  Il 19 febbraio 2018 la curatrice ha presentato il rapporto e il conto finanziario relativo alla gestione 2017 della curatela. Facendo riferimento alla giurisprudenza di questa Camera, ha postulato «l’anticipo da parte dell’Autorità regionale di protezione dell’importo di CHF 2010.00 a valere quale indennità e CHF 26.40 quale rimborso spese» (pag. 3).

C.  Con decisione 11 ottobre 2018 (ris. n. 196/424) l’Autorità di protezione ha approvato il suddetto documento, apportando alcune correzioni agli importi esposti. Ha inoltre riconosciuto alla curatrice la retribuzione di fr. 2036.40 richiesta a titolo di mercede e di spese, ponendola tuttavia a carico dell’interessata, così come spese e tasse di giudizio per l’importo di fr. 100.–.

D.  Con reclamo 23 ottobre X., per il tramite della sua curatrice, ha impugnato la decisione di mettere a suo carico i costi della misura di protezione, chiedendo la riforma del dispositivo in questione nel senso di accollare al suo Comune di domicilio la mercede e le spese dovute alla curatrice.

E.  Con osservazioni 8 novembre 2018 l’Autorità di protezione ha postulato la reiezione del gravame. Non è stato ordinato un secondo scambio di allegati.

Considerato in diritto:

1.  Le decisioni delle Autorità regionali di protezione concernenti maggiorenni e minorenni sono impugnabili mediante reclamo alla Camera di protezione del Tribunale di appello, nella composizione di un giudice unico (art. 450 CC in relazione agli art. 314 cpv. 1 e 440 cpv. 3 CC; art. 2 cpv. 2 della Legge sull’organizzazione e la procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto [LPMA]; art. 48 lett. f n. 7 LOG). Riguardo alla procedura applicabile, per quanto non già regolato dagli art. 450 segg. CC occorre riferirsi, in via sussidiaria, alla Legge sulla procedura amministrativa, in particolare alle norme concernenti le azioni connesse con il diritto civile di competenza dell’autorità amministrativa (art. 99 LPAmm; cfr. Messaggio del Consiglio di Stato n. 6611 del 7 marzo 2012 concernente la modifica della LTut, pag. 8) e, in via ancora più sussidiaria, alle disposizioni del diritto processuale civile (CPC; v. art. 450f CC).

2.  Nel suo reclamo, X. contesta la decisione dell’Autorità di protezione di accollarle la mercede e le spese dovute alla curatrice.

2.1.  Nella decisione impugnata, l’Autorità di protezione ha accertato che dal rendiconto finanziario presentato dalla curatrice per la gestione 2017 emergono entrate per fr. 14 335.05 e uscite per 93 174.05, per una perdita d’esercizio di fr. 78 839.–. Al 31 dicembre 2017, il patrimonio passivo ammontava a fr. 117 260.40.

Dopo aver approvato il rendiconto finanziario e il rapporto morale, l’Autorità di protezione ha riconosciuto alla curatrice la mercede e le spese esposte, per l’importo complessivo di fr. 2036.40, ponendole a carico dell’interessata.

Nelle sue osservazioni l’Autorità di prime cure ha affermato che l’accollo della mercede e delle spese al Comune di domicilio non si giustifica in quanto «va contro i principi del diritto esecutivo cui tutti siamo sottoposti e viola il principio di parità di trattamento», considerato come l’interessata disponga di sufficiente liquidità bancaria per far fronte a tali costi. Una simile richiesta, secondo l’Autorità di protezione, sarebbe priva di base legale e deve essere respinta.

2.2.  Nel suo reclamo, X. si oppone all’accollo di tali costi. Richiamandosi a precedenti decisioni di questa Camera, la reclamante ritiene che in presenza di una sostanza contenuta e di un uso parsimonioso del reddito sia corretto mettere i costi a carico del Comune di domicilio anziché del pupillo, che deve poter beneficiare di una riserva di soccorso (reclamo, pag. 3). Scopo della misura non deve essere infatti quello di peggiorare una situazione finanziaria già precaria (reclamo, pag. 3). Nel caso di specie, la messa a carico della mercede della curatrice comporterebbe, per l’interessata, «un intaccamento totale dei pochi risparmi da lei effettuati nel giro di pochi anni»: la misura di protezione non costituirebbe altro che una punizione e un disincentivo al risparmio (reclamo, pag. 3).

2.3.  Ai sensi dell’art. 404 CC il curatore ha diritto a un compenso adeguato e al rimborso delle spese necessarie, pagati con i beni dell’interessato; in caso di curatore professionale i relativi importi sono corrisposti al datore di lavoro (cpv. 1). L’Autorità di protezione degli adulti stabilisce l’importo del compenso; a tal fine, tiene conto in particolare dell’estensione e della complessità dei compiti conferiti al curatore (cpv. 2). Ai Cantoni è demandato il compito di emanare le disposizioni d’esecuzione e di disciplinare il compenso e il rimborso delle spese per i casi in cui gli stessi non possano essere pagati con i beni dell’interessato (cpv. 3).

In linea di principio, e come già nel diritto previgente, tutti i costi delle misure ufficiali di protezione – adottate nell’interesse e a beneficio delle persone bisognose di aiuto (cfr. art. 388 cpv. 1 CC) – devono essere posti a carico delle medesime (Messaggio concernente la modifica del CC, protezione degli adulti, diritto delle persone e diritto della filiazione del 28 giugno 2006, FF 2006 pag. 6391, pag. 6440). Tuttavia, se i costi della misura di protezione non possono essere prelevati sui beni dell’interessato in ragione della sua indigenza, la collettività pubblica deve farsene carico (Reusser, in: BSK Erwachsenenschutz, 2012, ad art. 404 CC n. 31; Fountoulakis, in: Handkommentar zum Schweizer Privatrecht, 3a ed. 2016, ad art. 404 CC n. 6; Fassbind, in: OFK – ZGB Kommentar, 3a ed. 2016, ad art. 404 CC n. 3). Per la disciplina di tali casi, l’art. 404 cpv. 3 CC prevede una delega legislativa nei confronti dei Cantoni. A prescindere dall’assenza di definizione di un minimo intangibile del patrimonio del curatelato nella legislazione cantonale, è pacifico che l’onere delle spese della curatela non può privare il curatelato dei pochi mezzi che ha (Reusser, BSK Erwachsenenschutz, ad art. 404 CC n. 45).

2.4.  L’art. 19 LPMA prevede che i costi di gestione (compenso, spese, tasse) della misura di protezione sono a carico della persona interessata o di chi è tenuto al suo sostentamento (cpv. 1); se la persona interessata o chi altrimenti è tenuto al suo sostentamento non vi fa fronte, tali costi sono anticipati dall’Autorità regionale di protezione (cpv. 2). Gli anticipi effettuati dall’Autorità regionale di protezione nel corso degli ultimi 10 anni possono essere recuperati, presso l’interessato, tenuto conto del suo fabbisogno (cpv. 3 lett. a).

La legge cantonale prevede dunque che i costi delle misure ufficiali di protezione – come ancorato all’art. 404 cpv. 1 CC – siano di principio a carico dell’interessato. Se l’interessato non dispone dei mezzi sufficienti, ai sensi dell’art. 19 cpv. 2 e 3 LPMA l’obbligo retributivo passerà a carico dell’ente pubblico, con diritto di regresso (v. anche STF 5A_422/2014 del 9 aprile 2015 consid. 8.1 [N.d.R.: pubbl. in RtiD I-2016 n. 9c pag. 621]).

Secondo l’art. 49 LPMA, i curatori hanno diritto a un compenso commisurato al lavoro svolto e alla situazione patrimoniale del pupillo; il compito di concretizzare quanto previsto all’art. 404 CC è demandato al Consiglio di Stato.

Mediante questa norma il Parlamento cantonale ha dunque a sua volta delegato all’Esecutivo il compito di regolamentare i casi in cui gli importi dovuti al curatore a titolo di remunerazione e di rimborso spese non possano essere pagati con i beni dell’interessato.

2.5.  Il Consiglio di Stato, nell’emanare il Regolamento della legge sull’organizzazione e la procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto, ha precisato che le spese della misura di protezione, quando anticipate dall’Autorità regionale di protezione e non recuperate dall’interessato o da chi è tenuto al suo sostentamento, sono a carico del Comune di domicilio della persona interessata (art. 3 cpv. 3 ROPMA). All’art. 16 cpv. 1 ROPMA ha ribadito che i curatori hanno diritto per le loro prestazioni ad un compenso fissato dall’Autorità di nomina nonché al rimborso delle spese. All’assunzione del mandato, l’Autorità di protezione definisce con il curatore la remunerazione oraria e il tempo presumibilmente necessario per l’esecuzione del mandato (cpv. 2); la domanda di indennità ed il conteggio delle spese vanno presentati per approvazione all’Autorità competente con il rendiconto annuale (cpv. 3); il curatore può chiedere il rimborso delle spese o un anticipo sull’indennità già nel corso dell’anno (cpv. 4). Agli art. 17 e 18 ROPMA ha infine disciplinato le modalità di calcolo della remunerazione del curatore.

Al di là di tali disposti, il regolamento in questione non indica alcun parametro per definire in quali casi, ai sensi degli art. 404 cpv. 3 CC e 49 LPMA, l’interessato non possa fare fronte alle spese della curatela in quanto indigente.

2.6.  Come rammenta la giurisprudenza federale (DTF 130 V 472 consid. 7, DTF130 III 241 consid. 3.3, DTF 127 V 442 consid. 2b; v. anche sentenza CDP del 7 giugno 2017, inc. 9.2017.80, consid. 3), si è in presenza di una lacuna propria – che dev’essere colmata dal giudice secondo le regole poste dall’art. 1 cpv. 2 e 3 CC – quando il legislatore ha omesso di disciplinare una questione che avrebbe dovuto regolamentare e quando nessuna soluzione può essere dedotta dal testo legale o dall’interpretazione della legge. Per converso, il giudice non può supplire al silenzio della legge quando la lacuna è stata voluta dal legislatore (silenzio qualificato) e corrisponde ad una norma negativa oppure quando l’omissione consiste nella mancanza di una regola desiderabile (lacuna impropria), perché in tal caso si sostituirebbe al legislatore; egli può tuttavia farlo se costituisce abuso di diritto o addirittura viola la Costituzione invocare il senso considerato determinante della normativa. Un silenzio qualificato è anche dato quando volutamente una certa soluzione non è estesa ad altre fattispecie.

2.7.  Come evidenziato sopra, nonostante la menzionata delega legislativa, la normativa cantonale è silente in merito alle condizioni che devono essere adempiute affinché l’ente pubblico anticipi e sopporti i costi della misura di protezione ai sensi dell’art. 19 cpv. 2 LPMA. Viste le prassi diversificate attualmente in essere dalle Autorità di protezione del Cantone – che possono dar luogo a situazioni poco eque tra i curatelati a dipendenza dell’Autorità di protezione o del Comune coinvolti – spetta dunque a questo giudice supplire a tale lacuna e porre fine alle disparità osservate.

Con sentenza dell’11 aprile 2017 (inc. CDP n. 9.2017.2), citata nel reclamo, questo giudice aveva già accolto un reclamo interposto da un curatore contro la decisione che accollava la sua mercede e le spese al curatelato, rilevando – e lamentando – l’assenza di una regolamentazione ticinese in materia. Date le particolarità del caso allora in esame (ove i costi della curatela erano stati messi a carico dell’ente pubblico nonostante la sostanza netta del curatelato ammontasse a ca. fr. 12 000.–), con sentenza 13 settembre 2018 (inc. CDP 9.2016.223) questo giudice ha precisato i criteri evocati in tale precedente pronuncia, determinando quali siano i casi in cui – ai sensi dell’art. 404 cpv. 3 CC – il compenso e il rimborso delle spese del curatore non possano essere pagati con i beni dell’interessato e in cui il beneficiario della misura di protezione debba essere considerato indigente.

3.  Nell’ambito di tale pronuncia, questo giudice ha ritenuto utile esaminare gli altri ambiti del diritto in cui è stato sviluppato il criterio d’indigenza, ovvero le norme di esecuzione e fallimento, quelle relative all’assistenza giudiziaria e quelle sviluppate in materia di aiuto sociale (cfr. De Luigi, La rémunération du curateur: quelles solutions en cas d’indigence de la personne concernée? Étude de droit suisse et de droit cantonal comparé in: Urscheler/Topaz, Les difficultés économiques en droit, Ginevra 2015, pag. 160 e seg.; sentenza CDP del 13 settembre 2018, inc. 9.2016.223, consid. 4 e seg.).

Inoltre, ha preso in considerazione le soluzioni adottate nelle altre legislazioni cantonali che hanno disciplinato la questione (vedi, oltre alle puntuali normative, la presa di posizione del gruppo di lavoro della COPMA, Transfert des montants de la rémunération et du remboursement des frais par la collectivité publique en cas de changement de domicile (Art. 404 al. 3 CC), in RMA 2017 IV pag. 327 e seg.; sentenza CDP del 13 settembre 2018, inc. 9.2016.223, consid. 4 e seg.).

3.1.  Il metodo del minimo esistenziale previsto dalla LEF 

Giusta l’art. 93 della legge federale dell’11 aprile 1889 sulla esecuzione e sul fallimento (LEF), ogni provento del lavoro può essere pignorato in quanto a giudizio dell’Ufficiale non sia assolutamente necessario al sostentamento del debitore e della sua famiglia. Per stabilire l’eccedenza pignorabile, le Autorità di esecuzione devono determinare il reddito globale netto dell’escusso, deducendo dal totale dei suoi redditi lordi i contributi sociali e le spese di acquisizione del reddito. Sono poi detratte le spese indispensabili al sostentamento del debitore e della sua famiglia, fondandosi in linea di massima sulla Tabella per il calcolo del minimo esecutivo giusta l’art. 93 LEF allegata alla circolare CEF n. 35/2009 (pubblicata sul Foglio ufficiale cantonale n. 68/2009 del 28 agosto 2009). Seguendo la logica di tale approccio, il curatelato dovrebbe essere considerato indigente qualora i costi della curatela intaccassero il reddito minimo assolutamente necessario al sostentamento suo e della sua famiglia; i costi della curatela potrebbero invece essergli addebitati anche se tale modo di procedere intaccasse in maniera significativa o completamente la sua sostanza, mobile o immobile (art. 95 LEF).

3.2.  Il metodo applicato nell’assistenza giudiziaria

Ai sensi dell’art. 29 cpv. 3 Cost., chi non dispone dei mezzi necessari ha diritto alla gratuità della procedura se la sua causa non sembra priva di probabilità di successo; ha inoltre diritto al patrocinio gratuito qualora la presenza di un legale sia necessaria per tutelare i suoi diritti. Secondo l’art. 117 CPC (applicabile in tema di protezione giusta il rinvio dell’art. 13 LAG), ha diritto al gratuito patrocinio chiunque sia sprovvisto dei mezzi necessari (lett. a) qualora la sua domanda non appaia priva di probabilità di successo (lett. b). Le due condizioni sono cumulative. Il beneficiario avrà diritto al gratuito patrocinio se nell’esporre la sua situazione di reddito e di sostanza ai sensi dell’art. 119 cpv. 2 CPC rende verosimile la sua impossibilità a sostenere il procedimento giudiziario (spese legali e di procedura) senza intaccare il suo fabbisogno minimo e quello della famiglia (DTF 135 I 221 consid. 5.1; 128 I 225 consid. 2.5.1; STF 5A_565/2011 del 14 febbraio 2012, consid. 3.3; Trezzini, in: Commentario pratico al Codice di diritto processuale civile svizzero, 2017, 2a ed., Vol. I, ad art. 117 CPC n. 14; Rüegg, in: BSK ZPO, 2010, ad art. 117 n. 7). Tale situazione deve essere valutata non solo in considerazione del minimo esistenziale del diritto esecutivo, ma tenendo conto di tutte le circostanze personali del richiedente, considerando che nel suo fabbisogno minimo rientra quanto necessario per condurre una vita modesta ma dignitosa (DTF 135 I 221 consid. 5.1, 124 I 1 consid. 2a). Al riguardo la dottrina propone di fissare un supplemento dell’ordine del 20% in aggiunta al minimo esistenziale di base (Rüegg, in: BSK ZPO, ad art. 117 n. 12). Può essere dato il requisito dell’indigenza anche laddove il reddito sia di poco superiore a quanto necessario per garantire il minimo esistenziale (DTF 124 I 1 consid. 2a; Rüegg, in: BSK ZPO, ad art. 117 n. 12). A colui che richiede l’assistenza giudiziaria deve essere garantita una riserva di soccorso, nella misura in cui l’ente pubblico non può esigere che egli utilizzi tutti i suoi risparmi per sostenere il procedimento giudiziario (v. STF 5A_886/2017 del 20 marzo 2018, consid. 5.2, pubblicata in RSPC 4/2018 pag. 281).

Tale metodo, trasposto in ambito di protezione del minore e dell’adulto, comporterebbe l’accollo delle spese della misura di protezione all’ente pubblico qualora il pagamento di esse da parte dell’interessato dovesse intaccare il minimo esistenziale allargato appena definito.

3.3.  Il metodo sviluppato in materia di aiuto sociale 

Chi è nel bisogno e non è in grado di provvedere a sé stesso ha diritto, ai sensi dell’art. 12 Cost., d’essere aiutato e assistito e di ricevere i mezzi indispensabili per un’esistenza dignitosa.

Le direttive della Conferenza svizzera dell’azione sociale (COSAS; «Concetti e indicazioni per il calcolo dell’aiuto sociale», ultima versione approvata il 20 maggio 2016) sono raccomandazioni destinate alle Autorità preposte all’intervento sociale dei Cantoni, dei Comuni, della Confederazione e delle istituzioni sociali private. Esse si prefiggono di attuare il precetto costituzionale summenzionato, assicurando a chi è nel bisogno e non è in grado di provvedere a sé stesso il diritto di essere aiutato e assistito e di ricevere i mezzi indispensabili per un’esistenza dignitosa. Tali norme acquistano un carattere vincolante solo con la legislazione e la giurisprudenza (per il Ticino, v. Direttive riguardanti gli importi delle prestazioni assistenziali per il 2018, del 16.3.2018, RL 871.115). Riesaminate e indicizzate ogni anno, esse definiscono un minimo esistenziale sociale che non tiene conto solo dell’esistenza e della sopravvivenza di chi ha bisogno, ma anche della sua partecipazione alla vita sociale e professionale, promuovendo la responsabilità personale e l’autodeterminazione dell’interessato.

Alfine di stabilire il minimo esistenziale sociale, ai sensi di tali direttive è necessario un computo dettagliato delle spese dell’interessato, che devono essere messe in relazione con il suo reddito e la sua sostanza. Le spese, definite «bisogni primari», comprendono un forfait stabilito per il mantenimento, le spese dell’alloggio e le spese di base per la salute. Per quanto attiene agli attivi, occorre tener conto di tutti i redditi disponibili, così come della sostanza (costituita da averi bancari e postali, azioni, obbligazioni, crediti e beni immobiliari). Sui redditi provenienti da un’attività lavorativa è accordata una franchigia («quota non computata») compresa fra i 400 ed i 700 franchi, mentre per la sostanza la franchigia («quota patrimoniale esente») ammonta a fr. 4000.– per una persona sola, fr. 8000.– per coppia e fr. 2000.– per ogni figlio minorenne (tetto massimo di fr. 10 000.– per famiglia). Questa franchigia, chiamata anche «riserva» è stabilita per permettere all’interessato di fare fronte ad emergenze quali uno sfratto, un ritardo degli introiti o un evento straordinario (ad es. malattia, intervento dentario o necessità di fare fronte ad altre prestazioni non assicurate, perdita d’impiego).

In applicazione di questo metodo, una persona sarà considerata indigente se il minimo esistenziale sociale, dopo averlo messo in relazione con i suoi averi e tenendo conto delle franchigie menzionate, non è garantito. La trasposizione di questo approccio in ambito di diritto della protezione comporterebbe la copertura dei costi della curatela da parte dell’ente pubblico nel caso il pagamento dei medesimi intaccasse il minimo esistenziale sociale del curatelato.

3.4.  Altre legislazioni cantonali

Nelle loro leggi di applicazione al Codice civile o in regolamentazioni d’esecuzione specifiche al diritto di protezione, la maggior parte delle legislazioni cantonali (16) ha previsto dei valori soglia per definire il limite dell’indigenza: da un patrimonio minimo di fr. 5000.– (VD) /8000.– (BE), ad un massimo di 25 000.– (BL, NW, OW, SH, ZH). Nella misura in cui gli averi della persona interessata siano inferiori a tali cifre, la remunerazione del curatore viene presa a carico dell’ente pubblico (che si tratti del Cantone, del Comune di domicilio ai sensi del diritto civile oppure del domicilio d’assistenza).

Nella gran parte dei Cantoni i valori soglia sono determinati sulla base del patrimonio, mentre il reddito conseguito è preso in considerazione soltanto in un caso (GE: reddito determinante per l’ottenimento di prestazioni sociali inferiore a fr. 45 000.– e sostanza netta inferiore a fr. 15 000.–). La determinazione del patrimonio avviene solitamente senza prendere in considerazione il valore dei beni immobiliari (JU: beni mobili direttamente disponibili, dedotti i debiti a corto termine; GE: i beni immobiliari sono tuttavia presi in considerazione nel calcolo del reddito determinante, con rinvio alle norme riguardanti l’assistenza sociale).

Alcuni Cantoni differenziano i valori soglia a dipendenza del fatto che la persona interessata sia coniugata o meno (LU: indigenza sotto i fr. 12 000.– di sostanza se persona sola/ 18 000.– se coniugato; SZ: fr. 15 000.–, rispettivamente 25 000.–; ZH: 25 000.–, rispettivamente fr. 40 000.–) oppure se si tratti di una misura riguardante un adulto o un minore (ZG: fr. 20 000.– maggiorenni/fr. 30 000.– minorenni; ZH: per i minorenni, solo se il patrimonio rilevante; LU: il valore soglia di fr. 12 000.– valido per gli adulti è stato raddoppiato per via giurisprudenziale per quel che concerne i minori, cfr. sentenza 14 maggio 2014 del Kantonsgericht, 2. Abteilung, in: FamPra 2015, pag. 257).

Altri Cantoni (5) hanno disciplinato la questione rinviando integralmente, per la determinazione dell’indigenza, alle norme applicabili all’assistenza giudiziaria (SO; VS), a quelle riguardanti l’aiuto sociale (GR), oppure instaurando un sistema misto (BS: situazione patrimoniale determinante per l’assistenza sociale moltiplicata per un coefficiente di 1.5; NE: indigenza ai sensi dell’assistenza giudiziaria e applicazione di un soglia di fr. 10 000.– per la sostanza netta).

Nei restanti cantoni (4: AI, AR, FR, TG), oltre al Ticino, la questione non è stata oggetto di regolamentazione.

4.  La curatela rappresenta, come visto, una misura sociale che si prefigge di salvaguardare il benessere della persona bisognosa di aiuto e di assicurarne la protezione (art. 388 CC), pur limitando il suo diritto all’autodeterminazione, espressione fondamentale della sua dignità: occorre dunque cercare costantemente l’equilibrio tra bisogno di assistenza e salvaguardia della libertà (Messaggio concernente la modifica del CC, protezione degli adulti, diritto delle persone e diritto della filiazione del 28 giugno 2006, FF 2006 pag. 6391 e segg.; vedi in particolare pag. 6431).

Alla luce di tali premesse, nell’ambito della già menzionata pronuncia (sentenza CDP del 13 settembre 2018, inc. 9.2016.223, consid. 5) questo giudice è arrivato alla conclusione che l’applicazione del criterio d’indigenza sviluppato nel diritto dell’esecuzione e del fallimento nell’ambito del diritto di protezione condurrebbe a dei risultati troppo restrittivi. Invero, mettere a carico dell’interessato i costi di una misura che limita il suo diritto all’autodeterminazione per lasciarlo in una situazione economica limitata a quella del minimo esistenziale LEF (che fa riferimento unicamente ai beni necessari a coprire i bisogno essenziali della persona) appare in contraddizione con gli scopi stessi della misura di protezione. Diversamente, sia la definizione del criterio dell’indigenza sviluppata in relazione alle norme sull’assistenza giudiziaria che quella in uso nella legislazione sull’assistenza sociale, più ampie, appaiono maggiormente indicate al contesto del diritto della protezione. Come visto, le legislazioni di cinque Cantoni vi fanno esplicito rinvio per determinare l’incapacità di sopportare i costi della curatela.

A mente di questo giudice e come attuato dalla maggior parte degli altri Cantoni, si giustifica di fissare dei valori soglia al di sotto dei quali la remunerazione del curatore dovrà essere presa a carico dell’ente pubblico (sentenza CDP del 13 settembre 2018, inc. 9.2016.223, consid. 5). Tali importi dovranno essere ispirati, da un lato, alle cifre stabilite nelle altre legislazioni cantonali e, dall’altro lato, alle franchigie di patrimonio previste dalle direttive della COSAS nell’ambito dell’intervento sociale. Appare pertanto adeguato prevedere, per il Ticino, un minimo intangibile («riserva di soccorso») dell’importo di fr. 5000.– per persona sola, fr. 10 000.– per coppia (sposata o in unione domestica registrata, non in regime di separazione dei beni; v. COPMA, Droit de la protection de l’adulte, Guide Pratique, 2012, n. 7.13 pag. 200; Affolter, in: BSK Erwachsenenschutz, 2012, ad 405 CC n. 21-23) e fr. 2500.– per ogni figlio minorenne al cui mantenimento provvede, limitata ad un massimo di fr. 12 500.– per nucleo familiare. Qualora la situazione patrimoniale dell’interessato, attestata dal rendiconto presentato dal curatore all’Autorità regionale di protezione (cfr. art. 16 cpv. 3 ROPMA) dia atto di una sostanza netta inferiore a tali importi, la sua remunerazione dovrà essere presa a carico dall’ente pubblico (ovvero, in Ticino, dal Comune di domicilio). I costi della curatela potranno dunque essere sopportati dall’interessato solo nella misura in cui non intaccano le soglie definite sopra (sentenza CDP del 13 settembre 2018, inc. 9.2016.223, consid. 5).

Tale soluzione consente di tenere conto degli scopi perseguiti dal diritto di protezione, permette al curatelato di conservare degli averi che gli permettono di far fronte a una spesa imprevista e agevola il compito delle Autorità regionali di protezione che applicano dei limiti chiari e si vedono offrire nel rendiconto finanziario i dati per il calcolo della sostanza netta. Inoltre, tale metodo permette di adottare un sistema unitario, applicabile a tutto il Ticino nonostante l’assenza di una normativa cantonale ad hoc, e pone fine alle disparità sinora riscontrate.

5.  Tornando alla fattispecie in esame, dal rendiconto stilato dalla curatrice e verificato dall’Autorità di protezione emerge che la sostanza netta di X., al 31.12.2017, è negativa e ammonta a fr. -117 260.40. I passivi (fr. -121 979.35) superano infatti ampiamente gli attivi (fr. 4718.95), così come le uscite (fr. 93 174.05) sono maggiori delle entrate (fr. 14 335.05). Tali cifre si situano ben al di sotto della soglia di fr. 5000.– stabilita quale minimo intangibile nella giurisprudenza citata.

Il fatto che l’interessata disponga di liquidità sufficienti per pagare l’importo esposto dalla curatrice (fr. 4718.95, importo comunque inferiore alla soglia fissata per via giurisprudenziale) è irrilevante. Il saldo attivo di un conto corrente bancario non dice infatti nulla sulla situazione finanziaria complessiva dell’interessata, in particolare sull’entità della sua sostanza netta, che nel caso concreto risulta ampiamente deficitaria. E’ dunque corretto, nella fattispecie, pretendere che sia il Comune di domicilio ad assumersi tali costi.

L’Autorità di protezione critica l’approccio giurisprudenziale esposto, considerandolo privo di basi legali, contrario ai principi di diritto esecutivo e suscettibile dunque di creare delle disparità di trattamento. Tali censure, tuttavia, non meritano accoglimento. Il principio secondo cui l’ente pubblico deve farsi carico dei costi della misura di protezione in caso di indigenza è infatti ancorato all’art. 404 cpv. 3 CC (norma di rango pari alla LEF); che la collettività in questione sia il Comune di domicilio risulta poi dall’art. 3 cpv. 3 ROPMA.

L’onere di concretizzare i criteri pertinenti e definire delle soglie, in presenza di una lacuna propria nella normativa d’applicazione cantonale – che sarebbe invero auspicata anche da questo giudice – spetta dunque alla giurisprudenza.

Visti gli obiettivi perseguiti dal diritto di protezione, è pure errato ritenere che tale concretizzazione debba per forza coincidere con la regolamentazione del diritto esecutivo. In primis, poiché il legislatore vi avrebbe fatto esplicito riferimento, invece di prevedere una delega legislativa in favore dei cantoni. Ma anche perché – come visto in ambito di aiuto sociale e di assistenza giudiziaria – altre regolamentazioni si scostano dai concetti di minimo vitale e di indigenza previsti dalla LEF, senza che ciò comporti delle disuguaglianze. La giurisprudenza prolata promuove invece la parità di trattamento, nella misura in cui le diverse Autorità di protezione applicano oggigiorno delle prassi estremamente diversificate, atte a generare iniquità tra i curatelati.

6.  In conclusione, le argomentazioni ricorsuali appaiono fondate e la decisione impugnata deve dunque essere riformata, nel senso di mettere la mercede della curatrice di fr. 2010.– e le spese di fr. 26.40 a carico del Comune di D., domicilio di X.

7.  Gli oneri processuali seguono di regola il principio della soccombenza. In concreto, solo l’Autorità di protezione – la cui decisione è stata oggetto di riforma – può essere ritenuta soccombente. Tuttavia, non potendo essere addossate spese processuali agli enti pubblici e agli organismi incaricati di compiti di diritto pubblico (art. 46 cpv. 6 LPAmm), in concreto occorre prescindere dal prelievo di tali oneri. Non si assegnano ripetibili, X. avendo interposto reclamo senza l’ausilio di un legale, bensì attraverso la sua curatrice.

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